Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 38
Dopo le guerre e dopo i primi trent’anni del cinquecento, erano i tempi ed il pensare ed il sentire di questa nazione tanto mutati da mostrare il vuoto che era sotto a quella civiltà splendida ma incompiuta: da quelli anni in poi calava il nostro valore specifico (se dirlo sia lecito), e il nostro livello a petto alle altre nazioni d’Europa venne a discendere ogni giorno. Mancò nel pensiero, perchè era mancato prima nella vita, l’incitamento ad ogni cosa che non fosse chiusa dentro ad un cerchio molto angusto; mancò la fiducia che all’uomo deriva dall’aperto consentire insieme di molti: v’era in Italia poco da fare. Nè ai tanti padroni che aveva essa dentro andava a genio che si facesse; e già la stanchezza o una mala sorta d’incuranza disperata menavano all’ozio, interrotto solamente da quelle passioni che non hanno scusa nemmen dal motivo; la conversazione tra gente svogliata o avvilita o malcontenta non pigliava vigore nè ampiezza dai gravi argomenti; i libri meno che per l’innanzi andavano al fondo nelle cose della vita: dice il Fornari molto bene, che «tra letterati e lettori non v’era in Italia quella comunicazione intima e piena» per cui la vita, la lingua, le lettere tra loro s’aiutano.
Noi crediamo che nei libri qualcosa debba essere che sia imparata fuori dei libri, perchè altrimenti lo scrivere viene quasi a pigliare la forma d’un gergo necessariamente arido e meno efficace, da cui s’aliena il comune dei lettori. Ciò avvenne bentosto in Italia, e fu in quel tempo quando la lingua più si voleva rendere universale e n’era essa stessa divenuta più capace avendo perdute allora le asprezze d’un uso ristretto, e nel diffondersi della coltura avendo acquistato migliore esercizio nelle arti della composizione. Ma giusto in quel tempo questa lingua per certi rispetti più accuratamente scritta, fu meno parlata; e la parola meno di prima fu espressione di forti pensieri ed autorevoli e accetti a molti: vennero fuori i letterati, sparve il cittadino; scrivea per il pubblico chi nella vita non era avvezzo parlare ad altri che alla sua combriccola: quindi l’eloquenza si foggiò all’uso delle accademie le quali erano una sorta di sparse chiesuole. Mancò alla lingua un centro comune perchè mancava alla nazione: ne avevano entrambe lo stesso bisogno, che appunto allora cominciò ad essere più sentito, sebbene in modo confuso ed incerto; nulla si poteva quanto alla nazione, rimedii alla lingua si cercavano in più modi, vari, discordanti e quasi a tentone. Un modo semplice vi sarebbe stato, ed era l’attingere copiosamente da quel dialetto ch’era il più finito; ma questo invece di tenere sugli altri l’impero, vedeva in quel tempo scadere non poco o farsi dubbia l’autorità sua. Al solo pregio della lingua molti sdegnavano ubbidire: condizioni tutte differenti sarebbonsi allora volute in Italia perchè tante voci, tante locuzioni, tante figure con l’acquistare sanzione solenne potessero farsi moneta corrente pel comune uso degli scrittori. Avrebbe la sede naturale della lingua dovuto almeno stare in alto, cosicchè tutte le parti d’Italia a quella guardassero, e che al toscano fossero toccate le condizioni dell’idioma parigino; «perchè il toscano (dice il Manzoni da pari suo) faceva dei discepoli fuori dei suoi confini, il francese si creava dei sudditi; quello era offerto, questo veniva imposto.» Nè in altro modo poteva l’ossequio delle altre provincie essere necessario e inavvertito, sicchè non venissero tra’ letterati a sorgere le contese che, nate una volta, non hanno mai fine. Se (come fu detto) lo stile è l’uomo, la lingua può dirsi che sia la nazione: quindi all’esservi una lingua bisognava ci fosse una Italia, nè altrimenti poteva cessare l’eterna lagnanza che il linguaggio scritto si allontanasse troppo dai modi che si adoprano favellando, e male potesse fare sue le grazie e gli ardimenti del volgar nostro, il quale da molti ignorato, ebbe anche taccia di abbietto e triviale.
Cotesta accusa molto antica tutti parevano confermare contro alla povera nostra lingua, che ci avea colpa meno di tutti. Poco badando all’uso vivo, nelle scuole di lettere insegnavano per tutta Italia dopo ai latini quei pochi autori toscani che allora fossero conosciuti, cercando alla meglio di mettere insieme su questi esemplari una sorta di linguaggio comune che fosse atto alle scritture. Un letterato molto solenne, Gian Giorgio Trissino da Vicenza, poneva in credito il linguaggio illustre con la versione da lui fatta del libro _De Vulgari Eloquio_, e molto poi lo difendeva: Baldassarre Castiglione mantovano, uomo e scrittore di bella fama, sebbene dichiari la lingua essere una _consuetudine_, biasima l’andare sulle pedate dei toscani sia vecchi sia nuovi: sentenziò il Bembo che l’antica lingua stava nel Boccaccio, di cui gli piacevano le grandi cadenze; tutti i chiarissimi dell’Italia per ben tre secoli dopo lui accettarono la sentenza. Ma della comune lingua popolare come in Firenze si parlava e si scriveva, niuno voleva sapere: negli anni stessi del Bembo, cioè verso il 1530, Marino Sanudo veneziano scriveva in una lettera stampata:[572] «che Leonardo Aretino trasse (l’Istoria di Firenze) da un Giovanni Villani, il quale scrisse in lingua rozza toscana.»
Il Bembo era il solo autore vivente di cui s’innalzasse non contestata l’autorità: basta ciò solo a dimostrare come si vivesse in fatto di lettere, quando gli Spagnuoli furono rimasti padroni d’Italia. Al Machiavelli nella sua patria istessa nuoceva la vita; gli nocque più tardi, quanto al numero dei lettori, l’essere all’_Indice_: l’Istoria del Guicciardini fu lasciata stampare, ed anche mutilata, solamente nel 1561, due anni dopo a che l’Italia per grande accordo tra’ potentati si può dire fosse bello e sotterrata, e quando la voce degli Italiani ormai più non faceva paura a nessuno.[573] Frattanto era disputa più volte rinnovata se si dovesse dire lingua italiana o toscana o fiorentina: chi affermava la lingua essere in Firenze, facea nondimeno poca stima degli autori che ivi nascessero: in certe parole recate dal Bembo si va fino a dire, che «a scrivere bene la lingua italiana meglio è non essere fiorentino.» E in questa medesima città noi vedemmo quante incuranze o quanti dispregi soffrisse la lingua nei più eminenti tra’ suoi cultori: la _Divina Commedia_ non vi ebbe più quasi edizioni, e verso il 1520 certi maestri di scuola vietavano agli scolari leggere il Petrarca. Questa ed altre cose, che stanno a dimostrare la confusione dominante tra’ letterati, sono a disteso esposte in un libro di qualche pregio e di molta noia che ha per titolo l’_Ercolano_: autore di esso fu Benedetto Varchi, il quale pel vario ingegno non ebbe forse chi lo agguagliasse dentro a quella età che scendeva. In quel medesimo suo libro si vede come allora molto dominassero i grammatici, ai quali avviene quel che ai fisiologi; perchè entrambi avvezzi a tenere fermo il pensiero sopra le minute particelle delle cose, riescono spesso corti o disadatti a quelli studi più comprensivi che bene in antico nella loro massima estensione ebbero nome di umanità. Consente il Varchi prudenzialmente al Bembo, ma solo nelle apparenze; confessa la lingua in Firenze essere trascurata, ma vuole si cerchi nel fondo dell’uso, mettendo egli fuori per via d’esempi gran copia di voci e soprattutto di locuzioni familiari, dovizie nascoste da farne a chi scrive ricco patrimonio.[574] In questo avrebbe egli dato nel segno, nè vi è anch’oggi da fare di meglio, tantochè sarebbe alla unità della lingua mezzo utilissimo un Vocabolario com’è proposto dal Manzoni. Ma il guaio stava in ciò che non erano i più di quei modi entrati abbastanza nell’uso comune; molti erano figure che un tempo ebbero qualche voga, capricci d’un popolo arguto e faceto, e spesso allusioni a cose locali: cotesti Firenze non avea diritto d’imporre all’Italia. Inoltre non era più questo popolo quello che aveva creato una lingua educatrice di tanti ingegni; meno operando, inventava meno; e fatto più inerte anche nell’animo, i suoi discorsi andavano spesso a cose da ridere. I letterati seguendo in queste nuove condizioni l’antico genio popolare e avendo qui molto in uggia il sussiego recato dagli Spagnuoli, si dilettavano oltre al giusto di certe bassezze da essi chiamate grazie della lingua: i Vocabolari con grande amore le registravano. Così tra bassezze e nobiltà false viveano le lettere poi tutto quel secolo.
Ma dentro a quegli anni nacque Galileo. Le scienze matematiche e le fisiche hanno questo, che l’uomo le pensa dentro a sè medesimo, si tengono fuori dal corso vivo degli umani eventi, e vanno da sè per la via loro, qualunque si sieno le cose all’intorno. Galileo, che pure in mezzo all’esperimentare minuto e sottile teneva lo sguardo vôlto all’universo, portò nella fisica l’ampiezza d’una filosofia degna di questo nome, e fu in un secolo di decadenza scrittore sommo, perchè al bell’ordine del discorso unisce la copia e una dignitosa naturalezza. Continuava cento anni in Firenze la scuola fondata da Galileo e di sè lasciava traccie indelebili nelle scienze fisiche; da quella uscirono anche uomini dotti nelle razionali, e assai le lettere se ne avvantaggiarono nella seconda metà del seicento. Ma quando la lingua e le idee francesi predominarono e quando poi gli eccitamenti nuovi destarono gli animi degli Italiani a cercare almeno in fatto di lingua l’unione vietata, la Toscana sofferse rimproveri dalle altre provincie, quasi ella fosse gelosa ma inutile custoditrice di quel tesoro che aveva in casa ma non lo adoprava. Più grave è fatto il nostro debito ora in tempi di sorti mutate, di sorti maggiori ma più difficili a portare; noi siamo venuti ad esse non preparati; e s’io dovessi quanto alle future condizioni della lingua fare un pronostico, direi senz’altro: la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli Italiani.
APPENDICE DI DOCUMENTI.
Nº I.
(Vedi pag. 36.)
PROVVISIONE DEL 21 LUGLIO 1378, APPROVATA NEI CONSUETI CONSIGLI A’ 21 E 22.
Pro parte sindicorum et prepositorum Artium et artificum civitatis Florentie exponitur et petitur vobis dominis Prioribus Artium et Vexillifero iustitie Populi et Comunis Florentie, quatenus vobis placeat et velitis, pro bono publico et tranquillitate Populi et Comunis predicti, providere et ordinare et solempniter facere reformari omnia infrascripta videlicet.
In primis, quod Provisio firmata in Consilio domini Potestatis et Comunis Florentie, die decimo presentis mensis iulii, et omnia et singula in ipsa Provisione contenta sint firma et valida et pleni roboris et effectus. —
Item, quod quicumque, hactenus, ab anno Domini millesimo trecentesimo quinquagesimo septimo inclusive citra, sponte vel ex precepto dominorum Capitaneorum Partis guelfe civitatis Florentie, renunptiavit officiis Comunis Florentie vel Partis guelfe aut alicuius Artis vel Universitatis, seu ad ipsa officia vel eorum aliquod, ob renunptiationem predictam, se inhabilem reddidit, possit restitui et habilis ad dicta officia fieri, cum illis solempnitatibus cum quibus possunt restitui quicumque moniti pro ghibellinis, secundum ordinamenta facta de mense iunii proxime preteriti. —
Item, quod omnes et singuli, hactenus, videlicet ab anno Domini millesimo trecentesimo quinquagesimo septimo inclusive citra, moniti fuerunt pro ghibellinis vel ut suspecti Parti guelfe notati, seu pro ghibellinis vel non vere guelfis condempnati, qui non fuerunt hactenus restituti, possint restitui et habiles ad officia fieri, per duas partes duarum partium ad minus illorum quibus circa hec fuit data balia de mense iunii proxime preteriti.
Item, quod ad Consilium Populi vel Comunis Florentie nullus arrotus per Capitaneos Partis guelfe possit aut debeat accedere vel venire, aut in ipsis Consiliis vel eorum aliquo fabam reddere, sub pena florenorum quingentorum auri, cuilibet contrafacienti pro vice qualibet auferenda et Comuni Florentie applicanda. Sed possint ad Consilium predictum venire, ultra Capitaneos dicte Partis, et in eo interesse pro dicta Parte et fabas reddere illi qui sunt de veris Collegiis dicte Partis, tantummodo, et non alii vel alius pro ipsa Parte arrotus vel arroti.
Item, quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie cum officiis Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum Comunis predicti et due partes eorum possint et debeant facere et de novo fieri facere scruptinium et bursas Consilii Comunis; et de novo debeat extrahi dictum Consilium, factis dictis bursis. Et debeant extrahi continue de cetero ad dictum Consilium decem populares cives florentinos pro quolibet quarterio, ultra numerum hactenus ad dictum Consilium ordinatum: qui extracti ultra dictum numerum intelligantur habere et habeant illam baliam et auctoritatem quam habent alii de dicto Consilio.
Item, quod in libro Partis guelfe civitatis Florentie et similiter in uno libro, retinendo in palatio more dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie Populi et Comunis Florentie, scribi debeat evidenter et ad perpetuam rei memoriam, qualiter dominus Lapus de Castiglionchio et sui sequaces de civitate Florentie fuerunt expulsi tamquam devastatores et violatores Partis guelfe, et ut baracterii et Parti guelfe suspecti et proditores Partis predicte.
Item, quod omnes et singuli qui, decetero, quocumque modo et quacumque de causa, privabuntur ab officiis Comunis Florentie, et seu ad ipsa officia inhabiles facti erunt, intelligantur esse et sint, ipso facto, privati ab officiis Partis guelfe et ad ipsa officia inhabiles esse. Et intelligantur privati omni et quocumque privilegio portandi arma. —
Item, quod omnes et singuli quibus, de mense iunii proxime preteriti vel de presenti mense iulii, in tumultu populi fuerunt combuste domus vel fuerunt derobati, et eorum filii, fratres et patrui, excepto Smeraldo Stroze de Strozis, intelligantur esse et sint, ex nunc usque ad decem annos proxime secuturos, privati et remoti ab omnibus et quibuscumque officiis Comunis Florentie et Partis guelfe. — Hoc acto et proviso et expresse declarato, quod predicta non vendicent sibi locum nec intelligantur in hominibus qui ad presens president officiis dominorum. Priorum Artium et Vexilliferi iustitie, Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum Comunis predicti et Octo balie dicti Comunis et Capitaneorum Partis guelfe, vel alicui ex officiis predictis, durante eorum officio vel finito.
Item, quod dominus Rossus miles et Uguiccione, fratres et filii quondam Ricciardi de Ricciis, cives honorabiles florentini, sint et esse intelligantur decetero habiles quocumque tempore, ad quelibet officia Populi et Comunis ac etiam civitatis Florentie et Partis guelfe et quecumque alia, — non obstante aliqua prohibitione. —
Item, quod filii et consortes et descendentes per lineam masculinam Sandri Donatini de Barucciis, cives florentini, intelligantur esse et sint ad quecumque officia restituti in omnibus et per omnia, — non obstante aliqua monitione. —
Item, quod omne scruptinium et omnis imbursatio, registrum et scriptura facta ante presentem mensem iulii, de quocumque officio Partis guelfe debeant laniari et comburi in totum, in presentia officii Capitaneorum dicte Partis et eorum Collegiorum et duorum ex officio Gonfaloneriorum societatum Populi et Duodecim Bonorum virorum et unius pro qualibet Capitudine, et infra quinque dies a die qua presens Provisio firmata fuerit in Consilio domini Potestatis et Comunis Florentie; sub pena florenorum mille auri cuilibet ex Capitaneis auferenda et Comuni Florentie applicanda.
Item, quod decetero, nullus in civitate Florentie possit per viam extractionis, electionis seu deputationis, aut alio quoque modo, habere retinere vel exercere, uno eodemque tempore, ultra unum officium Comunis Florentie, sub pena florenorum mille auri cuilibet contrafacienti auferenda et Comuni Florentie applicanda. Ita tamen, quod predicta non intelligantur locum habere nec extendantur ad officia Consulatus alicuius Artis vel septem consiliariorum Mercantie aut consiliariorum Consilii Populi vel Comunis Florentie, quod aliquis obtineret de preterito vel futuro; nec predicta vendicent sibi locum in aliquo qui ad presens presideret plus quam uni officio dicti Comunis. —
Item, quod super omnibus et singulis petitionibus et querelis fiendis dandis vel exhibendis, verbo vel in scriptis, pro iniuriis vel offensis que facte dicerentur per aliquem popularem contra alterum popularem et seu per magnates contra populares, aut per magnates contra magnates; et seu, pro bis iniuriis vel offensis aut eorum vel alicuius eorum occasione, faciendo seu fieri faciendo aliquem popularem magnatem vel aliquem magnatem supramagnatem; possit et debeat procedi, et super ipsis — fieri et partita micti et proponi; et ipse petitiones et querele et earum quelibet recipi et admicti et executioni mandari in omnibus et per omnia, et per omnes fieri prout et sicut procedi admicti recipi et executioni mandari et fieri poterant et debebant ante ordinamenta, correctiones et seu declarationes factas super materia predicta per Migliorem Vierii Guadagni civem florentinum, et eius collegas, tempore quo ultimo dictus Migliore fuit Vexillifer iustitie civitatis Florentie; et qui Migliore ultimo prefuit dicto officio Vexilliferatus de mense ianuarii et februarii anno Domini MCCCLXXVI. —
Item, quod Iohannes Dini civis florentinus, quem constat semper fuisse et esse guelfum et Parti guelfe fidum et non ghibellinum vel suspectum Parti guelfe, licet per quosdam cives iniquos monitus iniuste asseratur; intelligatur esse et sit absque fide vel probatione fienda de predictis vel aliquo predictorum, et absque aliqua solempnitate servanda, integre et plenissime restitutus ab omni et quacumque et contra omnem et quamcumque monitionem factam de dicto Iohanne per quoscumque Capitaneos Partis guelfe civitatis Florentie, per se vel una cum quibuscumque aliis officiis seu officialibus dicte Partis. — Et quod dictus Iohannes Dini intelligatur esse et sit de officio et ad officium Octo balie Comunis predicti, cum omnibus officio auctoritate potestate balia et forma, quibus olim melius et efficacius fuit ante monitionem de eo factam. —
Item, quod dominus Georgius domini Francisci de Scalis civis florentinus et eius consortes et descendentes et agnati per lineam masculinam et quilibet ipsorum, quos constat semper fuisse et esse, etiam ex operibus pollentibus, vere guelfos et fidos Parti guelforum, — licet per quosdam cives iniquos moniti asserantur perperam et iniuste; intelligantur esse et sint in omnibus et per omnia et quo ad omnes integre et plenissime restituti. —
Item, quod dominus Donatus Ricchi ser Gherardi de la parte de Aldigheriis, civis florentinus, legum doctor, quem constat sua et suorum ascendentium origine semper fuisse et esse guelfum; — intelligatur esse et sit integre et plenissime restitutus. —
Item, considerato, quanto tempore dominus Iohannes Monis civis honorabilis florentinus, cum maximis laboribus et solertia, pro Populo et Comuni Florentie assidue laboravit, et ad presens, pro honore dicti Populi et Comunis et pro ipso Populo ipse dominus Iohannes ad militare cingulum est promotus; ut maxime talem militiam pro ipso Populo perpetuo valeat honorare: quod, etiam absque aliqua solempnitate servanda aut aliqua fide vel probatione fienda de predictis vel aliquo predictorum, ipse dominus Iohannes Monis, in perpetuum, toto tempore sue vite, possit et debeat habere et habeat quolibet anno, a Comuni Florentie, florenos trecentos auri recti ponderis et conii florentini, solvendos et dandos eidem domino Iohanni per camerarium, qui dicitur _Il Camarlingo delle cinque cose_ dicti Comunis, pro tempore existentem et quemlibet alium camerarium dicti Comunis seu pro dicto Comuni deputatum vel deputandum ad infrascriptos redditus recipiendos in genere vel in spetie, de pecunia quam dictus camerarius seu dicti camerarii seu alius ex eis pro dicto Comuni recipient, ex proventibus, pensionibus et redditibus perventuris et que pervenient in Comune predictum, ad manus ipsius camerarii sive camerariorum, ex Platea vel occasione Platee Fori veteris civitatis Florentie, et seu a tabuleriis, becchariis vel Arte becchariorum, et a pollaiuolis et trecchis et aliis quibuscumque conducentibus vel tenentibus aut qui conducent vel tenebunt a dicto Comuni vel aliquibus officialibus dicti Comunis dictam Plateam et seu apothecas, sive aliquam partem vel loco ipsius Platee. —
Item, quod dominus Alexander domini Riccardi de Bardis civis florentinus et eius filii et descendentes per lineam masculinam et quilibet ipsorum intelligantur esse et sint deinceps populares et de populo civitatis Florentie; — et quod etiam, nullo modo vel causa teneantur mutare nomen consortarie vel arma, nec in aliquo teneantur observare vel facere ea de quibus disponitur et continetur in reformatione et provisione edita de mense augusti MCCCLXI, que inter alia disponit in effectu, quod magnates facti populares seu beneficium popularitatis merentes, teneantur coram officio dominorum Priorum et Vexilliferi comparere et renuntiare consortarie et agnationi suorum consortum et alia arma sibi eligere. — Et quod dictus dominus Alexander intelligatur esse et sit de officio et ad officium Octo balie Comunis Florentie, et habere et habeat illam eamdem et similem auctoritatem et potestatem quam in dicto officio habet quilibet alius qui dicto officio Octo balie presideat.
Item, quod Capitanei Partis guelfe civitatis Florentie teneantur et debeant, hinc ad quinque dies proxime futuros a die qua presens Provisio firmata fuerit in Consilio domini Potestatis et Comunis Florentie, sub pena florenorum mille auri, pro quolibet ipsorum Capitaneorum, representare et consignare officio dominorum Priorum et Vexilliferi iustitie Vexillum regale dicte Partis. Et quod, decetero, Capitanei dicte Partis, presentes vel futuri seu alii pro dicta Parte, dictum Vexillum vel simile tenere non debeant. Et hoc intelligatur de Vexillo regali quod factum fuit tempore domini Lapi de Castiglionchio et sotiorum, qui prefuerunt offitio Capitaneorum dicte Partis de mense februarii proxime preteriti, et de quocumque alio simili vexillo.
Item, quod, expensis et de pecunia Comunis Florentie, ematur et emi debeat una apotheca sufficiens et ydonea que sit propria et pleno iure populi minuti civitatis Florentie, pro adunando Artem et Consules dicti populi et alia opportuna ipsi Arti faciendo. Et quod in ipsa apotheca et eius emptione possit et debeat expendi de pecunia dicti Comunis usque in quantitatem florenorum quingentorum auri; et quod camerarii Camere dicti Comunis, sub pena florenorum mille auri, cuilibet ipsorum hec non servanti auferenda et Comuni Florentie applicanda, possint teneantur et debeant dare solvere et pagare cuicumque deliberatum fuerit per dictos Consules dicti populi minuti, — de quacumque pecunia dicti Comunis et ad quodcumque aliud deputata vel deputanda, usque in quantitatem florenorum quingentorum auri recti ponderis et conii florentini integros et sine ulla solutione vel retentione diricture oneris vel gabelle et absque aliqua apodixa licentia vel subscriptione habenda vel solempnitate servanda, sed solum visa presenti reformatione et habita deliberatione Consulum predictorum. Que apotheca emi debeat hinc ad per totam quintam decimam diem mensis augusti proxime secuturi.