Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
Part 10
Da Roma i Francesi avevano continuata la via per Napoli sotto la condotta del Marchese di Mantova: era già cominciato l’inverno aspro e difficile oltre il consueto, ed essi pigliarono la via più breve; ma dove il Garigliano, alto e profondo presso alla foce, poneva ad essi maggiore ostacolo. Avea Consalvo più scarso il numero dei soldati, ma duri al disagio e pazienti per la fede che aveano grandissima nel gran Capitano, laddove i Francesi malvolentieri ubbidivano al Marchese che si dovette come straniero partire dal campo, lasciando il governo a tre Capitani tra loro discordi. Tentarono invano il passo del fiume dove Consalvo si tenne fermo, e tenne i suoi con mirabile costanza cinquanta giorni. Ma quando a lui fu sopraggiunto l’Alviano recando seco le forze di Casa Orsina, Consalvo allora spingendosi ardito di là dal fiume, ruppe i Francesi con grande vittoria e memorabile per gli effetti, essendo gran numero di essi perito in quelle paludi, e gli altri dispersi e spenti in più modi per la diligenza di Consalvo: Gaeta si arrese il primo dell’anno 1504, e da quell’ora la possessione di Napoli, come di Sicilia, stettero per bene due secoli sicure in mano degli Spagnoli. Piero dei Medici, che seguitava l’esercito francese, avendo nella levata del campo cercato con altri gentiluomini condurre pel fiume a Gaeta alcuni pezzi d’artiglieria, si annegò insieme con essi pel troppo peso della barca e i venti contrari: più tardi il fratello, divenuto Papa, gli fece inalzare un monumento nella chiesa del monastero di Montecassino.[75]
Dopo la rotta al Garigliano si fece tregua e indi pace tra i due Re che nella Italia si adagiarono; ma continuava sempre in Toscana quella sciagurata guerra contro Pisa, la quale parve migliore consiglio terminare lentamente col dare il guasto alle terre dei Pisani e chiudere i passi alle vettovaglie per terra e per mare, avendo a tal fine condotto Francesco Albertinelli fiorentino con alcune galere; intantochè l’esercito di terra campeggiava sotto Ercole Bentivoglio, ed era Commissario quel celebrato Antonio Giacomini, buon cittadino, uomo risoluto e franco ed esperto nelle cose della guerra. Avevano anche dato ascolto ad un disegno di volgere il corso dell’Arno e mettere Pisa in secco; ma quell’opera falliva, e una fortuna di mare ruppe le galere. Pensarono allora di lasciare libera l’uscita a quanti Pisani volessero e ad essi restituire le terre: non credevano al fermo animo di quel popolo, e aveano speranza di vuotare così la città; ma pochi uscirono, bocche inutili; e i tornati nel possesso delle terre nascostamente sovvenivano alla penuria di quei di dentro. Ne mancò loro anche questa volta soccorso di Principi ch’aveano disegni sopra a Pisa. Nel seguente anno 1505 credendosi generalmente che il re Luigi XII fosse per malattia vicino a morte, il cardinale Ascanio Sforza, che stava in Roma, formò con l’intelligenza di Consalvo, e come si disse dei Veneziani e del Papa, un disegno per cui l’Alviano entrando in Toscana per la via di Pisa riconducesse il Cardinale e Giuliano dei Medici in Firenze, i quali poi dessero aiuto allo Sforza per la recuperazione di Milano. Ma il Re tornò sano contro all’opinione di ciascuno, e invece Ascanio venne a morte: l’Alviano, che era già in sull’arme, non avendo come impiegare i suoi soldati e molto eccitato da Pandolfo Petrucci, deliberava per suo conto seguire l’impresa contro a’ Fiorentini. Da Siena pigliando la via per la Maremma di Volterra si condusse fino alla Torre di San Vincenzio, dove incontrato a’ 17 d’agosto dalle schiere Fiorentine che lo avanzavano per il numero delle fanterie, quel grande ma sempre infelice Capitano fu rotto, e presi molti de’ suoi e tutti i carriaggi e le bandiere; scampato egli stesso a mala pena con dietro la caccia dei vincitori. Questa vittoria diede tanto animo al Gonfaloniere Soderini, che egli si credette di avere Pisa: ma perchè Consalvo, sapendo lui essere di parte Francese, aveva pigliato la protezione dei Pisani, gli mandò in Napoli ambasciatore Roberto Acciaioli. Consalvo allegava una promessa che in Roma il Cardinale Soderini aveva fatta in nome del fratello di non offendere i Pisani; e benchè Roberto dicesse non essere la città obbligata per le promesse del Gonfaloniere, dichiarò l’altro che in otto giorni avrebbe mandato a Pisa delle sue genti. Al che il Gonfaloniere affrettò l’impresa; la quale però ebbe l’effetto consueto, essendo l’assalto dei Fiorentini ributtato, intanto che in Pisa entrava una mano di genti Spagnole.[76]
Piero Soderini, poco arrischiato per sè medesimo, aveva natura da stare co’ molti; il che a lui tenne luogo di forza in quella Repubblica ed in quei tempi a mantenere il grado suo e a non eccederlo. Seguiva il pensare comune dei Fiorentini, dando poco ascolto agli uomini principali dai quali avrebbe avuto alle volte migliori consigli, ma gli conosceva divisi e diversi di voglie e di fede. Pei quali modi teneva contenta la moltitudine, cui bastava che fosse in Palagio un timone fermo: dava a lui poi sommo favore che avendo trovato quando entrò molto disordinata l’amministrazione, e le gravezze grandissime, e il Monte che non rendeva le paghe; egli con la diligenza sua, ed usando quella parsimonia che soleva anche nelle cose private, limitò le spese, scemò le gravezze e rinnalzò il credito del Monte con molta sua lode.
Quanto alla guerra, diveniva in tutta Italia necessario opporre altri ordini e altri modi ai grossi eserciti e alle fanterie, ch’erano ai loro paesi una milizia cittadina e parte essenziale delle istituzioni d’ogni Stato. L’Italia non ebbe fanterie paesane perchè nessun principe o città voleva dare le armi in mano ai propri suoi sudditi; ma poichè il tristo mestiere dei Condottieri veniva meno e si mostrava insufficiente ai nuovi casi, era necessità il provvedere. Venezia tirava senza suo pericolo soldati propri d’oltremare e aveva il Friuli provincia belligera; nondimeno cominciò a fare, col nome di cerne, qualche leva tra’ popoli sudditi di Terraferma: anche il Duca di Ferrara, che teneva nello Stato radice profonda, le aveva tentate. Firenze in quegli anni fece la prova; e benchè ne uscissero effetti deboli, fu concetto forte di Niccolò Machiavelli che lo persuase al Gonfaloniere Soderini, essendosi in quello poi molto adoprato. Divenne egli Cancelliere di un ufficio di Nove creato per l’Ordinanza o Milizia fiorentina, che negletta per due secoli, fu a quel tempo istituita con nuovi ordini i quali abbiamo di mano sua. Doveano essere dieci mila almeno gli uomini scritti a quella milizia nel contado e distretto, escluse però Firenze e le città murate delle quali non si fidavano, e perchè non fosse armare in ogni città le discordie. Le Compagnie dovean essere di trecento almeno, sotto un capitano e una bandiera, tutti dimoranti nello stesso Vicariato; armati di picche o altre armi da taglio con poco numero di scoppietti. Erano esercitati nei giorni di festa; ed un Conestabile, che aveva il comando di più compagnie, faceva riviste molto solenni due volte all’anno, nelle quali dopo avere udita la messa in luogo aperto, si facevano discorsi che rammemorassero ai militi i loro doveri verso Dio e la Patria; le pene gravi per ogni trascorso, fino alla bestemmia e al giuoco. A mantenere una forte disciplina condussero per Capitano di Guardia del contado e distretto don Michele Coriglia spagnolo, uomo terribile, che era stato col Valentino; ed a lui diedero trenta balestrieri a cavallo e cinquanta fanti perchè facesse eseguire le sentenze o condannasse i trasgressori nelle rassegne, che ordinava nei luoghi diversi dov’erano battaglioni. I Conestabili per la maggior parte erano presi fuori dello Stato; gli esercizi a modo svizzero o tedesco. Il Machiavelli andava spesso in nome dei Nove a fare le mostre; il Giacomini avea la cura delle milizie nei luoghi che guardavano verso a Pisa. Più tardi fu aggiunta l’Ordinanza d’una milizia a cavallo, che doveano essere cinquecento, presi e descritti nel modo stesso.[77]
Ora cominciano le imprese di Giulio II. Raffaello d’Urbino lui dipingeva portato in sedia nel tempio d’onde un angelo con la spada in mano cacciava gli spogliatori. Questo voleva Giulio II, ma come uomo a cui piaceva il fare da sè; non però al modo di Alessandro VI e non pe’ suoi, recando egli con maggior decoro nel seggio papale pensieri grandiosi di principe e mente d’uomo di Stato, quando però la sua indole fiera e impaziente non lo traportasse. Nel mese di settembre 1506 uscito da Roma con l’accompagnamento di oltre a venti Cardinali, venne a Perugia; dove occupate le fortezze e tolta a Gian Paolo Baglioni la signoria, lo condusse co’ suoi soldati a servigi della Chiesa per l’impresa contro a Bologna, alla quale il Papa s’accingeva con la promessa anche di soccorso dal Re di Francia. Recavasi Giulio quindi in Urbino, dove il nipote suo Francesco Maria della Rovere per adozione dell’ultimo dei Montefeltro era divenuto Duca: di là volgendosi, e per evitare Faenza che era tenuta dai Veneziani, entrato di Romagna dentro allo Stato dei Fiorentini, e avuto da essi cento uomini d’arme, s’appressò a Bologna, contro alla quale veniva dall’altra parte con l’esercito Francese Chaumont Governatore di Milano. La famiglia dei Bentivoglio cedeva lo Stato, Giovanni essendosi dato prigione al Re di Francia con buoni patti: il Pontefice ordinava sotto il dominio della Chiesa il governo di Bologna, che fosse quanto alla pubblica amministrazione dato a quaranta dei principali della città, i quali avendo a capo un Senatore presentassero forma di Stato indipendente: questa forma durava in Bologna fino al tempo dei padri nostri. Papa Giulio, dopo essersi ivi trattenuto poco tempo, tornava in Roma subitamente contro all’opinione di tutti: il fine di quella concordia tra lui e Francia, sebbene per anche non manifesto, era contro a’ Veneziani; ma nuove cose intanto nacquero in Italia.[78]
Il re cattolico Ferdinando, che dopo la morte d’Isabella di Castiglia sua consorte portava nome di re d’Aragona, era venuto in quel tempo stesso a visitare l’altro suo regno di Napoli. Qui lo avea chiamato, oltre alla voglia di abbassare la troppa grandezza di Consalvo, forse qualche altro maggiore disegno intorno alle cose d’Italia: molti da lui speravano l’abbassamento dei Veneziani, speravano oltreciò i Fiorentini riavere Pisa. Ma prima di scendere in Napoli aveva il Re saputo la morte improvvisa del giovane arciduca Filippo suo genero, che seco divideva la monarchia di Spagna. Rimase in Napoli Ferdinando pure quell’inverno; e poichè per la pace con Francia doveva ai Baroni Angiovini la restituzione dei feudi che prima erano stati loro tolti, acconciò alla meglio le cose tra essi e i Baroni Aragonesi: partiva poi, conducendo seco il Gran Capitano ornato da lui col titolo di Grande Conestabile di quel regno, dal quale veniva intanto rimosso.[79] Genova in quel tempo si era ribellata contro al re Luigi, che la teneva in protezione da quando ebbe tolto lo Stato allo Sforza, sebbene ciò fosse con le apparenze di governo libero e serbando le antiche forme. Ora i popolani teneano lo Stato, avendo cacciato l’ordine dei nobili devoto al Re; il quale disceso in Italia nel mese d’aprile 1507 con forte esercito di Francesi, nè senza battaglia entrato in Genova, rimetteva gli ordini antichi ma più stretti, aggravando su quella città il peso della soggezione.
Dopo ciò ebbero i due Re in Savona un molto segreto e molto familiare abboccamento, essendo stati insieme tre giorni a conferire personalmente comuni disegni; e la sostanza fu di assalire lo Stato dei Veneziani appena che a loro ne venisse il destro. Ma entrambi convennero che fosse ogni cosa da differire per gli apparecchi i quali vedevano farsi dall’imperatore Massimiliano, che aveva in Costanza chiamato una Dieta, ed annunziava scendere in Italia con le armi dell’Impero a pigliare la corona ed a rivendicarne gli antichi diritti. A fine pertanto di togliere ogni sospetto delle intenzioni loro, Ferdinando tornava in Ispagna, e Luigi XII ritirava d’Italia gran parte dell’esercito.[80] I Fiorentini stavano in due, come erano consueti, non bene sapendo da quale delle contrarie parti avrebbono avuto con minore sborso di danaro partiti migliori. Il Soderini era per conto proprio e del fratello Cardinale che aveva in Francia grandi benefizi, tutto francese, come per uso antico era il popolo di Firenze. Fu nelle Pratiche disputato molto; gli Ottimati volendo che a Cesare andasse un’ambasceria solenne; ma il Gonfaloniere gli mandò invece Francesco Vettori, senza facoltà di trattare; nè di lui troppo fidandosi, poco tempo dopo gli pose accanto il Machiavelli ch’era tutto cosa del Gonfaloniere.[81] In questo tempo Massimiliano, perchè l’aiuto dei Tedeschi gli mancava sotto, leggiero com’era di consigli e di moneta, per fare qualcosa, mosse ai Veneziani un poco di guerra; nella quale ributtato dai villani delle Alpi affezionati al nome veneziano, soffrì gravi perdite dal lato del Friuli; dove la bandiera di San Marco fu condotta da Bartolommeo d’Alviano fino a Trieste e Gorizia e Fiume, venendo a chiudere sotto il suo dominio tutto l’Adriatico. Ma qui ebbe termine l’ingrandirsi di quella Repubblica: a dieci dicembre 1508 il Cardinale d’Amboise e Margherita, figlia di Massimiliano e governatrice della Fiandra, conchiusero essi due soli in Cambray un segreto accordo, pel quale lo Stato dei Veneziani doveva dividersi tra l’Impero e Francia e Spagna e il Papa, se Giulio accettasse quella convenzione. Il che egli non fece senza qualche repugnanza, ma vinse lo sdegno contro alla Repubblica; e peggio era forse rimanere solo, quando i tre maggiori sovrani d’Europa tra loro partivano a brani l’Italia: così fu conchiusa la Lega celebre di Cambray.
Quella concordia tra’ due Re gli rendeva arbitri dei minori Stati, e innanzi di porsi ad un maggiore cimento bramavano entrambi avere fermate le cose in Toscana. Luigi XII, trattando in nome anche del Re di Spagna, mandava in Firenze un Ambasciatore il quale facesse mostra di vietare ai Fiorentini la recuperazione di Pisa, per essere quella città in protezione di Francia e di Spagna, mandando pure a quella volta uomini d’arme; e levò dai soldi della Repubblica un corsaro genovese il quale chiudeva con le sue navi le bocche dell’Arno. Ma erano lustre, e in quanto a Pisa null’altro cercavano che venderne a caro prezzo l’abbandono, bisognosi com’erano entrambi di danaro per la grande guerra che allora imprendevano. Infine convennero di non difendere i Pisani e d’impedire che i Genovesi gli soccorressero, la Repubblica obbligandosi di pagare centomila ducati a Francia e farsi debitrice di cinquanta mila al Re di Spagna. Rimanevano i Lucchesi, dai quali andavano soccorsi a Pisa d’ogni maniera: prima i Fiorentini cercarono di costringerli facendo una mossa contro Viareggio, ma poi vennero agli accordi, i Lucchesi promettendo, quando non fossero molestati nella possessione di Pietrasanta, non lasciare entrare nella città assediata soldati nè viveri. A Firenze voleano finirla con Pisa, la quale sapevano essere agli estremi. Aveano cessato di tentare assalti, che ogni volta erano riusciti a male per la disperata virtù dei Pisani, persino le donne facendo la parte che in guerra potevano. Ma ogni anno si dava il guasto alle terre che i Pisani avessero seminate, riuscendo utilissime alla crudele opera le milizie di nuovo formate, per essere meglio disciplinate e più obbedienti e più atte a spargersi in piccole compagnie. Formavano questi nuovi battaglioni le due terze parti dell’oste dei Fiorentini divisa in tre campi, che uno a San Piero in Grado, l’altro a Ripafratta e l’ultimo nella Valle sotto Calci; dei quali erano Commissari Alamanno Salviati, Antonio da Filicaia e Niccolò figlio di Piero Capponi; comunicavano i tre campi tra loro per via di ponti allora edificati sull’Arno e sul fiume morto. Dentro la città si viveva a questo modo: la governavano quelli stessi che avevano in mano le armi, e vi potevano molto i contadini, fieri per natura in quei luoghi bassi, e che avendo perduta ogni cosa, tuttavia sostenevano la città col farvi entrare un poco di viveri dai luoghi vicini: costoro essendosi vedute ogni anno guastare le terre, più inclinavano alla resa. Aveano sèguito nella più affamata plebe della città, dentro alla quale molti si erano rifugiati; e capi autorevoli ai quali era necessità soddisfare sino a fare entrare alcuni di loro nelle ambasciate o commissioni che si mandavano fuori. Quelli del Governo erano accusati di farsi ricchi nella penuria pubblica e di rompere ogni accordo per non essere costretti a rendere le robe tolte ai Fiorentini, le quali erano nelle mani loro. Nutrivano sempre qualche speranza di fuori, aspettando che la Lega di Cambray venisse a sciogliersi; e in quello Stato incerto d’Italia piovevano in Pisa emissari d’ogni sorta con nuovi disegni. Oltreciò i popoli all’intorno gli aiutavano quanto più potessero segretamente; a quei di Lucca bastava di notte scavalcare il monte Pisano; Genova mandava soccorsi e incentivi contro alla potenza di Francia, che aveva per sè i Fiorentini. Intanto alcuni Signori in Toscana si adoperavano per l’accordo; quello di Piombino faceva istanze perchè da Firenze mandassero un uomo loro a sentire quel che dicessero alcuni venuti da Pisa a quello effetto; la Repubblica vi mandava il Machiavelli che era in campo: ma perchè i Pisani facevano strane proposte, e dicevano di essere senza mandato a conchiudere, il che mostrava d’avere voluto solamente guadagnar tempo; il Machiavelli si licenziava con parole crude, e quella pratica andò a vuoto.[82] Ma nel mese di maggio essendo la città stretta con tale rigore che i Commissari facevano morire chiunque si provasse a mettervi dentro cose da mangiare; un contadino con seguito di molti uomini entrato per forza in Palazzo, disse: «Qui bisogna pigliare partito, noi siamo deliberati di non morire di fame.» Due dei loro capi, che da Piombino non erano voluti rientrare in Pisa, faceano pratiche al di fuori, tantochè infine si deliberarono mandare uomini in campo ad Alamanno Salviati, dicendo volere andare in Firenze a fare sottomissione, ma che egli venisse con loro a trattare. Andarono insieme, e dopo molte difficoltà si sarebbero accordati; ma in Pisa, ecco altri indugi per la ratificazione secondo gli avvisi che venivano di fuori; ed in Firenze nascevano tumulti, col dire che erano ingannati. Due o tre volte fu da Firenze e Pisa un andare ed un venire: intanto a Pisa mancava ogni ultima speranza d’aiuto: i contadini con que’ loro capi ch’erano in mezzo a queste pratiche stringevano forte: gli altri infine cederono, avendo avuta promessa che loro sarebbero lasciate le cose tolte ai Fiorentini, senza ricercare quelle che avessero ad altri vendute. Il giorno dopo era il _Corpus Domini_, e i Pisani vollero poter fare la processione; il che fu concesso dai Commissari, purchè cedessero alle armi dei Fiorentini subito le porte della città e la torre della Spina. A’ 9 di giugno di quell’anno 1509 i Commissari con tutto l’esercito entrarono in Pisa: le date promesse furono attenute, usando anche poi governo più mite. Questa fu l’ultima guerra tra città e città che nell’Italia si combattesse: erano tempi nei quali ogni cosa fino agli odii era meno viva; sopra all’antica idea di Città, che soleva essere tanto stretta e tanto forte, sorgeva più ampia l’idea di Stato, dimodochè Pisa godendo favore sotto al Principato alquanto risorse.[83]
Fin dal principio della primavera Luigi XII era nuovamente disceso in Italia con forte esercito, e rapidamente procedeva sino al fiume dell’Adda, dove i Veneziani con dubbio consiglio si erano deliberati d’aspettarlo. Si venne alle mani per la virtù impetuosa di Bartolommeo d’Alviano, che non soffrendo starsi fermo alle difese, ben tosto impegnava su quelle ghiare dell’Adda grande battaglia, nella quale dopo lunghe prove di ferocia da ambe le parti, l’esercito Veneziano fu rotto, essendovi rimasto ucciso grandissimo numero massimamente di fanti, e prigione l’Alviano stesso. Dopo di che tutta quella parte dello Stato di Venezia ch’era al di là del Mincio venne in potere dei Francesi; e indi poi subito Verona, Vicenza e Padova, delle quali ultime città il re Luigi, secondo i patti, faceva pigliar possesso nel nome dell’Imperatore. Grande fu in Venezia la costernazione; il Senato proscioglieva dall’ubbidienza i sudditi della Terraferma, e n’ebbe aiuto più valido. Massimiliano scendeva dalle Alpi, e per allora provvisto di denari aveva un numero grandissimo di soldati di ogni nazione; seco andavano settecento uomini d’arme francesi e numero allora insolito di artiglierie. Frattanto i contadini delle vicine provincie ch’erano in arme per la Repubblica, avendo saputo in Padova essere poca guardia di nemici, vi entrarono e portando seco gran copia di viveri, insieme coi cittadini rafforzarono le difese. Da Venezia dugento giovani di famiglie nobili vennero a chiudersi con molti aderenti loro dentro alle mura di Padova, e primi due figli del doge Leonardo Loredano. Gli assalti a Padova continuarono sedici giorni, dopo i quali Massimiliano cedendo all’indomita costanza dei difensori, nè senza avere intorno ad essa tentato altre prove, dovette ritirarsi fino a Verona, e da quel giorno Venezia fu salva.
A quell’assedio erano presenti due oratori della Repubblica di Firenze, Piero Guicciardini e Giovan Vittorio Soderini. Mandare a Cesare ambasciate soleva ogni volta produrre dissensi, perchè si venivano in tale caso a risuscitare necessariamente gli antichi diritti Imperiali non mai cancellati dal fatto de’ secoli, e in quei negoziati si avevano incontro i curialisti, pei quali Firenze aveva di libertà quanto ella avesse di privilegi. Massimiliano chiedeva danari, dei quali aveva bisogno grande contro a Veneziani; ma nelle formule degli atti i suoi volevano apparisse che imponeva un censo il quale a Cesare occorreva per andare in Roma a prendere la corona e poi fare guerra contro agli Infedeli. Quando la prima volta gli Ambasciatori chiesero udienza a lui per mezzo del Cancelliere, Massimiliano domandò prima se portavano danari; e udito che no, rispose: «Qua non si vive senza danari;» e negò l’udienza. Venuti allo stringere, chiedeano i Ministri Cesarei sessantamila ducati e altri diecimila in drappi di seta e d’oro per rivestire la Corte: ma gli Oratori fiorentini fecero bene; avevano il mandato per somma maggiore, ma si accordarono per quaranta mila. Nel Trattato, che abbiamo a stampa, la Maestà dell’Imperatore assolve Firenze da ogni debito di censi o d’altra qualsiasi natura, e concede a quella città, oltre all’uso delle libertà sue, _la possessione di tutto lo Stato che attualmente gode_: in queste parole si comprendeva anche il dominio di Pisa, che sempre gli Imperatori avevano impugnato, ma intorno al quale ora non fu controversia. È da notare che la Maestà Sua dichiara farsi quella confermazione delle libertà e del dominio della Repubblica fiorentina, _ad omnem cautelam et quemlibet juris effectum_. Diceano a Firenze che non ve n’era bisogno, ed i Tedeschi sapevano bene che erano diritti ora impossibili a rivendicare.[84]