Terremoto

Part 11

Chapter 113,724 wordsPublic domain

La lampada ardeva sul tavolino.

La fanciulla, coricata, dormiva.

Misera Bianca!

Nondimeno, nel punto istesso in cui egli penetrava, alla maniera di un ladro, entro quella stanza indifesa; dall’uscio di un’altra quasi contigua erasi sporto inanzi un volto feminile che lo aveva seguito avidamente degli occhi.

Era la donna dagli sguardi di fuoco, che — non sì tosto l’ebbe visto sparire — si ritirò frettolosa e disparve a sua volta.

L’ambiente, d’onde aveva fatto capolino, era quel medesimo, che, pochi momenti prima, la vecchia camerista aveva designato al cavalier nero come la stanza di donna Olimpia.

Quella donna era, dunque, Olimpia Marazzani.

A nissuno de’ nostri lettori sarà, per certo, caduto di memoria l’omicidio perpetrato dal marchese Giovanni Anguissola su la persona dello abate commendatizio di San Savino; cagione del delitto lo avergli costui rifiutato in moglie e sottratto una giovine donna, ch’era tenuta in conto di sua sorella.

Rammenterà parimenti il lettore come — qualche tempo prima di tale tragedia — l’abate menasse segretamente quella fanciulla a Castell’Arquato per affidarla alla contessa Sforza e come dappoi non se ne sapesse più nulla.

Ora l’abate commendatizio di San Savino era il Giambattista Marazzani e la sua pretesa sorella questa medesima Olimpia, che si fregiava del suo istesso casato.

A donna Costanza di Santafiora egli non aveva taciuto il grave motivo che lo consigliava ad allontanare Olimpia dal proprio fianco. — In un segreto colloquio, le aggiunse ancora che l’amore dell’Anguissola era un amore sacrilego, infame, e che s’ella gli avesse prestato ogni suo appoggio per salvare quella disgraziata, non se ne sarebbe mai dovuta pentire, poichè questa apparteneva, in qualche modo, alla di lei stessa famiglia.

La contessa di Santafiora avrebbe desiderato saperne da vantaggio e penetrare meglio addentro i misteri, che comprendeva nascosti in quelle mezze rivelazioni; ma — obiettandole la inviolabilità del confessionale — l’abate le mozzò le dimande sul labro.

Unica sua speranza egli diceva essere quella che la giovinetta potesse invaghirsi di qualcun altro e andare prestamente a marito. — Nè reputava la speranza troppo ardua a realizzarsi, dappoichè — sebbene fosse parsa dar retta alle smancerie ed alle calorose proteste dell’Anguissola — egli tenesse prove più che bastevoli a farlo certo che non lo amava punto.

Olimpia, aggiungeva, essere una fanciulla bisbetica, mutevole, di tempra ardente ed imperiosa, bisognevole di espandersi, vaga di emozioni, di affetti. — Un nonnulla tornar forse bastevole a dare un tutt’altro indirizzo alle apparenti aspirazioni del suo cuore.

Tale la pittura che l’abate aveva fatto della sua pretesa sirocchia in sul punto di lasciarla nella rôcca di Castell’Arquato, ignaro allora di non doverla rivedere mai più.

Nè la pittura potevasi tacciare di esagerazione. — Al contrario. — Il colorito n’era piuttosto pallido e freddo, talchè — per conseguire una tanto maggior somiglianza con l’originale — sarebbe convenuto innalzarne le tinte ad una gamma assai più calda e smagliante; sarebbe, in altri termini convenuto dire apertamente che Olimpia non era solo capricciosa e versatile, ma incline addirittura alla dissolutezza, di quella identica tempra, onde — a diciott’anni — dovettero esser formate le Teodore, le Messaline, le Giulie.

Invanamente rattenute, le più perverse tendenze ribollivano minacciose entro il suo vergine cuore, impazienti di sfogo — sino da’ suoi primi anni, gli istinti predominanti del male s’erano in lei sviluppati con una spaventevole precocità. — Non l’età, tanto alla sua superiore, dello abate di San Savino, non il suo sacro carattere di sacerdote, non quello ancora più sacro di fratello, l’aveva impedita da laide concupiscenze sopra di lui; dal fargli scellerate, infami proposte, ch’egli inorridito respinse, cominciando da quell’ora a farla oggetto della più oculata e assidua vigilanza.

Moralmente, Olimpia potevasi considerare come fanciulla devoluta, predestinata alla colpa sin dal suo nascere e, se non era peranco materialmente caduta, lo doveva solo alla vigilanza fraterna, che glie ne aveva sempre fatto sfuggire le occasioni, ma, alla prima le si offerisse, non c’era a dubitare che dovesse affrettarsi di profittarne.

E l’occasione non le mancò.

Saremo brevi.

Ne’ primi tempi, dacchè trovavasi refugiata in Castell’Arquato e poco dopo che ebbe ricevuto il triste annunzio del tragico fine del suo supposto fratello; Pierluigi Farnese — che, insieme a Pellegrino di Leuthen, s’era recato ad esaminare le cave delle Ferriere — si condusse, nel retrocederne, a visitare la sorella Costanza.

Fu allora ch’egli vide Olimpia per la prima volta e — trovandola di suo gradimento — con la subitaneità di propositi ch’eragli tutta peculiare, formò sopra di lei uno iniquo pensiero, identico a quello, che adesso lo aveva sospinto nella stanza di Bianca.

Ed allora riuscì pienamente ne’ suoi progetti.

Per quel pudore, che sta alla vergine, qualunque ella sia, come il profumo a’ fiori di primavera; Olimpia — sorpresa in cotal modo, nel cuor della notte, senza una tutela, uno scampo — provò da principio un moto istintivo di repugnanza e paura; ma, cedendo bentosto alla propria natura ardente e sensuale, finì a lasciarsi agevolmente convincere ed a sminuire la responsabilità e la colpa del suo violatore col farsene complice quasi volontaria.

Era la opportunità già da sì lungo tempo avidamente sospirata, che le si affacciava di un tratto, sotto forma inattesa, in modo affatto imprevisto.

Ed ella l’afferrava con gioia.

Dieci giorni si trattenne Pierluigi a Castell’Arquato e furono per Olimpia dieci giorni di paradisiaca felicità. — Immemore del passato, noncurante dello avvenire, ella non viveva che per la inebriante fruizione di quel fuggiasco presente; — respirava a pieni polmoni la misteriosa atmosfera pregna di rischi, d’infamia e di soffocati rimorsi, per mezzo a cui si svolgevano i suoi primi e colpevoli amori.

Negli eccessi, ne’ raffinamenti del male, cui talvolta sa spingersi l’uomo, si riscontra una delle principali distinzioni fra la sua razza ragionevole e quella dei bruti. — In questi l’istinto non presenta che un unico plasma per ogni genere: la tigre è più feroce del lupo, il lupo più rapace della volpe; ma non si dà tigre più feroce della tigre, non lupo più rapace del lupo: l’istinto bestiale è un livello. — L’uomo, per converso, trascende fino a’ più sconfinati estremi del mostruoso e porge esempi di sì completi pervertimenti del senso morale, che la ragione istessa non s’inchinerebbe ad ammettere possibili, se non coatta dalla irrefragabile evidenza de’ fatti.

Le più strane e ributtanti anomalie dello spirito umano si rivelano sovratutto nel senso voluttuario.

Si dànno esseri così profondamente corrotti e disformi, cui non induce godimento e diletto chè la infrazione d’ogni più ovvia disciplina, i quali — nel soppeditare un dovere, nel ledere una legge di natura o di consuetudine — provano un piacere trionfante e supremo.

Olimpia Marazzani era di codesta tempra.

Se l’uomo, che l’aveva vituperata e perduta, fosse stato un giovine gentiluomo suo pari, padrone di sè e del proprio avvenire, che l’indomani avesse potuto proporle una riparazione con l’offerta del proprio nome e della propria mano; o che ella lo avrebbe mortalmente aborrito, se non vi si fosse prestato; o, quando sì, che lo avrebbe probabilmente preso in uggia il dì dopo, per correre in busca di altri amori, di altri piaceri, di altre emozioni. — Il saperlo, per contro, legato e per sempre ad altra donna, marito, padre e, per conseguenza, nella impossibilità di redimerla, attalchè egli pure, quando l’avvicinava, s’esponeva ad un rischio, sfidava la reprobazione del mondo, gittava, a sua volta, un guanto in faccia alla società; le infondeva una passione esclusiva, infiammata, violenta; le figurava il suo seduttore come un arcangelo decaduto, ribelle al suo Dio; come uno sfolgorante genio del male, che fulmina desolazione e terrore ovunque passi e non dà gioie — gioie arcane, imperscrutate, terribili — che ai pochi eletti dal suo sacrilego amore. — Ed ella se ne sentiva rapita, affascinata ed insieme fieramente gelosa. — Non avendo diritti da far valere sopra di lui, dove si fosse vista derelitta e spregiata; non avendo speranze ch’egli potesse inalzarla sino al suo fianco; altro di meglio non sapeva che tenerselo stretto entro l’abisso nel quale erano insieme tracollati; se c’era fango nel fondo, affondarvisi insieme.

Il solo pensiero che la sgomentasse era quello di rimanervi sola.

Questo ne spiegherà al lettore il contegno, quando — parecchi mesi dopo il primo incontro con Pierluigi — ritornato egli a Castell’Arquato per lo sposalizio di suo nipote Sforza Sforza di Santafiora, lo vide adocchiare concupiscente la giovine della Staffa, al suo primo ingredire nel castello, e farla oggetto di segreti colloqui col tedesco di Leuthen.

Olimpia Marazzani era in preda ai morsi della gelosia.

CAPITOLO XIX.

Turpe mercato.

Quantunque la eccessiva stanchezza fisica e morale, che opprimeva la nostra povera Bianca, l’avesse forzata — prima ancora che annottasse — a gittarsi sul letto così vestita com’era ed a pigliarsi alcuni momenti di sonno; questo era stato troppo breve, leggero ed intermittente, perchè valesse a ritemprarle le forze estenuate. Ella ne aveva tuttavia mestieri di molto e tranquillo e completo. Ed è però che — a pena donna Costanza l’ebbe lasciata nuovamente sola — non indugiò un istante a spogliarsi sin dell’ultimo indumento, com’era costume de’ tempi, ed a corcarsi di ricapo, e questa volta, non sopra, sotto le lenzuola, e quasi immediatamente si addormentò.

Quel mistero tutto psichico, che si chiama il sogno, imperscrutato pur sempre, malgrado sia questa nostra l’età delle analisi e delle esplicanze, volle aggiugnersi al sonno riparatore del corpo, confortando lo spirito affievolito della gentile dormiente d’imagini gioconde d’amore.

Ella sognava del suo Neruccio.

Sel mirava dinanzi sanato delle sue ferite, bello di tutta quella dolce e pensosa bellezza, che — al primo vederlo — le aveva ispirato pensieri tanto soavi. Egli le stringeva la destra, le fissava teneramente i suoi due grandi occhi bruni negli occhi e — ricordandole le solenni promesse tra loro scambiate nel tugurio del vecchio Rinolfo — le andava mormorando sommesso:

— Il momento è venuto di mantenerle!

Cullata da sì deliziose illusioni, l’anima della giovinetta, immemore delle patite sofferenze, aliava beata per mezzo un eliso tutto splendori, inni, profumi. Un calore sottile sottile, un senso mite di voluttà celestiale, le s’insinuava, le repeva, grado grado, per tutte le fibre. Agitandosi mollemente sul fianco, ella scuopriva in parte di sotto le coltri i tesori della sua vergine persona e — come volesse riafferrare qualche amata e fuggevole visione — stendeva le braccia frementi ed allungava le mani.

In uno di questi suoi moti incontrò alcunchè di morvido e di villoso, che le fece ritrarre repugnante la mano e la svegliò di sobbalzo.

Si guardò attorno spaurita e scorse al suo fianco un uomo, cui, della mano, aveva senza dubio sfiorato la barba.

Mezzo svestito, scalmanato in faccia, con le narici convulse, la bocca semichiusa, il respiro callido e stridente; quell’uomo le stava sopra piegato ad arco, figgendo su le parti svelate del suo bel corpo un occhio iniettato di sangue e pregno di concupiscenza.

Quell’uomo era Pierluigi Farnese.

La fanciulla che — riconoscendo in lui il temerario, da cui era stata inseguita su la piazza della cattedrale di Parma ed alle cui insidie l’aveva sottratta il suo Neruccio — indovinò subito qual sorta di pericolo la minacciasse; allibì di terrore nel rivederselo al fianco e — come la mimosa, che, al più leggero contatto, raggrinza il pudico fogliame — si aggomitolò frettolosa sotto le coperte e se le strinse tremante sopra le spalle, mettendo un piccolo strido.

— Non strillare, sai, bella mia! — le intimò tosto il Farnese, mentre studiavasi inutilmente d’insinuare le dita fra le lenzuola — se meni romore, e’ sarà fiato sprecato per te e pazienza perduta per me, cose, affè mia, nè gaie, nè profittevoli per tutti due!

E rintostò ne’ suoi tentativi.

— Angioli del paradiso — balbutì la giovinetta schermendosi — ma chi siete voi?.... ma perchè qui?.... cosa volete.... cosa pretendete da me?

— Chi mi sia non ti dèe premere — fece il duca, con un suo ghigno che mal giungeva ad atteggiarsi a sorriso — un gentiluomo, un cavaliere, per certo... mi si scorge in volto.... ho il naso ducale!.... e, quel che più rileva, un uomo che t’ama, che è pazzo, farnetico, delirante per te!.... cosa voglio?.... ingenua domanda, in mia fede!.... e cosa posso volere da una bella, da una vaga, da una seducente creatura quale tu sei?

— Angioli del paradiso — ripetè la fanciulla, tremando a verga e cercando ravvilupparsi sempre più tra le coltri.

Ma Pierluigi era riuscito nel suo intento di cacciarvi sotto una mano; sicchè — stringendone solidamente un lembo nel pugno le trasse a sè con impeto sì violento, che la poverina — per non rotolare travolta giù dal lettuccio, — dovette allentare la mano e lasciarsele strappare di dosso.

Il duca le gittò lontano, in un canto.

Vedendosi così denudata sotto il fuoco di que’ sguardi procaci, al contatto di quelle mani insolenti; la misera s’accosciò restringendosi tutta sopra sè stessa e velatosi il volto, ruppe in singhiozzi.

Pareva la statua della disperazione.

Pregustando le ebrezze del suo trionfo, il Farnese la contemplava con un sorriso di satanica gioia.

Era infernale a vedersi.

Ricordava Mefistofele dinanzi a Margherita.

Quello istesso piangere, quello istesso angosciarsi della sua vittima, gli tornavano sovrammodo cari, perchè, in tal guisa, questa sempre più si affiochiva e si rendeva inetta a resistergli.

Impaziente d’ogni maggiore indugio, fe’ un moto inanzi per stringersela fra le braccia. Ma, in quel medesimo punto, qualcuno ne lo rattenne, battendogli sovra una spalla.

Pierluigi si volse come tocco da un serpe.

Olimpia Marazzani gli stava di fronte.

— Tu qui? — sclamò egli stizzito ed interdetto.

— Ti dò noia, eh! — gli rispose quella, crollando il capo melanconicamente — oh, cotesto è l’amore che tu m’impromettesti!... io, per elezion del mio core.... ripeto parole tue.... non mi avrò mai altra donna fuori che te!.... per quanto me lo consentano quelle uggiose convenienze, que’ maladetti doveri, che m’impone il mio stato, io non sarò mai che tuo, sempre tuo, tutto tuo!... ed ecco in qual maniera adempi alle tue promesse!... qui, sotto lo istesso tetto che ne ricovra, sotto i miei occhi medesimi, tu ne vagheggi, ne ricerchi un’altra, mi preferisci un’altra, mi confetti con lo scherno il disprezzo!

— Evvia! — fece il Farnese imbarazzato abbassando i suoi sotto gli sguardi fulminanti di quella donna, che lo dominava — non pigliare le cose per codesto verso.... tu cadi in abbaglio....

— Qualche menzogna, forse? — lo interruppe fieramente la sua ganza.

— No, no, — soggiuns’egli, forzandosi a sorridere, nella speranza di volgere la faccenda in burletta — ma tu mi sospetti a torto.

Perocchè amore no se po vedere, E no se tratta corporalemente.

come cantava Pier delle Vigne!

— Scherzi?

— Dico solo, che tu non sai mettere il debito divario fra amore e capriccio.

— All’incontro ce ne metto uno immenso; ma quale il capriccio?.... quale l’amore?....

— Nol chiederesti, Olimpia, se ti fosse data maniera di contemplare te stessa negli occhi.

— E perchè cotesto?

— Perchè in que’ tuoi occhi, che paiono diamanti, c’è dentro trasfusa tutta l’anima tua.... un’anima grande, bella, robusta.... un’anima di fuoco, che non cura gli ostacoli, che non teme i perigli, che, nel caso, saprebbe tutto sfidare: la morte come l’infamia... ed è all’anima soltanto che il vero amore si apprende... mel credi?....

E — in così dire — la ricinse del braccio e le stampò su le labra un ardente bacio. — Amava dassenno e quasi ugualmente temeva quella donna ancora sì giovine e già sì resolutamente determinata al male; gl’ispirava un misto tra paura e rispetto, e però si avvolpacchiava del suo meglio a mitigarne, con le blandizie, il troppo giusto risentimento.

Ma non per questo Olimpia smise il corrucciato cipiglio. Anzi:

— Per la croce! — soggiunse, respingendolo — non intendo l’amore in codesta maniera.... non ne accetto le speciose tue distinzioni fra spirito e materia... per me vale tutt’uno: è uno assieme individuo, che ha mestieri di questa quanto di quella... o dimmi: cos’è altrimente?.... amor di spirito, platonismo insensato!.... amor di materia, istintiva brutalità!.... dunque?....

— E allo istinto nulla concedi?

— Ah, cotesto solo ti muove?

— Questo solo, tel giuro!

Durante un cosiffatto colloquio, la misera Bianca, che — intravedendo nella sopravvenuta un angelo tutelare — aveva ripreso un cotal po’ di coraggio; trascinatasi ginocchione sino dappiè del letto, dove giacevano le sue vesti su di una sedia, se n’era impadronita furtivamente e se ne andava cuoprendo.

Olimpia, cui le proteste di Pierluigi parevano inclinare a più mite consiglio, talchè si disponesse a lasciar secolui quella stanza, forse per trarlo a la propria, volse fatalmente in quel punto gli sguardi sopra di lei.

Il sentimento di pudicizia, che traspariva vivissimo dalle oneste sembianze e da ogni moto dell’amabile giovinetta, mentre — con l’ansia del naufrago, che tocchi della mano la proda salvatrice — si affrettava ad occultare le proprie nudità; le produsse il medesimo effetto di una rampogna. — Si sentiva umiliata da un sì modesto e verecondo contegno tanto disforme da quello, ch’ella stessa aveva serbato in non dissimile circostanza. — Quella fanciulla tanto tenera del proprio onore, da ributtare gli amplessi di un uomo con sì disperata insistenza e da sorridere di gioia alla sola speranza di poter sfuggire a’ suoi baci; le pareva aver l’aria di volerle infliggere una severa e sferzante lezione e — con la mobilità di affetti che è tutta propria delle nature violenti — dimenticava lo sfregio sanguinoso, che il suo amante era stato sul punto di farle; dimenticava la sua gelosia; dimenticava lo stesso suo amore; per non risentirsi che di quella tacita ed involontaria censura ed opporvi un odio profondo.

Sì; ella detestava mortalmente quella dolce ed incolpevole creatura, solo perchè la riconosceva tanto migliore di sè. — Si pentiva d’essere intervenuta ad impedire al suo amante che avesse il tempo di contaminarla, di perderla per sempre. — Era tentata di scappar via da sola, per abbandonarla di nuovo in balìa del suo destino. — La irritava la parte di genio benefico, che, suo malgrado, era venuta ad assumere verso di lei.

Un pensiero d’inferno le traversò, intanto, il cervello, e:

— Non era che un capriccio? — chiese ghignando al Farnese.

— Un capriccio, un mero capriccio soltanto! — le rispose questi sollecito, rianimato da quel ghigno, che gli parve un sorriso.

— Ebbene — ella soggiunse — vuoi inaudita prova di amore?... io stessa ti aiuterò a levartene il ruzzo!

— Tu? — sclamò strabiliando il Farnese.

Bianca, che — a malo stento — era pervenuta ad allacciarsi la gonna, si arrestò, a quelle parole, come pietrificata. — Nel suo candido cuore, nel suo vergine intelletto, non c’era posto per sì nefanda mostruosità: si rifiutavano a capirla.

— Tu? — replicò il duca.

— Sì, sì — affermò Olimpia, fulminando la poveretta di una trionfante occhiata di dileggio — io t’amo al punto, vedi!.... da volere tutto quanto a te piaccia... e poi quella spigolistra mi è uggiosa.... l’aborro!.... sentirla fremere, palpitare, dibattersi inutilmente, consumare i vani suoi sforzi sotto la stretta delle mie mani; è una voluttà anche questa!... ed io ti aiuterò, sì.... ma ad un patto....

E si chinò a mormorargli alcune parole all’orecchio. — Quindi:

— Ah, per la croce! — soggiunse, scuotendo il capo in atto di sfida — ella fa la ritrosa?... si estima da più del suo sesso?... minaccia strillare?.... io ne soffocherò le grida, sta certo!....

E si avventò al letto come una belva.

Le parole da lei susurrate all’orecchio di Pierluigi erano queste:

— Ora tua, poi.... morta?.... me lo prometti?

Pierluigi aveva annuito del capo.

Si può dire, per conseguenza, ch’egli si accingeva a violare un cadavere.

CAPITOLO XX.

Per forza.

Consegnata la sua padroncina alla contessa di Santafiora, il nostro buon Terremoto altro pensiero non s’era più dato che di concedere qualche po’ di riposo a quel suo poveraccio di corpo tutto ammaccato e pesto dalle fatiche, ed una maragnuola giacente in un canto del cortile glie ne aveva pòrto il comodo e l’occasione. — Addormitosi su quella, poco dopo il suo giungere al castello, aveva tirato via un bravo sonno da ghiro sino al calar della notte.

Imbruniva appunto, quando un calpestìo concitato lo risvegliò.

Volse l’occhio d’onde procedeva ed — in quel dormiveglia, che, dopo un sonno durato oltre il comune, precede sempre il completo ridestarsi — credette intravedere mastro Pellegrino di Leuthen, avviato verso il portone d’uscita.

Era, infatti, il tedesco, che si rendeva al quartiere di Monte Aguzzo, per informare il suo degno padrone dell’esito felice della sua spedizione.

Il gigante — dopo un par di protendimenti e quattro sbadigli — stava forse per voltar fianco sul suo giaciglio e fare a ripiglino con Morfeo; quando un secondo calpestìo venne a mantenerlo sveglio e ad attirare di nuovo la sua attenzione.

Questa volta partiva d’in su le scale e, sebben frettoloso, leggero leggero come se di qualcuno che camminasse su la punta de’ piedi.

Aguzzò egli lo sguardo trammezzo il morente barlume e — con suo grande stupore — vide sbucare di sotto il loggiato ed inoltrarsi alla sua volta una paurosa figura d’uomo tutto scuro come la notte imminente e con la buffa calata.

Era il Cavalier Nero, che discendeva dalla misteriosa sua visita alle stanze di Olimpia.

Terremoto, messo in curiosità, si tenne quatto a suo luogo, sbirciando di sottocchi il sopraggiunto. Il quale — attraversato il cortile in tutta la sua ampiezza — si dètte a sguaraguardare d’ogn’intorno tra’ fessi della visiera, come se in busca di alcunchè, e ad aggirarsi da destra a manca, sino a che venne a trovarsi sopra di lui.

Allora si curvò ad osservarlo.

Arcangelo Rinolfo chiuse gli occhi.

Quando li riaperse, vide che quello, reputandolo forse addormentato, gli si sdraiava accanto su lo stesso suo cumulo di paglia.

Terremoto sentì un brivido corrergli per tutte le ossa.

Poco stante, il suo compagno di giaciglio prese, o finse prendere sonno a sua volta e si mise a russar leggermente.

Il colosso non era niente tranquillo.

Malgrado il suo coraggio a tutte prove, dovuto per metà alla fenomenale sua forza e, per l’altra allo strambo prognostico di Gerolamo Cardano; era egli pure superstizioso e credenzone come i più del suo tempo e quella specie di negro fantasma, che s’era andato a corcare al suo fianco, non lasciava di suscitargli qualche cattivo pensieraccio per lo capo.

Il demonio tendeva, a volte, di così brutte trappole!

Però decise di non recargli la minima noia, per quello adagio eredato senza benefizio d’inventario da’ romani, che insegna a guardarsi dal cane che dorme; ma e di tenersi in su l’allarme e di non chiudere più occhio.

In tal modo, vide rientrare tutti quanti coloro ch’erano stati di fuori alle bombanze dello sposalizio; e il cortile stivarsi alla lettera di una calca di gente d’ogni cartiglia; ed i signori salire agli appartamenti; poi, man mano, diradarsi anco gli altri per rendersi a’ respettivi dormitori; quindi — ai rintocchi del cuoprifuoco battuti dalla campana del castello, cui facevano eco le altre diverse del borgo — le scòlte dare il loro grido di veglia; cigolare le catene del ponte; i lumi andare, venire, oscillare e, poco a poco, l’un dopo l’altro, smarrirsi ed estinguersi; e finalmente tutto rientrare nelle tenebre e nel silenzio.