Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto
Part 7
Egli abbracciò questo partito, come un marinajo afferra l’ancora qual unica via gli rimanga a salvezza; scrive una lettera ad un conoscente suo, il quale credeva più d’ogni altro potesse giovargli in tale bisogno; dà una fortissima mancia al custode, perchè la sia ricapitata senza fallo ed indugio al suo indirizzo; aspetta la risposta un giorno, non la riceve; ne scrive un’altra, la consegna ad un birro e gli promette una considerevole mancia se gli fa tenere pure la risposta, questo chiama, ed ha la mancia anticipata, e non consegna la lettera a chi dovea, siccome aveva fatto il giorno avanti il custode; scrive altre lettere ad altri, opinando che quelli a cui già s’era raccomandato o non potessero, o non volessero interessarsi per lui, ma si trova sempre alle stesse, i birri si beccavano i danari di sua cortesia, e giammai mandavano ad effetto le loro promesse; sicchè disperato non sapea a qual consiglio appigliarsi, ma poi rassegnatosi al destino aspettava una provvidenza nella procedura delli stessi suoi nemici. Intanto sentendo il bisogno di mutarsi i panni e gli abiti, e di farsi recare di casa del danaro, novellamente fassi a pregare il custode del carcere, perchè volesse egli mettersi di mezzo in tal cosa, ed appagare il più che giusto e più che discreto suo desiderio, ne ha mille promesse, ma nulla ottiene di felice risposta. Passano i tre, i quattro, i cinque, i sei, i sette, li otto, li nove, li dieci giorni, e la cosa pel nostro signore carcerato nè meglio nè peggio si sviluppa; se non che sul dodicesimo giorno riceve un baule entro cui non solo non poteva esservi nè tutto nè mezzo il suo equipaggio, ma nemmeno la decima parte, e colla consegna di questo ha l’avviso che fra pochi minuti sarebbe partito per alla volta di Genova in compagnia di due carabinieri. Di fatto di lì a poco una carrozza si fermava innanzi alla porta della prigione, e montatovi esso in compagnia di due carabinieri vestiti in tutta pompa della lor reale uniforme, si avviava giù per di Doragrossa. Si fosse la voce sparsa del suo arresto dalla padrona di casa da cui egli appigionava un quartiere ammobigliato, si fosse che alcuni di sua conoscenza lo avessero ravvisato nel vederlo attraversare di pien giorno la città nella nominata compagnia, non saprei ben dire, ma fatto è che mentre egli camminava sulla via della Liguria, alla sera al teatro Regio sotto ad un palco della prima fila affollata era la gioventù torinese, e chi col guardo, e chi colla parola, e chi cogli atti vedevasi minacciare ad una signora grassoccia, paffutella, e brunotta di carnagione. Essa cogli occhi fissi sul palco scenico faceva le finte di non addarsi del movimento sottostante; per il che istizziti ed agitatisi maggiormente quegli animi giovanili, che in ogni atto pareva intendessero a far arrossire quella donna di qualche sua colpa, fecero di tanto che tutti gli occhi si rivolsero ad un tratto verso il palco di lei: e queste parole correvano per le labbra di tutti: _vedi in quei palco la signora Garbiglietti-Pavarini, la è la causa dell’arresto di T. P. fuori del palco quella puttana, fuori, fuori la signora Garbiglietti-Pavarini, fuori quella puttana_; sicchè tra pel vedersi fatto segno al guardo, ed allo sdegno di tutto il teatro, tra pel sentire coteste voci, le quali venivano sempre pronunciate ogni qual volta sentivansi applauditi i cantanti, tra perchè tutta la gente stava rivolta continuamente a lei, le fu giuocoforza di uscirsene dal teatro tra le risa e li fischi dell’universale. Era costei moglie del medico Garbiglietti, e da un mese o poco più era in relazione col commissario Tosi, il quale accortosi che il sig. T. P. faceva egli all’amore colla sua Bella, dopo d’essere riuscito ad indurre lei a non più riceverlo presso di se, essendo pervenuto a notizia che ella lo andava a trovare in casa sua, prese un giorno il marito a parte, ed informatolo della cosa l’aveva esortato a fare un ricorso alla polizia contro del giovane signore, assicurandolo che egli avrebbe dato la massima attività all’affare, ed avrebbe troncato immancabilmente ogni relazione, ed ogni scandalo ad un tempo evitato. Il medico gran buon’omaccio non penetrò a fondo nell’indole del commissario, e per conseguenza non accorgendosi che il consiglio di lui era più che una generosità d’amico, una vendetta sua particolare, tenne il partito offertogli, fece il ricorso, e tra lui, ed il Commissario indussero la moglie a soscriverlo, la quale pel pensiero di mutare stallone aderì non solo, ma di più seguiti i loro consigli, accusò il giovane come uno che la perseguitasse dappertutto, e l’avesse minacciata qualora non avesse condisceso al suo amore, d’infamarla presso il pubblico. Che è mai amor di donna? due giorni prima fu vista inginocchiata da me sul viale del Valentino innanzi al giovane, e raccomandarglisi perchè non l’abbandonasse!!! Lo stesso giorno dell’arresto per coprire la trama essa era stata pure a trovarlo in camera per più d’un’ora...! così il Tosi potè completamente disfogare la sua bile, il suo odio, la sua gelosia in quel modo che dicemmo contro l’impiegato di S. M. il quale dopo d’essere stato cacciato barbaramente in prigione, malmenato, come abbiamo veduto sopra, e cacciato dallo stato qual uomo di pessima condotta, venne tradotto a Genova dove smontato alle carceri, quivi fermossi dieci giorni senza che sapesse nulla ancora sulla determinazione presa in suo riguardo. Quand’ecco venuto l’aurora dell’undecimo dì coll’annunzio che sarebbe stato portato su di un vapore Sardo fino a Civitavecchia, e dopo accompagnato fino a Roma sua patria, fu lasciato libero, gli fu eziandio svelata la sua colpa che fin’allora eragli stato un vero arcano. Non è a dire quanto egli siane rimasto maravigliato, ma non vedendo più omai appiglio convenevole da attaccarsi, lasciò che la sentenza del Tosi fosse affatto messa in esecuzione. Giunto a Roma gli parve d’essere rinato vedendosi in libertà, e passati alcuni giorni non vedendo le sue convenienze di quivi fermare la sua dimora decise di partire; e va pel passaporto; per cui dopo averlo fatto correre più volte adducendo or una, or un’altra scusa, finalmente un segretario dell’ufficio del buon governo si fece ad interpellarlo sulle ragioni che aveva lasciato Torino, e ben bene ponderate le risposte gli disse: se gli abbiamo fatto aspettare il suo passaporto non è per altro che per informarci esattamente della sua condotta prima che andasse in Piemonte, di quella che quivi tenne in tutto il tempo della sua dimora, e dell’attuale, presentemente non abbiamo difficoltà di rilasciarglielo, però la consiglieremmo a mutarlo in un nuovo, giacchè qualche segno che gli fecero sopra potrebbero incagliarlo non poco nel viaggio che intende intraprendere. L’infame commissario dopo averlo privato d’impiego, dell’amante, e sul momento, dell’onore eziandio, s’era ingegnato di attraversargli di più l’avvenire, di ruinarlo del tutto, di togliergli perfino il mezzo di sussistenza; ed ottenuto avrebbe il perfido il suo intento se gli amici non avessero fatto tenere all’infelice importanti somme in sussidio, e l’officiale della Polizia Romana non fosse stato assai più che non esso di coscienza nel prendere misure di rigore verso del meschino... Ma dopo questo accaddero già molti altri fatti, ed uno appunto per la sua singolarità non vuolsi assolutamente passare sotto silenzio: tutti sanno che il _bigottismo_ regna in Piemonte, che ad un impiegato convien’essere o fingersi _bacchettone_ se vuole conservarsi in grazia de’ superiori; ma niuno sarebbesi mai immaginato che per leggere e ritenere _le Juif Errant par Eugène Sue_ si sarebbe corso il rischio di perdere l’impiego: eppure ciò incontrò or fa pochi giorni al sig. N. N. uomo assai benemerito pe’ suoi servigi prestati da molti anni al Governo, il qual avendo lasciato un giorno sul suo cancello d’ufficio un volume del detto romanzo inavvertentemente, diede ragioni al ministro abbastanza sode con ciò d’essere creduto malvagio, indegno dell’impiego, e che so io. Perocchè il volume citato venne raccolto, e si dice bruciato poco dopo in presenza del Conte Solaro della Margherita, e sostituitevi invece le dimissioni sue, entro cui niun’altro rimprovero veniva fatto all’impiegato da quello in fuori d’avere osato tenere presso di se _sì diabolico libro_, e fare sì _scandalose_ letture. Non vorrei che voi Azeglio od alcuno in leggere questi fatti s’inducesse a credere avere io raggranellato quanto di più biasimevole possa essere accaduto nel nostro stato, od aver detto cose dubbie e false, perocchè protesto novellamente che mille e mille potrei citare di simili casi di prepotenza, e che sonomi attenuto solo a questi, sia perchè più conosciuti e perciò più difficili ad essere impignati, sia perchè non volea parere troppo più lungo che non comportasse l’argomento. Ma non vorrei soprattutto che voi, od altri pensasse esigere io in uno stato tutto ordine, tutto bene, tutto perfezione. Quando fu mai che le umane cose e le divine pure com’elle passarono per le mani degli uomini, immacolate e perfette si mantenessero? Certo saria da mentecatti il volere negli altri quella colma misura di buono, che noi stessi non possediamo, ma non perciò dobbiamo astenerci dall’alzare alta la voce, e rimproverare con acre parole chi o direttamente o indirettamente può essere autore, promotore, o causa anche secondaria di simili abusi che sono il vero cancro dei buoni costumi, la vera peste dei governi e dei popoli, la vera ruina della società.
Io potrei anche trattenervi sulle prepotenze che si veggono fatte agli impiegati borghesi facendo loro prendere il passo dai nobili, che per lo più sono ignoranti, perchè non istudiano, le quali sono sì spesse che può dirsi senza fallo, noi non ne facciamo più parola per esservi assuefatti, e se pur qualche volta mostriamo di risentirci, ce la prendiamo contro il destino, il quale ha fatto trovare dietro noi qualcuno di nobile schiatta. Potrei ragionarvi sugli scandali che si veggono nei nostri ministerii rispetto all’ammessione degli impieghi, non facendosi scrupolo certi Capi di divisione di vendere la firma del Ministro o del Re anticipatamente e a carissimo prezzo, e molte volte la stessa a più persone nel medesimo tempo; per lo che molti spesse fiate dopo avere sborsato considerevoli somme per essere raccomandato ed ottenere la nomina di _volontario_ in qualche ufficio, o anche di aspirante al _volontariato_, si trovano in bisogno, frustrati nelle loro speranze, e senza potere trarre partito dai loro studi e dai loro talenti. Potrei entrarvi delle ingiustizie d’ogni maniera che si commettono in qualsiasi branca delle pubbliche amministrazioni, delle regie cariche, e nelle milizie principalmente, dove per esempio il nobile ha sempre il dissù sul borghese, il quale giunto al grado di capitano vien mai sempre messo in ritiro, perchè i posti di ufficiali superiori sono riserbati alla pura nobiltà; meno nelle così dette _armi dotte, l’Artiglieria, e il Genio_, in cui il merito e la scienza possono dappiù, e per conseguenza il borghese può fare regolarmente il corso de’ suoi avanzamenti. E molte cose pure potrei toccare dell’_Opere Pie_, nelle cui amministrazioni spesso accadono degli inconvenienti gravissimi, dei ladroneggi fortissimi, e degli errori madornali; e per esempio estendermi sui limosinieri della _sfondolata Opera_ di S. Paolo, di cui alcuni, che io conosco, invece di portare alle indigenti famiglie quelle somme, che quel filantropo stabilimento loro assegna, a mensuale soccorso, ora le arrischiano e perdono al giuoco; ora con quelle proveggono a donne rotte alla libidine, i scialli, i vestiti, ed i divertimenti, non che il vitto; quindi inducono quelli cui spettava un tal danaro a far loro la ricevuta della intiera somma, di cui essi non avranno consegnato che una decima parte nelle loro mani. Potrei anche tener discorso della persecuzione portata ad un eccesso troppo vergognoso pei tempi che corrono, contro a parecchie migliaja d’Ebrei, i quali dopo di pagar un’annuo ed alto tributo al governo, oltre al non poter esercitare verun’arte e studiare scienza di sorta, sono costretti a viversene tutti in un isolato, la cui proprietà fu loro fatta pagare ad uno spropositato prezzo, ed in cui le regole igieniche appena comporterebbero ve ne abitassero un sesto del loro numero. Finalmente della persecuzione più ingiusta contro i Protestanti, i quali, dopo d’aver loro promessa e concessa tolleranza, dopo d’aver con sovrani rescritti annientati molti barbari editti contro loro emanati, Carlo Alberto ultimamente obbligò con suo motuproprio a rivendere tutte quelle terre, tutti quei poderi che avessero compri anche dietro autorizzazione del Senato e di se stesso oltre il termine stato loro anticamente assegnato, in un anno sotto pena di confiscazione? Nelle quali cose è consigliere, e stimolo potente di Carlo Alberto il Savojardo, Monsignore Andrea Charvaz, uomo che è Vescovo, Comandante, Intendente, Riformatore degli studi, Sindaco, e Commissario perfino di Polizia in Pinerolo, di dove quasi ogni settimana recasi a Torino per conferire col Re, co’ suoi ministri, e principalmente con _Avet_, il quale tiene il portafoglio per gli affari di grazia e giustizia.
Questo corpulento prelato qualora venisse a mancare il Re, ed il primogenito suo, l’augusto Duca di Savoja salisse il trono, sarebbe quegli che minaccerebbe di prendere le redini di tutto lo stato; tanta è la sua influenza sul Duchino di cui è stato precettore! tanta è la confidenza che questi gli usa, recandosi spesso a visitarlo nella sua villa e consigliandosi già adesso con lui in tutto. Non che amor evangelico, porta un’odio implacabile l’illustre Vescovo alle varie sette dei Protestanti, che abitano le valli di S. Giovanni, di S. Martino, di Pragelato, di Rorà, di Luserna, di Latorre, ec. ec.: sicchè dopo di averli guerreggiati inutilmente cogli scritti prese il consiglio di combatterli colle prepotenze, e colle vessazioni d’ogni maniera, lasciando di queste un’assoluto maneggio al suo Vicario generale Giacinto Brignone uomo altrettanto giovane per età, quanto adulto per iscaltrezza, e non animato da altra cosa, che dall’ambizione di dominare, e dal desiderio di elevarsi sulle ruine altrui. Uomo insomma infame, retrogrado, e per conseguenza nemico d’ogni progresso, che invece di far plauso a tutti que’ sacerdoti che dimostrano d’aver inteso i suoi tempi, e di volersi levare a paro delle umane cognizioni, e mettere anch’essi una mano all’opera della vera civiltà, li insegue accanitamente e senza riguardo ad età ed a meriti. E siccome Monsignor Charvaz tutto approva anzi commenda quel che egli fa, così egli prese tanto piede che riuscì ad essere un vero despota, un vero tirannello del clero e degli abitanti di quella diocesi, e tra lui ed il Vescovo costituiscono un governo non solo della Diocesi ma della provincia affatto tirannico. Tutti passano per le loro mani gli affari prima che possano avere il loro sviluppo, il quale unicamente dalla loro volontà dipende. Molti casi mi sarebbe dato di raccontare, se non avessi paura di essermi dilungato già troppo dal mio assunto, ad ogni costo non ne voglio passare uno inosservato, il quale attesta in pari tempo e l’usurpato loro potere, e la malvagia loro astuzia per crescere in merito presso chi si contenta di giudicare delle cose dal loro esteriore. Un protestante un giorno dopo aver tracannato più vino che non era solito, viene a rissa con uno che pareva si volesse canzonarsi di lui, e dopo d’essersi vicendevolmente scambiate alcune brusche parole, vedendo questi di non la poter dire e di non valere a liberarsi di quell’altro che aspramente il motteggiava, inconsideratamente toglie un coltello di tasca il minaccia, quindi trovandosi sempre alle stesse il passa fuor fuori con un colpo, ed il lascia freddo a nuotare nel suo sangue. Viene il protestante arrestato, sottomesso ad un processo criminale, ed in pochi giorni condannato nel capo, non perchè meritasse tal sentenza, gli omicidii fatti in rissa e da ubbriachi essendo ben altro secondo il codice sardo, che suggelli a tal pena; ma bensì perchè il prelodato Vicario Giuseppe Brignone coll’appoggio del Vescovo il quale mai gli si rifiuta, aveva fatto sì che si usasse il massimo rigore verso il reo, che appieno nell’interrogatorio era convenuto.
Ed ecco i motivi di tal procedere; prima perchè egli era protestante e perciò le leggi non sono più come per gli altri; secondariamente perchè sapendo egli che questi aveva una numerosa famiglia, era caduto in pensiero di intimorirlo con tal sentenza, per poi trarlo in un co’ suoi consanguinei alla nostra cattolica religione: di fatto poco dopo d’avergli comunicata la fatal sentenza, inaspettata per lui, e per tutti, gli fu fatto dire che se egli convertiva se, ed i suoi alla Santa Madre Chiesa, Monsignore il Vescovo gli avrebbe ottenuto la grazia dal re. Figuratevi qual tentazione non abbia fatto sul suo animo una tal proposizione! manda a chiamare la sua famiglia che a dieci individui ascendeva, e li informò della cosa; ma qual maraviglia non fu la sua trovandone li più di lui istrutti? tanta era stata l’operosità del Brignone! Caddero adunque d’accordo di mentire tutti alle loro convenzioni, al loro animo, promisero, e si fecero cattolici, apostolici e romani, e non solo il reo ebbe la grazia compiuta, ma lasciatolo ritornare a casa sua libero, fu incaricato da Monsig. il Vescovo di spionaggio con assegnamento d’annuo stipendio; giacchè sendo persona litterata più che comunemente non sogliono essere gente di mestiere, avrebbero voluto i nostri prelati valersi dell’opera sua per trarre nella rete altri merlotti. Ma egli fermo di carattere per prudenza condiscese in sulle prime, ma nulla mai fece che potesse tampoco macchiarlo di poi in faccia a’ suoi confratelli e compatriotti; però mi viene assicurato che tanto egli quanto li suoi non sono più nè cattolici nè protestanti; e come poteva accadere altrimenti? Atene guadagnò la Grecia coll’armi dell’Eloquenza, Sparta guadagnò Atene coll’eloquenza dell’armi, Monsignor Charvaz ed il Teologo Brignone suo vicario vorrebbero guadagnare i Valdesi col raggiro e colla persecuzione, anzi che colla forza del raziocinio e coll’armi della dottrina, e coll’esempio, testimone della verità e della parola; onde sono infelici nelle loro vittorie; chè i risultati della loro astuzia fin’ora neppur una volta ebbero buone conseguenze, da quella infuori di far circolare tra le indigenti classi di quelli infelici l’argento e l’oro che Carlo Alberto consegna a copia, forse in mitigazione dei suoi rimorsi, a tal fine nelle mani del Vescovo di Pinerolo, il quale, è vero, non si fa mica poi sempre scrupolo di impiegarlo altrimenti.
Che dirò poi io della pubblica e privata istruzione in Piemonte, la quale per tanto tempo fu diretta da un Gesuita per Eccellenza, il Conte Collegno, stato poi minato e surrogato, da quella buona lana, omai conosciuta da tutti, di Monsignore Pasio, più gesuita di qualsiasi gesuita, il quale non valse in cinque anni che tenne le redini del _supremo magistrato della riforma_ a fare miglioramento di sorta, e buon per noi ancora se avesse lasciate le cose come erano! ma fatto è che le peggiorò; ne sia una prova, per mille, quella d’aver scelto a maestro modello, ossia maestro de’ maestri un cotale D. Remigio Pelleri, il più ignorante uomo che mai sia esistito, il quale in un libro stampato per saggio di sua abilità, il _fanciullo guidato a suoi doveri morali e religiosi_ disse più spropositi che parole, e fu condegnamente smascherato in due articoli del Telegrafo Torinese dal Prof. Lorenzo Giribaldi. Successe al Pasio un discendente del gran tragico italiano, il march. Alfieri di Sostegno, il quale nel sobbarcare le sue spalle ad una tal carica rallegrato aveva tutto il Piemonte. Ma due anni sono che siede nel mezzo del magistrato della Riforma, e nulla fin’ora di importante ha operato; l’educazione anche in gran parte è sotto l’influenza Gesuitica, od in pieno lor potere; i Fratelli della dottrina cristiana, veri dragoni dei Gesuiti, inondano la capitale, le città di provincia, e tutti i paesi del Piemonte, dirigono l’educazione del basso popolo, e ne conservano ed accrescono i pregiudizi, ne ammorzano la generosità, e ne imbastardiscono l’indole. L’Alfieri aveva senza dubbio delle sante intenzioni, ma non fu abbastanza cauto, lasciossi attorniare da persone che la pensano all’opposto di lui, le introdusse di più nel conciglio da cui doveva invece guardare di tenerle lontane per sempre e perciò giammai sarà che egli possa arrivare l’intento, colla cui speranza era entrato in tanto ministero.