Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
Part 17
Pochi giorni dopo a che erano avvenuti questi fatti, moriva Niccolò Machiavelli. «L’universale per conto del suo Principe l’odiava: ai ricchi pareva che quel libro fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà. Ai Piagnoni pareva ch’ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o più valente di loro; talchè ognuno l’odiava.» Queste cose scrive del Machiavelli Giovan Battista Busini. E il Varchi dice di Niccolò, che «se all’intelligenza che in lui era de’ governi degli Stati ed alla pratica delle cose del mondo, avesse la gravità della vita e la sincerità de’ costumi aggiunto, si poteva per mio giudicio piuttosto con gli antichi ingegni paragonare, che preferire ai moderni.» Dal Cerretani suo contemporaneo è detto «uomo da servir bene la voglia di pochi;» al che risponde il soprannome di _mannerino_, che a lui diede in altro luogo. Il Machiavelli, nato di antica stirpe, non ottenne grado per cui s’innalzasse nella Repubblica; ebbe commissioni piuttostochè uffici; e segretario dell’uffizio dei Dieci non vuole confondersi con quei segretari cancellieri della Signoria i quali tenevano il filo delle faccende perchè non mutavano co’ magistrati. Alle maggiori ambascerie andava nel secondo grado, e di quel mirabile suo osservare e giudicare le cose del mondo, allora in Firenze si accorgevano poco, tenendolo come persona ambigua e che fosse mandato a rincalzo oppure a guardia degli ambasciatori. Piero Soderini lo adoprò molto dentro e fuori, avendo in lui fede sino all’ultimo; il che non tolse a questi di mettere subito dopo in canzone il suo patrono che si era lasciato cavare di seggio con la innocenza d’un bambino. Mai non si trova che il Machiavelli tradisse chi egli serviva, ma dei caduti più non sapeva che farsi e gli obliava. Nemmeno ebbe accusa di essere avido di guadagni, egli che nacque e visse povero, tanto che appena gli fu tolto servire lo Stato, temè «divenire per povertà contemnendo.» I Rucellai amici suoi lo sovvenivano, dilettandosi molto della sua conversazione: in quegli Orti loro viveva famigliarmente coi più ingegnosi giovani che allora fossero in Firenze; il Guicciardini, lo Strozzi, il Vettori avevano seco frequenza di lettere, amando giovarsi delle argute cose ch’egli notava, ma più di rado de’ suoi pareri: quando venivano a Roma di queste lettere, Clemente VII voleva gli fossero lette, ma poi dell’uomo non si fidava.
Pure Niccolò da quella sua povera villa presso San Casciano scriveva al Vettori, nei primi mesi di Leone, quanto egli bramasse uscire di lì «e dire, eccomi!» — «Vorrei che questi Signori Medici mi cominciassero adoprare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. — Della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatrè anni che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia.» Passarono gli anni, e i Signori Medici non l’adoprarono, nè il Governo popolare nei primi suoi giorni mostrò fare caso di lui. Solo una volta sugli ultimi della vita di Leone gli Otto di Pratica lo mandarono in Carpi al Capitolo dei Frati Minori per cose che importavano al governo della provincia di quell’Ordine, e per cercarvi un predicatore: del che nelle scambievoli lettere egli e il Guicciardini, fanno i grandi motteggi. Quattr’anni dopo andò a Venezia, mandato dai Consoli dell’Arte della Lana per la recuperazione di certi danari. Più tardi il Guicciardini Luogotenente all’esercito della Lega lo mandava in proprio suo nome al Campo sotto Cremona perchè sollecitasse il Duca d’Urbino a torsi di là, dov’era un perdere l’opportunità di prender Genova. Da ultimo andava, mandato dagli Otto, a stare presso al Guicciardini nella infelice guerra la quale condusse al Sacco di Roma, e rimase presso lui sempre sino a che non fu mutato lo Stato in Firenze.
Per tal modo passarono gli ultimi quindici anni del Machiavelli, che nella stessa famosa lettera da noi citata racconta la vita che egli faceva standosi in villa. Usciva innanzi giorno ad uccellare mettendo le panie da sè; poi badava ai tagliatori di certe sue legne e alla vendita delle cataste; di lì con un libro sotto il braccio andato ad un fonte, leggeva gli Amori dei Poeti Latini, si ricordava de’ suoi e godeva un pezzo in questo pensiero. Stava un poco sull’osteria; dopo mangiato vi ritornava, dove con l’oste ed un beccaio ed un mugnaio e due fornaciai giuocava a cricca infino a sera, gridando con loro e combattendosi un quattrino, sì che gli sentivano da San Casciano. «Così rinvolto (continua) in questa viltà traggo il cervello di muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio mi spoglio quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono: e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro.»
Tale era quell’uomo. A lui non si disdiceva esercitarsi tutte le ore della giornata nella conversazione degli uomini abietti, nè molto mi pare gli costasse farsi triviale con essi. La sera poi, solo nel suo scrittoio alzava il pensiero fino a quei grandi antichi uomini che avevano fatto le grandi cose: da quell’insieme di vita uscirono i libri del Machiavelli. Vestiva egli panni reali e curiali quando gli accadeva di chiudersi nella solitudine del suo pensiero, ma nel comune abito del conversare a lui mancavano la gravità e il decoro che pure ci vogliono a condurre gli altri e farsi autorevole; nè lo tenevano come uomo di Governo coloro medesimi che più gli erano familiari. Da questo non essere egli mai stato a capo di molti in grandi faccende proviene, a mio credere, che nonostante quel mirabile suo acume, gli scritti di lui non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè, le avesse fatte più che guardate, e nel contendere giornaliero avesse dovuto gli altri saggiare sotto ogni aspetto. Dice egli stesso, che «a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna esser principe, ed a conoscer bene quella de’ principi bisogna essere popolare.[156]» Parve a me sempre che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l’uomo, gli conoscesse per quello che fanno essi in comune e che importa direttamente alla vita pubblica; ma non gli guardasse o intendesse per quello che sono, ciascuno in sè stesso, e in casa e in famiglia; le quali cose fanno ostacoli ai quali non pensano gli ingegni speculativi, ma bene gli sentono i veri pratici del Governo. Inoltre non ebbe il Machiavelli scienza bastante nemmeno dai libri; fu meno dotto di molti in Italia nell’età sua, di greco non sapeva, e tra i latini solo agli storici avea posto mente; nè la scienza intera dell’uomo gli avevano data gli antichi scrittori. Innanzi gli stava il popolo della Repubblica di Firenze ed al suo tempo le disperate sorti d’Italia come esempi del male; il buono e il grande nell’antichità cercava, e quindi a lui venne l’abito di tenere gli occhi volti indietro, professando quella sentenza, che sia mestieri gli Stati corrotti ricondurre ai loro principii; il che è un cercare rimedio alle cose fuori di loro medesime, cioè in quel loro essere che è svanito. Molte sentenze del Machiavelli, che sono frutto di quel suo ingegno essenzialmente speculativo, riescono in fatto meno applicabili ai singoli casi; donde hanno falsato il pensiero di coloro che troppo seguirono la scuola del Machiavelli.
Non ha egli, nè credo la lingua italiana, pagina che agguagli quella Esortazione a liberare l’Italia dai barbari, la quale sta in fondo al libro del Principe. Qui vanno del pari e fanno tutt’uno l’affetto e il pensiero; qui è l’espressione di un ideale che ha fonte nel vero. Un intelletto qual era il suo, doveva bene farsi capace come nessun rimedio fosse bastante finchè l’Italia non avesse grandezza e forza da stare appetto delle altre nazioni; era un’idea senza possibile attuazione, ma una idea che allora nasceva e già cominciava per molti ad essere un affetto. L’avevano destata i nostri danni e le vergogne, la prova fatta della impotenza nostra e il soprastare di quelle nazioni che da noi erano appellate barbare perchè più rozze, ma nelle quali era più forte compagine, e più attitudine al comando perchè meglio di noi sapevano ubbidire. Finchè a tal prova non si venisse, un Duca in Milano e una Repubblica in Firenze avevano bene potuto contare qual cosa nel mondo: oggi era intristito e pieno di scoramento il vivere delle città italiane prima lussureggianti; e questa Italia da un capo all’altro sentì ad un tratto la sua miseria. Il Machiavelli avea veduto le altre nazioni farsi potenti nella unità, e perchè avevano armi proprie; conobbe la forza delle Fanterie che ubbidiscono ad un capo solo e vanno insieme come un popolo ordinato, costrette da un vincolo e da una necessità comune. Scriveva pertanto i libri sull’_Arte della Guerra_, i quali formassero a disciplina questo scorretto popolo italiano; volendo, quanto era in lui, che fosse esercitato nelle armi per via di quelle milizie provinciali intorno alle quali poneva egli stesso quelle molte cure che abbiamo già detto. Aveva egli colto sul vivo le cause della debolezza nostra; nè fu sua colpa se il pensiero di lui rimase, quanto alla pratica, di nessun effetto.
Quel fine solo che egli ebbe sempre dinanzi agli occhi, cercare la forza, era lo stesso a cui tendevano già tutte al suo tempo le cose del mondo, ed era la prima forma del pensiero politico in quella età che noi siamo costretti chiamare di risorgimento. Abbisognava innanzi tutto frenare il disordine del Medio evo, il che si fece spianando le buone cose e le cattive sotto al regolo del Principato. Vi guadagnarono le nazioni grandi maggior sicurezza di loro medesime, e più attitudine ai grandi fatti e alle grandi opere; la libertà crebbe quant’all’esercizio della vita giornaliera, donde sparirono molte disuguaglianze secondo i luoghi e soverchierie private le quali impedivano al corpo intiero delle nazioni l’unirsi all’acquisto dei loro diritti. I mezzi usati in quella età dai grandi Principi per tirare a sè ogni cosa, furono ingiustizie e frodi e violenze; ma dove una monarchia forte avea fatto una nazione grande, il fine poteva cuoprire le colpe state ministre ad un tale effetto. Fra noi la frequenza dei peccati gli aveva ridotti in canoni di politica: qui era un contendersi tirannie brevi, angusto il campo, l’urtarsi continuo; i nuovi Signori non aveano tempo di farsi un popolo che gli sostenesse; pensieri di Stato non si poteva pretendere che allignassero tra quei Principi dai quali traeva i suoi esempi il Machiavelli. Studiava egli i modi atti all’acquisto di un principato, e non s’accorgeva quei modi stessi poi divenire impedimento a che avesse mai buono e stabile fondamento. Di tali modi fu maestro sommo sotto ai suoi occhi il Valentino: costui fece prova di grande accortezza quando egli seppe tutti in un giorno levare di mezzo i Condottieri che egli temeva; ma che un tale atto e più altri somiglianti dovessero poi farlo guardare universalmente come peste pubblica ond’egli da tutti fu abbandonato, questo nè il Valentino nè il Machiavelli suo lodatore aveano saputo antivedere. Al Machiavelli mancò la scienza ch’io dissi dell’uomo, la quale comprende in sè la scienza della umanità mostrando certi uffici scambievoli ch’è necessario mantenere, e certi limiti delle umane cose, i quali ogni volta che sieno oltrepassati, si cade nel vuoto. L’arte politica in Italia fu per due secoli l’arte propria dei venturieri; a quella scuola si formò il genio del Machiavelli, e quelli erano i suoi rozzi panni dei quali mai non potè spogliarsi. Nè quel suo _Principe_ educò ad altro, nè l’idea di Stato come oggi s’intende e dove il Principe fosse un magistrato, idea che al suo tempo cominciò a spuntare, fu mai pensata nè antiveduta dal Machiavelli.
Ma fu egli tenuto malvagio al di sopra dell’uso che era comune in Italia così tra i popoli come nelle corti, ond’è che da lui pigliassero nome le arti peggiori. Che avesse egli malvagio il pensiero si scorge ad ogni tratto nei suoi libri: nelle commedie mette innanzi personaggi malvagi tutti, come se quella fosse l’essenza dell’uomo; dice in un luogo, che «gli uomini non operano mai nulla bene, se non per necessità:» il che è vero nei popoli, quando non sia la forza delle leggi freno ai disordini; ma non è poi vero sempre dell’uomo in sè stesso e in tutta la vita. In quella crudezza di sentenze disperate quali era egli solito adoperare, calunniava perfino sè stesso, perchè nella vita di lui non troviamo scelleratezze nè tradimenti, nè atti nei quali per utile proprio fosse egli autore del male degli altri. Malvagio cred’io avesse l’ingegno, l’anima corrotta da quella medesima disperazione del bene che pare cogliesse tutti in quel secolo gli Italiani. Loda «la fraude, la quale è meno vituperevole, quanto è più coperta.» Vero è che sono altri scrittori politici di nome grandissimo e non italiani, che dicono essere cosa lodevole ingannare; ma se nel vivere e nel sentenziare riciso e sicuro del grande scrittore mancò la vergogna, non è maraviglia se i tristi lo tennero peggiore di loro. Alla fierezza, alla potenza inarrivabile del suo scrivere, alto e popolare nel tempo medesimo, che ha del solenne e dello sprezzato e sotto alla toga romana conserva l’ardito atteggiarsi dell’uomo di San Casciano; a quelli effetti i quali vengono dallo scrittore, si deve, io credo, non rare volte certa sovrana autorità che ai suoi dettami venne concessa.
Nel Machiavelli però mi sembra scorgere l’immagine e la espressione di quello che era l’Italia al suo tempo. D’ingegno elegante e fecondissimo, di costumi sciolto; acuto mirabilmente nell’intendere, ma senza che i fatti corrispondessero al pensiero; vestendosi a un tratto la toga curiale, ma la vera sua grandezza chiudendo in sè stesso e ingallioffandosi poscia tra plebee sozzure ed infamie principesche; rinvolto nella muffa della viltà per isbizzarrire la fortuna e vedere _se la se ne vergognasse_; e dopo lungo esercizio in cose di Stato, ambizioso _di servire a chi reggeva_: ammirato e vilipeso, usato e negletto; posto a segnale di colpe perchè maestro e perchè infelice; e nei maneggi politici mescolato a’ Principi egli maggiore d’ognuno di loro, senza solennità di carattere e senza forza che lo munisse; sopportando superbie indebite, e con indebiti dispregi e odii vendicandosi. E della politica sentiva come sentiva l’Italia: ad alto fine intendeva, alti concetti agitava; ma erano forze abusate, grandezze corrotte, che nella inopia de’ mezzi e nella disperazione, come le aquile romane i giorni della sconfitta nel fango giacevano. Nè spenta era la religione più nel pensiero di lui che in quello d’Italia: come alta cosa la riveriva, come italiana l’amava; poi per isdegno del malgoverno da cui la vedeva deturpata, con ischerni l’assaliva; e con i vizi la cancellava dal core suo. Tale fu il Machiavelli e tale l’Italia.
Se in quegli anni era tra noi chi potesse mostrarsi co’ fatti grande uomo di Stato, io credo che innanzi a tutti starebbe il nome di Francesco Guicciardini. Nato quattordici anni dopo al Machiavelli, non ebbe egli tempo di fare suo proprio l’antico vivere di Firenze; ma uscito appena dalla puerizia vidde altre genti ed altre scuole regnare in Italia, e in quell’età quando ciaschedun uomo si forma l’abito del pensiero, dovette la mente di lui allargarsi a cose maggiori, sebbene costretta guardarle dal basso. Compieva l’educazione sua fuori di Firenze, avendo tre anni studiato in Padova la ragion civile; donde tornato in patria, fu a ventidue anni condotto a leggere l’Istituta, esercitando anche con molto suo frutto e molto onore l’avvocheria. Prima di trent’anni e fuor d’ogni esempio andò in Ispagna, come si è visto, Ambasciatore per la Repubblica. Dalla disciplina del padre avea attinto costumi gravi, oltre all’usanza dei pari suoi; la professione di giureconsulto poi gli mantenne, siccome quella che sta nel cercare dentro al viluppo dei fatti umani la relazione ad un principio alto e immutabile che è il diritto, a cui s’accompagna per necessaria congiunzione l’idea del dovere: per questo i veri giurisperiti quando sien messi a governare, vi recano sempre qualcosa insieme di più elevato e di più pratico. In quanto all’arte politica, io non dirò già che il Guicciardini ne avesse in Ispagna una molto virtuosa scuola, ma trovò uno Stato allora sul colmo, e dimorò un anno presso ad un Re che a tutti era reputato maestro; nè avrebbe di meglio appreso in Italia.
Sebbene fosse egli alieno da ogni concetto speculativo e sempre vivesse in grandi faccende, pochi altri scrissero quanto lui; ma era lo scrivere a lui una parte di quel lavoro d’osservazione che egli cercava ridurre a scienza, per quindi usarla nei pubblici fatti. Abbiamo oggi a stampa molti suoi scritti che prima giacevano negli archivi della famiglia: la storia di Firenze, opera giovanile, a noi è già nota; e vi è un trattato su questa Repubblica in forma di dialogo; poi vari discorsi intorno al Governo della città nelle tante mutazioni allora patite, ma il maggior numero scritti per assicurare lo Stato ai Medici; poi oltre al carteggio di Spagna, quello da lui tenuto nei vari governi ch’egli ebbe in Romagna ed altrove per la Chiesa, ed il carteggio dei Commissariati e della Luogotenenza generale nella guerra del Papa con Cesare. Le lettere a noi sono esemplare di bello scrivere signorile; per la materia l’importanza loro riesce grandissima, ed esse onorano generalmente il Guicciardini. Quelle dell’ultima guerra che finì col Sacco, mostrano con quale alto esercizio d’autorità facesse quanto era in lui per tenere fedeli all’obbligo e all’onore loro il Duca d’Urbino e il conte Guido Rangoni, al quale aveva diritto di comandare. Dipoi lo troviamo con appassionata sollecitudine adoperarsi, ma invano, a cavare il Pontefice di prigione, dispiegando egli solo in tanta ruina virtù e consiglio che nulla lasciano da desiderare.
In altri scritti, o riandando le cose a bell’agio o anche pigliando a esaminare punti difficili a risolvere in vari tempi e in vari luoghi, discuteva egli il pro e il contra dei partiti da pigliare, a fine di studio; al quale fine altri lavori si trovano fatti per uso suo proprio. Vi hanno per ultimo un grande numero di pensieri politici: in questi mostra egli volere come tirare una quintessenza delle cose da lui osservate o fatte da lui, non senza pigliare a esame sè stesso, quasi egli volesse formarsi una dottrina politica in tutte le varie sue parti quanto più fosse possibile sufficiente. Imperocchè dalle date che sono apposte a questi ricordi, si vede com’egli nei tempi d’ozio ne scrivesse molti insieme, richiamando nel suo pensiero le cose fatte e le vedute in quell’intervallo, perchè servissero a lui come canoni al giudicare e norme all’oprare. Di tale ostinato lavoro di riflessione che in lui si faceva, è prova solenne l’Istoria d’Italia: niun’altra l’agguaglia quanto alla moltiplicità dei fatti che dentro vi stanno, ciascuno al posto che gli si appartiene, con le cause che gli produssero e con gli effetti che ne seguirono, essi stessi divenendo cause di altri eventi. Pregio sommo di quello storico è la comprensione dei fatti minuti, che per legami sovente oscuri si uniscono a rendere inevitabili quelle conseguenze d’onde poi si muta la sorte dei popoli. Fu proverbiale contro al Guicciardini l’accusa d’averci descritto le guerre di Urbino e di Pisa con troppo minuta e spesso noiosa diligenza; ma non poteva egli narrare un fatto senza fermarsi a porre in chiaro le circostanze della riuscita, non che gli errori per cui falliscono i disegni. Voleva con quella sua Istoria dare insegnamenti a chiunque abbia mano in cose di Stato o in cose di guerra.
Quanto a sè, non ebbe egli mai le mani libere come chi governa la patria sua o la sua parte, facendo le cose che ama e che vuole e in quelle ponendo tutto sè medesimo: si lagna invece come di sua sventura l’avere dovuto ne’ più alti gradi servire a due Papi, egli che odiava i vizi dei chierici. Ma era comune sorte ai politici italiani, servire cause che niuno di essi poteva amare se non per proprio suo guadagno, ed alle quali non avrebbe in fondo dell’animo bramato vittoria. Quando in Italia sorse la coltura, cominciò gigante, perchè una grande contesa occupava di sè tutti gli animi e tutti i pensieri; molti papi furono grandi politici, e nell’opposto campo Matteo da Sessa e Pier delle Vigne poteano esser tali, perchè seguivano una parte che aveva in sè un vero e che era comune a un grande numero d’Italiani. Ma questa coltura progredì ornandosi mentre si fiaccava, nè il Guicciardini ebbe una bandiera cui seguitare con alto animo e volontà forte, più che non l’avessero quei condottieri delle milizie pei quali divenne la guerra una scienza, intanto che ogni virtù militare veniva a spegnersi in Italia. Tale in politica fu il Guicciardini; e finchè basti ad onorare il nome suo l’avere servito con fede e nel governare mantenuto non che il decoro delle apparenze ma un sentimento dei suoi doveri, potrebbe essere egli tra’ nostri politici tenuto il migliore. Il che non vuol dire che fosse buono; era accusato d’animo duro, superbo ed avaro. Quest’ultima accusa credo gli venisse dai rigidi modi nell’amministrare; in quanto a sè, netto fino al non sapere come procacciarsi danaro alle doti da maritare le sue figliole. Duro e superbo era egli; inclinava piuttosto al crudele che al fraudolento; a chi governa giudicava essere buona ogni cosa pure di riuscire, ma dentro a sè stesso la regola d’una legge parea che sentisse. A lui non andavano le massime scellerate, come si vede ne’ suoi Ricordi; che gli uomini fossero tutti malvagi necessariamente e sempre, dichiara sentenza bestiale ed assurda. Ai Principi (dice) torna gran conto apparire buoni; ma tosto aggiunge che la necessità di mantenere coteste apparenze dovrebbe nel fatto mostrare ad essi come il più sicuro modo sia essere tali. Si scorge in più tratti come egli intravegga il vuoto delle grandezze, e in certi appunti della sua vita scritti a trent’anni, e per lui solo, confessa a Dio la vita mondana, la quale non s’era per anche indurita in colpe maggiori.