Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto
Part 6
Ma fosser almeno fatte osservare egualmente per tutti le leggi d’un tal codice, sarebbe sempre minore il male! che giova la legge se altri non vigila a porvi mano? opera in che poggia la ragione ad un tempo e la origine de’ governi, sia che molti o pochi, od alcuno soltanto ne pigli le redini; origine e ragione, che tutta consiste in ciò di far valere l’autorità sacrosanta delle leggi. E come le leggi a beneficio del corpo sociale furono e sono date, chiaro è la istituzione de’ governi a ciò propriamente essere destinata che per via delle leggi procurino il bene dei popoli; chè non i popoli a beneficio dei governi, ma i governi a salute dei popoli sono posti ed ordinati. Ed in Piemonte voi non potete niegarmi che per molti non ci sono leggi; che i Nobili possono fare da più o meno quel che più loro torna a bene e a piacimento; che l’integrità d’animo rispetto a molti rappresentanti della Sovrana Autorità non è pure conosciuta; che il militare è quivi odiato perchè oltre ogni credere prepotente, ed insultante.
Ma ditemi, vi prego; qual è il vero bene dei popoli, a cui procurare sono promulgate le leggi, o delle leggi detti custodi, ministri e vindici sono i magistrati, bracci, o menti altrettante dei Governanti e dei Re? Questo bene è giustizia, la quale tiene bilancia pari e diritta, ond’abbia ciascuno il debito suo: giustizia che in ogni cosa vuol salvo l’ordine, che i diritti alterna coi doveri, e questi con quelli ragguaglia e misura; giustizia che madre è di concordia e di pace, che fa le nazioni fiorire, che è stabile fondamento dei Troni, che di tutte sociali virtù è sodo principio, caldo eccitamento; giustizia che l’amore di noi coll’amore dei nostri simili, le private ragioni con le pubbliche, l’autorità coll’obbedienza, il servigio coll’impero, gli onori coi carichi, le privazioni coi compensi, l’opera colla mercede in bell’accordo stringe ed avvicenda; giustizia che il cittadino ed il soldato, l’uomo del campo e l’uomo del foro, il sacerdote ed il magistrato, il suddito ed il principe, tutte le condizioni, tutti gli stati con bella reciprocanza di vincoli congiunge, e rende la società una famiglia i cui membri son tutti fratelli. Adunque il grande ufficio dei governi dimora in ciò che vegliando le leggi procurino la giustizia, e con essa la conservazione, e quanto è dato la perfezione, il miglioramento del corpo sociale. E quest’ufficio è desso compiuto in uno stato, dove come nel nostro da certi individui si possano commettere ogni maniera di prepotenti azioni? dove la così detta _via economica_[11] sia come nel nostro cotanto in uso? dove non s’abbia dai governanti tema alcuna di abbandonare, tradire, ed oltraggiare gli interessi de’ sudditi per non curanza, per favore, e per orgoglio? Dove non si voglia menomamente intendere che i rappresentanti ed i ministri della pubblica autorità deggiono essere in pari tempo i rappresentanti ed i ministri della pubblica virtù, che la loro potenza non è altro che un augusto dovere? Dove il Principe il quale porta in mano la sacra coppa che racchiude i più gran benefizi dell’umana società, la sicurezza e la pace, pare goda di aizzare le discordie, li odii delle classi, delle provincie, delle masse, non meno che delle famiglie? Dove insomma non vuolsi capire che il giusto operare, il giusto vivere mentre ne’ privati cittadini è un limite, un freno, diventa nei governanti una potenza attiva, energica, infaticabile, austera insieme e generosa?
E che ciò sia vero, e che questi ed altri abusi corrano nel nostro Piemonte, potrete convincervi anche voi se mi terrete dietro ancora qualche poco. La nostra aristocratica nobiltà per esempio è al punto da nulla invidiare al feudalismo antico, prepotenze da una parte, prepotenze dall’altra, e sempre impunite, sempre invendicate, e guai a chi osa torcerle un pelo, anzi a farle rimostranze contro, anche moderatissime! Un conte di Robilant marito della prima Dama d’onore della Regina, colonnello delle Guardie uccide un suo servo col bastone, perchè restio al suo dovere; con una pistola un’altra volta manda le cervella in aria ad un altro, perchè osa rispondergli; dalla finestra fa saltare giù una cameriera che si rifiuta alle sue voglie, e per castigo di tutte queste barbare azioni indovinate Azeglio qual sentenza abbia avuto contro dal Re? otto giorni di reclusione ne’ suoi appartamenti, ed il consiglio di dare qualche sovvento ai danneggiati. Una marchesa di Bernessi ha ottocento mila franchi di debito, i creditori le fanno pressa, il Re mosso a compassione di lei con un motuproprio ossia _biglietto regio_ la dispensa di pagare chicchessia. Un marchese di Cavour muore, lascia un miglione e più di franchi di debito, il Re mosso a pietà della situazione del figlio, gli concede un biglietto regio di dispensa, ed i creditori restano belli e pagati senza squilibrio della sua famiglia: almeno di questo privilegio se ne fosse valso in condurre una vita lodevole il marchesino! ma invece si diede in braccio al vizio opposto di quello che dominava il suo padre, all’avarizia, per modochè mentre copre la causa di Gran Vicario di politica e polizia gode la fama di principe fra gli usurai, di vero boja del commercio nelle Piemontesi contrade. Un Marchese di Sommariva, che voi al vederlo lo direste il primo eroe, il primo guerriero del mondo per le mille croci che tutto gli coprono il petto, sappiate che è il più vigliacco ed il più prepotente, e schifoso nobile dei nostri stati; di viltà diede ampia testimonianza allorchè dopo d’avere insultato al segretario della Legazione Francese il sig. Neivs, rifiutò il duello a cui questi con ragione lo aveva invitato, e s’umiliò a chiedergli scusa quando poi l’ambasciatore di Francia alzò la voce. Di prepotenza, e schifosità mille sono le pruove date nel corso di sua vita ogni qualvolta alcuni osarono presentargli la nota di qualche debito arretrato, che quando meglio si comporta in tai casi è di strapazzare, minacciare, e far prendere a calci da’ suoi servi, i suoi creditori se non sono più che lesti al primo cenno che loro fa, d’infilare la porta ed uscire; e negli stupri, negli adulteri; e negli sverginamenti, nelle quali imprese è diventato sì famoso, che ora è vero timore delle ragazze, delle spose al paese, ove recasi a villeggiare. Eppure quegli non solo andò sempre impunito delle sue ribalderie, de’ suoi infami trionfi sul campo d’amore, ma gode sì fattamente la grazia di Carlo Alberto, che ultimamente lo elesse Generale; che potè anzi perfino il suo ruffiano Bojone far elevare poco per volta al grado di Colonnello d’armata, e di Segretario dell’ordine dei Cavalieri di S. Maurizio e Lazzaro! Un conte di S. Giorgio tenente nel reggimento di Piemonte Reale, spara una pistola nel volto ad una signora perchè non vuole accettare la sua dichiarazione d’amore, e gli rigetta una lettera, ed ha per punizione il consiglio di recarsi in permesso onde evitare il mal’umore e la vendetta dei congiunti di lei! Un ministro degli affari esteri, il conte Solaro della Margherita, dopo stare gran parte della mattina inginocchiato avanti gli altari nella chiesa dei frati della compagnia di Gesù, ingravida la superiora delle suore del Santissimo Sacramento, e per evitare lo scandalo l’induce a fuggire in compagnia del cappellano con settanta mila franchi che stavano in cassa del convento, li munisce di passaporto ministeriale, sparge la favola che ardenti di reciproco intenso amore se ne erano iti in Isvizzera, fa eleggere un’altra superiora, fa riempiere nuovamente la cassa dalla bonarietà della rimbambita Regina vedova Maria Cristina, ed ha complimenti di vera filantropia dal Re Carlo Alberto! Un avvocato Cunietti amoreggia con un’amabile figlia del ministro di Olanda, ne è corrisposto, e la ruba; il padre desolato reclama al trono di S. M. che gli sia usata giustizia, si frappongono i Gesuiti a cui ricorse il giovane, onde ottiene nulla; si ritira presso la sua nazione rigettando per viaggio la gran croce dei Cavalieri di S. Maurizio e Lazzaro, che il Re ebbe fronte d’inviargli in compenso de’ suoi servigi, quando la figlia vien messa nel ritiro del S. Cuore di Gesù, e quivi per forza convertita alla cattolica nostra Religione, e maritata quindi con un nobile signore, sdegnando essa d’unirsi in isposa al suo amante perchè conobbelo d’indole malvaggia; il quale per castigo è nominato vice console Sardo in Algeri! mentre tutti li suoi compagni senza demeriti e con molti meriti non hanno impieghi e cariche di sorta.
Un Sindaco d’un prefetto sulle fini del Canavese, in vicinanza delle lande di S. Maurizio, dove si sogliono tenere gli accampamenti militari per istruzione delle truppe sarde, ricorre egli in persona al R. Ministero verso l’autunno del 1842 per avere soddisfazione dell’assassinio commesso sulla persona dell’unica sua figlia da alcuni soldatacci, e vien rimandato con le seguenti parole: avete tutte le ragioni ad ottenere quello che dimandate, ma come si fa a conoscere i colpevoli? d’altronde al male più non puossi ovviare, e saria uno scandalo troppo grande il palesare il fatto; ascoltate il nostro avviso, abbiate pazienza, rassegnatevi alla Volontà di Dio, il quale ha permesso, forse per esercitare la vostra virtù, che la vostra figlia facesse quella miserabile fine; d’altronde procurereste un troppo grave dispiacere al vostro Sovrano, il quale tanto raccomanda la moralità nei Soldati. Si ritira il buon vecchio a sua casa, ammala, e muore anch’esso dal dolore della morte atroce della figlia, e dallo sdegno di non vederla giustamente vendicata. Ed il fatto è pure dei più gravi, e dei più imperdonabili che si possano da uomo commettere! Figuratevi! oltrepassavano il numero di dodici i soldati, erano ebbri dal vino ed accesi dalla libidine, veggono la avvenente ragazza sulla porta del giardino che faceva calza canterellando, si avvicinano in bel modo colla scusa di vedere il giardino, ed accorgendosi di non essere veduti da persona viva, l’assalgono, le mettono una pezzuola alla bocca bene stretta, la distendono in un solco, e l’uno dopo l’altro isfogano tutti su d’essa la loro brutale passione, mentre la candida ed innocente giovine rende l’anima al suo Creatore di mezzo alle due porche tra cui l’avevano quegli inumani lasciata.
Ma udite, ancora: voi sapete che il Duca di Lucca mandò il suo figlio a compiere la sua educazione in Piemonte: Carlo Alberto lo arruola nel reggimento di cavalleria _Novara_, ed il Principino Augusto esordì da bel principio con ogni sorta di indegne azioni a rendersi ridicolo e sprezzato, a dar saggio di quanto si possa sperare dal suo avvenire, ed il Re invece di correggerlo e punirlo lo premia, e se lo tien affezionato come una volta si teneva la contessa di Robilant, e gli paga tutti i debiti, che a quando, a quando ascendevano ad incredibili somme. Un giorno il Duchino si trovava in una città di provincia, e se non erro in Pinerolo, si reca egli in persona dall’impresario pei foraggi delle truppe, lo rampogna dapprima perchè non gli abbia inviato la provvisione di fieno per venti cavalli, come gli aveva mandato a chiedere, il signor Del-Pozzi che era l’impresario con bella maniera gli osserva esser egli solo autorizzato a suppeditargli la provvista per quattro cavalli dal ministero, e non aver egli inteso di fare un rifiuto a lui, ma sì tanto di scansare il giogo d’un obbligo ingiusto. A ciò l’Altezza Serenissima e Reale minaccia il Del-Pozzi il quale avendo osato ancora parlare, egli vibrogli allora un calcio nel basso ventre, per cui quegli stramazza a terra, ed in pochi giorni morì. Si sparge la cosa, ricorrono ai re i congiunti dell’infelice, ne parlano e romoreggiano i giornali di Francia, e Carlo Alberto regala il _gran collare dell’ordine supremo della SS.ma Annunciata_, al Prode Principe, lo innalza al grado di Colonnello, tuttochè non sapesse star a cavallo, e non s’intendesse nulla, affatto nella milizia, giacchè le sue occupazioni erano da mane a sera di far lo stordito, far all’amore, e far chiasso per lo paese. Vita che conducano quasi tutti i disperati Nobili, Spagnuoli, Portoghesi, Italiani, e Polacchi che rifuggiati in Piemonte ottennero gradi, pensioni, stipendii, onoranze, e tolleranza a tutte le loro vili e vergognose azioni.
Eppure se il nostro Re avesse un pò di sale in zucca, torrebbe ben di mezzo un tale scandalo! un tal disordine, che in niun modo gli può convenire!...
Ma oltre a cotesti fatti, a cui niuno può muovere un tal qual dubbio, ed a cui potrei aggiungerne mille, ascoltate questo eziandio di recentissima data: un Romano, il sig. T. P. impiegato da dieci anni al servizio del nostro Re, il quale in tutto il volgere di questo tempo mai diede motivo alla più piccola lagnanza sul suo conto, bene visto da tutta la subalpina gioventù, accolto con amorevolezza nelle più distinte case, giovane gentile, onesto, e del bel mondo, un giorno riceve per mezzo d’una guardia di polizia un biglietto col quale il Commissario Tosi ispettore della bassa polizia lo invitava a passare da lui un momento nella giornata. Egli colla massima premura, di nulla sospettoso, perchè di nulla si conosceva colpabile, aderisce all’invito e si reca al palazzo del comando, dove chiesto del suddetto commissario, che si fa dare dell’avvocato mentre non sa pure iscrivere due parole in ortografia corretta, viene tosto da due birri introdotto in un gabinetto dove un uomo alto della persona, di occhi grifagni, di nera e folte sopracciglia, con calzoni neri, abito bleu, giustapetto grigio di _piquet_ e cravatta bianca ed altissima, sedeva ad una scrivanìa. Questi subito s’alzò al vedere il nostro Giovinotto entrare e presentarsigli umilmente, indi coi più duri modi, colle più aspre villanie, e col più infernale sarcasmo tolse a canzonarlo, a deriderlo più che non a riprenderlo; del qual trattamento chiedendo la cagione commosso, ed indispettito non che maravigliato il nostro signore ebbe delle minaccie in risposta se anco avesse osato dire una parola. Pochi istanti dopo il Commissario si taceva, ed egli credeva, che essendosi isfogato così, l’avria lasciato andare in libertà, epperciò già macchinava in mente di farsi dare, con uno schiarimento, una soddisfazione di simile condotta tenuta contro di lui, nel giorno seguente; poichè più pensava, ed esaminava la sua coscienza e meno si trovava meritevole di rimprovero, non che di tali cattivi tratti appena, appena da potersi usare con un malfattore. Ma s’ingannava affatto nel suo supposto perocchè il Commissario data una scampanellata chiama due birri e loro ordina d’andare per una vettura; allora ei cadde in pensiero d’essere stato scambiato per un altro, e dimanda con supplichevole voce a quell’inumano la causa di siffatta riprensione; oh bella! guardate l’innocentino! risposegli tosto il Commissario, non sa d’aver fatto cosa biasimevole! quindi cangiando tuono di voce continuò: _andate con questi uomini, ed imparate a condurvi meglio per l’avvenire_. Il sig. T. P. si rivolse e vede i due birri, che erano stati mandati a prendere una vettura, fermi sul limitare della porta, due lacrime gli annebbiano gli occhi, un sudore di ghiaccio le investe per tutte le membra, un moto convulso che tutta gli agitava l’anima si palesa in compassionevole modo sulla sua sembianza; pregava col gesto, colle parole, e coll’espressione della persona il Tosi a dargli una qualche spiegazione, a dirgli in che si credeva egli avesse mancato; ma nulla gli vien risposto che più gravi ed amari accenti, poscia con un urtone spinto fra le braccia dei due arcieri, i quali l’accompagnano fino fuori dell’ufficio, lo fanno salire in carrozza e si mettono ancor essi l’uno per parte, e fanno segno al vetturino di inviarsi al _Correzionello_, luogo di prigione, dove sono rinchiusi ordinariamente i più gravi malfattori finchè non si è pronunciata ancora sul loro venire la sentenza dai pubblici tribunali. Quivi giunto quasi fuori di se, messo in un ampio camerone con la feccia del canagliume il più pestifero della società, stette molto, prima di riaversi, ed appena presero una tal calma li suoi sensi, e si riconobbe tra quella gentaglia, ripensava alla scena avuta col commissario Tosi e gli pareva di trasognare, che nulla dell’accaduto fosse vero; se non che un sergente di infanteria, (il quale trovavasi tra quella marmaglia, ed aspettava d’uno in un altro giorno, per decisione de’ suoi giudici d’essere tradotto o alla _catena militare_, o al _corpo franco_ nell’isola di Sardegna, quantunque nulla fosse risultato in suo danno dall’esame, e dalla perquisizione domiciliare che gli avevano fatto per averlo creduto divulgatore di libri proibiti) gli si accostò per vedere di sollevarlo, e con amorevolezza rarissima a rinvenirsi in que’ luoghi prendendo a ragionare con lui, gli suggerì, appena udito il racconto dell’accadutogli, di scrivere a qualche persona di sua conoscenza perchè si interponessero, e gli facessero rendere giustizia, ed alla peggio dimandasse che lo sottomettessero al giudizio d’un tribunale.