Part 2
Per città, per villaggi, per cascine, Mendicante superbo, Mostrando invan le stimmate e le spine Di sua miseria!... e poi cadere, affranto. Invocando la fine!...
E, curvo il capo, smorta di dolore, Mormorando: perdono,-- Sentii di tutti i secoli l'errore E il rimorso del mondo e la vergogna Pesar sovra il mio cuore.
ISTINTO MATERNO
Non un bimbo da me!...--l'appassionata Mia giovinezza si dilegua sola: E d'un trepido olezzo di vïola Profuma l'erba non ancor falciata.
O baci de la culla!... o immensurata Gioia che d'ogni lutto il cor consola, O prima soavissima parola A una boccuccia d'angelo insegnata!
Io questa invoco dignità feconda Che dal mister de l'anima sprigiona Larga d'affetto inestinguibil onda:
Questa rosa divina al Sol fiorita, Questo schianto di viscere che dona Tutta la vita nostra a un'altra vita.
IL FIGLIO
I
E penso: Egli verrà.--Da le sorgenti De la mia balda e vincitrice essenza, Dal fluttüar de le mie linfe ardenti, Egli i germi trarrà de l'esistenza.
Tutto mi prenderà, l'ansie irrompenti, La sanguigna del cerebro potenza, Il pugnace desìo de' sommi eventi, De l'infinito amor la coscïenza.
E sarà grande come io mi giurai D'essere, e non divenni; e quelle eccelse Vette soggiogherà, ch'io non toccai;
E felice io vedrò lo spirto mio, Vedrò le forze ch'ei da me divelse Rinnovellarsi in lui, come in un Dio.
II
Ah!... troppo t'amerei.--Come un'immensa Nube carca d'elettriche scintille Sarebbe l'amor mio; con mille e mille Forme di vita impetüosa e densa.
O tu che dormi ne la notte fonda De l'increato e nel mister del sogno, Per questo ben che sovra gli altri agogno, Per questa mia di te sete profonda,
Svèlati!--al bacio e al frutto anela il fiore Quando a la terra Primavera scende, In un'ansia di te l'alma s'accende Gridando ai fati: amore, amore, amore.
ARRIVO
Batto: l'ampia Città schiude le porte. --Chi t'ha cresciuta?...--Il campo e la radura.-- --Chi ti condusse?...--L'ala della sorte E un vento d'uragano. De le mie selve i canti e la frescura Ti porto da lontano.
Vissi tra i verdi muschi e i pruni incolti, Tra le spire dell'èdere tenaci, Fra il nereggiar dei pini agili e folti. Del pieno aer conosco Le rabbie tempestose e i dolci baci: Fui zingara del bosco.
La libertà, la libertà sfrenata Fu mia, fu mia!... Se tu sapessi come È bello irromper sola e scapigliata Tra le foreste e i campi; Senza rigidi lacci e senza nome, Pieno l'occhio di lampi!
Se tu sapessi che ridente cosa Esser nato da un bacio de la terra: Esser l'erba sottil, la pampinosa Vite, la spica bionda, Il fior che un seme di dovizia serra Il Dio che lo feconda!...
Giunse a me da le vèrtebre del suolo Dai bisbigli de' germi a primavera, Da le nozze de i pòllini, dal volo Magnifico de i venti, Da la fumida corsa battagliera De' cavalli nitrenti,
Un rigoglio di vita, un soffio, un'onda Di vigore, una febbre di vittoria, Come di fiume che abbatta la sponda, E sul domato piano Si dilaghi rombando, in una gloria Torbida d'oceàno!...
.... Ora a te vengo, o Fulgida, o Vetusta, Marra e zappa lasciando a le pendici Patrie.--Mi vuoi?... son giovane e robusta: Da l'umide risaie Vengo al sordo clamor de gli opifici E a le case operaie.
Lancio un raggio di sol negli angiporti, Reco il vivo color de la salute Ai volti de' tuoi bimbi esili e smorti; Un profumo di fieno, Un cinguettìo di rondini sperdute Nel meriggio sereno.
E a la folla che intorno mi respira, In giacchetta, in gonnella, in cenci, in guanti, Che m'urta, che m'assorda, che m'attira, Che passa e non mi guarda, Che si rinnova per le vie sonanti, Affannosa, gagliarda,
Grido il saluto libero e fraterno, L'inno augural che avvince cuore a cuore, Inno di speme e di giustizia: eterno Come i mari e i deserti, Come i germi de' solchi e lo splendore De' glauchi cieli aperti.
A L'OSPEDALE MAGGIORE
A Donna Emilia Peruzzi.
Corsia di San Giuseppe, a destra, in fondo, Numero venti.--Il letto è vuoto, adesso.-- Or son tant'anni, sul guanciale istesso, Mio padre moribondo
Giacque, e spirò.--Gracile bimba in culla Ero; e di lui, di lui che m'adorava, Che, per me lacrimando, agonizzava, Nulla ricordo--nulla.--
O padre mio ch'io non conobbi, senti La mia voce ora tu?... La creatura Che abbandonasti ai geli, a la sciagura, A gli schiaffi dei venti
E cresciuta, ha sofferto, ha lavorato, Ti piange: su le punte dei coltelli Passò, ma nei pensosi occhi ribelli Rise un sogno inspirato,
Rise il fulgor d'una possente fede: Ed ella vinse; ed or, fiera qual giglio, Armata in campo, intrepida al periglio, Ama, combatte, crede.--
Mentr'io ti parlo, in una queta stanza La dolce madre, sorridendo, posa: A lei dintorno, come aulir di rosa, Ondeggia una speranza:
Nel lacerato cor che vinse il male, Che sfidò per vent'anni ombra e tempeste, Un'altra gioventù quasi celeste Batte le fulgid'ale.
Ma tu non sai. Tu i detti miei non senti Forse!... per ritrovarti io son venuta, Ma la pallida coltre è diaccia e muta A le lacrime ardenti!...
Tu qui spirasti, e mia madre non v'era: Tu qui spirasti, desolato, solo: Su te una suora arrovesciò il lenzuolo E disse una preghiera:
Poscia, a notte, giacesti su le pietre De la _brugna_[1], gelata acqua stillanti: E quelle gocce a te parvero i pianti De' figliuoli: e, le tetre
Paventando solenni ombre, qualcuno Chiamasti, che de' folli, ultimi baci Ti coprisse e de l'ultime, tenaci, Avide strette....--ah!... niuno.--
.... O care ossa disperse, o mite volto, O viscere pulsanti, o largo cuore, O polve di mio padre, o sacro amore In atomi dissolto!...
Qui, dal tragico orror de l'ospedale, Nel nome vostro un voto al mondo io grido: Quanti ha figli la terra abbiano un nido Pieno di canti e d'ale:
Quanti ha figli la terra benedire Possan la dolce casa ove son nati, E in essa, calmi sorridendo ai fati, Di fronte al Sol morire.
[1] _Brugna._ Nome popolare di quella stanza de l'Ospedale Maggiore di Milano, ove si pongono i cadaveri prima dell'autopsia o del funerale.
PICCOLA MANO
Piccola mano bianca ed affilata, Piccola mano gracile e nervosa Che un dì la giovanil penna infocata Reggesti senza tema e senza posa,
Essa--ricordi?...--ne le ardenti sere Battagliando correa fra le tue dita; Tinte in rosso, le strofe alte e sincere Involavano a me brani di vita.
Ma in quel tempo ero sola.--Ora qualcuno Che vide e vinse, presso m'è venuto: Quand'ei m'affisa col suo sguardo bruno Batte il core a schiantarsi, e il labbro è muto.
Per lui, per lui ne l'anima inspirata Or palpitan gli alati inni supremi.... E tu intanto, manina innamorata, Entro le sue timidamente tremi.
«TU PUR VERRAI»
Tu mi dicesti: O smorta innamorata Che a me ti stringi e taci, Perchè su la tua bocca appassionata Sembran singhiozzi i baci?
I tuoi sguardi profondi come notte Inseguono nel vuoto Dei fantasmi fuggevoli le frotte Che sorgon dall'ignoto.
Del nostro fido amor la gioia istessa In te stride e non canta; Nel tuo cor v'è una lacrima repressa, Geme una corda infranta.
Presso il mio petto qual folle paura Il grande occhio t'accende?... Qual lontano spavento di sventura L'anima ti sorprende?...--
Io ti risposi: Quando, a te vicina, Tutta pallida in faccia, Sento il mio gracil corpo di bambina Svenir fra le tue braccia,
Cupe larve di donna a me davanti Passan ne la penombra. Son larve di fanciulle in voti e in pianti Consumate nell'ombra:
Ed eran belle, e avean del Sol l'ardore Ne l'auree trecce folte; E non ebbero baci, e senz'amore Fûr ne l'oblìo sepolte.
Sono donne che, presso il capezzale De lo sposo o del figlio, Vider lenta calar l'ora mortale De l'ultimo periglio:
E davanti a lo spirto che salìa Con maestoso volo, Si contorser ne l'orrida agonia Del cor rimasto solo:
E il sogno ormai di non terreno loco Han ne lo sguardo assorto: Le avvelena in silenzio, a poco a poco, La nostalgia d'un morto.
Arse di desiderio insazïato, Distrutte da la tisi, Singhiozzanti sul feretro velato Dei loro affetti uccisi,
Passano, curve, barcollanti, stanche. Tragiche ne l'aspetto, Con veli neri su le carni bianche, Con un teschio sul petto:
E mi guardano.--È allor, sai, che m'assale, Che m'agghiaccia il terrore, E dentro il petto, sino a farmi male, Batte a martello il core:
È allor che ne le mie strette tenaci Senti uno spasmo occulto, E ne l'acuta, strana ansia dei baci La scossa d'un singulto....
Il bieco occhio geloso in me fisando Passan fra sterpi e guai Esse, un'orrenda profezia lanciando: «Tu pur, tu pur verrai.»
UN ANNO DOPO
Quando, ne l'ora oscura, Penso che sei da me così lontano, E mi striscia ne l'anima Il sinistro timor ch'io t'amo invano, E questo amor mi porterà sciagura;
Quando in petto mi trema Il pensiero che tu non tornerai Forse, e che tutto ha un termine, E che t'ho amato per non esser mai Tua, credi, allora una pietà suprema
Di me, di te m'aggrava: Sento il bisogno di tornar bambina Per ripeter l'ingenua Preghiera che in soffitta, a me vicina, La mia pallida madre m'insegnava:
E, in ginocchio fra i veli Del letto freddo come vuoto nido, Singhiozzo nelle tenebre, Perdutamente a Dio gettando il grido; «O Padre nostro, che siete nei cieli!...»
IMMORTALE
Io voglio, io voglio vivere, e aver sempre vent'anni, Sfiorar tutti gli spazii col vol di tutti i vanni, Rider, gioire, amar; Vo' inebbriar di raggi la gioventù superba, Lieve siccome un'ala, fresca qual filo d'erba, Limpida come il mar!...
Io ti ripudio, o Morte.--Amo la fiamma e l'onda, Amo la terra sana che ai baci si feconda Del Sole ammaliator; Titanica fucina ove i magli giganti S'abbatton senza posa d'innumeri braccianti Con epico fragor!
Pel labbro mio che beve le dolci aure serene, Pel vigoroso sangue che m'arde ne le vene, Pel bacio e pel desir, Pel folle riso ingenuo che scopre i bianchi denti, Per quest'intima forza che m'anima ai possenti Sogni de l'avvenir,
Per tutto ciò che nasce, per tutto ciò che spera, Che fra le nubi e l'alme solleva una bandiera, Che ride a un ideal, Che su la terra come foco d'incendio splende, Che pugna e che trionfa, si spegne e si raccende, Fato, mi vo' immortal!
Alla salute, ai muscoli, ai sensi, a l'opre umane, Ai cerebri assetati di verità sovrane, Ai più felici amor, A le madri che allattano, ai padri affaticati, A le cittadi, ai monti, ai boschi, ai solchi, ai prati, Al buon frumento d'ôr,
Ai sacrifici occulti e ai magnifici errori, A l'energie del genio e ai palpiti de' cuori, Al moto, al suono, al vol, Io sciolgo, io sciolgo un inno irrefrenato, indomo; Semplice come spica, robusto come l'uomo, Eterno come il Sol!...
Soffrir?... soffrire è vivere: è la vertigin muta, La voluttà tremenda, cieca de la caduta. Giù, sino al fondo, giù: Udir del precipizio la soffocata voce, Dissetarsi di fiele, piegar sotto la croce, Singhiozzare: mai più....--
Poi scorgere ad un tratto nel buio un tenue raggio. Rinascere a la speme, a la luce, al coraggio, All'amore, a la fè: Aggrapparsi a una corda, sentir nel corpo esangue Scorrere a fiotti, a gorghi un rinnovato sangue, E rïalzarsi re!
Per chi teme la lotta, si spalanchi un Taigete; I deboli travolga la gialla onda di Lete, Fredda come un avel: Maledetto chi trema e si rivolge indietro, Chi sta qual ombra nera di fluttüante spetro Stesa fra l'uomo e il ciel!
Io salgo.--Dei fidenti, dei liberi, dei forti Su pei dirupi alpestri mi seguon le coorti Sacrate a l'avvenir; E del meriggio innanzi a la dorata gloria Io l'orifiamma sventolo e canto la vittoria Di chi non può morir!...
RISVEGLIO
Talor m'avvolge il cerebro profondo Nebbia pesante, accidïosa oscura. Come vinta da sonno o da paura L'anima tace de l'abisso in fondo.
Nulla vive: non palpito, non grido, Non sogno o lotta.--Triste e indifferente Io mi smarrisco tra la folta gente, E vo' come l'augel che non ha nido.
E vo' senza battaglia e senza gloria, E più non mi sorride il Dio d'un giorno: Dentro è gelo e infinita ombra dintorno, E sopita dei cieli è la memoria.
Ad un tratto, da l'imo, in un minuto Di risveglio, di gioia o di pazzia, S'agita e vibra ne l'essenza mia Un'altra anima, un'altra.... e tosto il muto
Cerebro scoppia in magiche parole, Germinando qual zolla a primavera, Alto assurgendo, da la notte nera, A la divina maestà del Sole;
E mentre la raggiante visïone Sfolgora a me dal nudo del sereno, Mi scote e m'apre trionfando il seno Il ruggito selvaggio del leone.
SCIOPERO
Non più, sotto il gran Sol che scalda e alluma Le sue grigiastre forme L'opificio respira e romba e fuma. Alto è il meriggio, e l'opificio dorme.
Stagna dovunque la tristezza morta Del lavoro spezzato. Non voci, non tumulti il giorno porta: V'è un silenzio sinistro e disperato.
Qual mai, qual mai fatidica bandiera Sventola al Sol?...--Cencioso Sciopero, benvenuto.--Osa!...--La nera Fabbrica, nel terribile riposo
Ruina pare; e un vel di polve giace Sovra i telai deserti; E s'abbarbica ai muri un motto audace: --O più giusto compenso, o braccia inerti.--
Osa e spera!...--Ogni macchina è sopita; Ma i ben limati denti Che forse stritolâr più d'una vita, Digrignan gl'ingranaggi rilucenti.
Immobili le cinghie, un giorno sciolte Ad incessante giro, Cupamente ristanno, al par di scòlte In vedetta, così, senza respiro.
Tutto è spento: cilindri e morse e spole: Non fuoco a la fucina. Non acqua a le caldaie.--E splende il Sole Con baleno irrisor, su l'officina;
Ma per gli androni bui, sotto le vôlte Striscian fantasmi oscuri. Strisciano larve di minaccia avvolte Lungo il viscido e freddo orror de' muri:
E s'anima ad un tratto, ecco, ogni cosa, E umana forma prende, E sobbalza, gigante e maestosa: Viva una fiamma qua e là s'accende:
Ogni macchina assume il divo aspetto Di vindice profeta: Rugge de la motrice il vasto petto, Ogni sbarra si fa gladio d'atleta:
E tutto grida: O luminosa aurora, Non sei, non sei lontana. Per te chi or sotto sferza empia lavora Potenza avrà di creatura umana:
Per te giustizia, non pietà, nel mondo; Tutti per te gli sguardi Volti a un novo ideal santo e giocondo: Per te gioie sui bimbi e sui vegliardi!...
O fiumana d'amor, scendi, schiumante! E un popol di risorti Ne la tua benedetta onda scrosciante Le labbra dolorose, arse, conforti!...
Già splende a l'orïente il sogno d'oro De l'avvenire: il maggio Dei redenti e del libero lavoro, Lembo di cielo, sfavillio di raggio:
Maggio d'ali e di sol, maggio di fiori, Di baci, di canzoni: Che vinti non avrà nè vincitori, Che non avrà nè servi nè padroni.
FINE DI SCIOPERO
Si fissarono in volto, emunti, lividi Per insonnia, per fame e per dolore, Stanchi di lotta.--E l'uno disse, torbido: --A che scopo?... si muore.--
E un altro disse: I miei bambini languono Di stenti.--E un altro: Inferma a l'ospedale È la mia donna.--Su le teste un brivido Passò, nero, glaciale.
Bracia e favilla il guardo, irruppe un Ercole Di vent'anni: No: mai!--Tutti dobbiamo Sino all'ultimo dì, tutti, resistere.... Non bruti, uomini siamo!...--
.... Si fissarono in volto, emunti, lividi Per insonnia, per fame e per dolore. Un pensiero tremò nel gran silenzio: --A che scopo?... si muore.--
E, maestosi ne le vesti lacere, Singhiozzi di vergogna in cor frenando, Severe e desolate ombre, tornarono A l'opre.--Fino a quando?
PER LA BARA
A tramonto salìa Breve schiera di femmine pallenti, Chino lo sguardo, a passi gravi e lenti, Su per montana via.
Tornavan da la valle. Ombrate il volto da una triste idea: E ciascuna una lunga asse tenea Sopra le curve spalle.
Io chiesi: «Che portate, Donne, al paese vostro, e qual pensiero Vi cruccia, che pel brullo, erto sentiero Fra pianti e preci andate?...»--
Ed elle, a voce bassa: «Del curato è doman la sepoltura. Poi che mancan, rechiam da la pianura I legni per la cassa.
Egli era buono.--Oh, quanta, Quanta dolcezza ne le sue parole!... Quasi parea fiorissero vïole Da quella bocca santa:
Per ogni afflitto cuore, Per ogni piaga un balsamo egli avea, E compatire e perdonar sapea, Ed insegnò l'amore!...»
.... Dissero: e, miti orando, Le gentili sparir dietro gli abeti, De la montagna pei recessi queti Funèbri echi destando.
«_De profundis clamavi...._» .... Pace a l'anima tua, pace, o vegliardo, Che Dio portasti nel clemente sguardo E nei detti soavi
Che ai solitari, ai mesti, Ai deboli, ai fanciulli eri sostegno Che, molto amando, lo spregiato regno De gli umili scegliesti!...
«_De profundis..._» Le cime L'ultimo sole illuminò di rosa. Palpitò nel silenzio d'ogni cosa Una pietà sublime;
E tutto in alto parve Raccogliersi in un pio senso di morte: Poi da le cime inesplorate, assorte Luce e pensiero sparve.
NATIVITÀ
Egli aperse l'azzurro occhio innocente Ne l'ospedal d'un carcere.--Le mura D'una casa d'infamia e di sventura Udiron prime il suo vagir dolente.
Dibattè, dibattè le membra stente Il bimbo, come avesse onta o paura: Forse comprese.--E abbrividì l'impura Beffarda ombra su lui, sinistramente;
Ma a sè lo strinse con gelose braccia La madre: labbro a labbro, core a core Stettero, ne la notte algida e muta.
Quando il giorno spuntò, la macra faccia Di lei, chinata sul dormente amore, Parve di santa e non d'una perduta.
VIOLA DEL PENSIERO
Da l'agile coppa ove i petali Di giallo velluto carnoso Dischiude in silenzio, una pallida Vïola mi fissa con guardo pensoso.
Io vidi altre volte due supplici Cari occhi guardarmi così: Quegli occhi per sempre si chiusero, Con essi un amore nel vuoto sparì.
Se è vero che i morti risorgono Dei tronchi nei vividi umori, Nei fili dell'erba, nei pòllini. Nei calici freschi, ridenti dei fiori,
Vïola che triste mi affascini Col supplice sguardo ch'io so, In te vive un brano dell'anima Di chi nel lontano passato mi amò!...
L'ORA
Cala qual nembo sul mio cor di vergine L'ora sacrata de la passïone: È notte e ne la tenebra Cova un incanto di perdizione: È notte e tu non sai, Tu che dormi da me così lontano, Ch'io, bianca in volto e con le mani in croce, Chiedo il tuo bacio in vano.
Mai più, mai più ne' miei grand'occhi il raggio Di questa prorompente giovinezza Sorriderà sì fulgido, E le mie labbra avran questa dolcezza: Mai più l'acceso spirto A te verrà con vïolento grido, Come augel che trillando ai boschi, ai cieli, Ebbro si slancia al nido.
Il desiderio mio ne l'ombre tacite, Rogo e martirio, lampeggiando avvampa: Ma l'ora passa--e spegnesi, A poco a poco, la solinga vampa. L'alba, triste nei veli, In un pallore di sudario spunta: Perduta è l'ora de la nostra ebbrezza: Essa morì consunta.
È MALATO
È malato, è malato, e a sè mi chiama Forse, laggiù, su l'inclemente suolo. Il tetro annuncio il mar passò di volo, E mi s'infisse in cor come una lama.
Ne le notti di febbre insonni e lente Forse ei mi cerca presso il capezzale, E grida fra gli spasimi del male Il mio nome, il mio nome, infantilmente.
Oh, s'io potessi corrergli d'accanto; S'io gli posassi la mia pura mano Un sol minuto, su la fronte, piano, Guarirebbe, lo so!... come d'incanto.
E pur qui resto, fiacca, immota, inerte: Non ho coraggio di lasciar la mia Casa, la madre veneranda e pia, Per affrontar le strade erme ed incerte,
Il procelloso mare e le mugghianti Città, folle, sublime, a l'avventura, Fra nove razze, per monte e radura, Su treni scatenati e sibilanti,
Fino al letto ov'ei giace!...--E il pianto ingoio Perchè la madre mia dal suo riposo Non si desti, il tumulto angoscïoso Degli urli miei, de' miei singhiozzi ingoio.
E, il corpo su la terra arida prono, Giunte le mani sul petto fremente, A lui mormoro, a lui che non mi sente, Che non vedrò più mai, forse: Perdono.--
TI VIDI IN SOGNO
In sogno ti vidi.--La plaga Ov'io t'incontrai m'era ignota: Gravavan su l'aria silente ed immota Le nubi d'un rosso di piaga.
Un'ansia mortale, un mortale Dolore pei cieli passava. Un'eco di squilla lontana oscillava, Qual fioco lamento spettrale.
A me tu venivi.--Volea Io moverti incontro, ma invano: Un peso insoffribile, un incubo strano Avvincermi al suolo parea.
E dirti io voleva: Tornato Qui presso il mio cor, finalmente, Sei tu dal solingo vïaggio dolente?...-- Ma il labbro rimase serrato.
Tu m'eri lontano e vicino A un tempo.--Te quasi toccavo; E pure, stendendo le braccia, tremavo Di stringere un'ombra.--Il divino,
Dolcissimo sogno nudrito Tant'anni, tant'anni nel core, Svaniva in un senso di vago terrore, Svania ne l'affanno infinito.
E tu di baciarmi tentasti; Ma sopra la squallida plaga Le nubi d'un rosso di labbro e di piaga S'avvolsero in nembi nefasti:
Parea che un divieto solenne Partisse dai campi infecondi, Da l'algida angoscia dei cieli e dei mondi.... E il bacio, il tuo bacio, ah!...--non venne.--
NON TORNARE
Non ritornar mai più.--Resta oltre i mari, Resta oltre i monti.--Il nostro amor, l'ho ucciso.-- Troppo mi torturava.---E l'ho calpesto, L'ho sfigurato in viso,
L'ho morso, l'ho ridotto in cento brani, L'ho ucciso, ecco!--Ora tace, finalmente.-- Tace.--Più lento per le vene scorre Il sangue prepotente:
Posso dormir, la notte; e più non piango. Te chiamando, affannosa.--Oh, quanta calma!... Ne la penombra senza fine, senza Moto, riposa l'alma;
E tesse, tesse le oblïose fila D'un sogno di rinuncia.--Non tornare.-- Io, cieca e fredda, voglio odiarti, come Ti seppi un giorno amare:
Odiarti pe' miei freschi anni fiorenti Che immolai, dolorando, a te lontano; Povera gioventù senza carezze, Sacrificata invano!...
Ma nell'odio si soffre; ma si piange Nell'odio.... ed io t'avrei sempre davanti Anche imprecando a te.--Non ho più forza Di lotta o di rimpianti;
Voglio silenzio--un gran silenzio!...--Fate Tacer quel fioco gemito, là in fondo.-- C'è qualcuno che lagnasi, un nemico, Un malato, là in fondo:
Qualcuno oppresso da un immenso male, Da un peso immenso a cui non può sfuggire; Qualcuno che agonizza e chiede aiuto. E non vuole morire.
EGO SUM
Perduta?... no.--Sorgendo come Iddia Su la gioia sepolta, La mia superbia e la potenza mia Io voglio dirti.--Ascolta: