Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 35
Ogni principio di rumore, se pure nascesse, prontamente gastigava, come apparve in un caso narrato dall’oratore Modenese, allora in Firenze, le cui parole giova riferire. «Andando io in piazza, trovai gran tumulto di popolo, e la causa fu perchè menandosi uno giovine della terra alla giustizia perchè avea morto un famiglio de li Otto a’ dì passati, ed essendo fuggito a Siena, i Senesi lo diedero nelle mani di questa Signoria per i capitoli comuni. E menandosi detto giovine per piazza per condurlo al luogo della giustizia, il popolo si levò, gridando _scampa, scampa_; in modo che lo cominciarono a togliere dalle mani alla famiglia del bargello. Pure li Otto della Balìa in persona vennero in piazza e fecero fare subito un bando, alla pena della forca, che la piazza fosse sgombrata. Ed essendo fatta instanza per l’oratore di Milano ed il Genovese per ottenere la grazia di quel giovine, e ad instanza di Lorenzino e di Giovanni e di Pier Francesco (de’ Medici) con il Magnifico Lorenzo che si trovò in Palazzo a tale tumulto, Sua Magnificenza gli dette buone parole, e operò ch’egli fosse appiccato in piazza ad una finestra del bargello: poi fece pigliare quattro di quelli del popolo che gridavano _scampa, scampa_, e a ciascheduno fu dato quattro tratti di corda e furono sbanditi per quattro anni fuori della terra. A questo modo si sedò il tumulto, e mai non si volse partire fuori della piazza il Magnifico Lorenzo sinchè non vide sedato il popolo.[556]» Di questo tumulto non fanno parola gli scrittori Fiorentini.
Ma più della forza poteano il favore e i nuovi costumi, il popolo essendo a lui devoto in città fiorente per l’eccellenza delle Arti e per la dovizia dei mestieri: domato di prima, impinguato ora più che mai fosse pei grossi guadagni, rallegrato dalle feste, godevasi ambiziosamente come sue la grande fama di Lorenzo, le magnificenze della Casa Medici, la gloria che a tutta la città ne derivava. Essendo a Lorenzo falliti i traffici ai quali sdegnava calare l’ingegno, si voltò alle possessioni; e al Poggio a Caiano edificò una Villa d’architettura elegantissima, della quale egli medesimo avea dato il primo concetto a Giuliano da San Gallo che dietro a quello poi la condusse. Cercando risollevare l’infelice Pisa dal tetro squallore in che era caduta, comprò molte terre in quella provincia e case in città, dove a lui stesso non di rado piaceva dimorare facendovi spese e mettendo vita intorno a sè: ripristinò anche l’antico gioco del Ponte, caro ai Pisani e quindi vietato dalla sospettosa gelosia della Repubblica di Firenze. Era in Pisa uno Studio, anch’esso deserto dopo la conquista; ma Lorenzo volle sorgesse a celebre Università; chiamandovi con larghi stipendi da ogni parte d’Italia eccellenti professori in legge, in medicina, in divinità.[557] Le umane lettere e le Arti aveano in Firenze già grande splendore: Lorenzo era tale in sè medesimo da più illustrarle; ingegno potente, vario, elegantissimo e curioso d’ogni sapere, capace di alzarsi al pensiero filosofico e al sentimento delle Arti belle, scrittore non ultimo in prosa ed in verso tra molti insigni che lo attorniavano, raccoglitore munifico di quelle opere dell’antichità dalle quali aveano impronta gli studi. Il secolo era nelle dottrine incerto e mutabile, nei costumi sciolto, gaio nella vita com’essere sogliono i tempi che alle ruine precedono. Lorenzo pareva in sè accogliere tutto il secolo, scrivea rime sacre e canti carnascialeschi, cercava e ascoltava gli uomini religiosi ed era involto negli amori. Assiduo alle cure di Stato e infaticabile in ogni cosa che a lui servisse o a lui dèsse fama, pareva non altro amare che celie e sollazzi, e compagnia d’uomini arguti e faceti; avea tal natura, che a tutto bastava e ad ogni cosa pareva fatto. La Casa dei Medici era un museo, una scuola, un ritrovo degli ingegni che ad essa accorrevano; da quella partivano i consigli gravi, e la luce delle lettere, e i giochi e le feste e le corruttele dei costumi: in quella cresceano fanciulli due Papi, ivi risedeva l’Accademia Platonica intesa con gli studi a rinnalzare la vita e il pensiero; ed ivi continua la dimestichezza del Poliziano e del conte Giovanni Pico della Mirandola che fu portento dell’età sua; ivi Michelangiolo faceva saltare dal marmo le prime scaglie, e Luigi Pulci leggeva il Morgante nelle cene geniali: tanta ampiezza di vita, nè tanta magnificenza, nè allegrezza forse alcun tempo non vide mai; era il nome di Lorenzo in cima a ogni cosa.
E intanto la vita di lui declinava. I dolori delle gotte, ereditari nella famiglia sua, lo avevano afflitto sino dalla giovinezza; e noi lo troviamo già nell’anno 1482 ai Bagni del Senese ed a quei di Lucca, e spesso di poi al Bagno a morbo nel Volterrano.[558] Si aggiunsero doglie frequenti di stomaco, dalle quali fu talmente logorato, che a vedere alcuni ritratti di lui si direbbe uomo decrepito. Crebbe il male nei primi mesi dell’anno 1492, nè vollero gli amici e i congiunti crederlo mortale insinchè agli otto del mese d’aprile nella villa di Careggi, di poco avendo egli compiti quarantaquattro anni, tra sofferenze acerbissime e con segni di religione fervente si spengeva quella vita della quale non fu altra mai con maggior pianto desiderata, nè più nei tempi che sopravvennero celebrata. Due giorni prima, caduto un fulmine sulla Cupola di Santa Maria del Fiore aveva spezzato quella delle grandi costole di marmo che scende dal lato dov’era la Casa dei Medici, e i pezzi cadendo foravano in più luoghi la vôlta del tempio. La notte di quel dì stesso che era stato ultimo a Lorenzo, Pier Leoni da Spoleto, medico fra tutti reputatissimo, fu trovato morto in un pozzo a San Gervasio, o ch’egli medesimo, come fu detto, vi si gettasse per disperazione, o che vi fosse da altri gettato. Nella città era grande la costernazione, pauroso l’avvenire a coloro stessi che mal volentieri ubbidivano a Lorenzo; gli amici a lui più bene affetti, o si dispersero, o mancarono: due anni dopo moriano, sebbene di lui più giovani, Pico della Mirandola e Angelo Poliziano: Marsilio Ficino, già vecchio, finiva non molto dipoi.
Tempi luttuosi conseguitarono alla morte di Lorenzo dei Medici, e accrebbe favore al suo nome l’essersi da indi in poi di tutta Italia arrovesciate le sorti, quasi fosse ella perita con lui che solo era abile a scamparla. Bentosto si vennero a urtare insieme le ambizioni degli altri Principi, insinchè non furono oppresse tutte dalla sopravvenienza delle armi straniere che uno di loro aveva chiamate. Fu detto Lorenzo avere creata la scienza che poi fu appellata d’equilibrio e che ai politici delle età seguenti divenne studio; ma era già arte della Repubblica di Firenze, naturale protettrice delle città e degli Stati minori di lei, perchè ella cercava tra mezzo ai maggiori la propria sua conservazione. La quale arte stando rinchiusa dentro ai confini d’Italia, valeva a tenerla bene spartita e contrappesata in sè medesima finchè d’oltremonti nessun pericolo minacciasse; più non bastava se una volta le altre nazioni venendo a comporsi in forti regni, la divisione rendesse invalida la difesa; il che presentiva l’istesso Lorenzo. Questi mantenea frattanto l’Italia in bilancia,[559] il che era un rimuovere le cause interne e le occasioni per cui venissero gli assalti di fuori: e ciò da lui solo riconosceva ed a lui ne diede, fra tutti gli altri, amplissima laude Francesco Guicciardini nel principio della grande Istoria sua; sebbene avesse egli in altra opera giovanile, ponendo a confronto Cosimo e lui, attribuito maggiore all’avo prudenza e giudizio. Bene ebbe Lorenzo assai più di Cosimo ardito il consiglio e in più vasto campo spaziava il pensiero: natura d’artista, anima di principe, ultima grandezza d’un’età splendida che finiva.[560]
CAPITOLO VIII.
SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO REPUBBLICANO DI CASA MEDICI. [AN. 1434-1491.] — LA LINGUA TOSCANA DIVIENE ITALIANA.
Abbiamo veduto per cento anni l’operosità intellettuale degli Italiani volgersi quasi unicamente a riporre in luce gli autori classici, ad assicurarne la lezione, a propagarne l’uso e l’intelligenza. In essi cercavano forme più elette alla parola, ma per quello studio apersero come un nuovo mondo alla erudizione, che fino allora si era aggirata dentro a termini molto angusti; della quale Dante era assetato penosamente, ed il Petrarca troppo soddisfatto. Ma intanto l’istoria tornata in luce rettificava molti degli errori che aveano goduto autorità e corso nell’età di mezzo, e la critica si assottigliava, e molte passioni si temperavano col cessare l’ignoranza che l’uomo racchiude in sè medesimo e lo rende spesso agli altri più ostile. Molto anche appresero dai Latini quanto agli uffici dell’uomo civile; la scienza pratica si avvantaggiava, ma facendo ingombro a eletti ingegni nei quali si vede scarsa in quegli anni l’originalità: dipoi, saziata la foga del ritrovare, venne il pensiero speculativo a farsi più ardito, quando ai Latini s’aggiunsero i Greci scrittori e che lo studio di questa lingua si fu divulgato. Uomini dotti tra’ Greci accorsero al Concilio tenuto in Firenze per l’unione delle due Chiese, e in tale occasione le controversie teologiche riaprirono il campo alle filosofiche; i Greci portarono in esse un rivolo delle antiche loro scuole, buono ad irrigare i campi fatti aridi della scolastica, donde san Tommaso aveva oggimai cavato ogni frutto.
Tra gli altri erano due Greci, cultori della Filosofia platonica, Gemisto Pletone ed il cardinale Bessarione che aveva promossa l’unione, e che rimasto poi sempre aderente alla Chiesa dei Latini godeva in Italia autorità negli studi. Da questi due uomini dovette Cosimo dei Medici essere indotto a favorire quella dottrina che molto bene si confaceva al genio artistico e religioso de’ Fiorentini; l’accolse egli stesso nel suo Palazzo, e ad essa volle che fosse allevato quasi dalla fanciullezza Marsilio Ficino ch’era figliuolo del medico suo. Ivi si facevano conversazioni di dotti, le quali pigliarono nome platonico d’Accademia, divenuto solenne dipoi a questa e ad altre simili riunioni. Cotale indirizzo dato agli studi sino d’allora io credo fosse argine alla corruttela del pensiero. Finchè un principio d’autorità poneva limiti alla controversia, e i più alti gradi della scienza in lei scendevano dalla fede, giovava seguire la disciplina dei peripatetici, sottile arnese ed atto ai lavori delle scolastiche officine. Ma ora che il pensiero ambiva spingersi fino all’altezza dei primi veri, e le dottrine del gentilesimo tutto invadevano il sapere, bene fu almeno alle scuole nostre avere accolta quella filosofia che in cima a sè stessa aveva un principio fuori di sè stessa, sovraimponendo l’idea di Dio a tutta l’opera del ragionamento. Per quelle dottrine si temperarono molti ingegni fino ai più audaci e dissoluti: corse oltre a un secolo, e la prevalenza ch’ebbe in Toscana un tale abito nel filosofare, io credo infondesse maggior sanità nell’intelletto di Galileo e della scuola che da lui discese. Si vede egli sempre nella fisica avere a guida una filosofia, e per lo studio della materia non perdere mai l’idea dello spirito: bene gli avvenne che al primo formarsi di quella mente gli stesse innanzi nelle tradizioni casalinghe una filosofia religiosa; così l’accademia Platonica diede qualcosa del suo all’accademia del Cimento.
Marsilio Ficino [n. 1433, m. 1499] tradusse in lingua latina le opere di Platone, che fu il maggiore servigio prestato da lui direttamente alla filosofia. Tradusse i libri anche di Plotino, e si affaticò molto intorno a Proclo, a Giamblico e agli altri della Scuola neoplatonica d’Alessandria; ne accolse le mistiche astrusità, e da quelle fu condotto infino ai sogni dell’Astrologia giudiziaria e ad altre consimili fantasie. La sua maggiore opera è un libro col titolo di _Teologia Platonica_, perchè nel pensiero di lui, platonico e cristiano erano tutt’uno; ed egli cercava per tal modo soddisfare insieme all’ingegno sottile ed al cuore dov’era la fede sincera e schietta: fu prete e parroco virtuoso, di vita semplice, di costumi puri; e, quale si fosse il valore delle sue dottrine, la conversazione di lui educava agli alti pensieri e alla bontà i molti suoi discepoli o seguaci. Innanzi alla morte del Ficino e poi molti anni, tenne in Firenze la cattedra di filosofia Platonica Francesco Cattani da Diacceto, che pei suoi libri si acquistò fama come illustratore di quella dottrina. Nei tempi di Marsilio, e di lui più vecchio, Cristoforo Landino [n. 1424, m. 1504] fu anch’egli platonico: scrisse in latino le Disputazioni Camaldolesi, un trattato sulla nobiltà dell’anima ed altre molte cose in prosa ed in verso; in lingua italiana, un dotto Commento e assai reputato sulla _Divina Commedia_; tradusse in volgare l’Istoria Naturale di Plinio; insegnò in Firenze le belle lettere e fu segretario della Repubblica: pochi s’agguagliarono a lui per l’onorata vita e pei servigi recati agli studi.
In quel secolo fu la Toscana oltremodo ferace d’ingegni, sebbene ad alcuni tra’ sommi nuocesse la varietà delle cose a cui si volsero nel tumultuare che le menti facevano in quella novità di studi tuttora immaturi. Il che si vidde in Leone Battista Alberti, nato in esiglio su’ primi anni del quattrocento, di quella famiglia che noi vedemmo fieramente perseguitata in Firenze. Attese da giovane allo studio delle leggi e fu laureato nel diritto canonico, intantochè egli scriveva in latino una Commedia che fu creduta d’autore antico, e si rendeva singolare per forza e destrezza negli esercizi del corpo ed in tutte le arti liberali e cavalleresche. Artista e scrittore non trascurò la pittura e la scultura ma fu grande nell’architettura, di lui rimanendo per l’Italia alcuni insigni edifici, tra’ quali bellissima la chiesa in Mantova di Sant’Andrea: scrisse un trattato di quest’arte, libro che lo pone anche oggi tra’ primi che ne furono maestri. Si dilettò molto della meccanica, ingegnandosi a comporre macchine che riuscirono singolari massimamente per ciò che spetta all’arte nautica: nella scienza della prospettiva fu maestro a quelli che dopo lui vennero. Seguendo in filosofia le dottrine platoniche, scrisse non pochi trattati di cose morali in lingua volgare. Uno tra questi che ha per titolo della _Famiglia_ contiene nel terzo Libro la materia di quello che lungamente andò col nome di Agnolo Pandolfini. Duole a noi spogliare il buono e onorato vecchio della lode che a lui ne venne: certo che il libro si direbbe opera d’un massaio anzichè d’uomo a cui fa peso l’erudizione, ed il cui scrivere in volgare parve aspro agli stessi amici suoi, per essere egli nato in esiglio ed assai tardi venuto in Firenze. Ma poichè vediamo lui stesso chiamare _nudo lo stile di quel terzo libro, essendosi in quello provato a imitare il greco soavissimo scrittore Senofonte_, non rimane altro a noi (se falsa non sia quella lettera), che ammirare qui pure l’ingegno tanto pieghevole dell’Alberti, dolendoci che sempre non abbia egli scritto nudo a quel modo. Poco egli visse in Firenze, dov’era stata dal Medici richiamata la famiglia degli Alberti; e morì l’anno 1472.
Abbiamo narrato di Sant’Antonino il suo valore anche nelle lettere: dicemmo assai di Giannozzo Manetti del quale non ebbe Firenze altro cittadino più lodato nella vita civile nè più di lui autorevole per sapere. Scrisse molti libri, dotto com’egli era in greco e in latino, ma con predilezione si diede all’ebraico; tradusse da questa lingua il Saltero, combattè i giudei, trattò argomenti di religione e di morale, cui bene serviva con la integrità del costume. Infelice come cittadino, Giannozzo fu l’ultimo che insieme attendesse alla Repubblica e agli studi: la vita civile diveniva più angusta, intantochè si apriva un campo più vasto alla vita letteraria che già in quel tempo si diffondeva per tutta Italia. Ma pure i Medici non disdegnavano chiamare agli uffici i letterati devoti a loro, e si onoravano con l’inviarli ambasciatori a’ Principi forestieri: così è che ascese ai più alti gradi in quella nuova sorta di Repubblica Matteo Palmieri, il quale ottenne stima di solenne letterato per le molte opere da lui composte, ma oggi meno lette. Tra queste primeggia un trattato sopra la _Vita Civile_, che fu tradotto anche in francese, ed una Cronaca dalla creazione del mondo fino a’ suoi tempi, con altre minori opere istoriche, e un Poema teologico in terza rima ad imitazione di Dante, che ha per titolo _Città di Vita_. I Segretari o Cancellieri della Repubblica si sceglievano per antico uso, come abbiamo detto, tra gli uomini letterati, che tali furono Carlo Marsuppini, e Benedetto Accolti aretini e Bartolommeo Scala da Colle in Val d’Elsa. Ebbe l’Accolti un fratello di lui più chiaro come giureconsulto, di nome Francesco, seduto su varie cattedre in Italia. Filippo Bonaccorsi, nato in San Gimignano, che ad uso di quella età pigliò nome di Callimaco Esperiente, giovane appartenne a quell’Accademia Romana che poi soffriva fiere persecuzioni; donde scampato viaggiò per l’Oriente, e fermatosi in Polonia e divenuto ivi grande personaggio, scrisse in latino assai elegante l’Istoria della infelice guerra nella quale venne a morte l’ultimo nazionale re d’Ungheria. Un altro sangimignanese Paolo Cortese, cui diede fama un libro di Teologia purgata dal gergo scolastico, soleva menare la vita in un castello presso al luogo nativo, dove accoglieva i dotti, e di alcuni dettava le Vite.
Abbiamo a stampa, ma in troppo scarso numero, le prediche di San Bernardino da Siena, che al modo di altri celebri e più antichi Frati sermoneggiando sulle piazze delle città d’Italia, predicava la cessazione dalle inimicizie cittadine; oratore concitato, ricco di figure, caldo e abbondante come avvezzo a sempre cercare gli effetti subiti sulle moltitudini. D’un altro senese che fu Enea Silvio Piccolomini, papa col nome di Pio II, bene fu detto avere egli scritto più libri che altr’uomo ozioso, e trattato più faccende che altri ad esse unicamente rivolto. Viaggiò dell’Europa alcune parti ancora meno note, descrivendo i luoghi osservatore acutissimo, fu ministro dell’imperatore Federigo III, fu cancelliere del Concilio di Basilea e propugnatore della contesa ivi sostenuta contro a papa Eugenio. Disciolto il Concilio, si acconciò col Papa; Legato in Germania ch’egli bene conosceva, sostenne acremente ivi le parti della cattedra pontificia, e questa tenne poi decorosamente avendo finita, coma narrammo, la vita nelle fatiche di un troppo ardito divisamento. Le opere sue tutte in latino, oltre agli scritti di controversia ed alle Poesie, contengono Istorie del tempo suo, Commentari e descrizioni di paesi; i fatti d’Italia narrò fin presso alla morte sua, quelli della Germania come attore o come testimone sempre autorevole quando anche appassionato: scrittore copioso, arguto, gratissimo a leggere per una sua eleganza e disinvoltura signorile da lui acquistata nella pratica dei grandi uomini e delle grandi cose; ingegno vario, di cui fu danno che non si abbellisse la lingua italiana.
Le Scienze allora sorgevano anch’esse, nelle quali non possiamo tacere il nome di Paolo Toscanelli che non si vuol confondere con un altro fiorentino Paolo Dagomari, detto dell’Abbaco, vissuto prima che il Toscanelli nascesse l’anno 1397. Dotto di cose astronomiche, derise l’Astrologia: essendo venuta a compimento la grande Cupola di Santa Maria del Fiore, pensò d’apporre in cima d’essa uno Gnomone rimasto famoso. Questo per la grande altezza disegna con raggio più lungo più larghi gli spazi, i quali lo spettro solare fa correre dal foro, ch’è in cima, sul marmo infisso nel pavimento; dal che più distinto riesce il punto meridiano, e più si determina il momento del solstizio. Ma gloria maggiore ebbe il Toscanelli dall’essere stato _cagione in grande parte al Colombo d’intraprendere il grande suo viaggio_; il che sappiamo dalla Vita che Ferdinando Colombo ha lasciato del suo genitore. Paolo, curioso della Geografia, ebbe da mercanti fiorentini e da certi uomini inviati dalle Indie al papa Eugenio IV notizie di quei paesi e occasioni di farsi un concetto, fortunatamente sbagliato, della via da percorrere per giungervi da Occidente. Ne scrisse a un Martinez canonico di Lisbona, il quale avendone tenuto discorso al Colombo, questi per mezzo di un Giraldi fiorentino ch’era in Lisbona mandò per lettera al Toscanelli l’annunzio del suo disegno ed una piccola sfera sulla quale aveva segnato il viaggio; donde il Toscanelli mandava al Colombo una Carta da navigare con gli spazi segnati a suo modo: a tutti è noto che il Colombo credeva la prima terra da lui toccata fossero le Indie. Il Toscanelli non ebbe tempo di sapere a quale uomo e a quale scoperta avesse in perpetuo egli associato il nome suo, morendo l’anno 1482.
Qui male possiamo noi definire in brevi tratti Leonardo da Vinci [n. 1452, m. 1519], intelletto portentoso e inesplicato nella vasta potenza sua, che in sè racchiudeva come una divinazione iniziatrice delle scienze le quali si ampliarono dopo di lui. Tiene Leonardo come artista tra i sommi un luogo tutto suo proprio e quasi appartato, perchè non bastandogli il bello esprimere come forma, intese a condurlo per via del pensiero fino all’ultima idealità sua; cercò degli affetti le ragioni più riposte; e dopo averne dentro all’animo concetta l’essenza per via d’astrazione, fece suo studio tradurla con l’arte in immagine visibile: nè ciò gli bastava, chè un altro studio tutto diverso poneva egli quindi nei mezzi meccanici che all’arte dessero compimento. Dei suoi dipinti, che procedevano lentamente, pochi rimangono: il Cenacolo in Milano, sebbene quasi perito, è per eccellenti copie negli occhi di tutti; gli studi, i bozzetti, le prove mutate con sottili differenze abbiamo in gran numero, perchè egli fu ingegno ch’era impossibile soddisfare. Un colosso equestre di Francesco Sforza, del quale aveva già fatto il modello, fu distrutto dai Francesi quando l’anno 1500 entrarono in Milano; si perdè il cartone d’un grande dipinto che doveva ornare Firenze. Ma egli ebbe intelletto essenzialmente speculativo: scrisse trattati sulla Pittura e sopra l’Idraulica: abbiamo libretti dov’egli segnava i suoi calcoli e le invenzioni sue, le macchine da lui tentate, gli studi d’algebra, di geometria e quelli intorno alla meccanica razionale, alla dinamica, all’ottica, all’anatomia degli uomini e degli animali; trovò la teoria del moto dell’onde, studiò il volo degli uccelli, osservò fatti tra i più reconditi ch’abbia la natura, intorno ad essi lasciando formule che tuttavia sono rimaste alla scienza. In questi frammenti dei suoi studi, gli ardui problemi che egli aggrediva col pensiero ne mostrano quanta solidità fosse in quella sua mirabile estensione. Era oltreciò bello e forte della persona; eccellentissimo nella musica e inventore d’alcuni strumenti. Non ebbe fortuna con Leone X; accolto in Milano da Lodovico il Moro, condusse l’opera del Canale detto il Naviglio, e lavorò intorno alle fortificazioni; amato dal re Francesco I, dimorò in Francia alcuni anni e quivi moriva in un castello presso Amboise, nè già in Milano e nelle braccia di quel Re come fu detto fino ai giorni nostri. Aveva Leonardo spinto il pensiero fino a cercare una generale proporzione la quale servisse a lui come artista per la figura dell’uomo, e come fisico gli mostrasse le leggi supreme a cui si conforma la struttura delle cose. Quindi Fra Luca Pacioli da Borgo San Sepolcro, amico e compagno di lui pubblicava, su quell’idea un libro _della divina proporzione_: era il Pacioli pratico nei calcoli, avendo in più libri raccolto d’algebra e di geometria quanto si sapeva al tempo suo, e dato notizia di antichi studi matematici in oggi perduti, tra’ quali primeggiano alcuni frammenti del pisano Fibonacci.