Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
Part 15
Frattanto il Collegio dei Cardinali governava lo Stato in Roma, dove Adriano tardò a recarsi. Col solenne avviso della elezione, per via d’una carta minutamente specificata gli avevano posto innanzi le norme ed i confini della sovranità che risedeva nel Papa insieme e nel Collegio;[134] nè quanto a lui, era uomo da invasarsi del sommo grado ch’egli assunse non senza una vera trepidazione: si direbbe anzi, che prima cercasse in sè medesimo d’assuefare la mente e l’animo al pontificato. Percorse alcune città della Spagna prima di muoversi per la Italia, nè altro fece se non esortare con lettere i due grandi avversari a pacificarsi. Carlo V nel tornare di Fiandra in Ispagna lo aveva richiesto d’una conferenza in Barcellona, ma il Papa sollecitò la partenza, deliberato mostrarsi eguale tra’ contendenti, e forse temendo qualcosa concedere all’affetto pel discepolo o all’ossequio per l’Imperatore. Giungeva in Roma nel mese d’agosto in compagnia di molti Cardinali che gli erano andati incontro a Livorno. Nuovo e straniero entrava in mezzo a quella politica nella quale erano prima stati immersi con lunga pratica i predecessori suoi; gli usi ed i modi e il linguaggio non conosceva, e degli uomini si fidava poco: ai Cardinali dal canto loro tornava male avere a parlare latino con lui. Da principio avea saputo entrargli in grazia il Soderini, tra i Cardinali il più intramettente; avere tolto a suo ministro chi tutto era dedito a parte francese, mostrava l’animo d’un Pontefice che voleva essere comune padre. Badava in quanto a sè a correggere i vizi e a rettamente governare quella parte che spetta all’ordine ecclesiastico; e se era in lui tempra più forte e più capace alle grandi cose, o se avesse egli intorno a sè trovato altri di egual volere, forse che un papa non italiano era più atto ad impedire quella infelice separazione che avvenne allora dentro alla Chiesa. Ma le sue stesse virtù lo rendevano odioso ai Romani, avvezzi al fare secolaresco e alla incurante prodigalità di Leone X, che aveva consunto il tesoro di Giulio II, e lasciato dopo sè l’erario vuoto e gravato di molti carichi delle guerre. Adriano invece severo e stretto nel cercare l’economia dello Stato, era anche più rigido e guardingo nelle grazie che sono d’ordine ecclesiastico: a un suo nipote, al quale avea dato un mediocre benefizio, negò il secondo. Parco e dimesso nel suo privato vivere e contento di piccola Corte, dei cento palafrenieri che aveva Leone, dodici ne ritenne a mala voglia; si perdeva negli alti palagi, dei ricchi arredi non sapea che fare, condannava i gai passatempi e fino agli studi che in Roma fiorivano. Irto di teologia scolastica e di feudale giurisprudenza, odiava le lettere, profane com’erano allora molto e licenziose, il bello delle arti al suo animo non diceva nulla; dal gruppo antico del Laocoonte di poco scoperto, rivolse gli occhi dicendo ch’erano idoli dei pagani. Quindi era tenuto come zotico e selvaggio, e Roma al suo tempo pareva deserta; i letterati fuggivano spauriti, andavano i Vescovi alle loro diocesi che prima non avevano mai vedute, maledicevano i poeti a un Papa barbaro e frugale:[135] in quella Roma il miser uomo avea trista vita.
In quell’autunno la peste afflisse Roma e si venne a dilatare nella Toscana. Intanto Rodi, baluardo della cristianità, cadeva in potestà degli Ottomanni, difesa con lungo valore dai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, i quali avevano sede in quell’isola; il giovane Solimano, che vi era in persona, concesse loro di uscirne liberi portando seco quanta più roba potevano. In favor loro niuno si mosse dei Principi cristiani, i quali ordivano leghe che di nome erano sempre contro al Turco; ma in Italia vinceva ogni cosa il desiderio d’impedire in Lombardia un’altra invasione di Francesi che il Re minacciava. Non che fosse dolce quella dominazione degli Spagnoli, nè decorosa, nè da riposarvisi volentieri guardando al piede che vi pigliavano; Carlo V mescolava con molta destrezza qui tra noi le parti di conquistatore a quelle di Cesare, dimodochè insieme si confondessero e aiutassero: imponeva ora a Milano ventimila ducati al mese, a Firenze quindicimila, a Genova ottomila, e minori somme a Siena, a Lucca ed ai Marchesi di Monferrato e di Saluzzo, come Stati che rilevavano dall’Impero per via d’un diritto non mai abolito comunque in oggi poco espresso. Confermava alla Repubblica e allo Stato di Firenze i privilegi di libertà e di possessi, dati per ultimo da Massimiliano: Leone X gli avea chiesti al nuovo eletto Imperatore, in nome del quale don Giovanni Manuel ambasciatore di Cesare in Roma ne fece promessa con una cedola di sua mano, la quale ebbe ora spedizione per Bolla imperiale. Grandi erano in Roma l’autorità e la potenza di cotesti Ambasciatori; la esercitavano con altura spagnola, che molto bene s’investiva del nome imperiale da essi rappresentato, ma senza però che rifuggissero dalle astuzie, o si astenessero dalle violenze.
Che da principio fosse il Papa sinceramente neutrale, parve anche agli occhi sospettosi degli ambasciatori Veneziani.[136] Ma indi al vedere l’ostinazione di Francesco I per la recuperazione di Milano, al quale effetto si preparava con grandi armamenti, e perchè intanto per tutta Italia si era contenti d’avere in Milano quell’ombra di Duca e mantenere la pace, Adriano credette potersi onestamente avvicinare a quella parte che più gli era accetta. Giulio cardinale dei Medici allora venne da Firenze in Roma, dov’egli entrò con grande numero di cavalli, incontrato da Cardinali e sommi personaggi; al suo palazzo era più frequenza di corteggiatori che in corte del Papa. Il che molto accrebbe la parte Spagnola; e il Duca di Sessa, che succede al Manuel, faceva al di fuori delle porte di Roma fermare i corrieri e togliere ad essi le lettere, il ch’era avvenuto anche agli ambasciatori Veneziani.[137] In tale modo se n’ebbero in mano del cardinale Soderini, per le quali esortava il re Francesco a fare scendere in Sicilia soldati che avrebbero dato mano a una grande ribellione ordita in quell’isola: dopo di che il Papa imprigionava e chiudeva nel Castello il Soderini come perturbatore della pace tra’ Cristiani, privandolo delle sue grandissime ricchezze. Una Lega fu allora conchiusa tra il Papa e Cesare e il Re d’Inghilterra e Ferdinando arciduca d’Austria minore fratello di Carlo V, e il Duca di Milano e i Genovesi e il Cardinale dei Medici e lo Stato di Firenze, congiunti insieme; che in Milano fu sottoscritta da Paolo Vettori. I Veneziani si erano prima legati a Cesare, ma non vollero impegnarsi a entrare in guerra col Turco, sapendo che in quella sarebbero i primi esposti e poi da tutti abbandonati. E già il Re di Francia, venuto a Lione con esercito grandissimo, stava per muoversi verso l’Italia, quando si scoperse lo scellerato ed inaudito tradimento che il Duca di Borbone suo primo congiunto preparava non contro al Re solo, ma contro allo Stato di Francia, del quale aveva patteggiato co’ nemici la divisione. Il Re in tanto caso non si volle partire di Francia, ma inviava con molta parte dell’esercito in Italia l’ammiraglio Bonnivet, che entrato in Lombardia stava già presso a Milano, quando giunse nuova della morte di papa Adriano, dopo un anno e pochi giorni dacch’egli era venuto in Italia: lo tolse di vita in una villa presso Roma una di quelle febbri autunnali ch’erano state fatali a tanti Papi ed a Principi forestieri in quella regione.[138]
Si venne quindi all’elezione del nuovo pontefice, innanzi a tutti stando il nome del cardinale Giulio de’ Medici; talchè per cinquanta giorni che durò il Conclave si dibattè sempre sostanzialmente se egli dovesse o no essere papa. Sicuri aveva dodici voti, ma il numero de’ suoi non bastava a fare i due terzi che sono richiesti dalle costituzioni; e contro di lui stavano i più vecchi Cardinali, ricusando eleggere un papa di quarantasei anni, che a loro avrebbe tolta ogni speranza. Gli conduceva Pompeo Colonna, giovane fra tutti, ma nemico aperto dei Medici e cardinale di grande seguito per l’ingegno e il nome e i costumi signorili.[139] Nulla si faceva, i vecchi adoperandosi per sè ciascuno, e Giulio essendo uomo ostinato nelle ambizioni e che si teneva all’alta cattedra come necessario. Di tanto indugio grave era lo scandalo; i letterati ricordavano la contesa che fu nell’antica Roma tra un altro Giulio e un altro Pompeo, ed imprecavano ai presenti la fine istessa.[140] Infine il Colonna tediato si offerse all’avversario, patteggiando per sè la Vicecancelleria col sontuoso palazzo che il cardinale Raffaele Riario aveva fatto terminare da Bramante: così a’ 19 novembre 1523 Giulio de’ Medici ottenne col nome di Clemente VII il papato, infelicissimo a lui stesso ed alla Italia ed alla Chiesa.[141]
In Firenze per quella esaltazione si fecero feste con poca allegrezza, la quale fu anche turbata subito da un atroce fatto. Era usanza nelle sedi vacanti scommettere calcolando con diverse proporzioni quanto fosse probabile il caso all’uno o all’altro cardinale di essere papa. Un Piero Orlandini aveva scommesso che il Medici non sarebbe; e chiamato a pagare i cento scudi i quali erano la sua posta, disse che voleva prima vedere se la elezione, attesa la nascita illegittima di Giulio, fosse tenuta valida; talchè il vincitore per essere pagato andò agli Otto, e questi giudicando tali dubbi non essere da lasciarsi correre, chiamato a sè l’Orlandini, gli fecero senz’altro discorso la sera stessa mozzare la testa. In quel giudizio un Antonio Bonsi dottore di leggi, ch’era degli Otto, solo aveva dato scopertamente la fava bianca; del che andò in Roma a giustificarsi presso il Papa: questi, per levarlo di Firenze, lo ritenne presso di sè, avendogli conferito un vescovado e quindi altri uffici di conto. Agli avversari di Clemente parevano queste tutte essere simulazioni; ma vero è poi che in così fare seguiva l’antico suo costume, avendone forti ragioni in quel giudizio che si era dovuto fare egli stesso della città.
Quivi era in odio sopra ogni cosa la tirannia dei pochi; ed il favore che in molti uomini sparsamente si aveva acquistato la Casa dei Medici con quelle sue arti di semiregia popolarità, formava la principale forza di quella famiglia. I suoi più ardenti seguaci temeva, perchè non erano veramente suoi, bramosi molti di soddisfare private vendette; intantochè altri, ed erano questi i più autorevoli e qualificati, cercavano imporsi ai Medici, usando per sè il governo sotto al nome d’un Papa lontano, e pronti a volgersi dove conseguissero il fine loro ultimo, che era di farsi grandi e ricchi. Sogno di molti sarebbe stato ridurre Firenze sotto un governo di Ottimati; ma qui era troppo alto il livello popolare, perchè fosse luogo a un altro grado che lo sopravanzasse; nè le differenze potevano essere ben distinte qui, dove i nobili non avevano in mano le armi, nè come a Venezia il comando delle navi: aggiugni poi l’essere divisi tra loro e in vario modo pregiudicati, da non si potere insieme comporre a forma stabile di repubblica. Di qui avveniva che in mezzo alle opinioni mal ferme dei molti fosse da scegliere tra due partiti; o dare ai Medici senza mistura il principato, ovvero al popolo restituire nei modi antichi la libertà: se non che al primo si opponeva, mancare i Medici di una soldatesca loro; ed al secondo, essere nel popolo venuta meno la sua forza vera, o direi quasi la sua milizia, la quale consiste nella prontezza all’operare uniti in fascio da un sentir comune, persuasi che il bene pubblico e privato facciano insieme una cosa sola. Erano andati da Firenze ambasciatori al nuovo Papa, com’era usanza, ai quali Clemente, avendoli un giorno congregati intorno a sè, richiese dicesse ciascuno liberamente il suo parere circa lo Stato della città. Il maggior numero, che era degli sviscerati, lo supplicavano non abbandonasse i suoi devoti e dèsse loro un capo di sua famiglia; osarono altri dare consigli di libertà, magnificando l’eterna gratitudine e la gloria che a lui ne verrebbe. Di tali parole si proferivano dagli aderenti di Casa Medici, e alle volte il Papa stesso pareva inclinare verso quel partito, secondo che avesse sulle varietà delle alleanze o delle guerre più da sperare dai Fiorentini o più da temere: si trova inclusive che fosse disceso fino ad ammettere la riapertura del Consiglio grande.
Promovitore presso a lui delle più libere opinioni era sempre Iacopo Salviati, che stava in Roma insieme alla moglie madonna Lucrezia, sola rimasta viva dei figli di Lorenzo de’ Medici ed ultimo avanzo di quella famiglia che era tanto numerosa, e tanto lieta di alte speranze, quel giorno in cui Leone fu assunto al papato.[142] I figli di Lucrezia e delle due sorelle morte, Giovanni Salviati, Niccolò Ridolfi e Innocenzio Cibo, furono in età giovane innalzati al cardinalato. Questi poi furono adoprati da Clemente, di già essendosi alienate da Casa Medici le altre famiglie che seco avevano parentela, com’erano i Pazzi e i Rucellai. Un assai stretto congiunto di quella Casa, Filippo Strozzi, perchè era uomo da potersi anche da sè levare in alto, dava sospetti così a Leone come a Clemente che lo avevano sempre accosto. Marito a una figlia di Piero dei Medici, e in età giovane capo di una casa ricca e magnifica oltremodo, viveva da principe; ingegno franco e variamente colto, di grande ambizione, di grande maneggio, scopertamente licenzioso nella vita e nei pensieri, sapeva in età corrotta rendersi universalmente grato, perchè nei vizi e nelle virtù ogni cosa eragli come naturale: la moglie Clarice, cresciuta nelle alterezze della madre Alfonsina degli Orsini, vedeva di poco buon grado la Casa de’ Medici cadere in bastardi. Aveva la sorte dato a questa Casa un uomo capace a innalzarla con la prodezza nelle armi, che agli altri era mancata sempre: Giovanni dei Medici in età giovanissima non aveva chi lo agguagliasse come soldato nè come capitano, sempre innanzi a tutti nelle battaglie; e col sangue degli Sforza, che ebbe dalla madre, avendo in sè come naturale l’arte della guerra, lo seguitavano con amore e fede incredibile i più audaci nelle armi, nè si vedeva a quale altezza non potesse egli salire, qualora avessero gli anni in lui mitigata una ferocia tutta soldatesca. Clemente amava poco e cercava tenersi lontano questo suo congiunto uscito dal ramo collaterale di quei Medici, i quali abbiamo veduti mutare l’antico cognome in quello di Popolani; mai non avrebbe voluto in essi trasferire la grandezza della Casa, e solo com’era rimasto, e avendo necessità d’un erede, andò a cercarlo con poco suo decoro, non aiutato nè dalla prudenza nè dalla fortuna che a lui parvero mancar sempre.
Due giovinetti erano tenuti come di Casa Medici, nonostantechè d’entrambi fosse la nascita poco certa. Ippolito, in età forse di sedici anni, passava per figlio del morto Giuliano, avuto da una gentildonna pesarese; Giuliano istesso, che lo teneva in casa sua, diceva però dubitare non fosse opera di un suo rivale. Raccolto poi e avuto caro da papa Leone, cresceva bello della persona, grazioso di modi e nelle lettere ingegnoso; Goro Gheri avea consigliato dopo alla morte di Lorenzo mandare Ippolito a Firenze, e sopra di lui fondare la grandezza della famiglia. Era pensiero anche di Clemente, ma questi però aveva pure da provvedere a un altro bastardo, a cui vedemmo nella Capitolazione con Carlo V promesso uno Stato nel Reame, che fu il ducato di città di Penne.[143] Aveva questi nome Alessandro, minore all’altro di due anni, ed era nato da una schiava mora o mulatta, mentre Lorenzo e Giulio vivevano in protezione dei Duchi di Urbino. Lorenzo aveva per suo quel fanciullo che fiero e robusto riteneva della madre la pelle scura, le labbra grosse e i capelli crespi. Clemente nei primi tempi del pontificato mandava Ippolito a Firenze, dove egli viveva civilmente nel palazzo dei Medici sotto alla tutela d’un confidente della casa: l’anno dipoi veniva pure Alessandro, che fu mandato a stare nella villa del Poggio a Caiano. Il cardinale Silvio Passerini teneva il governo della città; uomo di poca mente, di modi aspri, e male accetto ai Fiorentini.[144]
Quando Clemente divenne papa trovò la guerra tra Francia e Spagna essersi rianimata in Lombardia, dove i primi successi aveano condotto l’ammiraglio Bonnivet fino alle porte di Milano. Qui era il vecchio Prospero Colonna infermo, che bentosto venne a morte, ma illustrò gli ultimi suoi giorni rialzando la fortuna delle armi spagnole per via di una bene sostenuta guerra di difesa, nella quale era egli eccellente. Carlo V, benchè lontano, sapeva imprimere nelle cose una fermezza che mai non era nel governo del suo nemico, nè si creava i generali per favori di Corte o di donne; ebbe in Italia capitani insigni, Antonio da Leyva ed il Marchese di Pescara, nato di gente spagnola ma divenuta oramai napoletana: molto autorevole presso a Carlo era il Signore di Lannoy fiammingo, vicerè di Napoli. Una crudel guerra di piccoli fatti conduceva. infine i Francesi a evacuare la Lombardia; mancò la scienza militare a quella nazione che tutte vinceva per valentìa: moriva in mezzo a quelle distrette Francesco Baiardo, esempio nobile di soldato virtuoso, nè io del suo nome vorrei fraudare l’Istoria nostra. Intanto l’inverno correva terribile ai vincitori come ai vinti; sopravvenne la peste, e mieteva oltre ai soldati gli abitatori miseri e affranti ed affamati di quelle Provincie: Antonio da Leyva, spietatamente devoto alla causa del suo Re, vessava la ricca Milano con crudelissime estorsioni.[145]
A questo tempo già gli Spagnoli con l’avere tante volte respinti d’Italia quei brevi impeti dei Francesi, parevano qui essere divenuti come inevitabili. E già la guerra che Leone aveva mossa e pagata, era grandissimo peso a Clemente che si sentiva del tutto inabile a fermarla. Il Duca di Sessa gli andava mostrando che egli era stato eletto pontefice col favore di Cesare; onde questi non poteva contentarsi con lui dei patti che aveva promessi Adriano, ma intendeva che la spesa dovesse cadere sopra di lui, come Leone l’aveva da principio consentita. Stringeva il Papa tanto più arrogantemente quanto più vedeva questi essere debole per ogni rispetto; ed alla scusa del vuoto erario, minacciando rispondeva facesse pagare i Fiorentini: il che era al Papa toccare un tasto molto spiacente. Questi ebbe natura capace al maneggio di cose dubbie nella città sua, più che al governo di tanta gran mole qual era il papato; la sua reputazione cadde quando egli dovette da sè risolvere quelle cose delle quali era stato ministro sotto al cugino e pareva esserne egli autore. Leone a lui dava il primo concetto e le ultime risoluzioni; poi, tra incuranza e accortezza, si nascondeva. Clemente, rimasto senza quella guida, fu incerto e infelice; quella stessa conoscenza delle cose, che aveva grandissima, gli era cagione di più intricarsi: in sè medesimo non fidando, cercò afforzarsi di consiglieri e trovò padroni, i quali, quando erano discordi tra loro, tiravano il Papa in contrari versi; ed egli poi credeva migliore il partito che prima era stato condotto ad abbandonare.[146] Poteva Leone credersi al suo tempo, con l’ampio Stato e il molto danaro, capace a inclinare le sorti pendenti tra Francia e Spagna; Clemente invece trovò lo Stato consumato dalle guerre e dalla smodata prodigalità di Leone; trovò il rispetto al pontificato distrutto dai vizi e dai disordini dei precedenti regni, l’Italia piena d’eserciti, e la Cristianità indebolita per la perdita di Rodi e per la preparazione che faceva il Re de’ Turchi contro all’Ungheria; trovò che la sètta Luterana aveva già tolto alla Chiesa gran parte d’Allemagna, e del continuo andava:[147] talchè si può dire, che se Leone moriva in tempo per il suo nome e pei suoi piaceri, Clemente invece saliva al regno appunto allora quando le cose tutte volgevano a ruina.
Sgombrata l’Italia il Conestabile di Borbone, a cui doveva essere prezzo del tradimento un regno in Francia, ebbe permesso da Carlo V d’invadere con le armi vittoriose la Provenza: egli medesimo e il Marchese di Pescara conducevano con forte esercito quella impresa, che da principio fortunata, dovette fermarsi innanzi Marsilia cui avevano posto assedio. La difendevano, oltre a un nerbo di Francesi, cinque mila soldati italiani con Renzo da Ceri, intanto che altri italiani fuorusciti stavano sotto alle bandiere del re Francesco, il quale a grandi passi discendeva per la liberazione di Marsilia. Ottenne allora grandissima lode il Marchese di Pescara persuadendo, contro al volere del Borbone, la ritirata, ed egli stesso poi conducendola per quelli aspri luoghi delle basse Alpi, dove la molta sua scienza di guerra salvò l’esercito. Questo usciva dalle Alpi nelle pendici di Lombardia, il giorno stesso che il re Francesco, tiratosi indietro alla sua volta e ripigliate le vie solite verso Italia, entrava in Vercelli. Non s’appartiene all’assunto nostro narrare i fatti per cui si venne a quella battaglia di Pavia fra tutte celebre pei grandi effetti che ne seguitarono. Essendo i Francesi entrati in Milano, Antonio da Leyva si gettò in Pavia tosto assediata dal re Francesco con tutto il fiore della nobiltà francese e un forte esercito che egli da se stesso ambiva condurre: andava come ad un tornèo, dispiegando il regio suo grado in lui congiunto alla prodezza del cavaliero. Incontro aveva la costanza d’Antonio da Leyva, e intorno era offeso con guerra incessante dalla perizia del Marchese di Pescara che fu in quei fatti grande capitano. La città essendo fortificata contro ogni assalto, durò l’assedio quattro mesi, nè parve al Re di sua dignità levarlo quando il Pescara gli si voltò addosso rinforzato da più migliaia di Tedeschi discesi allora dalla Germania. Francesco si era fortificato dentro al Parco di Mirabello, luogo da caccia degli Sforza, quando ai 24 di febbraio del 1525 il Pescara avendo rotti a forza i muri del Parco, si fece là dentro orrenda battaglia e strage grandissima, dove perirono molti principi e signori e capitani dei più rinomati nelle armi di Francia; il Re, combattendo in mezzo a’ suoi, cadde prigioniero. Gli Spagnoli col ricco bottino si compensarono delle paghe ad essi mancate per tutto l’assedio: il Re condotto nella fortezza di Pizzighettone, fu ivi ritenuto con grande ossequio e buona guardia.