Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 36
In Leonardo vennero a far capo le due correnti per le quali si era condotta innanzi l’Italia, da un lato nelle Arti e dall’altro nella Scienza; ma le Arti ebbero più facile e necessariamente meno incerto il cammino. La forte vita che si agitava per tutto il dugento aveva prodotto quasi a un portato Dante e Giotto; ma bastò a Giotto avere in sè stesso la forma del bello, poichè i mezzi capaci ad esprimerlo erano a lui già sufficientemente forniti dall’uso che era ai suoi tempi della pittura. Quei mezzi che stanno invece della parola, nelle Arti d’imitazione sono quasi del tutto meccanici; quindi è più semplice l’andamento pel quale riescono esse a procedere e a perfezionarsi. Un genio era apparso da principio e aveva mostrato una via nuova, donde la pittura per quasi un secolo parve come stare intorno a lui, da lui pigliando l’esempio a certe significazioni degli affetti e più accurate regole al disegno e più ardimento nelle composizioni; facendo di tutte queste cose all’Arte come un patrimonio capace a vivere ed a passar oltre. Il che essa fece dopo a Masaccio. Il quattrocento fu secolo d’artisti, i quali bisogna dire che in Firenze nascessero come spontanei dal suolo; molti gli eccellenti, e male pareva che non si sapesse fare. Il nome d’Arte, come si usa oggi a modo astratto, non conoscevano: facevano come se esercitassero un mestiere, del quale i maestri insegnavano le pratiche; il resto avevano in sè stessi.
Basti a noi dire i nomi dei capi scuola o quelli ch’ebbero maggior fama. Fra tutti primeggia la famiglia dei Ghirlandai, dei quali Domenico per evidenza di esecuzione e per naturalezza in certe sue opere di molte figure ci fa vedere come in ritratto l’antico popolo di Firenze; ma gli sta innanzi per la finezza dell’espressione e pei concetti Fra Filippo Lippi, seguito da un figlio dello stesso nome: Sandro Botticelli espresse affetti squisiti con forme più larghe: Benozzo Gozzoli dipingeva in Pisa con lunga serie di composizione tutta una parete di quel mirabile Campo Santo, dove il pensiero della morte pare che inalzi la coscienza della vita. Nella scultura s’illustrò molto in patria e fuori Andrea del Verrocchio: spesso i tagliatori di pietre, da lavoranti nelle cave intorno a Firenze riuscivano scultori fra tutti carissimi, perchè a vedere quei volti di marmo tu gli credi vivi e che ne debba uscire una voce; com’è nelle opere di Mino da Fiesole, di Desiderio da Settignano e di due da Rovezzano. Spesso gli scultori insieme erano architetti, come i due da Maiano, i due da San Gallo, Andrea da Montesansavino e il Cronaca, autore del Palazzo degli Strozzi, dove è vergogna che tuttavia rimanga non compiuto il cornicione del quale il mondo non ha il più perfetto. Ma intanto le Arti erano salite a maggior grado anche fuori di Toscana, e già d’altre scuole erano usciti pittori che inaugurando con altre maniere l’età susseguente, preparavano da tutta Italia il tempo nel quale si viddero esse toccare il colmo. Tra questi è debito annoverare Giovanni Bellino che diede principio alla grande scuola Veneta, e Andrea Mantegna che illustrò la Lombarda; Pietro Perugino diede all’arte del dipingere una maggiore dolcezza, Francesco Francia bolognese la usò con più ardita e più originale maniera. Un poco più tardi Fra Bartolommeo da San Marco [n. 1469, m. 1517] s’accostò ai sommi, o sta con essi, tanto in lui tutte le parti del dipingere toccarono alla eccellenza; che sono disegno compito, nobiltà di forme, scienza nel comporre e un grande intendere della prospettiva: ed in tutte queste doti certa proporzione, per cui niuno forse de’ grandi artefici è di lui più dotto. Ma qui, per dare compimento a quella scuola la quale fu tutta peculiare Fiorentina, vogliamo per ultimo anche registrare il nome d’Andrea del Sarto [n. 1488, m. 1534], il quale sebbene per gli anni appartenga all’età seguente, continua l’antica scuola cittadina, condotta da lui a perfetta finitezza pel movimento delle figure, pel rilievo, per la vita in esse più varia, per evidenza insomma più intera, curando egli familiarmente il vero più che l’ideale. In queste cose Andrea del Sarto vince il Frate istesso, di cui le forme pare alcune volte ti stieno innanzi come a mostra, o hanno movimento ed atto forzato, com’è nel San Marco, dove non so se egli pure cedesse all’esempio formidabile del Buonarroti, ovvero se come frate di San Marco volesse a quell’iroso colosso prestare l’anima del Savonarola. Ma di Arti parlando, è da dire anche dell’incisione in rame cui diede forse un qualche principio Maso Finiguerra fiorentino, derivandone le pratiche dall’arte dei Nielli nei quali fu egli eccellente: o se l’incidere dal rame in carta fu inventato prima in Allemagna, è certo almeno che il Botticelli ed Antonio Pollaiolo, insigni pittori, figurarono tra’ primi che l’esercitassero in Italia. Ne stringe lo spazio, talchè non possiamo qui molto estenderci nè sulla orificeria che fu nutrice a grandi artisti, nè sopra l’arte qui molto estesa dell’ornare con miniature le cartapecore, nè su quella d’incidere in gemme.
Continuava la Poesia volgare ad essere come soffocata dall’erudizione che fa sua scienza il sapere altrui; volendo invece la poesia pensiero libero, che si possa tradurre in immagini intere e viventi: al che si aggiungeva che gli esemplari latini e greci, allora tra mano, davano ai poeti come una sorta di scoramento, non credendo essi l’idioma loro capace per anche di tanta coltura. Stava l’Alighieri come segregato quanto alla lingua ed allo stile, e prove infelici riuscirono quelle per cui fu cercato più volte di seguitarlo nei concetti scrivendo poemi di argomento filosofico e morale. La sola canzone, perchè era venuta su con la lingua, aveva cultori e stile suo proprio; ma dopo avere nel Petrarca toccato la cima, lui seguitava ora da lungi e nulla inventava. Queste erano traccie oramai segnate, ma quante volte i letterati volessero uscirne scriveano latino, avendo il Petrarca mostrato la forma di certe che appellò Egloghe, dove si avvolgevano pensieri talvolta da non propalarsi. Nasceva però incontro ai più dotti una scuola nuova d’autori più schietti, che solo intendevano a trarre dal fondo della lingua viva quel tanto che avessero ciascuno di loro in sè di poesia. Tra’ più umili Feo Belcari scrittore di Laudi e di Rappresentazioni sacre e profane, avea sufficiente copia di vena limpida come l’acqua pura, ma fu più felice in prosa che in verso. È pure qui obbligo di registrare anche il Burchiello, barbiere di nome rimasto famoso, perchè fece d’un certo suo gergo poesia forse arguta, ma triviale; oscura oggi, ma popolare nei tempi suoi e che ebbe inclusive imitatori. È tempo qui dire come la stampa recata da qualche anno in Firenze producesse in lingua greca la prima edizione dei poemi d’Omero, curata dal greco Demetrio Calcondila, e da Bernardo Nerli, che ne fece la spesa, offerta con una sua lettera al giovinetto Piero de’ Medici, l’anno 1488: seguitarono a questa alcune altre nobili edizioni di classici Greci in carattere maiuscolo.
Noi siamo ai tempi del Magnifico e al declinare del secolo. Un libro a tutti noto e da pochi letto, è il _Morgante Maggiore_, poema cavalleresco di Luigi Pulci. Costui fece prova di buon giudizio trattando quella sorta di argomenti come cosa da ridere; ma è poi vero che non avrebb’egli potuto per l’animo, o saputo per la tempra di quella sua vena, salire a più alta sfera e tenervisi: ebbe egli potente l’ingegno, ma incurante d’ogni cosa e di sè stesso, beffardo, scettico, atto a dissolvere più che a comprendere e all’innalzare, nel che sta l’ufficio della poesia vera. Gli accade alle volte di raccogliere per via concetti pensati fortemente, o più di rado affetti soavi e semplici, ma non vi si ferma; scrive a rallegrare prima sè stesso e poi Lorenzo e i suoi convitati: alla fine del Poema, quando egli descrive la morte d’Orlando, lo diresti epico, se alla invenzione avesse egli data coltura e splendore d’espressione che bastasse. Compose il Poema nei primi anni di Lorenzo e sotto al patrocinio della madre di lui, severa e pia matrona, la quale invero male sappiamo capire qual viso facesse ad un libro dove le cose più sacre son poste in dileggio e, quello ch’è peggio, sotto al velame di un’ironia fina. Ma egli era cantore pei conviti spensierati, nei quali dovette riuscire mirabile per quella facile abbondanza di cui fa sfoggio come improvvisatore, mettendo a prove difficili e strane, ma non però affatto disaggradevoli, una copia di modi e di forme ch’era in lui grandissima e che egli profonde con sempre continua scorrevolezza. In lui non si cerchi le squisitezze dell’arte, ma sollevando l’ottava rima dalla pesantezza del Boccaccio e dalle bassezze degli altri, ne diede esempio utile a que’ sommi maestri ch’essa ebbe dipoi: quanto alla lingua è facile rinvenire in essa qualcosa di meglio compito nella struttura del discorso, di più andante nei periodi, qualcosa insomma di più avanzato e più universale di quello che fosse (tranne il Petrarca) negli scrittori del trecento, e che in sè annunzia ingegni più adulti. Luca e Bernardo, fratelli di Luigi Pulci, e un Matteo Franco prete famigliare di Lorenzo, scrissero anch’essi con lode poesie di vario genere.
Negli stessi anni scendeva in Firenze da Montepulciano un giovane, povero, ma già mirabile nei precoci studi, bentosto salito in fama col nome di Angelo Poliziano [n. 1454, m. 1494]. Veduto l’ingegno di lui singolare, Lorenzo de’ Medici lo fece subito cosa sua: i letterati pareano a quel tempo nascere latini, ma il Poliziano ebbe familiare anche la greca lingua così da nutrire coll’uso di entrambe quella classica eleganza che era tutta sua: imberbe ancora traduceva l’_Iliade_ in esametri questo omerico fanciullo, come il Ficino lo appellava; tradusse poi nella breve sua vita, dal greco in latino, altri scrittori di verso e di prosa. Ebbe anche potenza di critica filologica, e col raffrontare autori antichi, o ne correggeva la lezione, o ne illustrava col vasto sapere, non che le lingue, anche le dottrine. Ma sopra ogni cosa era egli latino veramente nel poetare in tutti i metri e in tutti gli stili, sempre con eguale felicità, tanto erano a lui connaturali non che le forme anco il sentire delle età classiche, delle quali coglieva il fiore, nessuno imitando, ma com’egli fosse uno dei loro. Il che non può dirsi, ed è cosa da notare, di lui nelle scarse ma pure eccellenti poesie ch’egli scrisse in lingua italiana. Appare in queste non che l’imitazione generalmente dei Latini, ma specialmente di questo o di quello scrittore, e (come sogliono gli imitatori) non già dei sommi, perocchè questi non sai dove cogliere, ma gli altri puoi credere più facilmente di agguagliare. Del Poliziano abbiamo in lingua italiana il Dramma l’_Orfeo_ e le Stanze sulla _Giostra_ e poche altre minori poesie; le Stanze, in quanto alla leggiadria di lingua e gusto finissimo ed agli artifizi dello stile, non ebbero prima chi le agguagliasse nè di poi forse chi per tali pregi le abbia superate. Giace in San Marco il Poliziano accanto a Pico della Mirandola: sotto a loro volle avere sepoltura, con iscrizione commovente, l’amico d’entrambi Girolamo Benivieni; anima candida di poeta e cólto scrittore di versi platonici, che in età vecchia osava raccomandare a Clemente Settimo il nome del Savonarola e il Governo popolare di Firenze.
Tra gli scrittori dell’età sua Lorenzo de’ Medici avrebbe un luogo tuttavia eminente, quando anche a lui non l’avessero dato i servigi per altro modo resi alle lettere. È tempo qui dire che Lorenzo non era poeta nel più alto valore di questa parola, ma ebbe a sufficienza facilità e copia, e ingegno educato a eleggere il bello: poco studioso del greco e del latino, amò come uomo e come principe quella lingua ch’egli udiva allora in sul fiore, e vivacissima sulle labbra dei sommi uomini come dei volgari, da quei che salivano le scale del Palazzo di Via Larga, fino ai contadini del Poggio a Caiano e di Careggi che molto si piaceva di praticare. Abbiamo di lui Canzoni e Sonetti in molto numero, dove con elevatezza di stile trattava l’amore platonico, e versi ch’erano espressione d’amori volgari, e Scherzi satirici e Stanze in lingua contadinesca; abbiamo Prose gravi e studiate ad illustrare, com’era costume, Sonetti che aveva egli lavorati per indi porvi quella illustrazione: nessuno di questi scritti basterebbe a fare di lui un grande autore, nessuno è tale che un valent’uomo se ne vergognasse. Ma quando Pico della Mirandola poneva Lorenzo come scrittore più in su di Dante e del Petrarca, noi dobbiamo in tale giudizio ravvisare una di quelle storture di cui si rendono capaci alle volte i sommi ingegni: e altresì l’effetto di quelle incertezze, di quel disordine in cui s’aggirava tra’ letterati allora il concetto della lingua nostra da essi creduta o poco degna, o non sufficiente a chi volesse usarla nei libri.
Da noi si chiama buon secolo della lingua nostra quello di Dante e del Petrarca e del Boccaccio: ma gli scrittori in quella età non ebbero tanta fiducia di sè stessi nè tanta superbia. Il che si dimostra in primo luogo dal disputare che si fece subito intorno alla lingua, la quale avendo taccia di bassezza, non era autorevole bastantemente sulla nazione; era un dialetto venuto su quando una spinta maravigliosa fu data agl’ingegni, ma senza corredo di scienza bastante. Sentiamo mancare nella prosa all’efficacia della lingua l’arte del dire; in quella età noi cerchiamo la potenza della parola e della frase, ma non vi troviamo bastante evidenza nei costrutti, e l’orditura dei periodi si dimostra per lo più timida o intralciata. Questo sentivano gli scrittori, massimamente poi quando ebbero assaggiato gli autori latini: Filippo Villani tace di Giovanni; e di Matteo suo padre dice avere egli usato «lo stile che a lui fu possibile, apparecchiando materia a più dilicati ingegni d’usare più felice e più alto stile.[561]» Nè avrebbe il Boccaccio al nostro idioma fatto la violenza ch’egli fece, se non avesse nella prosa creduto trovarlo come giacente e da cercare altrove i modi e le forme a dargli grandezza. Le varie parti della coltura non avendo le une con le altre avuto in Italia rispondenza sufficiente, quei primi sommi parve si alzassero come giganti per virtù propria, dopo sè lasciando un intervallo per cui le lettere cominciassero un altro corso dove i primi gradi già fossero stati con inverso ordine preoccupati. Il che nelle arti belle non avvenne, e quindi poterono esse regolatamente salire alla loro perfezione: ma le lettere invece di Giotto ebbero subito Michelangiolo, terrore agli altri piuttosto che guida; ed il Boccaccio avendo trovato la lingua già bene adulta ma inesperta, la fece andare per mala via; il solo Petrarca, più degli altri fortunato, lasciò dietro sè lunga e prospera discendenza.
Avvenne per questa mala sorte che la lingua, innanzi di farsi e di tenersi donna e madonna come si conveniva a tali uomini ed a tale popolo, non bene osasse distaccarsi dal latino che stava siccome suo legittimo signore, talchè all’italiano si diede per grazia l’umile titolo di volgare. Nè questa ignobile appellazione cessava col volger dei tempi, e le traduzioni dal latino s’intitolavano volgarizzamenti; ed anche oggi quel che si scrive da noi letterati diciamo scrivere in volgare, Dio ce lo perdoni. Ma quando pei cercatori dei libri classici il latino fu ogni cosa, e chi non facesse di quello il suo unico studio ebbe nome d’uomo senza lettere; allora alla lingua stata compagna dei loro affetti mandarono i dotti il libello del ripudio, anzi fu cacciata via come la serva quando torna la matrona. Sarebbe al Poggio ed ai suoi pari sembrato vergogna scrivere italiano, onde egli scriveva latine le Istorie dei tempi suoi e le Lettere e perfino le Facezie. I poveri scritti di chi aveva narrato le cose come le aveva fatte, si traducevano in latino perchè si acquistassero un poco di stima. Nè Pico della Mirandola fu il primo che dicesse mancare al Petrarca le cose, e a Dante le parole; questi era stato già tempo innanzi vituperato come sciupatore del bello classico da Niccolò Niccoli erudito raccoglitore di vecchi libri, che lui chiamava (così almeno lo fanno parlare) «poeta da fornai e da calzolai,» perchè non seppe nè bene intendere Virgilio nè avviarsegli dietro pei campi floridi della poesia.[562]
Più tardi Cristoforo Landino, che fra tutti difese la lingua toscana e la usava felicemente, sentenziò pure «ch’era mestieri essere latino, chi vuol essere buono toscano.[563]» Encomia l’industria che Leon Battista Alberti pose a trasferire in noi l’eloquenza dei Latini; nè certo si vuole togliere merito a siffatto uomo, nè a Matteo Palmieri nè ad altri lodati con lui: ma fatto è poi che il seguitare nell’italiano le norme latine, come essi fecero, tolse loro di essere letti mai popolarmente, così che si giacquero per lungo tempo come dimenticati, ed oggi guardandoli a fine di studio, ne pare di leggere una lingua morta. Cotesti almeno erano uomini educati ai buoni studi: ve n’erano altri d’ingegno più rozzo, i quali per volere essere eloquenti in verso ed in prosa, cercando norme all’italiano fuori di sè stesso, facevano certi pasticci di lingua nè latina nè volgare, la quale usciva come per singhiozzi che fanno spavento; di che, strani esempi potrei allegare se fosse qui luogo. Ma vale fra tutti quello di Giovanni Cavalcanti, del quale abbiamo lungamente più sopra discorso: costui, che avrebbe potuto essere buon cronista, fu dall’abuso dei precetti che allora correvano condotto ad essere malo istorico.
Così andarono le cose nella repubblica delle lettere fino a Lorenzo de’ Medici e al Poliziano; questi certamente mostrò nelle Stanze scritte da lui a venticinque anni, e poi non finite, una squisita forma di poesia che annunziava già i tempi nuovi, di cui può dirsi prima e gentile apparizione. Cionondimeno quell’uomo stesso faceva latini poi finchè visse i versi e le prose fino al racconto della Congiura de’ Pazzi, fatto domestico e tremendo, al quale era stato in mezzo e che tante passioni doveva destargli nell’animo; ed abbiamo poc’anzi notato che il Poliziano nella poesia pareva trovarsi più in casa sua quando scriveva latino; più imitatore in quel componimento che s’era arrischiato egli a scrivere italiano. Lorenzo de’ Medici si scusa d’avere in lingua volgare commentato i suoi sonetti, tale quale come Dante se n’era scusato dugent’anni prima.
Ma nulla dunque si era fatto in quei dugent’anni quanto all’uso della nostra lingua? S’era fatto molto, ed ogni giorno si faceva; ma il male stava in ciò, che tale uso procedeva bipartito, essendo pel naturale andamento suo più cólto nei popoli, ma insieme più guasto nei libri. Un assai grande numero di lettere scritte nel quattrocento furono in questi anni pubblicate, e ne abbiamo noi vedute molte manoscritte; e molte, tratte dagli Archivi di Firenze, sono allegate nel grande Vocabolario. Ora le lettere familiari danno sempre l’espressione più naturale e più immediata del vivo parlare, e chi le raffronti ad altre più antiche, le troverà scritte in modo che annunzia lingua più adulta e più conforme a quella che poi fu la moderna italiana lingua. Ma nei libri stessi usciti in quel secolo, sebbene pallido ne sia lo stile, pure il discorso procedeva meglio ordinato e più finito e più somigliante ad uomo già fatto; ma non però bello quanto promettevano le grazie e il fuoco delle età prime. Io pure grido, Studiamo il trecento, secolo che aveva in sè certamente quella potenza che più non ebbe la lingua nostra: ma vero è poi, che di tutte le nazioni gli antichi scrittori si riveriscono come vecchi intanto che si amano come fanciulli; si ammirano per la ingenuità loro e per la forza, ma non si saprebbe nè si vorrebbe per l’appunto scrivere a quel modo. Tuttociò avviene sempre e dappertutto; ma fu a noi tristo privilegio che la lingua dipoi si dovesse o si credesse dovere attingere dal trecento, quasichè in essa il corso del tempo facesse il vuoto o altro non avesse fatto che guastarla.
Negli ultimi anni del quattrocento aveva la lingua dunque per sè medesima progredito quanto a una struttura più regolare, ma dall’essere usata poco e trascuratamente nei libri, pareva e anche oggi a noi pare, in fatto essere decaduta da ciò che ella era nel secolo precedente. Lorenzo de’ Medici, il Landino ed altri dicono spesso alla lingua nostra essere mancati gli uomini e il buon uso che appellano stile. Il che fu vero quanto allo scriverla come abbiamo qui sopra notato; ma fu anche vero quanto al parlare questa lingua in modo che fosse norma ed esempio agli scrittori: su questo punto ne conviene un poco fermarsi. Mi sovviene avere una volta udito il Foscolo dire nell’impeto del discorso, che «la lingua nostra non era stata mai parlata:» nella quale enfasi di parola pare a me stesso il germe di un vero che ora si svolge sotto agli occhi nostri. Ma il campo non era libero a quel tempo, e si disputava chi avesse ragione, se il Cesari purista, o il Cesarotti licenzioso, o il Perticari con quella sua lingua che stava per aria. Oggi il Manzoni, sgombrando quel campo, ha dato a noi terreno fermo col fare consistere nell’uso ogni cosa: nè chi voglia uscire da quella dottrina può stare sul vero. Ma se a dire lingua si dice qualcosa fuori d’una semplice nomenclatura, e se invece si tenga essere l’espressione di tutto il pensare d’un popolo cólto, certo è che gli usi di questa lingua sono diversi quanto diverse le relazioni cui deve servire; e che in ciascuna, oltre all’essere disuguale il numero delle parole che si adoperano, è varia la scelta di queste parole. Al che si aggiunga (e ciò è capitale) che oltre alle parole, le frasi e il giro e i collocamenti di esse e la contestura del periodo, ed in certi suoi elementi la forma di tutto il discorso che sempre ha del proprio e del distinto in ogni nazione, tutte queste cose fanno insieme la lingua di quella nazione. So che la lingua in tal modo intesa dovrebbe piuttosto chiamarsi linguaggio, ma so che a distinguere con secco rigore l’una dall’altra queste due parole, starebbe la lingua tutta intera nei vocabolari, dov’ella si giace come cosa morta. Sotto questo aspetto bisogna pur dire che la lingua che si parla differisce in molte sue forme dalla lingua che si scrive, secondo che variano parlando o scrivendo gli intendimenti, le volontà ed in qualche modo lo stato degli animi in chi mette fuori il suo pensiero e in chi lo ascolta presente o deve poi da sè leggerlo sulla carta. Per esempio, nella rapidità del discorso familiare non sempre avviene fare periodi che stieno in gambe, come suol dirsi, perchè in tal caso alla intelligenza molti aiuti provvedono, e la parola come alterata da una concitazione d’affetti, ne diventa spesso più efficace. Chiaro esprimeva questo pensiero Giovan Battista Gelli nella prefazione d’una sua commedia:[564] «Altra lingua è quella che si scrive ne le cose alte e leggiadre e altra è quella che si parla familiarmente; sì che non sia alcuno che creda che quella nella quale scrisse Tullio, sia quella che egli parlava giornalmente.» Questo dice il Gelli; nè intendevano del comune parlare coloro che innanzi di lui scrivevano essere _mancati gli uomini alla lingua_.[565]