Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto
Part 5
Secondo voi noi dovremmo taciti aspettare l’occasione propizia per operare, e non far altro che gridare in ogni modo, in ogni tempo contro l’usurpazione straniera del dominio sulle lombarde e venete contrade:[6] le quali parole chiudono in se due pensieri, il primo di stare in attenzione come gli Israeliti presso a poco del loro Messia, il secondo di fare una cosa impossibile, ed impossibile è certo non dico lo scrivere, ed il parlare dell’attuale prepotenza dei Tedeschi sugli Italiani, ma nemmanco si può parlare in loro risguardo dei più noti fatti della storia antica, essendo pei nostri governi il toccare il Tedesco la medesima cosa, che noi toccassimo e ferissimo il loro cuore, tutto sperando il loro sostegno ad ogni rischio nelle cento migliaja di baionette, con che dicono, possa, visto non visto, amorevolmente visitarci. In quanto all’opportunità dell’occasione anche Livio parmi avere scritto, _che le cose sogliono consigliare agli uomini, e non gli uomini alle cose_, ma questo detto non vuole essere litteralmente interpretato; perchè del resto andremmo contro al nostro passato che ci prova con mille fatti, ciò essere vero, e verissimo se si parla di mediocri ingegni, falso e falsissimo all’opposto dove si tratti di ingegni sublimi. Chè gli uomini d’alto intendimento sanno preparare le circostanze, ed avvicinarle quando sono discoste, creare dal nulla i mezzi, spiare, provvedere, e dominare il futuro. Ciò posto chi non vede quanto più giusto, più opportuno non sarebbe questo consiglio di pensare, meditare, progettare tutti assiduamente giorno e notte, al come meglio si possa mettere ad effetto la determinazione di crollare il giogo ormai troppo per noi vergognoso? il dubitare un solo istante che fra venticinque millioni di Italiani non si trovi un ingegno da tanto da condurci tosto all’impresa, da imitare tanti altri eroi dei nostri maggiori, da fare altrettanto di quanto fece Alberico da Barbiano, riformatore della milizia Italiana nel medio Evo, allorchè indispettito delle stragi, che i Brettoni guidati dal Cardinal di Ginevra menarono sui Cesennati, e su varii altri popoli d’Italia, gridò che _il sangue italiano voleva essere vendicato col sangue Brettone_, e detto fatto, compiè il suo proposto, onde il suo nome splendè non come una meteora, che veduta dispare, ma come un astro la cui luce si mostra continua sul nostro orizzonte. In lui ispirandosi ogni cittadino, i nostri uomini d’armi, e a emulare prendendolo il capitano che li dirigerà nelle marcie, non potremo tardare di vedere il sangue dei martiri Piemontesi, Toscani, Napoletani, Parmigiani, Lucchesi, Modenesi, Romagnoli, Veneti e Lombardi, appieno vendicato col sangue dei loro oppressori, e spiumata la feroce aquila Tedesca furente fermare il suo volo, e rivolgere per rabbia contro di se i predatori suoi rostri, li voraci suoi artigli.
Altre cose, come dissi sopra, mi resterebbero tutta volta ad osservarvi sul vostro libro, ma qui fo punto ossia per amore in brevità, ossia per potervi entrare d’altre cose più presto. Dalle mie parole però vi sarete potuto addare, non esservi male apposto quando in chiudere il vostro opuscolo scrivevate: _il lettore giunto al termine del mio libro dirà di me, ciò che io dicevo a me stesso prima di scrivere: non avere io, studioso non di scienze, ma d’arti, sapere e mente che basti a trattare profittevolmente materie politiche ed economiche di tanta difficoltà_. Grande vero! anzi il solo contro cui nulla avrei a notarvi, peccato che non ne foste davvero prima convinto! avreste evitato a voi la pena infruttuosa di dettare quel libro, a me quella di rispondervi! Se nonchè forse il tutto sarà per lo meglio, giacchè mi avete porto con esso il destro di dire qualche verità, la quale certo non disutile è per tornare, avendo per mira il mostrare come male sia fondata e pericolosa ogni speranza che si ripone in Carlo Alberto a proposito della rigenerazione del nostro paese, come da sciocco, da ostinato, da imbecille ne sia il solo pensiero.
DELLE SPERANZE D’ITALIA RIPOSTE IN CARLO ALBERTO.
CAPITOLO UNICO.
L’Italia, simile ad un corpo che un altro ne move, e perde tanto di movimento, quanto ne acquista quello mosso per esso, venne meno tanto in vita, in gloria, in sapere quanto in ciò fece progredire le altre nazioni, le quali tuttochè ammaestrate, incivilite, e fatte forti e grandi dalla sua storia, dalla sua luce, e dalla sua virtù, pure sconoscenti anzichè stenderle il braccio a sollevarla dal fango, tutte le congiurano contro, e dopo averla immiserita, insanguinata, e ridotta fra i più terribili ceppi, torre perfino le vorrebbero il nome. Ma per fortuna questa illustre donna, questa illustre maestà, sebbene lacera il manto, scarmigliata le chiome, carca di catene, spolpata e succhiata dall’arpia Tedesca, ha per anco tanto di forza sparsa per le illividite e rotte sue membra, che raccogliendola e concentrandola al cuore ad un possente grido che la scuota dal sonno e la chiami a virtù, è tuttora capace di far tremare l’universo, di farsi rivedere madre d’ogni bella e grande opra, reina su li suoi tiranni, e sulle sue rivali.
Onde se mai evvi una speranza, che noi figli di lei possa sorreggere nel cammino, in cui andiamo tentoni brancicando verso il venire; se mai evvi cosa che ci torni a conforto nella prostrazione in cui ci giaciamo; se mai una voce ci suona amica all’orecchio, ci scende nell’imo del core, ci commove, e ci sprona a virtù, è senza dubbio la parola della verità, che ogni giorno va acquistando valorosi banditori, è la tendenza che si palesa nelle giovani menti per tutto che sa di nobile, di grande, e di generoso, è il bisogno sentito di dar bando ai lamenti e di operare ormai universalmente fra il popolo; in cui solo deggiono appuntellarsi le nostre speranze, perchè in lui solo risiede la forza, solo in lui la sorgente si trova di sublimi, di eroiche virtù, in lui solo può essere lo istromento per risorgere a vita, a prosperità, a grandezza. Noi per lo passato doppio martirio avevamo a pruovare, l’uno è la vista che il numero dei martiri della patria carità a quando a quando s’andava crescendo per la ferina avidità del sangue dei nostri Tiranni, l’altro più atroce ancora, più straziante, e più tormentoso e terribile, vuolsi dire l’acuto e continuo dolore che un’anima generosa scote nel vedersi non solo mal corrisposta nelle sue mire, ma ne manco dagli altri tampoco compresa ne’ suoi disinteressati progetti, ne’ suoi santi sagrificii, e la dio mercè quest’ultimo più non dobbiamo sopportare checchè voi Azelio col vostro Balbo ne pensiate in contrario. Sì ci deve goder il cuore, che il popolo già abbia imparato la fonte salutare, già sia corso ad attingervi l’onda vitale, e dimostro abbia di non volersi sì presto saziare; che l’attenzione ai grandi movimenti destati dalla civiltà si cominci a manifestare anche nelle officine e negli abituri tanto in villa che nella campagna; che anche le masse più inerti ora si agitino, e che per rendere proficua quell’agitazione nient’altro abbisogni fuorchè un impulso.
Ma quest’impulso vuolsi dare da noi, senza il concorso di principe italiano, senza lo sussidio dello straniero, gli uni e gli altri, se ci volgiamo un momento al passato, ci tradirono sempre.
Sarà per interessarsi a nostro pro l’Austria, che su tutta la penisola vorrebbe distendere le ladre sue zanne? forse l’Inghilterra la quale in Malta si governa prepotentemente del pari che i nostri Principi in Italia, la quale giunse ad annientare in quell’isola tutta cosa, la quale potesse ricordare agli abitanti d’appartenere alla nostra nazione? Perocchè dal _Giurì_ in fuori non v’ha legge, non v’ha regola, nella procedura di qualsiasi atto del governo, non v’ha instituzione che comprovi tampoco la libertà Britanna, che non accusi anzi il più assoluto dispotismo. L’università ridotta al punto che qualsiasi ginnasio più piccolo, peggio in piedi è a quella superiore immensamente per ogni risguardo, l’istruzione bandita, l’educazione affidata da un anno ai Gesuiti, il commercio languente per la mala fede dei Negozianti, la religione manomessa dai protestanti, e dai gesuiti, che tra loro fanno a gara in essere più generosi, e larghi. La persecuzione agl’Italiani portata ad un grado incredibile, perchè quivi non si fermino, e non possano riaccendere lo spento amor patrio[7]. Libertà di stampa per lanciar contro il prossimo, villanie, insulti, e calunnie, per propagar l’immoralità, e l’odio all’Italia, ma non per discutere su cose di scienza, di letteratura, e di politica; che anzi cose pubblicate in Piemonte ed in Lombardia coll’approvazione della censura non poterono quivi venire ristampate, e gl’Italiani emigrati dal governo fortemente proibiti di pubblicare checchesia dal Novembre del 1845, contro il qual ordine si può leggere l’inutile protesta fatta subito dopo dal migliore, anzi dall’unico buon giornale il Mediterraneo; e soppressa la cattedra di Storia, e di Economia politica perchè tendenti a liberalismo, e le altre rette da persone pressochè imbecilli; insomma barbarie, oppressione, e schiavitù in tutto e per tutto. Forse la Russia parteggierà la nostra causa, il cui padrone giunse ad uno scalino più su di tutti gli altri tiranni, tenendo schiava, non che il popolo, la stessa nobiltà? Forse la Prussia il cui Re tiene a bada i suoi sudditi con rinnovare le promesse a quando a quando di concedere le riforme chieste al suo padre, e con promoverle giammai? Forse la Francia che sempre ci frodò e perfino quando le sarebbe tornato a grandissimo suo vantaggio il darci il suo patrocinio? Forse la Spagna tuttora incerta sulla via che ha da battere per risanarsi, e che troppo per conseguenza ha da pensare per se? Io non veggo in verità su chi si possa riposare da noi, giacchè le Nazioni che potrebbero non vogliono, quelle che vorrebbero non possono, e quando fia che possano anch’esse più non vorranno giovarci. Tanto è vero che l’invidia, la gelosia può dappiù sull’animo degli uomini quasi sempre della generosità!!! Ma se non dobbiamo confidare nel braccio degli Stranieri, tanto meno poi abbiamo seguire il consiglio di Voi, di Balbo, di Gino Capponi, e di tutta la schiera dei moderati, che per una strana combinazione rilevo appartenere tutti alla prosapia de’ Semidei, alla aristocrazia della nobiltà, che vorrebbesi rimettere in piedi negli altri paesi d’Italia, siccome serbasi ancora in Piemonte, eccettuatone un solo, che non nomino perchè porto fiducia presto si ricreda pubblicamente, ed il quale è del ceto secolare, dir voglio del popolo, e questi fu, quantunque avveduto e di felicissimo ingegno, tratto nella rete, men che egli e noi ci pensassimo; sì, tanto meno poi abbiamo a seguire il vostro consiglio e riporre la nostra speranza nella confederazione dei nostri Signori.
Ogni confederazione dei Principi Italiani, oltre ad essere difficilissima sia perchè non ci pensano e non ci vogliono menomamente pensare, sia perchè niuno fra essi si eleva per energia d’animo dal livello dei vili, pronti ad adulare sempre a chi loro soprasta, e ad incrudelire contro chi loro obbedisce, e non mai a difendere i propri diritti con calore, ed a tutelare gli altrui, non potrebbe poi effettuarsi che a danno della nostra nazionalità, il perchè con apportare qualche piccola modificazione governativa nel nostro paese troncherebbe affatto ogni via alla nostra indipendenza, al risorgimento della nostra libertà; un vetro ustorio tutti sanno concentrando e condensando i raggi solari ne avviva e centuplica la forza e la luce, il medesimo opererebbe in nostro danno una confederazione Italiana, perchè in un punto adunando e raccogliendo le forze dei nostri Tiranni, accresceria di peso quel giogo che segnatamente con tutta la lor possa di volere e di mezzi premono sulle nostre cervici. Sarebbe buona tal confederazione nel caso che i nostri Principi avessero buone intenzioni verso i loro sudditi, e fossero impediti a metterle in pratica dall’influenza, dall’oppressione straniera, allora unendosi potrebbero come suol dirsi, tener al Tedesco il _bacino alla barba_ e conseguire l’intento loro; ma questo caso non è il presente, la tirannia dei nostri principi supera quella dello stesso Tedesco, quella di qualsiasi oppressione mai abbia avuto l’Italia od altra nazione nei tempi passati, ed abbia, e possa avere nei giorni avvenire; ed il darsi fra loro la mano in ogni altro caso torna peggiore alla nostra condizione presente futura che non l’istessa attuale schiavitù in cui siamo, la qual cosa parmi abbia dimostrato assai bene il Ricciardi nel suo libro che non è molto pubblicò in Parigi.[8]
E quello che non possiamo, non dobbiamo sperare da molti in massa, potremo e dovremo sperare da uno? quello che uniti i nostri Principi non hanno il coraggio, la volontà, ed il solo pensiero di fare, potrà uno d’essi di per se aver tanto di ardire da tentare, e tanto senno da volere? Lasciamo che parecchi d’essi brutti di danaro, privi di milizie, ed alcuni imbecilli del tutto, che in verun modo anche volendolo non potrebbero metter mano ad una cosifatta impresa: sarà il Papa colui che porrassi alla testa degl’Italiani, il quale crede dovere suo strettissimo il seguire l’esempio de’ suoi antecessori? Sarà un Gregorio XVI. il quale fa a gara col Re di Piemonte, col Re di Napoli per ottenere la gloria d’essere il più famoso fra i Tiranni suoi contemporanei in Italia, che con valore gli è da que’ due disputata? Davvero non parmi possibile che vi siano taluni che idoleggiano una tal idea, come non parmi possibile potersi scrivere anch’oggi in discolpa dei Papi rispetto alle vicende antiche del nostro paese; riandiamo adunque un momento la storia. Chi furono se non i Papi che divenuti capi politici, datisi a combattere, trovatisi in pericolo, abbandonati dai Greci si diedero in braccio dei Franchi, e comprarono la sovranità dell’esarcato, e della Pentapoli col prezzo enorme dell’indipendenza della nazione? Chi chiamava per ben due volte Pipino mentre duravano le lotte col Longobardo Astolfo? Papa Stefano II. Chi traeva sull’Italia le armi di Carlo Magno? Papa Adriano I. Chi chiamava le falangi barbare del Sassone Ottone contro un Re italiano? Papa Agapito. Chi le richiamava contro gl’istessi Romani? Papa Gregorio V. Chi commoveva primo nelle viscere italiane il tosco guelfo e ghibellino? Papa Alessandro II. Chi invocava il Tedesco figliuolo di Federico Barbarossa contro l’Italiano Tancredi Re di Napoli? Papa Celestino III. Chi ritraeva Carlo d’Angiò con armata di saccheggiatori barbari contro il Napolitano Manfredi? Papa Adriano IV. Chi poi alla sua volta traeva sulla misera Italia, e contro Carlo d’Angiò il Tedesco Imperatore Rodolfo? Papa Adriano V. Chi richiamava con altre e più infeste armi Carlo d’Angiò contro la Romagna? Papa Martino III. Le stragi civili fra i Colonna e gli Orsini donde ebbero l’origine e ’l fomento? Da Papa Bonifacio VIII. Chi alzava contro le vite e la libertà degli italiani Lodovico di Baviera? Papa Giovanni XXII. Diremo noi le orrende sciagure tratte su l’Italia dal Guelfismo seduto in Avignone, quando per sue politiche passioni faceva mettere a ruba e a sangue queste nostre già tanto misere contrade per mano di scorribande tedesche, brettone, mandate a combattere i Principi Italiani? Chi chiamava lo straniero Luigi d’Angiò contro il Re di Napoli Ladislao? Chi contro il medesimo da poi l’Ungherese Sigismondo condusse? Papa Giovanni XXIII. Seguendo di tal passo verremmo fino al termine della istoria italiana, di cui qui non siamo che ad un terzo, verremmo ai tempi moderni, al giorno che corre, e sempre toccando con mano che le precipue nostre calamità originarono dal Governo Pontificio. E noi c’intenderemo con alcuni a riporre la nostra fiducia nel Papa? In un Gregorio XVI, che tutti i suoi antecessori non solo imitò ma superato ha di gran lunga nell’incatenare ed opprimere la patria nostra? Ah non fia giammai! Torciamo lo sguardo da un uomo che dovrà essere esecrato per tutte le età, in tutti i paesi ed in tutte le lingue, e che anima e corpo dovria piombare tosto nel centro d’inferno a formare il zimbello, anzi il disprezzo degl’istessi Demoni, perchè non vada del tutto a ruina quell’augusta religione, di cui senza intenderla nelle sue sublimità, e ne’ suoi doveri è destinato ad esserne il sommo Gerarca; imitiamo i Longobardi, i quali noi chiamiamo barbari, ma intanto essi c’insegnano col loro esempio che vuolsi rispettare il Papa, ma si deve ad ogni patto disgiungere la forza dei due poteri.
Veniamo al Re di Napoli, sarà forse costui che vorrà parteggiare la causa Italiana? un Ferdinando sulla cui faccia è ancora fresco e fumante il sangue dei martiri d’essa, dei fratelli Bandiera? Un uomo che inventò supplizj, torture, e prigioni di nuova foggia, da disgradare tutti i già conosciuti tormenti in atrocità? Un uomo che quando fu costretto a perdonare, e mutare la sentenza di morte in un carcere a vita, volle montassero gli incolpati sul patibolo e tra le mani del Boja rendessero grazie alla sua clemenza?[9] Rispondino per me i suoi sudditi sì dell’una che dell’altra Sicilia, fra cui se alcuno pruovami trovarsi un solo il quale ciò pensi, mi lascio tagliare per la mia asserzione in contrario la lingua.
Sarà adunque il Re di Piemonte, sarà Carlo Alberto? Sì, sì, mi rispondono più voci, sì, sì, sento ripetermi in eco dai liti nostri, sì, sì mi rispondete voi eziandio o Massimo. Ebbene eccomi alle pruove, che con voi disinganneranno tutti gli altri Italiani nel cui capo ha potuto trovar nicchia una sì stolta, sì pazza opinione.
In verità più io ci penso, e meno posso darmi ragione dei motivi, che a quest’ora possono ancora indurre in errore gl’Italiani rispetto alla volontà, al coraggio, al carattere di Carlo Alberto. Che cosa ha egli mai fatto fin’ora da appalesare la più piccola disposizione ad un tal passo? abbandonò forse la verga del dispotismo con cui flagellava li suoi sudditi? Si pentì forse del passato suo infame, o mostrò tampoco di voler coll’avvenire rimediarvi? Perdonò a suoi compagni del ventuno sì malvagiamente abbandonati da lui? Richiamolli ne’ suoi stati senza costringerli ad avvilirsi a giuramenti ai quali niun uomo di carattere potrà mai sottomettersi? ha mai manifestato fermezza di volere almeno tanta, da non farsi chiamare una frasca, da non lasciarsi condurre pel naso ora da uno, ora da un’altro de’ suoi ministri? Si è mai slacciato dal guinzaglio con che i gesuiti da pezza lo muovono a loro talento? dalla museruola che i suoi grandi di corte gli posero alla bocca per lasciarlo, e farlo parlare solo quando loro torna a vantaggio? ha mai frenato la prepotenza della nobiltà piemontese? ha mai seguito l’esempio de’ suoi maggiori in cessare ogni vessazione contro i Protestanti, e promossa la tolleranza religiosa, che Emmanuele Filiberto loro usava? ha concesso forse tanto agli Ebrei da non tentar di affogarne nella miseria e nella immondizia la generazione? ha mai egli resa più libera, più facile l’istruzione de’ suoi sudditi? ha dato leggi quali si esigono dai tempi, giuste ed uguali per tutti alli suoi popoli? Rispondetemi o Massimo voi che tanto v’intesi a sfiatarvi in commendarlo, che di tutto questo egli operò anche in minutissimo grado? nulla, nulla affatto, se non che passionato altrettanto che pel inginocchiatojo e pel Crocifisso, per la milizia, mise su un corpo di truppe che non stanno forse al disotto di verune altre per la loro perizia in ogni sorta di guerreschi esercizi, e le quali sono una vera peste pel paese stante la loro oltracotanza, e le spese che si richiedono pel loro mantenimento, cose che volentieri sopporterebbero i Piemontesi, qualora potessero sperare tampoco di vederle muovere per la causa italiana, ma che invece lamentano in continuo non rilevando in esse altro che _polvere pe’ gonzi_, ed un’inutile ambizione. E lo stesso vuolsi dire del patrocinio che egli dimostra per le belle arti, il quale gli procaccierà qualche lode, farà obbliare per qualche momento le tante sue colpe, ma nell’istesso tempo prova mirabilmente la sentenza d’Angiolo Brofferio che le belle arti più fiorirono, e più fioriscono in un paese quand’esso più è stretto dai ferri della schiavitù. Ma perchè non crediate asserisca ciò gratuitamente entrerò in materia più assai che non dovrei con un altro, il quale avesse qualche cognizione del governo sardo.
Dalle leggi, e dal modo di farle osservare più che non da qualsiasi altra cosa si può conoscere lo stato d’un governo. Però che nelle leggi sta il vero bene degli uomini, dalle leggi la volontà degli uomini retta e scevera da passioni vien dichiarata; perchè le leggi natura dapprima le stampava ne’ cuori, ed appresso la società scrivendone i codici alle varie condizioni de’ suoi bisogni le attemperava; perchè esse sono il voto del popolo o interpellato o presunto, il voto del popolo, che a ben proprio e degli altri patteggia limiti e facoltà, premi e pene consente. Un codice infatti nuovo di leggi ha lo stato di Sardegna per opera di Carlo Alberto, ma quali sono queste leggi? sono quali abbisognavano? vi risponda per me l’ombra venerata del Conte Barbaroux, il miglior ministro che abbia mai avuto, e mai incontrerà d’avere il nostro paese; questi, tutti sanno, aveva avuto dal Re l’incarico della compilazione del nuovo codice, e come uomo profondo quant’altri mai sia stato nelle scienze legali, d’alta nobiltà d’animo, di vastissime viste, e dei più sublimi intendimenti, e fornito a dovizia di tutte quelle eccellenti qualità che si richieggono ad un magistrato, rivolse ogni cura all’opra, ad affrontare contrasti, ed indicibili fatiche, e non badando nè a sudori, nè a sagrifici, nè alle nimicizie, od agli odii che si traeva contro principalmente dalla nobiltà, condusse il suo lavoro a termine, e preparato aveva allo stato Sardo un codice, che sotto qualsiasi punto si considerasse non poteva che commendarsi, perchè a tutto aveva avuto e mente e coraggio di farsi incontro, a tutto provveduto come si doveva da un uomo pari suo che mettesse la giustizia in cima d’ogni sua azione, d’ogni suo desiderio, affetto, e pensiero. Terribili guerre e pubbliche e private, che discendevano fino alla viltà della calunnia egli ebbe a sostenere per fare che il suo codice fosse appruovato; non è martirio che si possa mettere in confronto di quello sofferto da quella grand’anima per difendere ogni sua proposizione, combattere ogni malvagia altrui interpretazione, appianare ogni contorcimento fatto alle sue idee dai suoi nemici, ma alla fin fine credevasi in porto, confusi i suoi oppositori e messa berta in sacco, Carlo Alberto gli dava solenne parola che il suo codice sarebbe stato adottato per gli stati senza modificazione di sorta. Passò qualche tempo ed il codice del conte Barbaroux compare alla luce mutilato, innovato, manomesso da capo a fondo dai nemici di lui per modo, che egli a tal vista recossi immantinenti dal Re a chiedere licenza della sua carica di _Segretario e Ministro di Stato col portafoglio per gli affari di grazia e giustizia_, il Re lo accolse con amorevoli parole, come sogliono tutti i traditori, e non volle permettere che egli si ritirasse dal suo impiego; cosicchè il ministro ricondottosi a casa straziato nell’animo, e col pensiero di quell’inganno che gli bolliva in mente, poco andò che divenne taciturno, incerto nel guardo, temente di tutti, e facile a soliloqui che pareva dessero a sospettare gli fosse per dar volta il cervello, di fatto un giorno dalla somma galleria del palazzo del ministero si gettò giù nel sottostante cortile e rimase freddo, sfracellato sul colpo con dolore acutissimo di quanti nel nostro paese sono capaci d’ammirare un uomo che per ogni rispetto grande si poteva appellare.[10]