Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

Part 11

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Massimiliano con le prime mosse avea facilmente recuperato Gorizia, Trieste e Fiume, ch’erano d’Imperiale giurisdizione. Ferdinando come re di Napoli era venuto in possesso di tutti i porti sull’Adriatico prima occupati dai Veneziani; Giulio II avea ricondotto sotto al dominio della Chiesa Ravenna e le altre città di Romagna. Per questi fatti le ire del Papa s’erano placate, e in quei disastri dovette Venezia mostrarsegli forte ed all’Italia necessaria; nè a Giulio mancavano pensieri di principe, nè amava i Francesi egli che aveva sofferto di vivere ad essi cliente nei tristi suoi giorni. Sospetti ed offese antiche e recenti vie più accendevano quella fibra sanguigna e focosa; quindi si distaccò dalla Lega, e il rimanente della sua vita fu tutto ravvolto in un feroce pensiero, quello di cacciare d’Italia i Francesi. Quindi seguitarono tre anni di guerre, delle quali non è ufficio nostro raccontare tutti i fatti vari e crudeli. Battaglie di terra, battaglie di navi sul fiume del Po; Venezia e il Papa insieme cercavano la distruzione del Duca di Ferrara amico ai Francesi e feudatario della Chiesa; e intanto altre armi tedesche insanguinare le città Venete, e altre armi francesi scendere in Romagna. Giulio II, venuto in Bologna con tutta la Corte, comandava quella guerra nella quale pigliata Modena, la riuniva al Patrimonio della Chiesa; e andato contro alla Mirandola, dove una donna tutrice di piccoli figli della casa Pico seguiva gli Estensi, il vecchio Giulio, nel cuore del verno, tra fanghi e geli e sotto alla neve con gli stivali in piede e tutto armato piantava egli stesso e dirizzava le batterie, correva pericoli dagli agguati dei Francesi[85] e dalle artiglierie della terra, dentro alla quale finalmente entrò per la breccia: allora Giulio non si ricordava d’essere pontefice. Ma il Trivulzio, venuto al comando per il re Luigi, vinceva in Romagna, e sgominate le genti del Papa, faceva rientrare i Bentivogli in Bologna. Non cessò la guerra, ma Giulio tornava in Roma. Aveva cercato di muovere contro a Francia il nuovo re d’Inghilterra Arrigo VIII; faceva poi scendere in Lombardia una grossa mano di Svizzeri sotto il guerriero Vescovo poi Cardinale di Sion: aveva con maggiore effetto, ma da principio segretamente, fatta lega col re Ferdinando, il quale non appena assicurato di governare la Spagna intera per la tutela ch’egli ebbe del piccolo nipote Carlo, si volse tutto contro a Luigi XII che più anni aveva tenuto a bada con false amicizie. Mandava pertanto egli in Italia un grosso esercito di Spagnoli, donde poi nacquero eventi maggiori.[86]

Dalle due parti si adopravano anche le armi spirituali. Il re Luigi aveva chiamato un’Assemblea del Clero francese, la quale fermando certi punti della disciplina, citava il Papa dinanzi a un Concilio, qualora avesse ai loro decreti negato l’assenso. Concorreva in questi propositi il Re de’ Romani, il quale per mezzo del suo Cancelliere vescovo di Gurck cercava farsi arbitro di quella contesa: quanto al Concilio lo avrebbe egli molto desiderato, ma purchè fosse in qualche città dell’Allemagna; al che i Francesi per modo alcuno non consentivano. Si era fermato Luigi XII nel pensiero di radunarlo nella città di Pisa, e a questo fine aveva segretamente richiesto in Firenze se la Repubblica vi consentirebbe. Qui erano due parti: chi amava il popolo e la libertà, voleva anche una riforma nelle cose della Chiesa; e questi essendo francesi d’animo ed avendo seco il Gonfaloniere Soderini, si vinse di permettere in Pisa la radunata del Concilio con tanto maggiore favore che l’altra parte in quel tempo era molto sospetta di stare co’ Medici: quel voto, sebbene dato da centocinquanta cittadini, rimase segreto. Il Papa intanto, volendo egli stesso preoccupare il campo, aveva chiamato in Laterano un Concilio, al quale intervennero la parte maggiore dei Cardinali, e vi si tennero alcune sessioni, dove subito fu condannato quell’altro Concilio e dichiarati eretici quelli che v’intervenissero. Avrebbe Luigi voluto a questo Concilio Pisano dare un carattere molto solenne, com’ebbe l’altro che cento anni prima nella città stessa depose due Papi e ne creò un terzo; per suo ordine doveva la Chiesa francese esservi rappresentata dalla presenza di ventiquattro Vescovi; ma quando si venne al punto di radunarlo, i più si ritrassero, chi in qua chi in là. Cesare non mandò nessuno, e il Re d’Aragona avea col Pontefice segreta alleanza, sebbene in questo che ebbe nome di Conciliabolo, rimanessero due Cardinali spagnoli; uno dei quali essendo morto, la radunanza venne a comporsi d’uno Spagnolo e d’un Francese, nè d’Italiani v’era altri che il solo Cardinale Sanseverino. Cotesti essendo percossi dalle scomuniche, e stando il Clero di Pisa contr’essi, ed anche il popolo dileggiandoli, si tenevano poco sicuri. Aveva offerto il Re di mandare a guardia loro trecento lance di Francesi: ma il Soderini temendo per la stessa città di Pisa, e non volendo troppo manifestamente offendere il Papa, negò di ricevere un tale soccorso; e i Cardinali, pigliando occasione da una rissa sanguinosa la quale era nata tra i Francesi di loro seguito ed i popolani di Pisa, trasferirono il Concilio nella città di Milano, accolti qui pure con poco favore. Il Papa, che aveva pronunziato contro a’ Fiorentini un interdetto molto feroce, non diede in fatto esecuzione alla sentenza; e, come a lui spesso accadeva, rimettendosi dal primo impeto, gli tornò in grazia con modi benigni.[87]

Salivano per la Romagna le genti Spagnole condotte da Raimondo da Cardona vicerè in Napoli, e unite a quelle del Papa mettevano assedio a Bologna; il Cardinale de’ Medici andava Legato all’esercito. Erano i Francesi molto ingrossati al Finale, con l’esservi giunto Gastone di Foix duca di Nemours, giovane di ventidue anni, mandato allora Luogotenente del Re in Italia. Questi avendo inteso Bologna essere investita, guidava, in una nottata d’inverno e sotto alla neve, a quella volta i suoi soldati con tanto improvvisa rapidità, che gli venne fatto di mettersi dentro alla città prima che il campo degli Spagnoli ne avesse sentore. I quali poi tosto, perchè erano ivi male disposti a una battaglia, si levarono da Bologna pigliando la strada inverso Romagna. Giungeva frattanto avviso al Foix che Brescia si era ribellata, essendovi entrato Andrea Gritti Provveditore veneziano: quindi, lasciate in Bologna genti che bastassero, correva con la rapidità medesima contro alla misera Brescia, ed entratovi per la cittadella e fatta lunga battaglia dentro alla città istessa, con grandissima uccisione di soldati e strage di cittadini, che insieme furono più migliaia di corpi, domava nel sangue la ribellione, avendo fatta dal boia sul palco tagliare la testa a Luigi Avogadro che n’era stato capo. Molti dei Veneziani furono in più scontri dispersi o morti avanti e dopo l’espugnazione di Brescia;[88] dalla quale partendosi dopo quattro o cinque giorni il Foix, riprese la via di Romagna, perchè l’esercito della Lega che si chiamò Santa, dopo essersi appressato di nuovo a Bologna, tornava ora indietro e sfilava per Forlì, cercando un luogo adatto da farvi testa. Il Foix soprastette un poco, e avendo tutti raccolti i suoi, che erano mille ottocento lance e quindici mila fanti, seguiva le péste degl’inimici ed anelava fare con essi giornata. Pervenuto fin sotto a Ravenna, dava l’assalto alla città, e ne fu respinto: venivano innanzi gli Spagnoli lungo il fiume del Ronco, il quale essendo passato a guado dai Francesi, appiccavano grande e sopra tutte le precedenti fiera battaglia [11 aprile 1512]. Le artiglierie di ambe le parti facevano vuoti nei due eserciti, ma senza romperli; il Francese allora per una svolta maestrevole si gettava contro il fianco degli Spagnoli: erano col Foix sei mila lanzichenecchi, nome corrotto dalla lingua tedesca e da quel giorno troppo famoso in Italia. Tra essi ed i fanti spagnoli fu lungo il combattersi, mescolati con grande ferocia per la tenacità connaturale a quelle nazioni, e allora per certa rivalità nella gloria militare: sopravvenne dipoi l’impeto dei Francesi, e fu la rotta degli altri e la strage tale, che si disse tra le due parti esservi rimasti quattordici mila o più soldati. La fiera contesa era presso che finita quando il Foix, che andava sempre innanzi agli altri, essendogli sotto caduto il cavallo, moriva trafitto da un colpo di picca nel fianco, lasciando fama grandissima del suo nome, vittorie inutili per la sua nazione, e nella Italia barbari esterminii. Da ambe le parti perirono molti Signori di grande nome nelle guerre; il Cardinale Legato rimase prigioniero de’ Francesi; Fabrizio Colonna si diede ad Alfonso duca di Ferrara, che fu a quella pugna insieme coi vincitori.

Ma qui mutarono le fortune dei Francesi, che dopo avere dato il sacco a Ravenna ed invasa la Romagna, furono richiamati in Lombardia sull’avviso che gli Svizzeri si preparavano ad assalirli con maggiori forze di quelle che i Francesi teneano disperse nei luoghi acquistati. Rimase con poche genti il Cardinale Sanseverino in quelle città di Romagna, che egli diceva tenere in nome del Concilio, ma quindi dovette bentosto ritrarsi; e le fortezze dello Stato veneziano essere anch’esse abbandonate dai Francesi per l’avanzarsi dei venti mila Svizzeri che aveano ottenuto da Massimiliano il passo, ed erano già in Verona. Avevano prima cercato i Francesi di fare testa in Pavia, ma i Tedeschi gli abbandonarono per avere Massimiliano rotta con inganno l’alleanza col re Luigi; e gli Svizzeri più avanzavano, e Milano si era già dato ad essi, che ne pigliarono possesso in nome del duca Massimiliano Sforza primogenito del Moro. Intanto Arrigo VIII d’Inghilterra dava seimila fanti in aiuto del Re d’Aragona contro alla Francia dal lato dei Pirenei; Genova che il Papa, come nativo della Liguria, più volte aveva cercato di liberare, mutava Governo cacciando il presidio che Luigi XII vi teneva: così due mesi dopo alla vittoria di Ravenna erano i Francesi usciti d’Italia, e questa caduta in mano di Svizzeri e di Tedeschi e di Spagnoli. Ma Giulio, perchè era stato l’anima di quella Lega, aveva al dominio della Chiesa aggiunto dopo a Modena anche Parma e Piacenza; i Veneziani riebbero tosto gli antichi Stati di terraferma, tra potentati stranieri rimanendo semi di discordie e guerre su questo campo disputato ch’era oggimai fatta l’Italia. Un Congresso riunito in Mantova nulla conciliava; sola una cosa fu ivi risoluta di comune consentimento, rimettere in Firenze i Medici con la forza: qui era il Governo popolare tutto cosa francese, e quindi unanime nei Collegati il desiderio di mutarlo. Il Cardinale Legato, Giovanni dei Medici, capo di questa famiglia, sottrattosi alla prigionia francese, andava con gli Spagnoli; e il suo minor fratello Giuliano era in Mantova onoratamente accolto. Fu quivi pertanto fatta deliberazione, che il Vicerè spagnolo muovesse in compagnia dei due fratelli contro allo Stato di Firenze; ed essi con mille uomini d’arme e sei mila fanti nel mese d’agosto valicarono l’Appennino.[89]

Da quasi dieci anni Firenze si governava sotto al Gonfaloniere Soderini con migliore costituzione che avesse mai, senza travagli di fuori, nè dentro alla città contrasto di parti civili che l’una con l’altra fosse necessario contenere. Il Soderini con quella sua mediocrità prudente, e l’essersi anche abbattuto in tempi non troppo difficili, avea mantenuto bene la reputazione dello Stato e la sua propria, senza che il lungo governo gli avesse destato contro inimicizie grandi, e non senza onore pei fatti che aveva saputo condurre. Sopra ogni cosa la recuperazione di Pisa tanti anni bramata, poneva in alto il suo nome: si aggiunse l’avere saputo cavare di mano a Pandolfo Petrucci, con l’opera di Giulio II, Montepulciano che da più anni si era ribellata. Pandolfo vi si era lungamente rifiutato, dicendo sarebbe crocifisso dai Senesi, e il Papa cercava tutt’altro che avvantaggiare la Repubblica amica ai Francesi; ma vinse in Pandolfo il grande bisogno che aveva di ristringere la lega co’ Fiorentini, e in Giulio II l’opinione che una tale lega fosse togliere occasione alle armi di Francia d’entrare in Toscana.[90] Tale fino allora si era mostrato il Gonfaloniere: uomo di faccende, non ebbe caldezza d’amici che fossero a lui devoti personalmente, nè con gli artisti e co’ letterati si trova che fosse in molto favore. Aveva egli antica familiarità con Amerigo Vespucci che a lui indirizzava la relazione d’uno de’ suoi viaggi, talchè per decreto della Repubblica si mandarono lumiere a Casa dei Vespucci in Borgo Ognissanti, che stessero accese dì e notte tre giorni; il quale onore fu raramente ad altri concesso.[91]

Quando l’esercito della Lega girando attorno i confini della Toscana venne a Bologna, il Soderini eleggeva tre Commissari per la difesa di quei vicariati i quali fossero più esposti. Nel tempo medesimo andava in Spagna ambasciatore Francesco Guicciardini, che per non avere compito i 30 anni sarebbe per legge stato inabile agli uffici; ma per la divisione che era ne’ Consigli andò il Guicciardini senza istruzioni, e vi rimase mentre che in Firenze mutava lo Stato; egli acutissimo scrutatore di quella buia politica della quale Ferdinando d’Aragona a tutti era maestro.[92] Questi diceva al Guicciardini, che il Vicerè aveva pieno mandato circa alle cose d’Italia; ma in questo mezzo Lorenzo Pucci, Datario inviato dal Papa in Firenze, chiedeva in suo nome e in quello di Spagna che la Repubblica entrasse nella Lega contro a Francesi. Il che fu negato da una Pratica molto larga raccolta a quest’uopo, sebbene Roberto Acciaioli ambasciatore in Francia scrivesse che il Re, non potendo a quel tempo soccorrere la città, gradiva che da sè medesima si salvasse per via dell’accordo. Tuttora in Mantova sedeva il Congresso che aveva decretato di assalire Firenze con le armi; e gli Oratori fiorentini che andavano a Mantova furono a Bologna trattenuti, nè altri Oratori ebbero ascolto dal Vicerè quando era già in via.

Importa qui ora esporre lo stato della città di Firenze. I Medici veramente non vi avevano quel che oggi chiamasi un partito; ma vi era peggio che un partito, vi era una opinione fatta più debole contro ad essi, e intanto l’amore della libertà più stracco, gli animi più incerti, e molto rallentata l’antica compagine del popolo di Firenze. Il fascio delle Arti si era disciolto, le industrie in gran parte vivevano della splendidezza delle Corti, le lettere avevano bisogno di protezione. Bene i Fiorentini amavano sempre l’andare a sedersi nei Consigli e dare il voto, ma la libertà non era più come in antico una necessità prepotente; non la sentivano in sè stessi quanto si credevano avere obbligo di professarla; era come un fregio, che ognuno a sè stesso cercava di mantenere. Ai Nobili molto sarebbe piaciuto dominare una libera repubblica; ma poichè in Firenze la parte degli Ottimati non era mai venuta a capo di mettersi insieme, ora malcontenti del popolo e del Consiglio grande e di un Gonfaloniere a vita che ad essi chiudeva la via, si persuadevano che sotto un principe avrebbero avuta maggior condizione, e molti ai Medici inclinavano. Il basso popolo ricordava che sotto a Lorenzo era un vivere più grasso e più in festa: una volta che fu carestia, le donne di plebe andarono in piazza gridando palle e pane.[93] Le città suddite e le terre grosse tutt’altro amavano che la libertà in Firenze: la libertà in una città dominante voleva nutrirsi della servitù delle altre, talchè il politico abbassamento di quella recava in tutte le parti dello Stato una inferiore egualità, che a molti era un benefizio.

Piero de’ Medici nell’esiglio non aveva saputo altro che rendersi viepiù odioso, talchè la sua morte giovò alla grandezza di quella famiglia. Nei vari assalti da lui tentati contro a Firenze aveva speso tutto il mobile avanzato a Casa Medici dalla ribellione; ma il Cardinale, com’ebbe altro ingegno, tenne altra via. Nulla vi era stato da dire di lui per tutto il regno d’Alessandro, ma nei tumulti dopo alla morte di questo Papa essendo a lui stata commessa la cura di Roma, si aveva guadagnata lode di prudenza, ed era tenuto di buona natura: compieva ora appena trentasette anni, ma già i venti di cardinalato e il corpo malsano lo facevano contare tra vecchi. Dacchè in Firenze era un governo fermo, pareva egli poco avere l’animo a tornarvi, e senza cercare di farsi una parte, accoglieva quanti Fiorentini andassero in Roma, che era la fontana delle grazie per la spedizione de’ benefizi o per altre loro faccende; amorevole a tutti del pari e a quelli ancora che più erano stati contrari al fratello. Per questi suoi modi il nome dei Medici tornava in favore senza che facesse paura; e bastava ciò, tante essendo le radici poste in Firenze da quella famiglia. Il buon giudizio di Cosimo e di Lorenzo aveva co’ matrimoni legate a quella molte parentele di case potenti, come i Salviati, i Ridolfi, i Pazzi, i Tornabuoni, i Rucellai. Di questo casato era Bernardo, stato marito d’una sorella di Lorenzo, uomo di molto ingegno e chiaro in lettere pei libri di storia e d’antiquaria da lui composti in lingua latina: edificò i celebri Orti de’ Rucellai, dove l’Accademia Platonica venne a trasferirsi quando fu chiusa nel novantaquattro la casa dei Medici. Bernardo poteva molto per eloquenza nei Consigli; ma o fosse egli di coloro che troppo avvezzi alla compagnia dei libri, sanno meglio giudicare le idee altrui che non fermarsi le proprie nell’animo, o troppa in lui fosse superbia o ambizione, di nessun governo si contentò mai, ebbe a disdegno i più alti onori e il vivere della città sua, dov’era caduto infine dall’antica stima.[94]

Veniva in questi tempi un grande maritaggio a mettere innanzi un nome, famoso poi variamente nelle istorie nostre. Erano gli Strozzi alquanto caduti dall’antica potenza loro, quando un Filippo di quella famiglia andato in Napoli a esercitarvi la mercatura, e divenuto in breve ricchissimo, tornò a Firenze verso al 1480. Avea la splendida ambizione di farsi un Palazzo che fosse il più bello della città; ma temendo la gelosia di Lorenzo, del quale era amico, prima cominciò a dire che un bel disegno glielo avrebbe fatto Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, insigne architetto, ma che era una troppo grande spesa; e così aguzzando il gusto artistico di Lorenzo, si fece da lui medesimo condurre a tirar su quell’edifizio che lasciava addietro il Palazzo mediceo, e sarebbe in qualsiasi luogo da pochi agguagliato qualora ne fosse terminato il cornicione fra tutti bellissimo.[95] Questo Filippo lasciava un figlio che fu anch’egli chiamato Filippo, ed era nel primo fiore della gioventù, quando agli amici dei Medici venne in mente di farlo marito a Clarice, figlia giovanetta lasciata da Piero. Del che in città fu rumore grande; chi temeva di mettersi i Medici in casa, chi avrebbe per sè voluto la fanciulla: se ne fece caso di Stato, e il garzone capitava male, se il Gonfaloniere temporeggiando non avesse lasciato il giudizio in mano degli Otto, che essendo uomini temperati si contentarono di condannare Filippo in cinquecento ducati d’oro ed al confine per tre anni in Napoli; rinforzarono il bando di ribelli contro a tutti i maschi della casa Medici.[96] Pei quali intanto si cospirava in Firenze: un giovane Prinzivalle della Stufa, testa leggera, confidò un giorno a Filippo Strozzi, che egli voleva ammazzare il Gonfaloniere, che aveva intelligenza di soldati, e che a Bologna imbacuccato, ne aveva una notte tenuto discorso col Cardinale. Filippo gli disse che era matto, ma promise di non denunziarlo: quegli fuggiva, e allora il padre di lui andato da sè medesimo a costituirsi, mostrò di saperne qualcosa. Fu lungo l’agitarsi nei Consigli per questo caso, e la città era tutta sottosopra: i nemici del Soderini levavano accuse contro lui, ed egli avendo con nobile schiettezza un giorno fatto recare innanzi ai Consigli i libri dell’amministrazione sua, disse guardassero, e che egli poteva rendere conto d’ogni suo atto e d’ogni fiorino ch’egli avesse speso: ne usciva lodato, e contro agli uomini sospettati fu mite giudizio. Per questo caso e per quello di Filippo era stato più volte discorso di radunare la Quarantia, ch’era un giudizio straordinario di cittadini tratti a sorte in grande numero per casi di Stato senza appellazione, talchè agli accusati poteva riuscire molto terribile secondo gli umori che dominassero in quel giorno. Questa forma di giudizio, che in Venezia era molto solenne, negli Ottanta non passò mai, nè il Soderini mai volle adoprarla; tanto che la Quarantia rimase null’altro che un nome nella Repubblica di Firenze.[97]

Entrava in Toscana il Vicerè spagnolo Raimondo da Cardona rapidamente per la bontà dei soldati che avea tra migliori di quell’esercito valoroso; mandava ben tosto intimazione alla Repubblica di mutar Governo, e accogliere nella città i Medici fuorusciti. Qui erano vari e dubbi pareri, gli animi incerti e sollevati; scarso l’apparecchio di uomini d’arme, e deboli contro a tale impeto le Ordinanze. Gli aveva nutriti di qualche speranza sapere che il Papa nel fondo dell’animo non aveva altro che una cosa sola, cacciare d’Italia tutti gli stranieri, nè si potevano figurare che volesse lasciarvi pigliare tanto gran piede agli Spagnoli. Raccolsero intorno alle mura di Firenze quanti più soldati potessero, perchè fossero difesa contro a nemici di fuori e guardia dentro contro ai partigiani dei Medici, i quali poco fino allora si erano mostrati. Nè il Vicerè progredendo aveva trovato aiuti o favore quanto gli aveano promesso alcuni già congiurati pei Medici; e i viveri difettavano, ed essendo sceso dal Mugello incontro a Prato, avea trovato quivi sufficiente guardia di quattro mila armati con Luca Savello, vecchio capitano. Era un momento che se avessero i Fiorentini saputo coglierlo, poteano ottenere con qualche somma di denaro e col mutare Gonfaloniere che gli Spagnoli tornassero indietro, e forse i Medici non si rimettessero. Ma quel momento fuggiva tosto; e veramente nei casi estremi pare che un segreto istinto ammonisca del pari ciascuna delle due parti, che niun temperamento varrebbe a tenere sospese le sorti quando è necessità trabocchino.