Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto
Part 8
Per tacere gli altri nomino solo l’abate Peyron, il quale, vera anguilla, non è per lui conosciuto; ma già a quest’ora lo conduce pel naso, e lo gira e lo rigira a suo modo, valendosi non poco dell’opera del Cav. De Bayer, il panegerista di tutti gli opuscoli ascetici, morali, e mistici che possano uscire dalle penne della Veneranda Compagnia di Gesù. Una pruova inconcussa che l’Alfieri non potrà più migliorare la condizione degli studi, e della educazione dei subalpini ingegni, si è che invece di fare un passo avanti lo fece indietro; invece di rendere più libera, e facile l’istruzione, l’inceppò ed in angustissimi limiti la ristrinse, quando or è pochi mesi faceva che Carlo Alberto con suo motuproprio obbligasse i padri e le madri di famiglia a valersi dell’opera di certi determinati Professori, i quali perlopiù sono cattivi, perchè non degnamente corrisposti; di certi determinati libri, che fin’ora non s’hanno buoni, e quali sono necessari per l’educazione della figliolanza: cosa che sarà causa di molte male conseguenze, come di molte male conseguenze fu pure sempre l’avvilire i Professori con un basso stipendio, anzichè di rimeritarli ampiamente, perchè con amore ed impegno attendano al loro sacro ministero. In Piemonte un cuoco, un cocchiere ha assai più in compenso delle sue fatiche che non un Professore di Filosofia, di belle lettere, alla qual cosa subito doveva por rimedio l’Alfieri se pur intendeva d’avere buoni Professori; ma egli si consiglia con chi anzi ei dovria consigliare per trarre dalla sua, e mai nulla opererà di buono anche colla più grande volontà. Non parlo poi dell’educazione del sesso debole, da cui tanto dipende eziandio la prosperità del corpo sociale, giacchè è noto a tutti che in Piemonte gli _instituti_, le case d’educazione, e le scuole per le bimbe di qualsiasi condizione, sono tutte sotto la speciale direzione o delle suore del sacro Cuore di Gesù, o di qualche loro figliazione, sparse per tutti i paesi: di modo chè da noi l’influenza Gesuitica pesa su tutti i ceti della società più o meno; dalle quali cose non è chi non vegga, quante migliorazioni prima resterebbero a fare per il nostro governo, perchè noi potessimo un giorno sperare in lui, e crederlo potente stromento a rivendicare la causa Italiana. Si converrebbe o Massimo che voi ci provaste in qualche patente modo, che il nostro governo se non mostrasi intento all’opra, almeno non si oppone alle generose tendenze del secolo; che in questo moversi universale d’idee e di progetti, in questa mischia di opinioni, in questa irresistibile smania di nuove prove, di più energici tentativi, e di novelle cose si addimostrasse più propenso a tollerare, che non a spegnere quella sacra fiamma, da cui universale un incendio deve scoppiare ad incenerire i troni, li scettri dei nostri Tiranni, per far risorgere, qual fenice, più bella la libertà, la gloria nazionale. Sì, farebbe di mestieri voi attestaste con validi argomenti, che Carlo Alberto ami l’istruzione, ed il ben’essere del popolo; sia persuaso che la tranquillità degli Stati e la sicurezza dei Governi stia nell’amore e nel vendicare i diritti di quello, che approvi ora l’associazione degli individui, delle masse, e de’ popoli, e non faccia guerra al mutamento delle opinioni e delle cose, per ordinarne con sapienza l’andamento, e non tenti di farle retrocedere a vecchie ed ormai impossibili costumanze, che desideri insomma gli si scriva una storia d’illustri gesta, non una cronaca di debolezze, di prepotenti azioni, di viltà, e d’infamie. Non dubito punto, che voi a provare la protezione di Carlo Alberto alle scienze, alle lettere, addurrete principalmente quei segni di onorificenza, che egli va attaccando all’occhiello supremo degli abiti de’ suoi fedelissimi sudditi, per non dire, gettando negli occhi nostri per abbarbagliarci, per metterci le traveggole. Ma tutte le persone premiate di croci, sono esse tutte persone di merito? tutti li uomini che sarebbero degni a preferenza degli altri di simile onorifica testimonianza, sono dessi rimunerati, e fatti cavalieri dell’ordine di S. Maurizio, o di quello di Savoja? a mala pena ne trovereste qualcuno tra l’innumera schiera di coloro che pur le hanno, le portano, e ne menano vanto pubblicamente siccome di sudato trionfo; e questi tali raramente è ancora che voi li vediate a fregiarsene il petto, amando meglio lasciarle in casa in qualche tiratojo, che facendone mostra essere confuso con coloro, i quali se le guadagnarono con viltà, strisciature, adulazioni, inchini, scaltrezze, con fare il bacchettone sulle porte delle chiese a raccorre la limosina pei poverelli, con falsare qualche pagina dell’istoria della casa Sabauda, siccome fece spesse fiate il Cibrario, degno emulo di Adriano Balbi che non ha vergogna di adulterare la scienza per acquistar coccarde, cosicchè indarno uno si farebbe a cercare nella sua Geografia l’Italia, avendola egli squartata nel nome come già pur troppo lo era nel cuore; e finalmente con un qualche bugiardo panegirico diretto al glorioso regnante sulla foggia modellato di quelli del Paravia, Uomo, il quale mentre dovrebbe studiarsi in assiduo di gettare negli animi della subalpina gioventù il germe d’ogni più grande, più maschio e generoso affetto, di educare le giovani menti affidategli ad alti concepimenti, ad arditi e sublimi pensieri, pare si martelli il capo per intristire ed evirare l’indole dei più svegliati ingegni, per annientare in loro la facoltà d’innalzarsi sugl’altri, per sfiduciare e sfibrare i più magnanimi cuori. Del resto giova eziandio avvertire, che lo spargere molte croci è affatto secondo il sistema economico di Carlo Alberto, giacchè con esse si risparmia a giubilazioni, a gratificazioni, a risarcimenti in danaro, perchè i vecchi impiegati, i vecchi militari, gente per lo più ignorante, epperò facile all’invanirsi, preferiscono aver qualche soldo di meno in tasca, ed essere insigniti di tali decorazioni. Le quali per ottenere soventi volte basta a chi ne è bramoso il mettersi in relazione col padre Bresciani della compagnia di Gesù, ed il seguirne a puntino i consigli per qualche tempo. Ma un argomento chiaro e convincente per chiunque a dimostrare, che tra noi il vero merito difficilmente è rimeritato, hassi nel riflettere, che per conseguire siffatte ricompense, è mestieri che la persona istessa che se ne crede degna, le dimandi per via d’una supplica in cui siano in chiaro modo esposte tutte quelle ragioni, che possono meglio farla agli occhi del Sovrano benemerita. Formalità questa, alla quale non so chi avendo una dramma di buon senso, non arrossisca di abbassarsi: seppure è vero l’antico adagio, che merito e modestia non si abbandonano mai. Abbiamo troppe croci già ciascuno a portare segnatamente! Troppo pesante è quel crocione che pesa su tutti gli Italiani, e prostra al suolo le loro fronti! perchè da noi si possa anche far plauso ad un Carlo Alberto, che ogni giorno ce ne porge di nuove innanzi, rimunerando con esse degli individui, i quali davvero meriterebbero più d’essere appesi essi alle croci, che non affiggessero le croci a loro. Onde se la cosa cammina anco un pò di questo piede, noi vedremo queste onorifiche insegne, anzichè essere ambite, e tenute in pregio, venire derise e sprezzate universalmente. Se non che l’ambizione nell’uomo è tale e tanta, che spesso ci induce a lodare in noi quello che condannavamo in altri; al qual proposito deggio confessare, con disdegno, ed onta pel nostro onore, d’avere conosciuti uomini, che pur avevano diritto alla pubblica riconoscenza, ed ammirazione mutare di carattere, e di pensamenti al giungere loro la volgare croce di S. Maurizio in meno di tempo che un soffio di vento rivolta una foglia. Ma non perciò ci dobbiamo astenere da gridare ad alta voce, che vuolsi riputare piuttosto mezzo a corrompere il popolo che non a migliorarlo, la dispensa dei nastri, in cui si segnala tanto generoso, anzi prodigo il nostro re. Il vero compenso delle opere buone deve considerarsi nella soddisfazione dell’animo, nella scienza di aver compiuto ad un santo dovere, nella certezza che tardi o tosto le nostre azioni la società, e la patria approverà in quello, che le additerà ad esempio: Ecco ciò che dobbiamo inculcare nelle menti dei nostri fratelli, ecco quello che dobbiamo giammai restarci da predicare. Allora quella brama di notizie peregrine, quella smania di prevedere, quel desiderio intenso che c’induce a chiamare ogni giorno a chi prima incontriamo, se nulla occorra di nuovo, di singolare, fia si muti ben tosto in facoltà d’intraprendere, di resistere agli urti, di perseverare finchè non si rimanga vittoriosi.
Anche la determinazione di abolire il giuoco del Lotto, potreste in sua difesa mettere in campo, se io non vi osservassi a tal riguardo, che ella comincia ad esser vecchia, e sapere di stanzio, giacchè sono più anni che la manifestò e mai non la pose ad effetto, rincrescendogli di rinunciare ad un tanto utile, tantochè vergognosamente ed infamemente procurato. Ed in ciò anzi lo veggo maggiormente rimproverevole, perchè sarebbe da compatire se non ne conoscesse il danno; ma essere di ciò persuaso, e mostrarsi tuttavia in dubbio se a torre o a conservare quello anche si abbia, è cosa propria o da imbecille, o da malvagio. Chè qualsiasi governo, al quale stia a cuore il ben essere del popolo, conosciuto appena un male tosto vi appresta l’opportuno rimedio, tanto più quando dal sagrificio di picciolo bene puossene ricavare uno grandissimo. Come del rimanente lo volete scolpare? come farlo vedere sovrano moderato, splendido, magnanimo, generoso, e grande? siccome l’avete fin’ora predicato. Come difendere quelle leggi sue, le quali non mirando agli universali, ingenerano dubbi, coi dubbi le liti, colle liti la divisione degli animi, con questa l’impero, da cui procede il dispotismo? come lo mostrerete tendente a liberalismo?
A nulla servono le vostre parole diversamente, a nulla il mostrare quella medaglia, ideata dal Balbo, che racchiudendo tutti gli stemmi di casa Savoja si presta ad una forte e bella allegoria a prima vista; ma poi osservata attentamente non addita più altro che una delle tanto piccoline ambizioni che tengono in vita il nostro Carlo Alberto. Giacchè la posa del Leone raffigurato in essa, è tranquilla e tutt’altro che minacciante di scagliarsi sull’aquila, la quale pure non vuolsi confonder col biteste animale grifagno dell’Austria, essendo l’Aquila dell’Alpi, decorazione del nostro stemma reale. Le quattro somme glorie italiane non sono quivi ritratte che per significare essere Carlo Alberto l’unico principe attualmente regnante che sia di sangue italiano; epperciò più degno appunto di riprensione perchè meno compatibile degli altri nella sua maniera tirannica di governarsi. Il motto francese poi che puossi così tradurre alla lettera: _sto aspettando l’astro mio_, appartiene eziandio all’antico stemma della famiglia; del resto gli si potrebbe rispondere che più volte gli comparve quest’astro sull’orizzonte per guidarlo a virtù, ma egli colla esosa sua condotta insultò a quella luce, fece inorridire col fetore delle sue peccata quella stella, che ritiratasi dal cielo ricomparirà velata da una tinta di sangue, quando noi avremo redenta la patria e vendicato il suo ripetuto tradimento, e ci guiderà al suo sepolcro perchè maladicendo al suo nome, non obbliamo di disperderne le ceneri, di ruinarne la pietra, onde nulla resti ai posteri di lui memoria, perchè immeritevole della stessa celebrità dell’infamia.
Ricordatevi quel detto che a proposito di Carlo Alberto è fama a quando a quando pronunciasse la sua madre: _il mio figlio non ha nè testa nè cuore_. Che non abbia cuore tutti si convengono, ma che non abbia mente, è ciò che molti vorrebbero diniegare. Come mai se avesse un pò di cervello potrebbe permettere tanti abusi ne’ suoi stati ora con consenso, ora con fingerne ignoranza? come mai sarebbe caduto in tante imbecillaggini che lo fanno deridere anzichè odiare? e come non avria posto mente a tante voci che da ogni parte della Penisola il chiamavano alla gloria? Come non saria stato animoso a cingersi di quella corona immortale che il Genio d’Italia tante volte le offerì? Come si sarebbe mostrato sì timido, sì debole, sì vigliacco, e sì pauroso in ogni cosa? Valga il seguente fatto a provare in mirabil modo la fermezza eroica del suo animo! Il Colonnello J.... nobile piemontese, dopo aver reso molti servigi al Piemonte recavasi a servire la Spagna, dove onori pel suo valore d’ogni maniera gli venivano conferti; venuto in avanzata età, ed amando di rivedere il suo paese natio, si porta a Torino; dove pervenuto agli orecchi del Re Carlo Alberto il suo arrivo, il mandò a chiamare ed accoltolo amorevolmente, in attestato di estimazione de’ suoi meriti gli dà la croce di Cav. di S. Maurizio e Lazzaro, lo conferma nel grado di Generale a cui era stato in Ispagna innalzato, dicendogli che sperava si saria fermato in patria ed avrebbe il suo ferro consacrato alla medesima. A tali dimostrazioni il Colonnello J.... l’assicura che alla manifestazione di simile desiderio si conosceva assai onorato, e non poteva a meno perciò di aderirvi. Il Re lieto della risposta il fa soffermare in quel giorno in corte pel pranzo attestandogli continuamente di averlo in grazia ed in pregio altissimo. Ebbene dopo due giorni fu mandato a richiamare il Cav. J.... amorevolmente gli fassi incontro Carlo Alberto appena lo vede a comparire ne’ suoi appartamenti, _e mio caro_, gli dice, io deggio disdirmi dell’invito che l’altro jeri vi ho fatto, il ministro mio Villamarina con cui ho parlato lungamente di Voi, mi fece vedere che la vostra dimora _permanente in Piemonte poteva dar luogo a rumori, essere pericolosa, mentre io la credeva utile, onde m’obblighereste se fra tre giorni procuraste d’allontanarvi; che mai volete? son cose a cui dobbiamo rassegnarci. Però potete conservare in mia memoria e ’l grado e l’onorificenza che vi conferii_. A tai detti sorpreso l’antico militare dignitosamente rispose queste due parole: _grazie alla vostra maestà, quale son venuto, tale me ne andrò, e fra un’ora sarò fuori di già dalle mura della capitale_. La cosa si sparse per tutta la città, tutti ne ridevano, meno il ministro che godeva d’aver allontanato un suo nemico. Carlo Alberto si credeva d’aver dato saggio di una gran forza d’animo, d’una gran virtù, d’aver vinto il nemico più difficile ad essere soggiogato, secondo gli dicea il confessore suo, cioè d’aver vinto se stesso! E voi Azeglio volete farci credere in un tal uomo? in un uomo che se fosse vera l’opinione che le anime dei malvagi dopo aver vagato nello spazio vadano ad informare i corpi d’altre più basse persone, non potrebbe aver ereditato altra anima che quella di Giuda? in un uomo che dopo aver logorato la sua vita nei vizi, ora stanca da mane a sera gli inginocchiatoi, e gli altari? in un uomo che anche togliendogli la tristezza dell’animo, non sarà mai capace d’intraprendere la più piccola opera, nonchè quella della nostra rigenerazione? in un uomo, il quale non solo brama soffocato e spento lo spirito di indipendenza e nazionalità, ma di più tenta in ogni modo di far nascere ne’ suoi sudditi lo spirito contrario? in un uomo, il quale proibisce una società, che aveva per iscopo di diffondere lo studio della lingua italiana nel Piemonte, e togliere di mezzo a poco a poco il deforme dialetto che si va cinguettando da noi? la qual cosa ci dovrebbe assai bene convincere delle disposizioni di Lui, rispetto all’Italia, giacchè niuna cosa si mostrava più innocua al suo governo, che un’associazione, in cui i Piemontesi dietro lo stimolo del Cav. Panzoja tutti si proponevano di parlare costantemente l’italiano, e si sottomettevano ad un’imposta da passarsi ai poveri, ogni qual volta fossero colti in fallo, cioè a parlare il nostro dialetto, od altra lingua fuori di stretto bisogno. Tanto più che lo scopo era più letterario, che politico, e d’altronde il legame della lingua alla nazionalità non ha una forza sì energica, sì subitanea da spaventare chicchessia. E poi ignorate voi l’influenza del primo ministro, il Marchese Solaro della Margherita, il qualche oltre ad essere _gesuitissimo_ come sopra toccai, è ligio affatto all’Austria, e tanto che non lo si farà saltare dalla sua carica, impossibile sarà ogni simile divisamento. Del resto ammesso ciò, che non puossi ammettere giammai, cioè che Carlo Alberto volesse coadiuvare la nostra causa, e marciare alla testa delle sue truppe, che da qui a poco si raduneranno nella landa di S. Maurizio per servire di trastullo ai nostri Duchi, e prendesse a fugare il predone Tedesco dalle lombarde e venete terre, credete che l’italo paese guadagnerebbe sotto il governo Sardo? Sotto il giogo d’un dispotismo il più barbaro, sebbene mascherato dalla più artata apparenza? Sotto il comando di un re che per voler conservare, a maggior lustro della sua corte, l’etichetta spagnuola, conservò nella nobiltà la boria intollerabile di quella nazione, la barbarie e l’ignoranza la più maligna e la più crassa? Starebbe poco a rinascere il feudalismo, è vero modificato per imperio e necessità dei tempi, ma pur sempre tremendo feudalismo; e noi avremmo a soffrire fra breve quanto non soffrimmo sotto qualsiasi invasione, e quanto non soffriamo tuttora. Però che per quanto soggetti alli stranieri, bolversati, tiranneggiati, ed oppressi siano gli altri paesi d’Italia da’ suoi Principi, e dai suoi governi, sono sempre in istato meno passivo ed irritante di quello in cui si trovano i Piemontesi. Interrogate le persone colte ovvero quelle che intendono i loro diritti e non anco hanno rinunciato alla quistione dell’indipendenza italiana; chi di loro non s’espatrierebbe dal Piemonte, se vincoli d’impieghi, di parentado, dei loro interessi non li tenessero stretti ed inceppati? neppur uno per quanto possa essere caro il luogo dove s’abbia spirato le prime aure della vita, dove si sia visto per la prima volta la luce del giorno. Nè sarebbe inutile l’osservare che in numero grande si contano i Piemontesi, che continuamente s’espatriano volontariamente, e si recano ad abitare altri paesi aspettando un meglio avvenire per poi fare ritorno.
Ma siccome non dobbiamo porre fiducia di sorta in Carlo Alberto, non dobbiamo neppure confidare nell’ajuto e nel concorso di verun’altro nostro principe, o degli stranieri; Siamo noi che di per noi stessi dobbiamo riedificare l’edificio della nostra nazionalità, e per niun’altra via potremo guadagnare il nostro intento, che per una generale sommossa, che per lo esterminio dei principi, e dei troni. La Francia come ridivenne nazione? come sorse ad incivilimento? a grandezza? se non collo spargere fiumane di sangue, se non colla sua lunga e terribile rivoluzione. Così dobbiam noi fare, così operare; ciò voi dovete o Azeglio predicare giorno e notte, tra i grandi e tra il popolo, se volete giovare all’Italia; a quest’opera dovete cercarvi collaboratori in continuo, perchè al primo manifestarsi del movimento tutti sorgano col braccio armato quegl’italiani, i quali non sono sordi alla voce dell’amore di patria, non sono anche del tutto imbastarditi dall’astuta tirannia dei nostri Signori, nè sì sviati dietro il male esempio da desiderare di essere piuttosto ingentiliti e corrotti, che resi saggi e virtuosi.
È senza dubbio allora che potrete meritarvi la pubblica fiducia, la gratitudine dei vostri fratelli, la benedizione di tutti i buoni, che non avete di certo ora, che siete associato a Balbo, e d’un imbecille e malvagio volete far Carlo Alberto un Eroe.
Questo per ora è quanto aveva in mente di scrivervi; di moltissime cose, che presentemente non ho stretto obbligo di palesarvi, altra fiata torrò a discorrervi; cioè quando mi si porga il destro, e possa crederle d’utile pubblico. Io vo’ sperare che rientrerete in voi, od almeno vi cesserete dal dare consigli ai vostri fratelli, i quali non solo non sono vantaggiosi, ma anzi tornano loro di danno immenso; seppure non volete ricredervi ed abbracciare il partito del vero Italiano, che dovrà sempre sdegnare ogni moderazione dove gli stia a cuore l’ottenimento della salvezza patria. Non vi faccia maraviglia, se io serbo l’anonimo, il vostro esempio mi ha istrutto se prima non lo fossi stato, e da qui ad un mese alla più tardi, rilasciando ancor io il beatissimo Piemonte, vi renderò avvertito con altra mia scrittura del mio nome, e vi proverò in effetto la mia stima, e se volete la mia affezione, tuttochè mi abbiate veduto in tante cose così discorde da Voi, da lanciarvi contro una amara, ma giusta rampogna.
_Di Torino 7. Giugno 1846._
N. N.
INDICE DELLE MATERIE
_Alcune righe, a mo’ di lettera, che servono di prefazione al libro_ Pag. 3 _Osservazione prima sui governi d’Italia_ » 5 _Osservazione seconda sulla libertà di scrivere, di parlare e di manifestare la propria opinione sulla sorte futura d’Italia_ » 9 _Osservazione terza sul merito, che hanno gli Italiani per un meglio avvenire_ » 22 _Osservazione quarta sul bene, e sul male delle sommosse_ » 27 _Osservazione quinta sull’egoismo imputato agli Italiani pei disegni che fin’ora essi manifestarono_ » 34 _Osservazione sesta sulla condotta dei popoli Italiani e dei Principi, che li governano_ » 44 _Osservazione settima sulla ridicolezza d’una domanda al governo Papale di essere pe’ suoi sudditi più assoluto, e più dispotico_ » 49 _Osservazione ottava sull’inutilità delle proteste per migliorare la condizione degli Italiani_ » 55 _Capitolo unico sulle speranze d’Italia riposte in Carlo Alberto_ » 71
NOTE:
[1] Lo scrittore della presente non andò errato nel suo pronostico, perocchè ci pervenne a notizia trovarsi già egli in Viareggio dopo d’essersi fermato alcuni giorni a Lucca dove per certi scrupoli non fu tollerato.
[2] Vedi Mazzini nel suo ragguaglio sulla morte dei fratelli Bandiera.
[3] V. _Pag._ 12.
[4] Vedi pag. 114. dell’Azeglio.
[5] Vedi Ricciardi nel suo libro _Gloria e Sventura_, Parigi coi tipi della signora _La Combe_.
[6] Vedi pag. 115. fino al fine.
[7] È vero che gl’Italiani in Inghilterra sono trattati ben altrimenti, e di Malta, lo posso accertare io, vengano essi consigliati a traslocarsi là, ed anche a spese del governo generosamente più che gratis condotti.
[8] Vedi Ricciardi libro sulle _Speranze d’Italia_ Parigi 1846.
[9] Quegli furono un certo Rossaroli ed un certo Ancillotti che preser parte nella congiura così detta del monaco, perchè ordita da un frate; i loro compagni conosciuti veri congiurati andarono tutti a morte, gli altri come sospetti in prigione a vita come loro.
[10] Del Codice Sardo colle postille del Barbaroux, se ne è fatto un’edizione, che io stesso ebbi tra mano, e potei convincermi della cosa. Prati con un bel carme si fece interprete del dolore dei Piemontesi per l’improvvisa morte del Barbaroux, ma la revisione tutto glielo falcidiò.
[11] _Via economica_ è un modo di far giustizia, in grazia di cui una persona di qualche credito incolpando un’altra, può aver la soddisfazione di vederla subito arrestata, castigata, senza che ella prima del termine del suo castigo possa sapere il motivo del suo arresto, far ricorsi di sorta per purgarsi dall’accusa, e far valere le sue ragioni, locchè qualche volta avendo protezioni vienle poi concesso dopo siccome un gran favore.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.