Part 15
Ricchi, occupati di arti, di industria, di traffico, gl’italiani non avevano nè tempo, nè voglia di mettersi soldati, preferendo vederseli condotti sul mercato, quasi derrate dell’Arabia e dell’India: ed erano gente senza morale nè sentimento, perchè mestieranti, la cui viltà rendeva sempreppiù spregevole l’uso dell’armi e tra la nazione e l’esercito inalzava una insormontabile barriera.
I grandi condottieri su lo stampo di Braccio e di Sforza erano finiti: non rimanevano più che abietti mercenarî, puri masnadieri, assoldati oggi a combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci quando lontano il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della preda, iattanti, spavaldi molto più a parole che non a fatti. — Solo un momento si tardassero le paghe, e subito rompevano obbedienza, arrestavano il capo, spesso lo costringevano ad azzuffarsi in circostanze disopportune, nell’unico intento di riuscire al saccheggio. Del quale — per poco una terra si fosse difesa — pretendevano al dritto, sicchè talvolta se ne pattuiva il riscatto prima ancora di acquistarla, o la si vendeva ad un appaltatore, come fecero gli spagnuoli nel 1530, che — al dire del Varchi — «vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti.»
Siffatte bulime formavansi a mo’ di tarsio o musaico d’ogni maniera de’ più birbeschi elementi: spagnuoli traditori, maestri nello insinuarsi carponi tra picca e picca e, tutelati dal loro invulnerabile brocchello, pugnalare il nemico; svizzeri sempre disposti a passare con arme e bagaglio alla fazione avversaria per qualche quattrino di maggior soldo fosse loro promesso; — raitri e lanzichenecchi tedeschi, lerci, beoni, impazienti d’ogni disagio, che si ugnevano mani e ferri col grasso de’ cadaveri nemici, e si trascinavano dietro prigionieri, uomini e donne, giovani e vecchi, legati fra loro alle code de’ cavalli e spinti a suon di calci e frustate; ladroni, che disertavano ogni tratto per trasportare a casa loro il bottino, attalchè «_il n’estoit jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bledz, soyes à filer et autres ustensilles;_ — » stradioti reclutati fra gli albanesi accasati nel reame di Napoli, cavalieri feroci, che — armati di spada, di mazza e d’un lungo bastone ferrato a due capi, con la cotta di maglia ed un morione senza visiera nè cresta — si battevano ad oltranza, mai concedendo quartiere; — fantaccini nostrali, comandati a ragion d’un uomo per casa e pagati un tanto il giorno; — e villani, che doveano prestarsi a’ trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincere, ed anche far le guardie nelle rôcche e tener saldo al caso finchè giungessero i soccorsi.
E di non dissimile accozzaglia componevasi appunto l’esercito che Santa Madre Chiesa aveva affidato al suo Gonfaloniere e Capitan Generale per militare contro Perugia.
E nonpertanto, in quel ridente mattino d’aprile, la lunga, interminabile striscia di uomini, di cavalli, di salmerie, che dall’imo annebbiato della vallea, saliva tortuosa sino al culmine aprico di monte degli Angioli, offriva un vago, pittoresco spettacolo.
A chi avesse potuto contemplarla dall’alto al basso librato nello zenit su l’ale di qualche favoloso ippogrifo, sarebbe parsa uno di quelli immani serpenti delle foreste d’America dalla pelle variegata e dalle squame a metallici riflessi, tanto era mista e diversa per fogge strane ed eteroclite, per colori cupi e smaglianti, e svolazzo di piume, e scintillio di gemme, e lucicar di spade e di cimieri.
La natura, inconscia o beffarda, sembrava accogliere quel minaccioso apparato di guerra col suo più voluttuoso sorriso.
Primavera le ridava la giovinezza.
L’aria mobile e frizzante rapiva alle pinete i loro acri profumi; un biancastro vapore leggero e diafano, come que’ veli di Coo che avvolgevano cento volte le nudità senza occultarle, mitigava lo sfolgorante azzurro del cielo; la terra si schiudeva a’ primi germi, rorida, imbalsamata, come la vergine che sorrida al suo primo amore.
Nel monistero, annesso al tempio di Santa Maria degli Angioli, dov’era già quella _Porziuncula_, da cui uno de’ primi a balbettare il dolce idioma italiano, San Francesco d’Assisi, poetava:
Nulla donca oramai più mi riprenda Se tale amore mi fa pazzo gire. Già non è core che più si difenda.... Pensi ciascun come cor non si fenda, Fornace tal come possa patire.... Data m’è la sentenza Che d’amore io sia morto; Già non voglio conforto Se non morir d’amore!
colà aveva preso stanza, col legato monsignor Jacobacci, il duca Pierluigi Farnese, insieme al suo stato maggiore, il quale non componevasi solo de’ comandanti supremi, che ci accadde già menzionare, ma anche de’ suoi capitani particolari, che — oltre al Tomasoni da Terni ed al Trentacoste da Camerino, a noi già noti — erano Antonio da Cortona, Marcantonio da Castello, Giulio d’Ascoli ed il Bombaglino di Arezzo.
A costoro aggiugnevasi un giovinetto ed imberbe ufficiale, che Pierluigi aveva da poco assoldato.
Era un piccolo omettino, gracile, dilicato, tutto in abito di velluto nero alla spagnolesca, con una semplice cotta di maglia, una barbuta brunita ed una spada sottile, che nulla aveva di maschio fuorchè gli occhi neri, sdegnosi, lucicanti.
I suoi colleghi — un po’ per ischerno, un po’ in ossequio alle gentili sue forme — lo chiamavano capitano _Tre-Grazie_.
Egli non aveva comando; ma era addetto al servizio personale del duca.
Fu alla presenza e col sussidio di costoro, che Pierluigi — sentite le spie, tra le quali primeggiava il nostro Pellegrino di Leuthen — tenne il suo preliminare consiglio di guerra.
La strategia d’allora consisteva in ben poca cosa: tormentare, taglieggiare, spelazzare il nemico quanto più si potesse e indurlo gradatamente alla disperazione.
Però ciascun comandante di corpo ricevette commessione di sbandare le proprie genti per le campagne circostanti a Perugia e d’inviare trombette alle terre, intimando loro la resa e — dove subito non cedessero — pigliarle a forza e menarne rovina.
Tali gli ordini che venivano impartiti dal rappresentante del Vicario di Cristo, in nome di quella religione di pace e di perdono proclamata da’ vangeli.
Ned i prodi capitani e colonnelli militanti sotto il suo comando erano di stoffa da sentir scrupoli di coscienza e da temporeggiare nello eseguire quegli ordini. Alla testa de’ loro cavalli si sparpagliarono per le terre indifese ad oriente ed a mezzogiorno della città devastando i campi, tagliando gli alberi, incendiando case e villaggi, impadronendosi e mandando a sacco Castel delle Forme, San Martino in Colle, Deruta, Bettona, Sigillo, Fossato, Marsciano, Papiano, Cerqueto e Casa Castalda, spargendo ovunque la desolazione, il terrore, la morte.
CAPITOLO XXVII.
Il capitano Tre-Grazie.
Uno solo de’ capitani non aveva seguito i colleghi in quella gloriosa spedizione.
Era il giovinetto, che questi chiamavano il capitano _Tre-Grazie_.
Costui era rimasto nell’abazia di Monte degli Angioli presso di Pierluigi.
Si trovavano soli.
— Che scritto è quello? — gli chiese il duca indicandogli un foglio piegato in quarto e giacente sul tavolo, inanzi al quale egli stava seduto.
Il giovane lo spiegò e:
— Un rapporto di monsignor Filareto — rispose.
— Ah! ah!... cosa dice?
— Ho da leggere?
— No, no, poffar Bacco!... dimmene il sugo e mi basta!... Apollonio è un fiore d’uomo come se ne danno pochi: dotto, profondo, che scrive latino meglio del Fracastoro e il volgare meglio di messer Agnolo Fiorenzuola.... un tesoro, insomma!... ma quando ho a decifrare le sue zampe di gallina o ad inghiottire que’ suoi periodi eterni, che mozzano il respiro; Dio degli Dei, preferisco ammalar di renella, come m’accadde due anni fa!.... tira, dunque via: cosa dice?
— E’ dice che i perugini, dopo aver spedito il loro Carlo della Penna al signore Ascanio Colonna da Palliano, il quale eziandio di sovradazio sul sale sembra non volerne sentire, gli hanno delegato adesso un tale Lorenzo Bavarini cui messere il conte avrebbe impromesso aiuto di quattrocento cavalli e di diecimila fanti.
— E buuum!... messere il conte di Palliano e di Rocca-di-Papa non è stato per certo dal leggere l’_Amadigi di Gaula_ e le panzane di Matteo Boiardo... ha di molte fanfaluche pel capo, il pover’uomo!... quattrocento cavalli e diecimila fanti!.. eh, non mi fa celia il messere!... come gli bastasse dar del piede nelle sue rocce d’Abruzzo perchè ne scaturissero uomini armati a mo’ di funghi dopo le prime piove d’autunno.... se non hanno altre legna da bruciare nel verno i buoni perugini possono disporsi a schiattare di freddo!... eppoi?
— Eppoi, che messer Ridolfo Baglioni ha lasciato Fiorenza, con permissione di quel signor duca....
— L’ambidestro!
— E per la via d’Arezzo s’è dirizzato a questa volta, raggranellando in cammino buon dato di gregari e di capitani.
— Fisime! fisime! co’ miei lanzi e i miei fanti e co’ lavori d’approccio che mastro Francesco Marchi saprà prepararmi, Perugia non la può durare una settimana!... m’ho solo una grossa paura.
— Quale?
— Che sapendomi qui, a capo dello assedio, colei non s’affretti a svignarsela prima che la città cada.
— Eh! eh!
— Non ti pare?
— C’è un mezzo per impedirlo.
— Dirmelo subito!
— Che qualcuno vi s’introduca prima che le cose siano ridotte a tale estremità.
— Per la croce, hai ragione; ma chi?
— Io.... se ti piace.
— Tu?
— Sai bene: quella donna io l’aborro.
— E ti basterebbe l’animo?
— M’hai conosciuto mai d’animo fiacco e pusillo?
— Oh, no; ma....
— Ho il tuo consenso?
— Ma come intendi condurti?
— Ridolfo Baglioni tiene i suoi quartieri poco più in qua di Cortona nelle campagne adiacenti al Trasimeno.... io ci vo’ senz’altra compagnia che quello scaltrito del tuo Pellegrino di Leuthen.... Ridolfo sta appunto là facendo incetta d’uomini d’arme e capitani di lance, co’ quattrini speditigli dai buoni rivoltosi di Perugia.... noi gli proponiamo di accettarci al suo soldo; non istiamo a stiracchiarla troppo circa le paghe, e non c’è pericolo ci rimandi.... una volta del suo esercito, lascia fare a me per procacciare al restante.
— E tu fa quello che il core ti detta.
— Sai per prova che il core non mi può dettare se non quanto istia col tuo interesse e il sodisfacimento de’ tuoi desideri.
— E perciò me gli affido.
— Forniscimi, intanto, di un salvocondotto.
— Col tuo nome proprio?
— No: di’ semplicemente pel suo latore: assumerò il nome che più mi convenga.
— E sia.
E Pierluigi si chinò sul tavolo e — cosa rara — vergò di suo pugno il richiestogli salvocondotto.
Il Trasimeno non ha del lago che la vastità: del resto — manchevole affatto di rive, di dintorni, di amene accidentalità delle circostanti campagne; con quelle sue aque immote, frigide, stagnanti, che si dilagano a fiore di terra; con quelle uggiose canne palustri che vi crescono, vi muoiono, vi imputridiscono tutto allo ingiro — ha più che altro della immane pozzanghera, intorno alle cui melanconiche prode, il demone della febre sbatte le mortifere sue ali di pipistrello.
Poco più in là di esso lago, in direzione della vetusta Cortona dalle etrusche mura, non lungi dalla vasta e fertile Valle di Chiana, trovavasi abbivaccato sur una diserta radura l’esercito messo assieme da Ridolfo Baglioni, per conto de’ suoi concittadini, dei quali intendeva muovere alle difese. Era un’accozzaglia d’ogni maniera birboni, anche meno cappati di que’ che formavano le schiere di Santa Madre Chiesa; il che è tutto dire: venturieri d’ogni lingua, refrattari d’ogni bandiera, grassatori, tagliaborse, genti al bando di ogni civile convivio, che miravano alle paghe, alle taglie, al saccheggio e null’altro. Sempre — sin’anco addì nostri — quando s’è trattato di improvisare milizie, sia pure per le più sante delle imprese, s’è visto cacciarvisi dentro rifiuti di ergastolo e scampoli di forca. I regolamenti e le discipline che preseggono a qualsiasi organismo militare non si possono naturalmente chiamare in vigore in simili occorrenze, epperò tanto vale tirar via le chiaviche a fogne o cloache: gli scolaticci sturati e sciolti scorrono tumultuosi alla china e bisogna lasciarli colare nel caldaione senza nè foraticcio nè vaglio: tutto là dentro si rimescola e gorgoglia, come i vari e disparati ingredienti, onde le streghe di Macbeth formavano il loro infernale intruglio.
Ridolfo Baglioni, venuto d’Arezzo e Cortona, col principale nerbo de’ suoi, che s’era andato ingrossando per via — aveva posto il suo quartiere in quel sito, per farvi tappa, ed ivi attendere taluni de’ suoi capitani, che aveva spedito pe’ dintorni ad ingaggiare quanti più uomini potessero. E — tratto tratto — qualcuno di costoro ritornava al campo con qualche seguace. Primo era stato il Bettuccio, che veniva da Castel Fiorentino dove s’era attardato; poscia Bino Signorelli, che aveva dato una corsa in direzione di Chiusi; adesso era Giacomo Bigazzini che riedeva dall’essersi inerpicato su su verso Gubbio. E tutti menavano seco bulime incomposte di sgherri e persino di villici avvinazzati, che intronavano i sentieri delle loro sguaiate e sconce canzonacce. Altri due capitani, Girolamo della Bastia e Panta Almenna, fuoruscito perugino, trovavansi già, a mo’ di vanguardo, inoltrati sino a Perugia, dov’erano iti ad annunziare che presso Cortona si stavano raccogliendo uomini, i quali accorrevano a torme.
Scendeva il bruzzolo.
Le aque del lago evaporate sotto la pressione di un caldo sole di maggio ricascavano, all’ora della irradiazione, in una specie di fitta ed umida caligine, che invadeva tutte le circostanti pianure ed anticipava l’oscurità della sera.
I bivaccanti acciapinati per la massima parte su la nuda terra, fra pochissime tende di rascia ed altre poche di pergole e fogliami — avevano acceso vari fuochi e poste le sentinelle e stavano adoprandosi a preparare la cena; quando lo scalpito improviso di due cavalli fece a molti di loro rizzare le orecchie ed acuire gli sguardi verso la strada costeggiante il lago. Non poteva essere nessuno de’ capitani, dappoichè tutti si trovassero già restituiti all’accampamento. C’era solo a temere fossero il della Bastia, o l’Almenna, già spediti a Perugia, nel qual caso si aveva a presentire qualche poco gradevole annunzio, o che, per esempio, i perugini, cedendo alle istanze rivolte loro da molti maggiorenti e specie dal cardinale Gianmaria Del Monte — che aveva congiunti nella loro città ed eravi già stato vice-legato — si fossero risoluti a umiliarsi e domandar pace; o che le truppe pontifice avessero fornito il loro cammino più prestamente di quanto si poteva supporre e ridotto già alla impotenza la città ribellata: due ipotesi codeste che riuscivano del paro sommamente incresciose a quella feroce bordaglia la quale si sarebbe vista nel duro stremo di dover ringuainare, a pena sfoderate, le sue care speranze di rapina e di sacco.
Ma l’incertezza non durò a lungo.
Al grido d’allarme ed alla inchiesta delle scolte, s’intese una voce, melodiosa, argentina, rispondere francamente:
— Viva Perugia e messer Baglione!
— Chi siete? — domandò una delle sentinelle.
— Gente di buona volontà — riprese la voce.
— Cosa desiderate?
— Null’altro che unirci a voi, per militare al vostro fianco in prò della città di Cristo, contro le scellerate bandiere del suo Vicario.
— Siate i benvenuti! — fece la scolta, raddrizzando la pertugiana inastata.
E lasciò che i due cavalieri entrassero nel campo.
Inutile il soggiungere, che erano Pellegrino di Leuthen e il capitano Tre-Grazie.
Il Baglioni dormiva, per cui i due sopraggiunti vennero, da un capolancia, guidati dinanzi a Bino Signorelli, che ne aveva la luogotenenza.
Costui, non appena li ebbe scorti e risaputo dal capolancia a quale scopo traevano allo attendamento:
— Menar le mani con noi? — disse loro — ma sarete appagati, gaglioffi miei.... noi non chieggiamo altro di meglio che uomini!.... solo, ho una lieve difficoltà da affacciarvi.
— Quale? — interrogò Tre-Grazie.
— Dall’un canto, che tu mi pari un cosettino mo’ mo’ svezzato e, più che a far la barbuta in campo e contra dell’inimici, adatto a giocarellare alla palla e addestrar cagnuoli od aironi in paggeria di qualche potente gentiluomo o di qualche dama leggiadra; dall’altro, che il tuo compagno, mal’atticciato com’è e poco in gambe, m’ha più l’aria di un merciaiuolo ambulante chè d’una lancia spezzata.
— Non precipitate i giudizi vostri, messere!.... le apparenze traggono assai soventi in errore e, quando m’abbiate visto alle prove, dovrete farvi un ben diverso criterio di me: vi convincerete ch’io sono tutt’altro da ciò che vi appaio....
E, nel dir questo, Tre-Grazie soghignò maliziosamente, mettendo in evidenza due file di denti piccoli ed uniti d’una smagliante candidezza. Indi continuò:
— Non sarà sotto di voi, messere, che io farò le prime mie armi.
— E sotto chi le hai fatte, le tue prime, di grazia?
— Sotto il duca d’Herbosa, l’anno passato, nelle Fiandre, d’onde ritorno.
— Diavolo! diavolo! e di qual terra sei?
— Di Valle di Nure, messere, in quel di Piacenza.
— E ti chiami?
— Ho veramente nome Pier Schianchino de’ Mattei; ma i miei commilitoni m’hanno ribattezzato con quello di capitano Tre-Grazie e così mi chiamo.
— Giuggiole!.... capitano, tu dici?
— Tanto io era almeno nello esercito di Sua Maestà Apostolica e Cattolica, l’imperatore di Lamagna, re delle Spagne e delle Indie.
— Ma io non posso pigliarti come tale anche fra noi, primo: perchè tutte le bandiere sono coperte; secondo: perchè mi vieni pressochè solo, non contando io per un uomo la specie di scimia, che ti fa da compagno.
L’onesto Pellegrino mise fuori un sordo grugnito di malcontento. S’intendeva facile che la qualificazione di scimia non gli andasse troppo a fagiuolo.
— Nè tanto io richiedo — fu sollecito a rispondere Tre Grazie — sono senza ingaggio e bramo impiegar bene il mio tempo: capitano o soldato m’è indifferente; solo desidero ispirare a voi ed al magnifico messer Ridolfo Baglioni qualche speciale fiducia, acciocchè mi abbiate a tenere in onore e non confondermi con la ciurmaglia e il canagliume, che brulica, senza dubio, sotto gli ordini vostri.
— E sta riposato — sclamò ridendo il capitano — che tanto io quanto messere ti adopreremo a buon conto!... la tua cera mi garba; poi, mi garbano anco que’ tuoi fari spicci e disinvolti e quel non so che di frizzante e di rodomontesco, che ti balena negli occhi... hai le fattezze d’una donnina; ma gli occhi, poffare, sono quelli di un diavolo!... se nissun altro ti voglia fare buon viso, ci sono io, Bino Signorelli, che ti accetto come mio secondo e luogotenente.... ti va?
— Capitano, io non saprei desiderare di meglio.
— Solo, se ho trovato subito il collocamento per te, non so davvero che farmi di quella tua segrenna di commilitone.
Pellegrino fece un’altra smorfia.
— È un tedesco — mormorò allora Tre-Grazie chinandosi all’orecchio del capitano — segrenna sin che vi piace, ma destro, astuto, fino come l’oro.... aggiugnete, messere, ch’e’ conosce questi luoghi palmo a palmo, meglio ancora che se vi fosse nato: voi potrete trarne il maggiore profitto come indagatore, come esploratore....
— O come spia, t’ho mangiato — concluse sghignazzando il Signorelli.
— Per cui — continuò il giovinetto — se pigliate me, come luogotenente, e tutti due noi pigliamo lui come nostr’uomo di confidenza.
— Si avrà la tua, se t’aggrada; ma la mia no, di certo.
— Mi faccio suo mallevadore!
— Oh, non scaldarti il fegato, ragazzo!.... che se ne vada, o che resti poco men cale: se hai tanto attaccamento per quel tuo tedesco del malanno e tu tientelo pure, in buona pace.... non mi domandi un baiocco, per altro!.... darò a te la tua paga: quattro ducati il giorno, il doppio ne’ giorni di battaglia e un decimo del bottino convenuto per la mia gente; ma a lui, bada bene, nemmanco un sesino: ci avrai a provedere tu stesso.... ti va?
— È quanto appunto stava per proporvi io medesimo.
Il giovine capitano sapeva bene, che le controversie co’ venturieri di quel tempo si riducevano pressochè tutte a question di quattrini.
Signorelli non aggiunse verbo; accolse il giovine nella sua tenda e disse brutalmente a Pellegrino che, se voleva coricarsi, si procacciasse un po’ di posto in su l’erba. Tre-Grazie, dal canto suo, lo incaricò, di aver cura dei cavalli.
L’indomani mattina lo stesso Signorelli veniva chiamato a sè dal Baglioni, il quale gl’intimava di spedire immantinente qualcuno de’ suoi a Perugia, che avertisse della Bastia e l’Almenna del loro prossimo arrivo.
Ormai tutto il più d’uomini su cui si potesse contare era raggruzzolato e non eravi più ragione per non rompere gl’indugi e mettersi in via.
Il Signorelli — ritornato alla propria tenda — chiese a Tre-Grazie se fosse proveduto di buon cavallo.
— Ho un nero ginetto di Spagna, — gli rispose il giovine — che va come il vento.... quando gli sono in groppa, e’ mi pare d’aver messo l’ale alle spalle, tanto mi fischia l’aria impetuosa sul viso.
— E il tuo tedesco?
— Dove io vo e lui viene, il che significa, messere che il suo cavallo non è da manco del mio: e di fatto è un eccellente puledro maggiaro.
— Se così è, figliuolo, io ho subito trovato bisogna per te.
— Ne ringrazio Iddio.
— O il diavolo ch’è tutt’uno!...
— Che si tratta di fare?
— Di montare in sella del tuo famoso ginetto e col tuo malnato tedesco alle terga, che ti faccia da scudiero o valletto, qual più ti aggrada, dare una brava corsa di tutta lena sino a Perugia.
Tre-Grazie dovette impor freno a’ moti del proprio cuore, affinchè un trasalimento improviso ed inopportuno non isvelasse la gioia che quello annunzio gli cagionava.
— A Perugia? — domandò, invece, con aria d’apatica curiosità — e che ci andrò a portare a Perugia?
— Null’altro che l’annunzio del nostro prossimo arrivo.... a pena giunto in città, ti recherai in piazza grande all’Udienza della Mercanzia, dove hanno sede i Venticinque, e chiederai loro de’ capitani nostri messer Gerolamo della Bastia e messer Panta Almenna e, come ti sia dato avvicinarli, istruiscili che ci hai lasciato sul punto di levare il campo e d’avviarci, cosicchè, se oggi siamo a’ dieci di maggio, posdimani, dodici, contiamo averli raggiunti.
— E null’altro?
— Null’altro.
— Ma, dico, messere, que’ vostri capitani di lassù mi vorranno e’ riconoscere e prestar fede?
— No, certo, se tu ci andassi così di tuo talento; ma io vo’ a fornirti del necessario, perchè non ti abbiano a pigliare in sospetto.
E, da un gregario, fece chiamare un tale messer Teodosio Arricciabene, piccolo e gramo chierico che, nell’esercito raccogliticcio del Baglione, serviva da segretario, e gli commise di scrivere le patenti, che dovevano fare rispettare ed accogliere amicalmente il suo emissario.
— Tornami a dire il tuo nome — chies’egli a Tre-Grazie — come ti chiami?
E questi:
— Pier Schianchino de’ Mattei, detto Tre Grazie.
— E il tuo sbilenco tedesco?
Il giovine stette in forse un momento. Probabilmente pensò che, sotto il proprio vero nome, il pseudo-antiquario fosse troppo noto anche in Perugia e suoi dintorni per non essere esente da pericolo il declinarlo.
— Ebbene? — fece il Signorelli.
— Eh, messere — rispose il giovane, sorridendo e dondolando il capo, tanto per guadagnar tempo — non vi state a spazientire... se non v’ho subito risposto, egli è che mi facevo ritornare in mente il modo in cui quel suo dannato di nome è scritto.... e’ pare un kirieleisonne!
— E com’è dunque?
— È Volframo di Rautzengrachenberg.
— Accidenti!
— Vedete!
E Teodosio Arricciabene, s’ingegnò del suo meglio — dietro le indicazioni del giovinetto, che glie lo dettò lettera per lettera — a scrivere il finto nome appioppato da questi a Pellegrino di Leuthen sul foglio di ricognizione che dovea servir loro per introdursi in Perugia.