Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

Part 16

Chapter 163,765 wordsPublic domain

Io non so quale fosse maggiore ed all’Italia più nociva, se la debolezza prodotta in essa dai vizi antichi, o la presente ignavia dei consigli; prudenza ultima che, prostrando gli animi, rende impossibili i rimedi. La Francia si era più risentita che abbattuta per la sconfitta e la prigionia del Re: la governava allora una donna di stirpe italiana, Luisa di Savoia, madre di Francesco; e perchè i popoli anelavano ad una riscossa, faceva istanze ai Principi dell’Italia per averli uniti seco in un grande sforzo ch’entrambi salvasse. Agli eserciti Spagnoli mancava il danaro, se non lo traessero dai luoghi stessi e da quei Principi astretti a comprarsi per tale modo una trista vita; non erano ancora usciti d’Italia poche migliaia di Francesi mandati prima contro a Napoli sotto al Duca d’Albania con le amicizie di Casa Orsina; i Veneziani, sebbene prudenti per animo e per necessità, faceano pratiche presso al Pontefice perchè si unisse a loro cercando un riscatto per via d’una lega comune d’Italia. Clemente, legato dalla sua propria irresolutezza, metteva indugi. Lo avrebbe chiamato ai forti consigli la molta ampiezza dello Stato che egli possedeva tra suo e della Chiesa dal Po fino al Tronto e al Garigliano; lo rattenevano il poco fidarsi dei Veneziani che al maggior uopo non lo abbandonassero, e l’erario della Chiesa vuoto, e i popoli stanchi e male affetti. Ma venne a rompere le dubbiezze un uomo che molto sopra lui poteva. Fra Niccolò Schomberg, arcivescovo di Capua, tedesco ma stato frate di San Marco nei tempi del Savonarola. Tornato da Cesare, persuase al Papa la conclusione d’un trattato di Lega, nel quale venivano inchiusi i Fiorentini e la Casa Medici, con lo sborso di centomila ducati rimasti indietro dai pagamenti a cui si erano obbligati. Del che in Firenze fu qualche rumore; e perchè nell’Arte della Mercanzia taluni dei Consoli facevano segno di resistenza, ne furono cinque privati d’ufficio, o come tuttora dicevano, ammoniti e messi a confino dentro al contado.[148] I Fiorentini, di cuore più che mai francesi, senza gridare avrebbero pagato quando fosse per unirsi a loro: ed è anche poi vero che i Francesi per tutta Italia destavano sdegni subiti, ma il mescolarsi con essi aveva le agevolezze sue, che mai non furono co’ Tedeschi nè con gli Spagnoli. Rubavano, e il tolto poi si godevano co’ derubati; da noi pigliavano le mode, il lusso e molte colture della vita; Francesco I chiamava in Francia gli Artisti italiani e gli teneva in grande onore. Ma per contrario gli Spagnoli sapevano meglio dare fiducia di sè stessi ai Principi e agli uomini che s’intendevano di governo, perchè avendo essi maggior sodezza di consigli, avveniva che nel trattare con loro si andasse con più sicurezza.

Per questi modi avevano prima l’avo Ferdinando e ora Carlo V fondato in Italia la signoria spagnola. Spiegava il giovane Imperatore di tanti Stati una prudenza e un’arte consumata nel governare la guerra in Italia e la politica, per via di ministri e di generali spagnoli e stranieri. Ma la fortuna gli era stata oggi sì larga da soverchiare nel vincitore le forze dell’animo; la prigionia del suo rivale gli fu tal dono, che a rispondervi non bastavano gli accorgimenti che bene stanno nei casi ordinari. Usò egli male quella sua vittoria, che a lui fruttava una sequela di lunghe guerre e spendere tutta la vita sua per mantenere quello che il caso di Pavia gli aveva già dato: se avesse avuto la forza d’alzarsi ad un atto generoso, avrebbe egli vinto davvero e ad un tratto Francesco I ed i suoi Francesi. Ma protestando non rallegrarsi della vittoria se non al fine di tutte volgere contro al Turco le armi cristiane pacificate, chiedeva la Provenza e la Borgogna, Provincie grandi e nobilissime, come taglia per la liberazione della persona del Re: se si fosse contentato d’una forte somma di danaro, che a lui mancò sempre, e della cessione di qualche fortezza o di un confine controverso, la Francia con gioia pagava il riscatto. Francesco intanto, contro al volere del Pescara e del Borbone, quasi di furto era per mare condotto in Ispagna dal vicerè Lannoy che aveva il segreto del suo Signore. Chiuso nel castello di Madrid, non fu da Carlo mai visitato, infinchè il tedio della prigionia non ebbe ridotto quella gioventù impaziente di Francesco in tale stato di languore che venne a Carlo grande paura non morisse; il ch’era lasciarsi fuggire il pegno di mano. D’allora in poi adoperando seco le seduzioni dell’amorevolezza, condusse quell’animo leggero e molle fino alla conchiusione di un trattato pel quale Francesco dava l’Italia a Carlo V, e si obbligava alla cessione della Borgogna pel solo fine d’ottenere egli la libertà della persona sua, con che però andassero in Ispagna prigioni in sua vece due suoi figli. Lo scambio avvenne a’ 18 marzo 1526: Francesco tornò allegro ai piaceri della sua Corte, ma d’allora in poi avendo perduto insieme col fiore della giovinezza prima le gioie superbe dei combattimenti, non ebbe più altro che il fasto dei vizi, e fu re povero di consigli e senza fede; perdè in Pavia per questo modo anche l’onore.

Quell’anno che scorse durante la prigionia di Francesco I fu in Italia senza guerre. Ma intanto l’imperatore Carlo V non ratificava la Lega col Papa, tenendo parte delle sue genti a vivere sulle terre della Chiesa, poichè non bastavano i campi Lombardi alla sempre avida penuria degli Spagnoli; e crudelissimo fra tutti Antonio da Leyva spremeva danari dalla città di Milano con ogni maniera d’estorsioni.[149] Il duca Francesco Maria Sforza, chiuso nel Castello, aveva intorno come un assedio di soldati dell’Imperatore, il quale alzando già l’animo alla signoria d’Italia, disegnava levarsi d’intorno quell’ombra di Duca. Ma ecco formarsi nel nome di questo un fino disegno: ne fu inventore il suo principal ministro Girolamo Morone, ingegno grandissimo di uomo politico, per quello che i tempi allora ne davano; il che vuol dire ardito e scaltro ma senza fede, macchinatore da un giorno all’altro di vari disegni, pronto a voltarsi dovunque il caso e la fortuna lo attirasse, rendendosi accetto al nuovo padrone col farsi egli stesso accusatore dei tradimenti che aveva orditi il giorno innanzi. Doveva una Lega sottrarre l’Italia al giogo spagnolo; vi entravano Francia, Venezia e il Papa: i modi già fermi, le parti assegnate. Ma il forte stava nell’ottenere che il Marchese di Pescara consentisse, alzando bandiera di ribellione a Carlo V, farsi re in Napoli che egli avrebbe conquistata con le armi comuni. Svelava il Morone a lui quel disegno; ma qui l’istoria si aggira tra inestricabili incertezze, non essendo ben chiaro se l’ambizione tentasse il Pescara, o se da principio volesse mandare innanzi le pratiche infinchè non ne avesse tutte in mano le fila, o se piuttosto non si tenesse aperte due vie, non bene sapendo chi poi da ultimo avrebbe tradito. S’appigliò infine a quel partito che al suo nome era il più onorato e che dalla moglie Vittoria Colonna gli era come imposto con alte parole: ma pure seguendo la trista usanza di quei tempi, avendo in Novara chiamato il Morone, lo dava in mano d’Antonio da Leyva. L’Italia non ebbe salute da quegli uomini: il Pescara, già infermo, moriva tuttora giovane poco tempo dopo; divenne il Morone, di prigioniero, ministro e guida e caldo amico degli Imperiali.

Francesco I, quando per la libertà sua cedeva una parte della Francia, donava quello che suo non era; ed un’Assemblea di Grandi del regno, da lui radunata nella città di Cognac, annullava quella capitolazione che egli in Madrid avea sottoscritta: si tornò in guerra, ed una Lega fu tosto conchiusa tra ’l Papa, il Re, i Veneziani e il Duca di Milano, ai quali si offriva il Re d’Inghilterra prestare soccorso. Aveva Francesco promesso mandare un esercito in Lombardia, che mai non venne; già le fortezze di tutto il Ducato erano in mano degli Imperiali sotto la condotta d’Antonio da Leyva e di Alfonso D’Avalos marchese del Vasto cugino al Pescara; il duca Francesco Maria Sforza era chiuso nel Castello di Milano, e la città spesso in ribellione contro agli Spagnoli che la trattavano crudelmente. Dalla parte della Lega comandavano alle genti pontificie Guido Rangone, alle fiorentine Vitello Vitelli; Giovanni dei Medici era capitano generale delle fanterie italiane, Francesco Guicciardini luogotenente del Papa con autorità presso che assoluta. L’esercito Veneziano, cui era commesso fare l’impresa di Milano sotto al comando del Duca d’Urbino, procedeva con tali cautele che apparivano soverchie, sebbene consuete a quel Capitano, e già da più anni alla Repubblica di Venezia. La Francia, che si era obbligata per la Lega a fare a sue spese scendere Svizzeri in Italia, non pagò il danaro; e quell’aiuto sempre aspettato non giunse mai. Lo Sforza, costretto dalla lunga fame, cedeva il Castello; nè il Duca d’Urbino fece mossa per soccorrerlo, nè altra impresa che l’espugnazione di Cremona. Invano era egli sollecitato di assalire Genova per terra, contro alla quale muoveano le navi di Francia con Pietro Navarro, e quelle del Papa che Andrea Doria conduceva, e quelle dei Veneziani; ma non bastava l’assalto dal mare, e già si sapeva che il vicerè Lannoy salpava dalla Spagna con molte navi. Questi però, nel passare dinanzi a Genova per andare a Napoli, non avrebbe osato impegnarsi contro a tale armata e a capitani tanto eccellenti; i quali essendo usciti fuori ad infestare la sua via, gli presero alcune navi della retroguardia e gli arrecarono molti danni prima ch’egli giungesse a Gaeta dov’era diretto.[150]

Il Papa intanto non si teneva bene sicuro quanto alle cose di Roma stessa e di Firenze; gli dava sospetto l’avere tramezzo alle due parti del suo dominio la città di Siena che allora viveva nella ubbidienza degli Spagnoli: mandava soldati in compagnia di fuorusciti, che ne mutassero il governo; ma erano delle novelle Ordinanze, e per la viltà loro falliva il disegno. Volle anche il Papa assicurarsi nella città di Firenze contro ai nemici di fuori e di dentro, fortificando alcuni luoghi del contado e tutto il giro delle mura dal lato d’oltrarno, con l’aggiungervi baluardi che andassero dalla porta San Miniato su nel Poggio di Giramonte. Condusse i lavori Antonio da San Gallo, insigne architetto, ma sotto alla direzione del Navarro chiamato a tal fine, uomo di molta scienza ed invenzione, che aveva può dirsi creata l’arte delle mine, dalla quale ottenne effetti mirabili; per suo consiglio furono abbattute le altissime torri che erano a Firenze come una ghirlanda, e n’ebbe il popolo forte sdegno.[151]

Era in Italia per Carlo V Ugo di Moncada, il quale adopratosi molto a dissolvere quella Lega, perchè trovò saldo essere quella volta l’animo di Clemente, dopo avere usato in Roma superbi dispregi, pigliò altre vie. Si vantava egli essere discepolo del Valentino, e ordì una trama con la famiglia dei Colonna, i quali potenti intorno a Roma di castelli e di vassalli, si armarono: il Papa s’armò anch’egli, ma Vespasiano di quella famiglia, molto in favore presso Clemente, lo condusse ad un trattato per cui promettevano i Colonna ritrarsi nelle altre loro terre fuori dello Stato della Chiesa: il Papa licenziò i soldati. Quando ecco una notte, Pompeo cardinale ed altri Colonna e lo stesso Vespasiano con alcune migliaia d’armati tornati indietro, entrano per la porta di San Giovanni Laterano, e traversate quelle parti deserte di Roma si raccolgono al palazzo dei Colonna, donde continuarono per le vie più abitate della città; nè il popolo si mosse. Diritto andarono al Palazzo del Vaticano, donde il Papa si era fuggito in Castel Sant’Angelo; e allora quelle orde, per tre ore abbandonatesi al saccheggio del tempio stesso di San Pietro e degli appartamenti pontificali, rapivano i mobili più preziosi, i vasi e gli ornamenti sacri, spogliavano all’intorno le abitazioni dei Cardinali; finchè dai cannoni di Castel Sant’Angelo furono costretti raccogliersi carichi di bottino alle case dei Colonna. La notte medesima in Castel Sant’Angelo Clemente sottoscriveva un accordo col Moncada, per cui s’obbligava a richiamare i soldati della Chiesa di qua dal Po, e le navi d’Andrea Doria dall’assedio di Genova, dare assoluzione ai Colonna e ostaggi di sua famiglia nelle mani degli Spagnoli. Per quell’accordo svanirono i sogni ambiziosi di Pompeo, al quale il Moncada avea fatto balenare dinanzi agli occhi la deposizione di Clemente e forse il papato: al Papa stesso era un preludio vergognoso di giorno più tristo.

Appena fu principiato ad eseguire quell’accordo che si chiamò Lega, tutti furono addosso a Clemente mostrando a lui ch’egli sarebbe l’uomo il più vituperato che fosse al mondo se lo avesse mantenuto. E da Firenze gli Otto di Pratica, che avevano il pondo di tutto il governo, mandarono Francesco Vettori molto suo confidente a dirgli che male poteano reggere la città.[152] Fu molto lungo l’andare e venire tra ’l Papa e il Moncada, che romperla seco apertamente non voleva; e già il luogotenente Guicciardini era venuto indietro fino a Parma; e il Duca d’Urbino, che volentieri si riposava, standosi in Mantova non faceva nulla. Giovanni de’ Medici solo continuava quant’era in lui la guerra per fato d’Italia. Imperocchè in quei giorni stessi Alfonso da Este, per la promessa di riavere Modena e Reggio, s’era accordato con l’Imperatore, non che si volesse troppo dimostrare, ma intanto aveva mandato al campo degli Spagnoli quattro falconetti, che a loro furono troppo grande aiuto. Giovanni de’ Medici non lo sapeva, e nella credenza che i nemici non avessero artiglierie combattendo presso a Borgoforte, si avanzò troppo sino a che la palla d’uno di quei falconetti non lo feriva in una gamba, la quale convenne gli fosse tagliata; ed egli moriva in Mantova dopo quattro giorni. Grande uomo di guerra, che non avendo ancora ventinove anni, già si mostrava oltrechè prode sopra ogni altro soldato d’Italia, capace a condurre qualunque esercito: combatteva per allora con quelle sue Bande, che dopo lui tennero il colore nero e il nome onorato. Pareva egli mettere l’anima sua nelle battaglie: della sconfitta di Pavia fu creduto essere stata causa non ultima che Giovanni vi mancasse, perchè ferito poco innanzi, aveva dovuto farsi trasportare fuori del campo. Il Machiavelli scrivendo al Guicciardini consigliava bene Clemente, facesse al signor Giovanni rizzare una bandiera di ventura per fare guerra dove gli venisse meglio:[153] era un partito capace a salvare (se modo v’era) l’Italia e Roma. Dalla moglie Maria Salviati, figlia d’una figlia di Lorenzo de’ Medici, lasciava Giovanni un fanciullo di sette anni, di nome Cosimo, che in Toscana fu primo Granduca.

Allora senz’altro le bande fatali dei Lanzichenecchi varcarono il Po, cui agognavano da gran tempo. Ne aveva condotti un qualche numero di Germania il Contestabile di Borbone insieme a un soccorso di soldati dell’Impero, e fecero molto in quelle fazioni che ebbero termine a Pavia. Poi si disciolsero mentre i Turchi devastavano l’Ungheria, dove fu morto in grande battaglia l’ultimo Re della stirpe nazionale di Santo Stefano. Ma Solimano, dopo avere conquistata Buda, tornava indietro all’improvviso; il che diede agio all’arciduca Ferdinando di aggiungere alla Casa d’Austria il regno d’Ungheria, com’egli aveva già per la moglie quello di Boemia. Quando la guerra in Italia si raccese, il vecchio Giorgio Frunsdberg, uomo principale tra’ Lanzichenecchi, fattane in Trento una chiamata, ne raccolse intorno a sè quattordici mila, i quali formarono un corpo franco, senz’altro soldo che di uno scudo pagato una volta, ma in Italia tirati dalla sete delle rapine e dei piaceri. Si componevano di borghesi delle città e di quella nobiltà inferiore che viveva nei Castelli co’ suoi vassalli e dipendeva direttamente dall’Impero; dura e fiera gente a cui la guerra era ogni cosa, e dove Lutero trovò la sua forza: l’Italia odiavano d’odio antico, e Roma odiavano come Luterani. Giorgio Frundsberg andava innanzi co’ suoi minacciando la vita stessa del Papa; nè avrebbero disdegnato di saccheggiare Firenze co’ ricchi suoi drappi di seta e il molto oro dei suoi mercanti e col grande nome che aveva nel mondo questa città. Molto si temeva che i Lanzichenecchi volessero per la via di Pontremoli entrare in Toscana; ma indugiarono lungamente, devastando le provincie di Modena e Parma, senza fare imprese dove la fatica fosse troppa rispetto al guadagno. Aspettavano il Borbone che a loro si unisse con gli Spagnoli ch’erano in Milano; ma questi negavano ostinatamente di abbandonare il grasso vivere che ivi facevano con l’oppressione esorbitante dei poveri cittadini, e non si mossero finchè il Leyva con altre estorsioni e più inique non avesse spremuto danari, dei quali potessero i soldati contentarsi. Tedeschi e Spagnoli si univano allora di qua dal Po sotto al Borbone, ma era incerto da quale parte anderebbe à volgersi la tempesta. Bene potevano a stornarla bastare le forze che aveva il Papa in Lombardia, perchè oltre ai soldati suoi propri e che erano condotti da Guido Rangone, combattevano per la Lega gli uomini d’arme francesi e svizzeri, i quali ubbidivano al Marchese di Saluzzo; e il Duca d’Urbino con tutto l’esercito dei Veneziani. Francesco Guicciardini luogotenente generale aveva ottenuto che i due primi passassero il Po; e da Bologna, dove si era trasferito, sollecitava con lunghe istanze il Duca d’Urbino si unisse con gli altri alla difesa del Papa; ma il Duca aveva un suo disegno di cauta lentezza, dal quale in nessun modo si voleva dipartire: un altro pericolo aveva frattanto commosso l’animo di Clemente. Gli Spagnoli che abbiamo veduti passare dinanzi a Genova col Signore di Lannoy, discesi al porto di Santo Stefano in Toscana, potevano tosto condursi a Roma, dove le difese erano scarse, poichè un assalto dal Papa tentato sul Reame finiva col guasto dei luoghi forti e delle ville dei Colonnesi. Clemente allora, com’era consueto, si diede a cercare accordi, ai quali trovò inclinato il Vicerè per le istruzioni che seco aveva recato di Spagna, di non procedere troppo innanzi contro al Papa, nè troppo commettersi al Borbone ed ai Tedeschi, i quali facevano le cose di proprio loro capo, senza molto dipendere dall’Imperatore. Il Vicerè della persona sua veniva in Roma ed a Firenze, donde era bisogno cavare il danaro che al Papa mancava: non era questi solito abusare le cose sacre, quanto Leone ed altri avevano fatto, nè mai si ridusse a creare Cardinali per moneta, sebbene potesse averne oltre a cento mila ducati; gli stava appresso Matteo Giberti vescovo di Verona, uomo da bene, da lui molto amato. L’accordo si fece, ma perchè avesse esecuzione bisognava fermare il Borbone, al quale i danari sempre erano pochi, per la grande voglia che avevano egli ed i suoi soldati d’andare innanzi. Il Guicciardini scriveva in Roma, che senza un forte provvedimento _sarebbero stati una mattina presi nel letto_: il Papa invece fidandosi, licenziava in quelli estremi Renzo da Ceri e le Bande Nere chiamate alla guardia di Roma stessa; e il Borbone procedeva, e traversati gli Appennini era entrato in Toscana. Guido Rangone e il Marchese di Saluzzo e il Duca d’Urbino lo seguitavano disuniti fra loro e lontani. I nemici erano in Val d’Arno, entrativi dalla parte d’Arezzo, e guastavano il paese; ma intorno a Firenze giungevano in tempo i soldati della Lega: la città fu salva, ma poi vedremo da quale tumulto fosse agitata. Prometteva il Duca d’Urbino al Guicciardini pigliare un qualche forte alloggiamento quanto più potesse accosto ai nemici, donde vessare quelle sbandate soldatesche, tanto da impedire ad esse il raccogliersi e andare innanzi; ma nulla fece allora nè poi: e il Borbone, camminando spedito senza artiglierie, apparve a’ 4 di maggio 1527 su’ prati di Roma da quella parte che è tra ’l Gianicolo e San Pietro.[154]

Ai 5 il Borbone ordinò le genti sue, e la mattina del 6 appresentò la battaglia dove il Borgo non aveva muro continuo, ma ben vi era fatto qualche riparo di terra. Sul primo mattino la nebbia era grande, la quale impediva ai difensori dirizzare le artiglierie; dentro erano poche milizie di conto e servitori armati del Papa e dei Cardinali, ma combatterono gagliardamente e al primo assalto ributtarono i nemici. Voleva il Borbone fargli tornare ai ripari, e andando innanzi agli altri fu morto da un colpo d’archibuso: il traditore non giunse al premio del suo delitto. La mischia divenne più fiera e confusa; il Cardinale dei Pucci, vecchio e debole, stette sempre in mezzo, confortando i difensori e ingiuriando di parole gli avversari, finchè mezzo morto non fu tirato nel Castello, dove il Papa si era fuggito a gran fatica nel corridore; e vi si ridussero molti Signori e Cardinali. Fu preso il Borgo, dove i soldati non trovando molto da rubare dopo il sacco che avevano fatto quivi e in palazzo i Colonnesi, andarono per la via di Trastevere, benchè rimasti senza capo, ma uniti alla preda; e perchè ai ponti non era guardia, entrarono nella parte di Roma abitata e ricca. «Ammazzarono chi vollero; predarono le piccole case, le mediocri, le botteghe, i palazzi, i monasteri d’uomini e donne, le chiese: feciono prigioni tutti gli uomini e donne ed insino ai piccoli fanciulli, non avendo rispetto a età, nè a sacramenti, nè a cosa alcuna. L’uccisione non fu molta, perchè rari uccidono quelli che non si vogliono difendere; ma la preda fu inestimabile di danari contanti, di gioie, d’oro e d’argento lavorato, di vestiti, d’arazzi, paramenti di case, mercanzie d’ogni sorte; ed oltre a tutte queste cose, le taglie che montarono tanti danari, che chi lo scrivesse sarebbe tenuto mentitore. Ma chi discorrerà per quanti anni era durato a venirvi del continuo danari di tutta la cristianità, e la maggior parte d’essi restava; chi considererà i cardinali, i vescovi, i prelati, gli ufficiali che erano in Roma; chi penserà quanti ricchi mercanti forestieri, quanti romani, i quali vendevano tutte le loro entrate care, ed affittavano le loro case a gran pregio nè pagavano alcuna tassa o gabella; chi si metterà innanzi agli occhi gli artigiani, il popolo minuto, le meretrici; giudicherà che mai per tempo alcuno andassi città a sacco di quelle che s’abbi memoria, donde si dovesse trarre maggiore preda.[155]» Alle rapine si aggiungeva lo scherno; prelati seminudi condotti per Roma o esposti all’insulto nei quartieri dei soldati. Era una vendetta covata nei secoli, e Roma e l’Italia in quel giorno ebbero punizione: le ingiustizie d’allora in poi mutarono sede, avendo sostegno da una forza più ordinata, ma insieme più dura e più materiale. Il sacco più giorni continuato cessava, quando il Papa ebbe consentito rimanere prigioniero degl’Imperiali con asprissime condizioni: lo Stato intero della Chiesa venne a dissolversi, quello di Firenze già era caduto di mano a Clemente.

CAPITOLO VII.

NICCOLÒ MACHIAVELLI — FRANCESCO GUICCIARDINI MICHELANGELO BUONARROTI. DESCRIZIONE DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE.