Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
Part 14
È ragionevole figurarsi che a Leone riuscisse molesto che tanta grandezza di Carlo venisse a rompere quella bilancia la quale s’era egli creduto tenere in Italia tra’ due Re stranieri. Aveva favorito con modi palesi l’elezione di Francesco, non che molto si credesse o che bramasse di farla riuscire, ma perchè essendo la parte più debole, sperava, cercando che l’una con l’altra si pareggiassero, fare che la scelta venisse a cadere, com’era da molti bramato, su qualche piccolo principe d’Allemagna. Fallito il disegno, e poichè da tutti già si vedeva tra’ due gran rivali inevitabile una guerra, Leone mostrava tuttavia sempre di tenere la parte medesima; offriva però d’entrare in lega co’ Francesi, qualora ottenesse la restituzione di Parma e Piacenza e l’abbandono del Duca di Ferrara, che il Re teneva come suo protetto. Tra queste pratiche si consumò l’anno 1520, in fine del quale e quando la guerra già era imminente, Leone fermava in Roma un Trattato, dov’era espressa con altri patti una promessa di aiutare con le armi Francesco alla recuperazione di Napoli. Andava cotesto Trattato in Francia per la ratificazione, che il Re indugiava temendo che sotto vi fosse un inganno, e che una volta che egli fosse con le armi sue nel fondo d’Italia, le forze del Papa se gli voltassero contro d’intesa con Carlo. Dopo di che tosto Leone rompendo con Francia ogni pratica, stringeva con Cesare solenne Lega, cui seguitarono pronti gli effetti. Era stipulato che fosse tra loro confederazione a difesa comune ed eziandio della Casa Medici e dei Fiorentini; s’obbligassero insieme con le armi alla recuperazione del ducato di Milano, il quale acquistandosi, ne fosse messo in possessione Francesco Maria, figlio superstite di Lodovico Sforza; Piacenza e Parma tornassero sotto al dominio della Chiesa, Carlo promettendo dare al Pontefice, oltre ciò, aiuti contro al Duca di Ferrara. In questa Lega, dove ogni cosa era per il Papa, non dimenticava questi nemmeno i suoi congiunti; e il Cardinal Giulio ebbe una pensione di diecimila ducati sull’arcivescovado di Toledo, e uno stato di eguale entrata nel reame di Napoli fu dato a un fanciullo di nome Alessandro, bastardo lasciato dal Duca Lorenzo.
Fuori anche di questi vantaggi privati, più altre ragioni doveano tirare l’animo del Papa. E prima di tutte quella grandissima di cercare che l’Imperatore pigliasse in Germania con mano potente la difesa della Chiesa, contro alla quale Martino Lutero già si era ribellato scopertamente, avendo seco alcuni Principi e non poco favore nei popoli. Ma quanto spetta poi alle cose d’Italia, è da pensare che i Francesi da venticinque anni con le invasioni frequenti n’erano il terrore, che degli Spagnoli più cauti e più lenti meno si temeva: che la possessione del regno di Napoli in mano di Principi che dimoravano in Ispagna andava quieta e umiliava poco gli Italiani, avvezzi da un secolo a vedere su quel trono re Aragonesi, ch’erano stati cagione all’Italia di continui turbamenti. Pensava il Papa come le possessioni di questo Carlo, in tanti luoghi sparse, dovevano essergli di tanto più difficili a tenere; laddove le forze compatte di Francia, e il non mancare a quei Re il danaro e il genio guerriero di quella nazione, portavano a noi vicino pericolo, se mano valida non le contenesse. Per ultimo, un Papa di Casa Medici non poteva sentire in sè amore verso i Francesi che erano amati da’ popolani fiorentini e da essi invocati come propugnatori di libertà. Per queste ragioni crederono allora molti che il volersi collegare con Francia non fosse per il Papa altro che una mostra, e che egli covasse nel fondo dell’animo il pensiero più gradito d’unirsi invece all’Imperatore.
Abbiamo una Lega o Confederazione segretissima tra’l Papa e Carlo re in Ispagna: è del 17 gennaio 1519, sei giorni dopo alla morte di Massimiliano. Già era un pezzo che i politici dei grandi Stati si preparavano alle conseguenze di questa morte, tra le quali era massima quella della creazione d’un nuovo Cesare: Leone aveva intorno a sè uomini devoti a Spagna e volentieri gli ascoltava. Di qui la Lega, che era tutta personale, da durare quanto la vita d’entrambi: dovea rimanere segreta e avere per documento due soli esemplari da scambiarsi tra’ due Principi che la giuravano; e il Papa nella sottoscrizione promette osservarla _verbo romani pontificis_. Non poteva essere infermata per qualsiasi altro trattato; doveva estendersi allo Stato d’Urbino e a quello della Repubblica di Firenze, che nelle presenti sue condizioni formava come una cosa sola insieme ai dominii della Sedia pontificale. Carlo nominava come alleati suoi gli Elettori del sacro romano Impero: ne sembra qui stare da parte di Carlo tutto il motivo di quel Trattato, dove Leone con l’accettare per alleati quei sette Principi faceva come se gli esortasse a eleggere Carlo dopo la morte di Massimiliano. Aveva il Papa dal canto suo buone ragioni di procacciarsi l’aiuto di Spagna, ma di ciò fare celatamente, perchè una Confederazione vigeva tra lui e il re Francesco, e in Firenze era una principessa di sangue francese, moglie di Lorenzo dei Medici. Questi però travagliato da non curabile malattia, sapeva il Papa che morrebbe presto, e dubitava se la prole già concetta di quel matrimonio nascerebbe sana; così il legame di parentela col Re francese verrebbe a sciogliersi. Era usuale cosa, non appena formata una Lega, cercarne un’altra con la contraria parte; ma qui si voleva tenere il segreto con ogni cautela, tantochè di questo Trattato non ebbero notizia gli storici, ed uscì a stampa solo nei giorni nostri.[126]
Ma dai successi di quella guerra che non appena dichiarata fu mossa nel giugno del 1521, sperava Leone grandi e (come allora taluni crederono) arcane cose. Il Ceremoniere pontificio Paride de’ Grassi racconta nei suoi Diari, che in Roma si diceva esservi altra secreta intelligenza, per la quale Francesco Maria Sforza cederebbe a Giulio de’ Medici il ducato di Milano, e questi a lui darebbe in compenso il cardinalato e la cancelleria e i benefizi che allora godeva per l’entrata di cinquanta mila ducati.[127] Ma checchessia di queste cose, certo è che il Papa faceva la guerra a spese sue per la maggior parte: aveva seicento uomini d’arme suoi e dei Fiorentini, ed altrettanti ne avea recati da Napoli con duemila fanti il Marchese di Pescara; v’erano duemila fanti Spagnoli, quattromila Italiani ed altrettanti Tedeschi e Grigioni, soldati a spese comuni: duemila Svizzeri rimanevano al Papa dei seimila che aveva pagati, e che ora cercava di recuperare. Tenevano pratiche in Lombardia con Girolamo Morone, per sollevarla contro ai Francesi; e Girolamo Adorno avea tentato, ma inutilmente, mettere in Genova gli Spagnoli. Di qua dal Po erano i Francesi venuti innanzi fino alle porte di Reggio, donde furono respinti, essendo in quella città Governatore Francesco Guicciardini; quindi l’esercito della Lega, già insieme raccolto, andò alla sua volta sino al fiume della Lenza, per indi porre l’assedio a Parma. Il quale però andando in lungo, deliberava Prospero Colonna, che aveva il governo di tutta la guerra, portare questa senza indugio di là dal Po; che fu consiglio d’Antonio da Leyva spagnolo, il quale di piccola condizione asceso nelle guerre d’Italia per tutti i gradi della milizia, divenne famoso e ai nostri danni ferocissimo capitano.
Varcato il Po a Casalmaggiore, andava pertanto l’esercito della Lega direttamente alla volta di Milano. Al buono effetto di quella guerra molto importava sollecitare la venuta di quelli Svizzeri che il Cardinale Sedunense conduceva, ed ai quali era andato incontro Antonio Pucci vescovo di Pistoia con gli altri Svizzeri che già erano ai soldi del Papa. Si opposero a quella congiunzione debolmente i Veneziani, e con peggior sorte il duca Alfonso di Ferrara, ch’erano in lega col re Francesco. Aveva il Papa fatto Capitano di tutto l’esercito il Marchese di Mantova, e Commissario generale Francesco Guicciardini con molto ampia autorità; quindi, per emulazioni sopravvenute tra ’l Colonna ed il Pescara, mandava Legato il Cardinale Giulio, che si partiva da Firenze a questo effetto. Così l’esercito si condusse con forze congiunte al fiume dell’Adda, sul quale Lautrech avea concentrato il maggior nerbo della sua difesa; ma vinsero l’impeto e l’arte degli Spagnoli che si condussero al di là dal fiume, essendo in quel giorno apparso mirabile agli occhi di tutti il valore di Giovanni dei Medici, il quale sopra un cavallo turco nuotando per la profondità dell’acqua passò all’altra ripa: un altro Giovanni, a noi già noto, lo ebbe in Forlì da quell’animosa donna che fu Caterina figlia di Francesco Sforza; non aveva compiuti per anche ventitrè anni, e già in più altri fatti minori si era mostrato fra tutti ardito e felicissimo capitano. Ma questa passata dell’Adda gettava grandissimo scoramento negli animi dei Francesi e soprattutto di Lautrech, il quale tosto fuggitosi di Milano, lasciava quella città in mano dei vincitori. In pochi giorni ebbero questi altre città della Lombardia; Parma e Piacenza ritornavano sotto al dominio della Chiesa.[128]
In Roma si succedevano gli avvisi di tante vittorie, nella felicità delle quali il Papa si era recato a diporto alla villa della Magliana. Ordinava rendimenti pubblici di grazie, e aveva intimato per un giorno prossimo il Concistoro dei Cardinali, cui si proponeva comunicare tutto il fatto. A questo fine tornò in Roma: e qui Paride de Grassi racconta, aver egli chiesto al Papa se da quei fatti alcun beneficio verrebbe alla Chiesa, la quale altrimenti non usava rendere pubbliche grazie per le vittorie che un Principe cristiano avesse ai danni d’un altro. Il Papa rispose festivo e ridente, che grandi ve n’era; per il che, e per la somma letizia di quelli eventi mostrata con segni affatto insoliti, si confermò il Grassi in quel suo supposto circa la cessione del Ducato. Discorrevano tra loro le cose da fare, quando il Papa avendogli detto che voleva riposare qualche ora solo, fu côlto la sera da una piccola febbre che da principio compariva cosa da nulla. Passarono due giorni, dopo i quali a un tratto la mattina del primo dicembre si seppe che il Papa stava male, e poco dopo, che il Papa era morto. Leone moriva nelle esultanze della vittoria e per gli svaghi d’una villeggiatura. Fu detto, secondo il solito, essere egli morto di veleno a lui fatto apprestare dal re Francesco per mezzo d’un Barnabò Malaspina coppiere del Papa; ma costui preso, bentosto fu liberato senza che nulla si scuoprisse. Espone il nostro Ceremoniere gli argomenti del veleno, dei quali sembra egli però dubitare,[129] intantochè gli Storici più insigni senz’altro corrono all’affermazione: cotali accuse, troppo allora facilmente credute e spacciate sul conto degli altri, ricadevano sopra di noi.
CAPITOLO VI.
FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE VII. — BATTAGLIA DI PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.]
La morte del Papa rompeva la Lega, nè più si vedeva a quali comandi ubbidissero le armi della Chiesa. I Cardinali Medici e di Sion in poste andavano al Conclave, lasciando l’esercito; il che bastò perchè il Colonna ed il Pescara, che a stento pagavano i loro Spagnoli, fossero costretti a licenziare i fanti tedeschi e il maggior numero degli Svizzeri. Le quali cose rialzando gli animi di tutti gli oppressi, dal morto Pontefice, Francesco Maria col solo mostrarsi recuperava lo Stato di Urbino e Pesaro ed il Montefeltro; racquistava più tardi San Leo, essendo rimasto alla Repubblica di Firenze il vicariato di Sestino. L’antico Signore di Casa Varano rientrò in Camerino, cacciatone un altro di quella famiglia che Leone X avea fatto duca. Lo Stato intero di Ferrara tornava in mano del duca Alfonso; ma rimanevano alla Chiesa Modena e Reggio; e il Guicciardini Governatore difendeva con molta sua lode la città di Parma da un forte assalto dei Francesi durato più giorni.
Tardi arrivavano in Roma i Cardinali, dei quali trentanove si chiusero in Conclave, numero insolito, non preparati al grande atto ed imprevisto, nè bene intesi ciascuno co’ suoi. Giulio dei Medici, che aveva poca speranza per sè medesimo, bastava però col molto seguito a impedire l’elezione del Soderini che sopra ogni altro manifestamente ambiva il papato. Nei primi giorni, a fine di prova, si metteano innanzi, com’è consueto, diversi nomi; quando ai 9 di gennaio trovatosi avere il Cardinale di Tortosa quindici voti, si levò il Gaetano, e molto lodandolo esortava gli altri Cardinali a eleggerlo in quella mattina istessa per via di accessione: il che da uno essendo fatto, gli altri seguitarono, ed il cardinale Adriano Florenzio riescì eletto Papa,[130] quando niuno a lui pensava e niuno forse lo conosceva: ma temendo ciascuno un nemico più che non avesse per sè fiducia, fu come un riposo eleggere un uomo ignoto e lontano. Era di piccola estrazione, fiammingo di nascita; e stato educatore del giovane Carlo, governava la Spagna dopo il Ximenes in assenza dell’Imperatore: uomo pio e dotto, di costumi semplici; e grande dovette in lui essere la maraviglia quando gli giunse il primo nunzio che lo salutava Papa. Non volle mutare nome, perchè in tale usanza soleva egli forse vedere qualcosa di troppo fastoso, e si chiamò Adriano VI. Andava più tardi al nuovo Pontefice una solenne Legazione di tre Cardinali, conducendo le galere della Chiesa quel Paolo Vettori che fu principale nella caduta di Piero Soderini e poi sollevato da Leone X al comando generale delle armi di mare.
Francesco Maria della Rovere nel riacquisto di Urbino aveva seco Malatesta e Orazio figli dell’ucciso Gian Paolo Baglioni, bramosi questi di recuperare Perugia: Ad essa muovendo insieme, e dato battaglia contro alle genti dei Fiorentini che vi erano dentro, espugnarono la città cacciando un altro Baglioni che Leone X vi aveva posto. Continuarono verso Siena, della quale se ad essi riusciva mutare lo Stato, si confidavano che Firenze vorrebbe togliersi di sotto al giogo di Casa Medici. Era il Cardinale accorso già incontro a questi pericoli; e avendo assoldati Svizzeri e Tedeschi e fatto di Lombardia venire Giovanni de’ Medici, potè oltre a fermare le cose di Siena, minacciare anche Perugia: ma in Roma il Collegio de’ Cardinali, dov’erano molti avversi al Medici, vietò a quelle genti di andar oltre sulle terre della Chiesa, e confermò lo stato al Duca d’Urbino. Intanto un altro disegno si ordiva per simile effetto dal Cardinale Soderini, con l’intesa dei Francesi e con le armi di Renzo da Ceri che stava disoccupato nella campagna di Roma. Questi era già entrato nel territorio di Siena, dove però gli riusciva male ogni cosa, il Cardinale avendo condotti a’ suoi stipendi il Duca d’Urbino ed i Baglioni che prima gli erano stati tanto fieri nemici, e fatto Governatore generale di tutta la guerra il conte Guido Rangone; del che molto essendosi adontato Giovanni de’ Medici, andò coi Francesi: ma di nuovo il Collegio de’ Cardinali faceva posare le armi alle due parti; Giulio dei Medici rimaneva signore in Firenze.[131]
Teneva lo Stato in modo pressochè assoluto, ma senza forme che lo assicurassero e non avendo a chi trasmetterlo: rimaneva ultimo della Casa di Lorenzo e non legittimo, e quanto a sè avendo l’animo sempre avvinto al desiderio del papato, senza del quale s’accorgeva che non avrebbe potuto nemmeno tenere Firenze. Era invecchiata oramai quella bugia di governo che doveva parere repubblica ed essere principato; laonde Giulio si propose ringiovanire cotesta forma slentando i freni, perchè riuscisse più effettiva la libertà. Parco allo spendere, al donare scarso, vivea sulle entrate dei suoi benefizi, nulla costando alla città, con molto mala contentezza de’ suoi partigiani. S’intratteneva co’ cittadini migliori e più degni, ai quali s’apriva dicendo volere d’accordo con essi trovare una forma per cui la città potesse vivere con soddisfazione di tutti e senza mutare Stato; che in quanto a sè aveva in Roma la stanza sua, rispetto al grado ch’egli teneva. Andavano oltre questi discorsi, e non è a dire quanto gli animi se ne accendessero; il Cardinale chiedeva pareri a ognuno, e molte sorte di modelli di nuova repubblica a lui erano presentati. Quello che aveva il Machiavelli scritto ad istanza di Leone X, parve non praticabile come insolito e stravagante; un altro di Alessandro dei Pazzi, che pure abbiamo a stampa, lasciava le cose in aria senza impegnarsi contro al volere dei governanti.[132] A questo modo non era disegno che non si facesse; perchè alle diverse parti civili si aggiungevano anche le dottrine, in città di molto sapere, e che aveva fatto tante esperienze di libertà e di servitù nel corso vario di tre secoli. Vi fu chi avrebbe voluto comporre un governo di Ottimati, vano sogno nella città di Firenze; chi ristringerlo in pochi arbitri d’ogni cosa sotto all’ombra del nome dei Medici: i più chiedevano si riaprisse il Consiglio grande con un Senato eletto a vita, dove i Settanta della Costituzione di Lorenzo facessero anche le parti che erano degli Ottanta nel governo popolare. A questo parvero una volta fermarsi i pareri, e già si parlava d’un Gonfaloniere ad anno e di chi scegliere a quel grado; le opinioni essendo divise tra Francesco Vettori come più aderente ai Medici, e un uomo di molta autorità e nome, Roberto Acciaioli, che era stato da papa Leone tenuto in Francia ambasciatore: il Varchi scrive di lui, che egli e il Guicciardini erano le due più savie teste d’Italia. Nè il Cardinale respingeva gli antichi seguaci del Savonarola, che in tanto rumore venivano innanzi anch’essi con le speranze loro; e si giovava della familiarità di Girolamo Benivieni per la riverenza in che era tenuta la bontà e fede di cotest’uomo. A così fatte dimostrazioni furono molti che non crederono.
Era in Firenze una conversazione di nobili giovani e letterati, soliti convenire insieme negli Orti che Bernardo e Cosimo Rucellai aveano adornati signorilmente in via della Scala, svariati di alberi stranieri, e viali e grotte artisticamente lavorate: gli uomini più insigni per nome o per grado che capitassero in Firenze, vi erano convitati. Si venne a formare qui una sorta d’Accademia, dove la scuola del Ficino ebbe qualche parte; ma i giovani attendevano più volentieri a esercitarsi nelle antiche storie e negli studi che più risguardano cose di Stato: il Machiavelli scriveva per quella radunanza i Libri sull’Arte della guerra e i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio. Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni conducevano quella scuola a dei pensieri di libertà: il primo nella gioventù si estinse; l’altro debole poeta, ma copioso ed elegante scrittore di versi, ebbe più lunghe la vita e la fama. Con essi andavano Jacopo di quella dotta famiglia da Diacceto continuatrice della scuola Platonica, e Antonio Brucioli che in Venezia fuoruscito tradusse la Bibbia. Questi nella spedizione di Renzo da Ceri si erano confidati avere occasione di mutare lo Stato in Firenze, tenendo pratiche a tale effetto in Roma col Cardinale e con gli altri Soderini che furono autori di quella impresa; e non cessavano, svanita questa, di macchinare cose nuove. Nelle quali essendosi accorti quei giovani Fiorentini d’essersi oramai troppo avanzati, deliberarono venire al fatto con l’ammazzare il Cardinale; non che avessero odio seco, a quel che dissero, ma per liberare la patria loro. Fu scoperta la congiura per lettere prese addosso a un cavallaro che andava da Firenze a Siena, e tosto il Diacceto e un altro Luigi Alamanni, che era soldato in Arezzo, fatti pigliare ed esaminati, e avendo per mezzo loro saputa i ogni cosa, furono decapitati. Fuggirono il Brucioli e il Buondelmonti in diversi luoghi; l’altro Alamanni, di nome celebre, si condusse nelle terre degli Estensi in Garfagnana, dove ebbe rifugio da Lodovico Ariosto che n’era Governatore: essi e tutti i Soderini furono fatti ribelli, tra’ quali il vecchio Piero essendo morto in quei giorni, fu dannata la sua memoria. Concorsero alla Casa Medici i principali cittadini; ai quali raccolti insieme, il Cardinale con amorevole maestà, invocando in testimonio Iddio e gli uomini, affermava l’ottima sua mente verso la patria comune; la quale dolendosi che i malvagi gli impedissero dimostrare, sperava un giorno soddisfare alla sua pietà e al desiderio popolare. Cessarono per allora i discorsi della riforma: il Cardinale adoperandosi a frenare le prepotenze dei partigiani suoi, temporeggiava; ma per assicurarsi da ora innanzi meglio la vita, chiamò alla guardia della sua persona Alessandro Vitelli con un numero di fanti.[133]
In questo tempo l’esercito dei Francesi, rinforzato di diecimila Svizzeri, combatteva sotto agli ordini di Lautrech in Lombardia, contro agli Spagnoli e a un egual numero di Tedeschi mercenari che aveva assoldati Prospero Colonna: difendeva questi Milano e altre città, dove gli Svizzeri agognavano trovare col sacco le paghe sottratte ad essi in Francia per lo scialacquo di danaro che il Re faceva. Disubbidienti ad ogni disciplina, aveano forzato Lautrech a impegnarsi in luogo svantaggioso alla Bicocca presso Milano, e per cupidità prodighi della vita, si lanciarono temerariamente innanzi contro l’ordine dato; nè la gendarmeria francese, nè Giovanni dei Medici con le sue di già famose Bande Nere poterono restaurare la battaglia da quel folle impeto disordinata: gli Svizzeri mezzo distrutti tornarono alle montagne loro, e indi a poco Lautrech fu costretto evacuare la Lombardia per via d’un accordo. Dopodichè Prospero Colonna andato rapidamente contro Genova che i Francesi con piccole forze tuttora occupavano, già era sul punto d’averla a patti, quando i soldati suoi accortisi nelle mura essere una breccia che niuno guardava, entrarono senza comando, nè freno, dentro alla città opulente, che da quelli avidi mal pagati fu messa a sacco, deposto il Doge di Casa Fregosa ed il suo luogo dato a un Adorno che seguitava la parte spagnola.