Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto

Part 4

Chapter 43,601 wordsPublic domain

Che voi abbiate dimostrato che le male conseguenze, i funesti seguiti della reggenza del governo Papale superano a pezza tutti gli inconvenienti di qualsiasi governo assoluto e dispotico, tutti vi commendano, e ciò era veramente quello che dovevate fare per indurre ad aprire gli occhi chi si incapponisce a tenerli chiusi; che abbiate anche pruovato il governo papale non essere veramente assoluto e dispotico mentre si crede d’esserlo, ognuno non può a meno di approvare, perchè anche da questo vien manifesta sempre più l’ingiustizia, e la tirannia di quel governo, e la ragione perciò che hanno sudditi d’invocare le dovute riforme, e di ricorrere all’armi vedendo di non essere affatto ascoltati diversamente; ma che voi veniate al vostro assunto, e dimandiate per il bene dei Romagnoli la grazia al governo Papale d’essere un pò più assoluto, un pò più dispotico, i vostri lettori non solamente non convengono, ma riprendono, e biasimano fortemente il vostro avviso, e con ragione. Da chi siete voi messo a trattare la loro causa? Chi vi disse che essi a ciò si contentino, che reputino una grazia una tal concessione, una tal riforma? Governi assoluti e dispotici sono tutti gli altri dei varii stati d’Italia, e se i Piemontesi, i Lombardi, i Napoletani, i Toscani, i Lucchesi, i Modanesi, i Parmigiani non solo non sono contenti dei loro governi, ma anzi si struggono dal desiderio di crollarne il giogo, come volete che i Romagnuoli possano essere intieramente soddisfatti nelle loro mire qualora il Governo Papale su quelli si modellasse? come potete esservi condotto a credere che anzi essi avrebbero avuto a grazia un siffatto mutamento? Veramente v’ha una grande differenza tra quelli e questo! negli altri stati Italiani è un solo che figura d’incatenarci per via dell’opera de’ suoi ministri, i quali non hanno autorità, quando non se la prendono, e sono stretti esecutori degli ordini del re, quando vogliono; nello stato del Papa non è uno, ma sono più che hanno, voi dite, il privilegio di disporre dei ceppi, e della scure, e che per ciò? se gli Italiani tanto di questo che di quelli stati si trovano tutti pressochè alle stesse, se tanto qui che altrove l’amore pei sudditi è lo stesso, lo stesso il favore all’incivilimento, la stessa la provvidenza delle leggi, lo stesso il riguardo ai diritti pubblici e privati del cittadino! Io entro in avviso che abbiate ciò detto per ischerzare, non altrimenti che quando parlando della saggia e generosa condotta serbata dal Gran-Duca allorchè dal Nuncio Apostolico T. Sacconi gli era stata dimandata la resa di Renzi, uno dei principali del moto di Rimini, uscite in queste parole: _aver egli destato con tal atto invidia in qualche principe italiano_. L’Italia presentemente non ha più quei principi di cui si poteva a diritto vantare un giorno; oggi li suoi principi sono figli snaturati, e non sono capaci che di azioni vituperevoli, di passioni abiette e vili; veri animali immondi, che più si sprofondano nella fanga, quanto più tengono della lor indole, non possono che invidiare il male. Ma l’invidia ad una nobile azione può aver luogo solo in un’anima generosa, in un’anima che si strugga di non potere afferrar un’occasione per ispiegare quella forza, che nell’intimo le agita tutte le fibre. Qual è di grazia quegli che alle sollecitazioni dell’Austria, alle calde istanze del Governo Pontificio avria non dico dimostra tanta fermezza di carattere da non mutar determinazione, come poi timidamente fece il Granduca, ma che avrebbe solo esitato un’istante dall’aderire alle loro ingiuste dimande? qual dei nostri Principi anzi non avria, anticipatamente alla manifestazione de’ loro desiderii, rinchiuso il Renzi nelle sue prigioni, e quasi direi inalberatagli la forca piuttosto d’approvare, anzichè d’invidiare l’atto giusto e lodevole di generosità del Granduca di Toscana? Carlo Alberto? quell’infame, che dopo d’avere spinto i suoi soldati, i suoi compagni, i suoi congiunti, li suoi amici sulla via della rivolta, non ebbe vergogna di mancare al suo giuramento, di tradirli, e di spargerne il sangue, pronunciando, dopo avere soscritto più sentenze di morte, queste rabbiose parole: _muojano! muojano tutti! che la voglio tutta schiacciata questa maledetta genia di liberali_. Carlo Alberto cui non bastò l’animo mai di richiamare dall’esiglio quei tali nemmeno, di che egli stesso s’era fatto guida nel Ventuno? Avete veduto ultimamente come infatti si regoli il governo Sardo verso i liberali, e chi sospetta per tali: Il Conte Annibale Montevecchio, ed il Sig. Filippo De-boni per vostro consiglio si erano recati ambidue a Torino sulla fiducia di trovarsi in maggior libertà, e più sicuri dalle molestie della polizia, da cui qui appena qualche motivo avevano a temere. Essi non potevano dirsi compromessi col loro governo come il Renzi, nè tampoco appariva fossero perseguitati, e se si erano dilungati da esso ciò avevano solo fatto l’uno per timore, l’altro per isperanza d’un meglio altrove e più vantaggioso soggiorno, eppure passarono essi un giorno solo di vera quiete, di vera tranquillità d’animo in Torino? obbligati a consegnarsi mane e sera all’ufficio della polizia, espiati nei loro passeggi, osservati ed ascoltati nei loro discorsi dopo il volgere di pochi giorni da mille disinganni amareggiati, si videro intimata la partenza, e non vi fu nè la vostra nè la protezione del vostro fratello, e di molti altri grandi della corte e dello stato, la quale sia stata valida a far sospendere un tal ordine, e a procurare loro anche un solo prolungo di dimora.

E dopo un cosiffatto procedere del suo governo volete voi che un Carlo Alberto potesse sentire invidia della fermezza del Gran Duca di Toscana nel niegare all’Austria, ed al Papa il Renzi, uno dei capi della sommossa? Oh scusatemi! ma voi o non parlate di buon conto, o Balbo vi mise le traveggole agli occhi, e sia che vi troviate nel primo, sia che vi troviate nel secondo caso, è sempre uno stato indegno di voi, d’uno che gli altri dovrebbe guidare, e non lasciare che gli altri conducano lui pel naso. Non abbiate fiducia in chi nei fatti non si mostra consentaneo alle sue parole, non nel Balbo e ne’ suoi seguaci che sotto il manto di moderazione, e meglio del Gesuitismo predicano la riforma finchè può migliorare le loro condizioni, può favorire il trionfo della loro casta, dell’aristocrazia; ma alla voce d’indipendenza, di libertà, di rivoluzione, si spaventano, si crucciano, tremano a verga a verga, vuoi per la coscienza dei loro demeriti, vuoi per lo timore di cadere dal loro potere, di dover lasciare la maschera di moderato liberalismo, di occulata prudenza con cui tentano, a detta di Tacito, di corrompere il popolo colle mentite speranze, di consolidare il loro regno allontanando gli animi delle ardite imprese, sostituendo al coraggio la disperazione. Anime che si potrebbero paragonare a quelle piante parasite che per tenersi in piedi hanno bisogno che altre loro servano d’appoggio; demoni d’inferno che incapaci ad operare nulla di bene, di grande, non solo non vogliono riconoscere il merto di chi immensamente li avanza, ma vorrebbero spegnere quanto può essere di nobile, di sublime per desiderio, volontà, intendimento ed intrapresa in altrui.

OSSERVAZIONE VIII.

È utile all’Italia, ed atto facile ad imitarsi, il protestare a viso aperto contro le ingiustizie che da noi si soffrono, qualunque siano, e da chiunque ci vengano.

_Pag._ 110. MASSIMO D’AZEGLIO.

Si vede chiaramente che voi non avete sofferto mai nulla, e per conseguenza giammai avete dovuto alzar su la vostra voce contro qualche atto d’ingiustizia e di prepotenza usatovi o dal vostro o da altro governo, che altrimenti non avreste dato il ridicolo consiglio agli Italiani di protestare a viso aperto contro tutto quanto loro dai governi fassi soffrire, piuttosto e con maggior frutto loro avreste dato un avvertimento affatto opposto perchè inutilmente non avessero la spensieratezza di affrontare i tanti rischi d’ogni maniera a cui necessariamente quegli va incontro, il quale osasse non diciamo far una solenne protesta, ma solo una rimostranza ai nostri Tiranni, i quali volendo essere infallibili, sono incapaci di ricredersi, ed indietreggiano nel peggio piuttosto di valersi dell’altrui consiglio per procedere al meglio, simili a quei ronzini che se li battete retrocedono e scaraventano de’ calci, se li accarezzate si piantan fermi nella via, ed un buon argano ci vorrebbe per farli muovere. Un fatto solo può servirvi di pruova mentre ne potrei citare moltissimi da cui si rileverebbe il più felice esito a sperarsi da una protesta qualsiasi, essere per avventura l’indifferenza. Nel 1841, se non fallo trovavasi in questa capitale l’Areonauta Comaschi, il quale innalzatosi nel suo pallone ritentava una salita nel cielo che da qualche giorno il vento gl’impediva di mandare ad effetto, il viaggio dapprima riesce felice, rapido l’areostata tra gli applausi della affollata popolazione era asceso ad un’incredibile altezza, quando un soffio di vento di tramontana lo spinge quasi orizzontalmente sulle colline di Moncalieri. Il Comaschi vedendosi contrastato dai venti, anzichè venire a lotta con loro, decide di discendere per mezzo del _paracadute_. Il suo Pallone piombato al suolo in poca distanza da lui venne preso da alcuni soldati del reggimento di Savoja Infanteria che staccati dal corpo che si ritirava dalla così detta _passeggiata militare_. Egli presentatosi loro, chiama il suo pallone, essi dapprima ridono poscia sguainata la spada si fanno attorno a tagliuzzarlo niente meno che avessero avuto da menar strage sul nemico del loro paese. Il Comaschi non la potendo dire nè in parole nè in fatti si ritira, e si reca a Torino dove raccontata la cosa a qualche amico trovò una persona che s’incaricò di farci avere una compiuta soddisfazione. Infatti pochi giorni dopo Carlo Alberto gli faceva pagare il pallone colla cassa del reggimento a cui appartenevano que’ soldati, mandò alla _catena militare_ quelli che erano apparsi più colpevoli, degradò e congedò dal servizio gli ufficiali superiori che in quella sera accompagnavano il _corpo_. Alcuni di questi ricorsero al Re per far valere le loro ragioni e pruovare che in verun modo non potevano essere colpevoli, il Re letta la supplica si rivolge al suo primogenito il Duca di Savoja, e gli chiede il suo parere, essendo questi allora il colonnello di quel Reggimento. Volete sapere la risposta, il resultato? Ebbene l’erede del trono Sabaudo volto al padre soggiunse con disdegno: _se fossi nel posto di V. Maestà non solo non mi ritratterrei dalla presa determinazione, ma farei tutta fucilare cotesta canaglia_. Il consiglio del figlio Augusto, le cui parole ce lo dovrebbero caratterizzare, non venne è vero dal padre accettato, ma è vero altresì che quella rigorosissima sentenza fu eseguita senza modificazione di sorta, e per alcuni ingiustamente; ma di simili fatti ne vedrete addotti altri molti in questo opuscolo, e tutti tratti dalla storia attuale del nostro paese, sicchè potete col massimo agio accertarvi della verità. Onde vedete o Massimo per ora inutile il consiglio di far proteste ai nostri signorotti, come quando mi abbiate letto fino alla fine iscorgerete di più essere molto rischioso. Trasportatevi solo a qualche anno addietro nella nostra storia, cioè al 1815, e vedrete come Ferdinando di Napoli mandasse proclami a’ suoi sudditi, in cui prometteva, riforme, leggi provvide, libertà, ed ogni maniera di civile guarentigia, ma non mantenendo mai alle sue promesse, gli abitanti delle due Sicilie si levarono a tumulto nel 1820, in un solo pensiero e proclamarono una costituzione, la quale fu accettata con sacramento dal Re e da tutta la reale famiglia. Ma calpesto il giuramento corse il Re a Lay-bach per avere l’assistenza dell’Austria, alla quale parve non vero mettere in esercizio le sue bajonette, e perciò venne nel regno con numerose falangi, ed obbligò il popolo a rinunciare affatto li suoi diritti. E chè non fu fatta nel tempo istesso di quella invasione, cioè nel 19. Marzo del 1821. una solenne protesta? il deputato e Generale Poerio facea dal parlamento approvare una dichiarazione, la quale veniva a terminare in queste parole ec. _noi protestiamo contro una siffatta rivoluzione del diritto delle genti, risoluti di serbare intatti i diritti della nazione e del Re ed appellandone alla saviezza di S. R. M. e dell’augusta A. R. suo figlio, rimettiamo la causa del trono e della nazionale nostra indipendenza nelle mani di quel Dio, che regge i destini dei Sovrani e de’ popoli, e che agli uni e agli altri a tempo debito sa fare iscontar le sue colpe_. Da ciò che ottennero mai? mali più gravi che prima anche non conoscevano, e per citarne uno, l’abolizione del parlamento siciliano instituito perfino dall’unione dell’isola alla terraferma. Ma veniamo allo stato Pontificio: non erano più forti, più meritevoli d’attenzione le rimostranze fattegli dai rappresentanti delle maggiori potenze, Francia, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, nel 31. Maggio del 1835. presentando al _Bernetti_ prosegretario di stato, il seguente _memorandum_.

«Il governo Pontificio deve essere posto su di una base solida, per via dei miglioramenti stati già indicati ed annunciati dalla Santa Sede istessa. Questi miglioramenti poi, che a tenore dell’editto dell’eminentissimo cardinal Bernetti, fonderanno un’era nuova per li sudditi di S. S. si collegano con una intera garanzia, sicura dai pericoli e conforme all’indole di qualsiasi governo elettivo. Per raggiungere codesto scopo salutare, il quale a ragione della situazione geografica e sociale dello stato della S. Chiesa interessa tutta Europa, fa d’uopo che l’ordinamento sistematico dello stato medesimo si appoggi ai due principii citati: 1.º alla introduzione dei miglioramenti, di che si tratta, non solo nella provincia insorte, ma in quelle ancora, che se ne stettero tranquille, e nella capitale medesima; 2.º _all’ammissione generale dei laici agli affidi amministrativi e giudiziari_. E queste miglioranze dovrebbero comprendere il sistema giudiziario e quello delle amministrazioni municipali e provinciali. In quanto all’ordine giudiziario l’esecuzione interna e lo sviluppo delle premesse e dei principii del _motuproprio_ dell’anno 1816. offrono mezzi più certi ed efficaci per riparare alle universali doglianze in proposito di questa parte importantissima dell’organizzazione sociale. L’amministrazione generale delle municipalità elette dalle popolazioni e lo stabilimento di municipali franchigie, che ne determinino l’azione entro la sfera degl’interessi locali dei comuni, devono costituire necessariamente le basi di ogni miglioramento. L’organizzazione poi di consigli provinciali, come consigli permanenti destinati a prender parte al governo di ciascuna provincia nell’adempimento del loro ufficio, e con attribuzioni convenevoli ed una più numerosa adunanza, specialmente riguardo ai maggiori interessi della provincia, sembra attissima ad introdurre nell’amministrazione miglioramenti e semplicità, sicchè valga a sorvegliare l’amministrazione annuale, ripartire le imposte e fare al governo conoscere i veri bisogni delle provincie. La gravissima importanza, in ogni stato bene ordinato, delle finanze e di una amministrazione del debito pubblico atta ad aggiungere al credito finanziario del governo le più desiderate garanzie, ad accrescerne i mezzi e ad assicurarne l’indipendenza, pare che renda necessaria la creazione di uno _stabilimento centrale a Roma_, a cui come a corte suprema, vengano commessi tutti i rami dell’amministrazione civile e militare, e la sovra intendenza del debito pubblico con attributi adeguati allo scopo salutare ed importantissimo a cui si mira. Quanto più cotale istituzione farà pruova della propria indipendenza e dell’unione del governo collo stato, tanto più corrisponderà alle benefiche intenzioni del sovrano ed alle aspettazioni del pubblico. Ma per giungere a questo punto bisogna eleggere dinfra i consiglieri provinciali uomini atti a costituire una _Giunta dei Consiglieri di governo, o un consiglio amministrativo generale. Tale Giunta sarebbe parte d’un Consiglio di stato_, i membri del quale verrebbero scelti dal sovrano d’infra gli uomini più ragguardevoli per natali, ricchezze e talenti. Senza uno o più stabilimenti centrali di questa sorta intimamente collegati colle persone più notabili d’uno stato doviziosissimo, come questo è, di elementi aristocratici e conservatori, è manifesto, che la natura d’un governo elettivo priverà inevitabilmente le miglioranze, che faranno la gloria immortale del regnante Pontefice, di quella stabilità, che è tanto instantemente domandata dal popolo, stabilità, la quale sarebbe tanto più ferma, quanto più i beneficii largiti dal Sommo Pontefice fossero pregevoli e grandi.»

Il Papa rigettò apertamente questo memorandum, malgrado che il cardinale Bernetti avesse già nell’aprile del 1831. assicurato i sudditi Pontificii, che un’era nuova nello stato di S. S. avrebbe incominciato, da cui ogni possibile prosperità si avrebbe a diritto aspettata il popolo. Ma un esito simile ottenne la protesta fatta dalla Francia alla S. Sede nel 1832. quando mandò un’armata in Ancona per ecclissare l’influenza Austriaca, e per costringere il Papa, _secondo disse Perrier stesso nella seduta della Camera il 7. Marzo 1832, ad introdurre nell’amministrazione del regno miglioramenti reali e certi, cioè tali che costituissero la sicurezza della santa Sede sopra basi più salde, che quelle d’una continua repressione, ed attutassero permanentemente la tranquillità delle popolazioni, soddisfacendo ai loro legittimi bisogni ed ai giusti desiderii_. Bologna, Ancona, Perugia, e la Romagna in seguito del niun movimento che il Governo si dava per compiere le sue promesse, avanzarono altre proteste coll’appoggio or dell’Inghilterra, or della Francia, ma sempre trovarono sorda alle loro dimande moderatissime l’ostinata Roma, dir voglio il Papa, il quale quando diè a conoscere d’aver inteso la loro voce, ristrinse e ritirò con più forza le redini del governo, anzi di rallentarle; e voi potete speranza commettere nella virtù delle proteste? Oh scusatemi vi mostrate troppo nuovo della storia nostra moderna, che a mille ve le porge sottocchio e sempre mal riuscite.

D’altronde come mai potete trarvi a credere che da piccolissime riforme le quali s’ottenessero a forza di proteste, si possa giungere a quelle grandi mutazioni di cose che fanno di mestieri per ottenere la nostra libertà? Niuno vi niega che tali mutazioni non possono effettuarsi in un momento, ma tutti convengono altresì che con una ben preparata e ben condotta sommossa solamente ciò possiamo conseguire. Nè bisogna credere che una sommossa sia opera come voi osservate d’un momento, opera d’un momento è lo scoppio, ma il concepimento d’essa, il disporvi gli animi delle masse, l’orditura della tela, l’apparecchio morale e materiale dei mezzi, son cose che esigono tempo, e se si fanno in segreto non pertanto noi possiamo considerarle come frutto di pochi pensieri. E tanto nell’ultima sommossa di Rimini come in tutte le altre che la precederono ebbe luogo questa lunga opera di preparazione; solo convien dire che i capi o per imprudenza o per inesperienza non valsero a coronare le loro fatiche colla gloria. Però tutte queste fallite sommosse, tutti questi sagrifici, tutti questi tentativi, che non produssero che male in apparenza, credetelo a me ed ai più che senza offendervi in tali cose vedono più addentro assai di voi, sì tutti quei miseri fatti che accrebbero le nostre sciagure sul momento, hanno giovato mirabilmente a disporre la moltitudine, a rendere più sentita l’onta della nostra bassissima servitù, a fare più caro, più vagheggiato, più operoso e più esteso il pensiero della rivolta, della indipendenza.

Cosicchè è una vera follia, per non dire sciocchezza madornale, l’insistere vostro a persuadere gli italiani, che essi hanno il _coraggio fisico e manesco_, e non il _coraggio morale_, il _coraggio civile_: date loro vi ripeto un capo, ed essi vi insegneranno col fatto che l’unica via a battersi per rigenerare il loro paese è la sommossa, che sono gesuitici i vostri consigli, che le vostre parole sono specchi fedeli non dei vostri pensieri, dei vostri affetti, ma sì di quelli del Balbo e della privilegiata sua setta, che insomma sono utopie la via delle proteste, la via di _rassegnarsi_, di _saper soffrire_[3], e di _sapersi sottomettere ai nostri governi_, le quali voi preponete; per non chiamarle vere ingiurie al senno dei vostri Italiani, giacchè con ciò li si suppongono tali da appigliarsi ad un partito che invece di condurre a vita novella, li menerebbe alla disperazione, a totale ruina, a morte. Perocchè ogni passo che voi credete di fare innanzi coll’ottenimento di qualche piccola riforma, ammettendo che i nostri governi siano abili un giorno a darne qualcuna, sarebbe mosso indietro, sarebbe un puntello di più a consolidare e folcere il trono della tirannia, un ostacolo che essi stessi gl’italiani si metterebbero avanti al loro cammino, verso cui avviati come sono, dicerto non s’arrenderanno giammai al vostro avviso d’imitare gli abitanti della Russia, e della Germania, locchè suona agli orecchi di chi ha una dramma di buon senso, egualmente che le seguenti parole: _aspettate Italiani, non operare, Iddio tutto vi manderà quello che bramate_,[4] affè che i Russi e Germani sono felici!!!

Siate adunque persuaso che gl’italiani hanno più il coraggio _morale_ che non il _manesco_, il quale ultimo se avessero avuto in maggior grado non sarebbero stati sì moderati in tutti li loro movimenti, e forse forse ci troveremmo meglio assai: ponderate tutti i casi rivoluzionarii della penisola antichi e moderni e poi vi sfido a durare nella vostra sentenza, ma soprattutto meditate quelli del ventuno, del trentuno, e del trentatre andati a male per la stessa loro generosa natura, chi può niegare in questi moti il coraggio civile agli Italiani? chi può niegare che i Napoletani per esempio se fossero stati nel trentuno meno moderati, non generosi, a quest’ora avrebbero colla certa loro salvezza riacquistata eziandio quella dei loro fratelli? ma essi vollero mostrarsi grandi fuori di tempo, abborrirono dal versare il sangue Borbonico, ed un tal risparmio ebbero a pagare col sangue di mille martiri, col prezzo della libertà della lor patria, della intiera nazione, perchè dalla loro indipendenza nasceva quella indubitatamente di tutti gli altri paesi della penisola,[5] i quali eran tutt’occhio ed orecchio in attendere l’esito della loro sollevazione.

Voi adopraste Massimo nel vostro libro sicome fanno i poeti nei loro carmi, ed anche tra essi i sommi, i quali portati dalla fantasia, abbarbagliati spesse volte dalla prima immagine, vinti dalla prima impressione, sagrificano all’immaginario il vero reale; il perchè da un sol lato guardano i poligoni delle cose, e larveggiano la storia col velo della favola, nell’istessa guisa che alcun metafisico annebbia la politica coll’utopia. Ma di tutti gli errori della vostra scrittura, che io ho toccato, e potrei ancora toccare non è minore quest’altro che per la sua importanza non voglio tacere, e con cui do termine alle osservazioni in che vi volli trattenere.