Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
Part 9
Fin da principio avea la Repubblica avuto qui sempre migliore il popolo delle istituzioni; alle grandi cose non era formata, ma nell’istoria di Firenze confrontata a quella del resto d’Italia ritrovò il Balbo maggiore bontà. Sugli antichi ordini poco fondamento era da fare: i Collegi che formavano il Consiglio stretto della Signoria, perchè si traevano come prima dalle borse con la sola aggiunta del dovere essere approvati, oggi godevano poca stima. Dovevano gli Ottanta in questa nuova costituzione essere la mente della Repubblica o il Senato; ma eletti come alla rinfusa da un grande numero di persone, pareva togliessero al popolo parte di quello che al solo popolo spettava; quindi erano sempre guardati con gelosia, benchè scelti a breve tempo: sopra ad ogni cosa temevano divenisse quel Consiglio il patrimonio di poche famiglie, e ad esso chiamavano uomini spesso di qualità mediocri. Aveano voluto farne un Senato a imitazione di quello di Venezia, ma era il contrario; perchè ivi il Senato, benchè ogni anno sembrasse dal popolo riattingere la potestà, si manteneva continuo negli stessi uomini e in quelle famiglie dove era la forza delle tradizioni e della scienza, e che in sè avevano la sovranità effettiva. Inoltre gli Ottanta erano impediti dalla ingerenza degli altri uffici, attraverso dei quali come per vagli stretti doveano passare le cose, e che avevano arbitrio ciascuno nella specialità sua. Le Provvisioni, per essere vinte, aveano bisogno di seicentosettantasette volontà, come dicevano; oggi più modestamente le chiamiamo voci. Il Magistrato dei Dieci, creato nei tempi di guerra, diveniva tirannico, avendo facoltà di ogni cosa la quale servisse alla difesa dello Stato: regolavano le condotte e quindi le spese, imponendosi alla Signoria; donde si tiravano addosso grande odio. Gli chiamavano i _Dieci spendenti_; imputavano ad essi le imprese male riuscite e le gravezze: aveano cercato di limitarne le facoltà, ma era peggio ora che le cose volevano azione tanto più spedita quanto più vasti e subitanei erano i pericoli: infine lasciarono per qualche tempo di creare quel Magistrato.
La città era in basso stato, e la plebe malcontenta per la mancanza dei lavori; gli anni aveano dato una mezza carestia. Le gravezze, che molto divenivano frequenti, passavano a stento nel Consiglio Grande, nel quale dovevano avere i due terzi: i poveri e i mediocri ne facevano accusa agli uomini di maggior potenza. Volevano far legge di quella gravezza che aveva nome di _Decima Scalata_, e per la quale dove i meno agiati pagavano il terzo, la tassa pei ricchi era in quel tempo alle volte più dell’entrata; il che riusciva tanto più gravoso che le ricchezze in danaro essendo facili a nascondere, il peso cadeva su’ pochi che vivevano delle possessioni: ritenevano alle volte i cittadini più ricchi, e gli facevano per forza prestare al Comune. Ma tali violenze sempre avevano scarso effetto; e il peggior male stava in questo, che i malcontenti, seguendo il modo usato del dire di no a ogni cosa, faceano che spesso nel Consiglio Grande nessun partito potesse vincersi, e nessuno uomo avesse voti per la Signoria per gli Ottanta, fuorchè i dappoco e meno sospetti. Frattanto le varie parti s’ingegnavano a speculare intorno al numero dei voti richiesti: con l’obbligo della metà più uno le provvisioni passavano con difficoltà; e quindi le fecero vincere con le più fave, cioè col maggior numero relativo: in ambo i modi è da vedere quanto sottili calcoli facessero affinchè i partiti riuscissero dominati dall’una o dall’altra delle varie condizioni di cittadini.[70] I meno agiati, col portare i carichi, volevano anche avere una larga distribuzione degli uffici; e ottennero quindi che fossero tratti a sorte i minori, dei quali era il maggior numero nel Contado.
Così alla macchina del Governo erano intoppi le antiche forme, nè questo popolo rinveniva più sè medesimo nei tempi nuovi. Grande fu quando la sua politica per le cose di fuori si racchiudeva in un’idea sola, ampliare e svolgere il principio guelfo; questa era compresa da tutti del pari, ed in quel semplice andamento il fascio intero della cittadinanza spesso facea meglio dei suoi reggitori. Ma i tempi avevano spenta in Italia ogni idea comune; la forza era in pochi, gli stranieri prevalevano; era un difendersi per sottili astuzie cercando vivere, o i meglio accorti strappare qualcosa in quelle rovine alle spese d’un vicino che fosse più incauto. Era una scacchiera sulla quale il gioco voleva uomini molto esercitati che sapessero odorare le cose da lungi, e che pure ingannando l’uno l’altro, avessero modo tra loro d’intendersi: in ciascuna trattazione tra Stato e Stato bisogna pure che l’una parte possa contare sull’altra, perchè altrimenti non si va innanzi. Era oggimai la politica un mestiere che bisognava con l’abitudine aver fatto suo; e non poteva essere in uomini tratti fuori a caso, i quali restando in ufficio poche settimane, rigettavano poi l’uno sull’altro il carico delle cose male consigliate o male condotte. Al che in Firenze si aggiugnevano i lunghi divieti che le leggi davano alla casa e alla persona del Magistrato da una volta all’altra, i quali accrescevano i vizi di quello spesso variare, fatto peggiore dai sospetti pei quali temevano che i primari cittadini non volessero mutare lo Stato. «Concorrevaci tutti i disordini che fanno i numeri grandi, quando hanno innanzi le cose non punto digerite; la lunghezza al deliberare, tantochè spesso vengono tardi; il non tenere secreto nulla, che è causa di molti mali. Da questi difetti nasceva che non pensando nessuno di continuo alla città, si viveva al buio degli andamenti e moti d’Italia; non si conoscevano i mali nostri prima che fossero venuti; non era alcuno che avvisassi di nulla, perchè ogni cosa subito si pubblicava; i principi e potentati di fuora non tenevano intelligenza o amicizia alcuna colla città, per non avere con chi confidare nè di chi valersi pel frequente mutare dei Magistrati.» Era il filo delle trattazioni tenuto solamente dal Cancelliere della Signoria, Marcello Virgilio Adriani, uomo dotto come la Repubblica gli sceglieva. «I danari andando per molte mani e per molte spezialità, e senza diligenza di chi gli amministrava, erano prima spesi che fossino posti; e si penava il più delle volte tanto a conoscere i mali nostri e dipoi a fare provvisioni di danari, che e’ giungevano tardi: in modo che e’ si gittavano via senza frutto, e quello che si sarebbe prima potuto fare con cento ducati, non si faceva poi con centomila. Nasceva da questo, che non si potendo fare provvisioni di danari, erano costretti da ultimo lasciare trascorrere ogni cosa, stare senza soldati, tenere senza guardia e munizione alcuna le terre e le fortezze nostre. E però i savi cittadini e di reputazione, vedute queste cattive cagioni, nè vi potendo riparare perchè subito si gridava che volevano mutare il Governo, stavano male contenti e disperati, e si erano in tutto alienati dallo Stato, ed erano il più di loro la maggior parte a specchio, nè volevano esercitare commissarie o legazioni se non per forza, perchè sendo necessario pe’ nostri disordini che di ogni cosa seguitassi cattivo effetto, non volevano avere addosso il carico e grido del popolo senza loro colpa. Non volendo gli uomini savi e di reputazione andare commissari o ambasciatori, bisognava ricorrere a quelli che andavano volentieri: non andavano se non quando non potevano far altro un messer Guid’Antonio Vespucci, un Giovan Battista Ridolfi, un Bernardo Rucellai, un Piero Guicciardini,» padre dello Storico di cui trascriviamo qui molte parole.
«Questi modi dispiacevano ai cittadini savi e che solevano avere autorità, perchè vedevano la città ruinare ed essere spogliati d’ogni riputazione e potere. Aggiungevasi che ogni volta che nasceva qualche scompiglio, il popolo pigliava sospetto di loro, e portavano pericolo che non corressi loro a casa; e però desideravano che il Governo presente si mutassi, o almeno si riformassi. Era il medesimo appetito in quegli che si erano scoperti nemici di Piero de’ Medici, perchè per i disordini della città avevano a stare in continuo sospetto che i Medici non tornassino, e così reputavano avere a sbaraglio l’essere loro. Così gli uomini ricchi e che non attendevano allo Stato, dolendosi di essere ogni dì sostenuti e taglieggiati a servire di danari il Comune, desideravano un vivere nel quale, governasse chi si volesse, non fossero molestati nelle loro facoltà. Agli uomini invece di case basse, e che conoscevano che negli Stati stretti le case loro non avrebbono condizione; ed agli uomini di buone case, ma che avevano consorti di più autorità e qualità di loro, e però vedevano che in un vivere stretto rimarrebbono addietro: a tutti costoro, che erano in fatto molto maggior numero, piaceva il presente Governo nel quale si faceva poca distinzione da uomo a uomo e da casa a casa; e con tutto intendessero che vi era qualche difetto, pure ne erano tanto gelosi e tanto dubbio avevano che non fossi loro tolto, che come si ragionava di mutare ed emendare nulla, vi si opponevano.[71]» Una volta che il vecchio Guid’Antonio Vespucci, essendo Gonfaloniere, si era lasciato innanzi al Consiglio uscire tra’ denti e tra i labbri questa conclusione, che non essendo essi cittadini contenti dei modi e della qualità del presente governo, non si volessero astenere di farlo intendere alla Signoria, la quale non mancherebbe ai loro desideri; fu tale il romore nella Sala del Consiglio per la frequenza degli spurgamenti e dello stropicciare per terra i piedi, che egli tutto perturbato si ripose a sedere. Il Proposto subito diede licenza al Consiglio, ed il Gonfaloniere se n’andò la sera medesima a casa con la febbre, dove gli cantavano la notte: «Zucchetta, Zucchetta, e’ ti sarà tolta la forma della berretta.[72]» Ma in seguito stracchi dalle grandi e spesse gravezze e dal non rendere il Monte le paghe a’ cittadini, e in ultimo mossi dai casi d’Arezzo e di Pistoia, divennero facili ad acconsentire che si pigliasse qualche modo di riformare il Governo, purchè il Consiglio non si levasse, nè lo Stato si ristringesse in pochi.
Aveano a tal fine chiamata una Pratica di Quaranta dei principali cittadini, ma si trovarono le opinioni varie: taluni volevano per mezzo d’una Balía mutare ad un tratto lo Stato del popolo; ad altri pareva senza toccare il Gran Consiglio, mettere invece di quello degli ottanta come un Senato dei più qualificati cittadini che fossero stati nei grandi uffici; i quali fossero a vita, ed avessero le facoltà maggiori, come quella di creare i Dieci ed altre cose. Giudicavano altri che il fare tali alterazioni sarebbe con troppo scandalo e pericolo, contentandosi di correggere quei difetti dai quali venisse il peggior male, soprattutto quanto alle provvisioni dei danari, le quali volevano che si vincessero alla metà più uno, senza bisogno di avere i due terzi. Ma riscaldando i dispareri, dopo essere stati in Pratica più giorni, cominciarono quando uno e quando un altro a non volere più radunarsi; talchè per allora cotesta Pratica andò in fumo. Ma il popolo a queste cose dubitando che non volessero i primi cittadini mutare lo Stato, quando si venne a eleggere la Signoria nuova pe’ mesi di luglio e agosto 1502, si accordarono nel Consiglio Grande a eleggere un Gonfaloniere di piccola qualità e dappoco. Il caso fece che al Priorato portassero uomini qualificati, come un Acciaiuoli ed un Morelli, e primo tra tutti per vigore d’animo, Alamanno Salviati; i quali avendo scorto che ogni altro partito dispiaceva troppo, s’accordarono a proporre la creazione d’un Gonfaloniere a vita.
Avrebbono intorno a questo supremo Magistrato voluto porre una deputazione di cittadini, i quali avessero più facoltà che gli Ottanta e a lui servissero di freno, cosicchè lo Stato venisse di fatto, come a Venezia, in mano di pochi. Ma quel disegno dovette essere abbandonato, perchè il popolo, anzichè il consiglio di pochi, soffriva la potestà d’uno: gli uomini intendono a questo modo la libertà; la sanno cedere ma non confinare. Venne in consulta se invece del Gonfaloniere a vita dovessero farne uno a tempo lungo; ma vinse l’altro modo, considerando che un Gonfaloniere a vita, avendo il maggior grado che potesse desiderare, l’animo suo si quieterebbe; dove se fosse a tempo, avrebbe in cuore il desiderio di perpetuarsi procedendo con più rispetti, massime in quanto a fare giustizia, che era uno di quelli effetti principali pel quale s’introduceva questo nuovo modo. Vollero che l’autorità sua fosse quella medesima che solevano avere pel passato i Gonfalonieri di Giustizia, nè accresciuta nè diminuita in alcuna parte, eccetto che potesse, come Proposto, sedere e rendere il partito in tutti i Magistrati della città nelle cause criminali. Si aggiunse che avesse cinquant’anni, non potesse avere altri uffici; i suoi figliuoli e fratelli avessero divieto nei tre maggiori; fosse loro proibito fare traffico, perchè ne’ conti del dare e avere non avessero a sopraffare altri; avesse, oltre alle spese di Palazzo e quartiere per la moglie e famiglia sua, cento ducati al mese pagati dal Camarlingo del Monte; potesse, portandosi male, esser deposto e punito sino alla morte da’ Signori e Collegi, Dieci, Capitani di Parte guelfa, e Otto, congregati insieme pe’ tre quarti delle fave: potesse ognuno essere eletto sebbene fosse inabile per conto di divieto o di specchio, e coloro anche i quali andavano per le Arti minori; il che si fece perchè gli artefici vi concorressero più volentieri: la Signoria continuasse ogni due mesi a farsi come per l’addietro. Questa Provvisione portata agli Ottanta e quindi al Consiglio generale, si vinse, ma non senza difficoltà, nei due luoghi. Quanto all’elezione poi della persona che fosse Gonfaloniere a vita, decretarono si facesse dal Consiglio grande, togliendo via ogni esclusione di chi era a specchio, perchè si estendesse a maggior numero. Ma non si vincesse però alla prima, e quelli che avessero la metà più uno dovessero andare insieme a un secondo squittinio, nel quale chi rimanesse al modo medesimo, andasse al terzo che fosse poi definitivo. La Provvisione fu vinta in agosto, ed ai 22 settembre radunato il Consiglio generale, al quale intervennero più di 2000 persone, riuscì eletto Piero Soderini, rimasto solo già nel secondo squittinio, cosicchè il terzo fu di mera forma. Entrò in ufficio il primo di novembre 1502.
Era figlio di Tommaso Soderini che fu come balio al Magnifico Lorenzo, e fratello di Paolo Antonio: «ricco e senza figlioli, di casa non piena di molti uomini nè copiosa di molti parenti. Aveva cinquant’anni, di mezza statura, viso largo e di color giallo, gran capo, capelli neri e radi; grave, eloquente, ingegnoso, di poco animo e d’intendimento poco forte, e non di molte lettere; vano, parco, religioso, pietoso e senza vizi; aveva per donna la figlia del marchese Gabbriello Malaspini di Fosdinovo, bellissima benchè attempata e savia con modi regi.[73]» Spesso adoprato anche da Lorenzo, si diede poi tutto al governo popolare; e dove gli altri cittadini reputati come lui, avevano fuggite le brighe e le commissioni, lui solo l’aveva sempre accettate e tante volte esercitate quante era stato eletto; del che gli era grata la moltitudine, e teneva che egli fosse più valente uomo degli altri e più amatore della Repubblica. La sua natura lo inclinava a stare coi più, e quando l’anno innanzi fu per due mesi Gonfaloniere, non chiamò pratiche nè cercò il parere dei cittadini più qualificati, comunicando le cose più volentieri ai Collegi dov’erano popolani di poco valore. Fu eletto mentre era in Arezzo Commissario, donde poi tornò a Firenze standosi in casa fino al giorno che fu pubblicato; entrò con molta grazia dell’universale e molta speranza. Pochi mesi dopo, Francesco suo fratello, vescovo di Volterra, allora ambasciatore in Francia, fu creato Cardinale insieme con altri da papa Alessandro.
Il giorno stesso in cui fu istallato il Gonfaloniere a vita, cessò l’ufizio del Potestà, che era da principio come la figura del sovrano, ma ora non doveva essere più altro che un giudice. Finattantochè in Italia dominava il solo pensiero d’essere o guelfi o ghibellini, andavano i nobili per le città della parte amica a fare ufficio di Potestà, recando seco legisti che erano sufficienti in quel destarsi della giurisprudenza, seguace allora della politica; era questo come un segno d’unione e un vincolo tra le città sparse che professavano l’una o l’altra parte. Ma ora i nobili da per tutto altro avevano da pensare; guelfi e ghibellini valeva lo stesso, e la scienza delle leggi stava in alto da sè. Già da molti anni le signorie cittadine, rassicurate nella coscienza del loro diritto, aveano abbassato l’uffizio del Potestà caduto in mano di molti bisognosi che seco menavano dei cattivi Giudici. Una provvisione vinta nel Consiglio Generale, dove intervennero 1180 cittadini, ordinava la formazione d’un Consiglio di Giustizia, o Ruota di cinque dottori forestieri con salario di ducati cinquecento per uno, i quali dovessero stare tre anni e avessero tutti insieme a giudicare le cause civili, e che non potessero dar sentenza se non erano quattro almeno d’accordo, e che ogni causa fosse udita almeno una volta; dalle sentenze loro non si potessi appellare che a loro medesimi, avendo abolito anche l’ufficio del Capitano del Popolo. Dapprincipio volendo continuasse l’antico nome, non che per dare più lustro a quel Magistrato, decretarono che uno dei cinque tratto a sorte per sei mesi, avesse titolo di Potestà con accrescimento di stipendio; da ultimo stessero al sindacato di otto cittadini, tratti dal Consiglio Grande. La Ruota in seguito ebbe variazioni, finchè ne fu tolto il nome del Potestà, disceso indi nei minori giusdicenti del Contado.[74]
CAPITOLO IV.
GIULIO II. — RIACQUISTO DI PISA. — GRANDE LEGA CONTRO A’ VENEZIANI. — GUERRE IN ITALIA; RITORNO DE’ MEDICI IN FIRENZE. [AN. 1503-1512.]
Le vittorie di Consalvo rendeano perplessa la mente del Papa, il quale venuto in somma potenza con l’aiuto dei Francesi, vedeva le sorti loro declinare; e già sapeva che il re Luigi, temendo le armi e le ambizioni dei Borgia, cercava opporre ad essi una Lega, nella quale entrassero Firenze, Bologna e Siena, avendo in questa città fatto ritornare Pandolfo Petrucci. Vedeva all’incontro che dagli Spagnoli potrebbe avere partiti larghi; e benchè il volgersi dalla parte loro gli paresse cosa di molto pericolo ora che un altro esercito di Francesi già era in Italia, tenendosi pure in tanta grandezza quasi che arbitro della scelta, era opinione sarebbe andato dove lo tirava la sete d’impero in lui più accesa dalla fortuna. Ma in quel mentre avendo il Papa e il Valentino dato una cena ad alcuni Cardinali in una vigna presso al Vaticano, il Papa sorpreso da morbo improvviso moriva nel giorno seguente, che fu il 18 di agosto 1503, e il Valentino era portato a casa in grande pericolo della vita. Corre un’istoria, e fu creduta generalmente, che per lo sbaglio di certi fiaschi bevessero entrambi il veleno da essi apparecchiato a quei Cardinali per averne le ricchezze: ma noi ricordiamo che a molti Principi riuscì fatale in quella stagione dell’anno l’aria appestata della campagna di Roma, che poi si dissero morti di veleno; ed all’istoria della Casa Borgia teniamo per fermo che si aggiunga una leggenda d’infami delitti e poco credibili; gastigo dei veri.
Morto Alessandro, fu grande tumulto in Roma; già quasi era sulle porte un esercito di Francesi avviato a Napoli, e seco il Cardinale di Roano che si confidava per tal mezzo salire al papato. Gli Orsini correvano al sangue del Valentino; e questi in mezzo alla infermità, raccolte nei prati di Roma le genti sue e guadagnatisi i Colonna con rendere ad essi le tolte castella, faceva testa e si confidava di fare eleggere un Papa a suo modo. Ma nel Conclave la divisione essendo grandissima tra’ Cardinali spagnoli o francesi e tra gli amici o nemici della Casa Borgia, portò la minaccia dei pericoli vicini che si accordassero ad eleggere in pochi dì un Papa vecchio ed infermo e di qualità buona, ch’era Francesco Piccolomini arcivescovo di Siena, nipote di Pio II, per la cui memoria si fece chiamare Pio III. I Francesi continuarono la via loro; il Valentino un poco riavuto dalla infermità sua, perchè dentro a Roma stessa gli Orsini e i Baglioni erano più forti, ottenne ritrarsi in Castel Sant’Angelo; e intanto moriva Pio III dopo 26 giorni di pontificato: al quale successe, con mirabile consenso, il più temuto e ricco e potente dei Cardinali, Giuliano della Rovere, che pigliò il nome di Giulio II; agli uni amico, agli altri largo promettitore, e tenuto uomo di franca e veridica natura; capace fra tutti a non si smarrire in mezzo a quella tempesta di cose. Tornavano nelle città di Romagna gli antichi Signori, ma il Valentino teneva le fortezze, nè a lui male affetti erano i popoli. I Veneziani che aveano piede in quelle Provincie ed erano avidi d’ampliarsi, facendosi innanzi, investirono Faenza, città ch’era solita di avere guardia dai Fiorentini; ma questi sebbene temessero molto quella prossimità dei Veneziani, non furono abili a impedire che dopo Faenza avessero anche Rimini e Pesaro, per l’abbandono che fece di quella l’ultimo dei Malatesta, di questa lo Sforza. Giulio II in quei principii del pontificato credendosi forse avere bisogno del Valentino, lo raccoglieva onoratamente nel Palagio per averne i contrassegni delle fortezze, che in altro modo i Castellani negavano cedere; avevagli anche dato licenza di recarsi per mare da Ostia a Napoli, ma poi nata qualche differenza, lo ritenne; finchè il Valentino, dopo lunghe pratiche, avuto in mano un salvocondotto di Consalvo, si fuggiva, da questi accolto e accarezzato molto familiarmente. Nè il Borgia cessava dai vasti disegni: il nome suo, che era terrore a molti, sapeva che avrebbe tuttora sèguito dei più audaci; gli sparsi soldati a lui anderebbero volentieri; teneva in deposito per conto suo dugentomila ducati nei banchi di Genova. Ed ora pensando a far valere quell’antico titolo di signoria che aveva sulla città di Pisa, ed accordatosi con l’Alviano, il quale voltato a parte spagnola cercava rimettere Piero de’ Medici in Firenze; avea di consentimento e con l’aiuto di Consalvo ordito un disegno per cui si sarebbe gettato in Toscana. Ma lo Spagnolo aveva scritto al suo Re aspettando quel che gli ordinasse circa il Valentino, e fu la risposta di farlo prigione: quindi preso all’uscire dalle stanze di Consalvo, fu con solo un paggio sopra una galera condotto nella fortezza di Medina del Campo, ed ivi rinchiuso; due anni dopo riuscito a fuggire per l’opera del suo cognato Re di Navarra, fece morte da soldato, combattendo per conto di questo alcuni castelli.