Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 29
Viveano però tuttora con esso come in termini d’amicizia; e un Segretario della Repubblica passando a Milano per altre faccende, ebbe parole col Duca, da prima guardinghe e contenute; ma un altro giorno Galeazzo incontratosi col Segretario e rimanendo solo con lui: «Certo (gli disse) voi Veneziani, avendo il più bello stato d’Italia, avete gran torto a non vi contentare e a turbare la pace d’altri. Se sapeste la mala volontà che tutti hanno contro di voi, vi si rizzeriano i capelli, e lasceresti vivere ognuno nel suo Stato. Credete che queste potenzie d’Italia legate insieme sieno amiche fra loro; certo no; ma la necessità gli ha condotti e si sono stretti per paura che hanno di voi e della vostra potenza. Vi pare aver fatto una bell’opera, aver messe le armi in mano a tutta Italia? Se sapeste quel che mi viene offerto in Lombardia acciocchè vi rompa guerra; vi maravigliereste. E quelli de’ quali vi fidate, saranno i primi a farvela. Credete che io vi dico il vero, e ve ne avvedrete; lassate, lassate vivere ognuno. Quando morì mio padre, parendomi avere un bello Stato, andava a sparviero, mi dava buon tempo e non mi pensava ad altro; ora m’è stato necessario unirmi col re Ferrando, ch’è mio nemico capitale. Con questo vostro Bartolommeo avete messo le armi in mano a tutta Italia, e vi par d’avere fatto bene; ma ve n’avvedrete. Vi giuro che il Papa, che è vostro gentiluomo, farà peggio che gli altri; e se la guerra continua, egli sarà il primo che si muoverà contro di voi per avere Faenza, Forlì, Ravenna e Cervia. Il Re, se avesse tanta possanza quanto ha mala volontà contro di voi, non vi lassería comparire al mondo. Non è un’ora che il suo ambasciatore m’era all’orecchio; e perchè vede che io non mi muovo, crede ch’io abbia qualche segreta intelligenza con voi. Fiorentini e Genovesi, quanto vi siano amici lo intendete, e così tutte le altre comunità d’Italia. Si dice che volete divorare ognuno: e adesso avete tanta spesa, che non vi avanza danari. So in che modo riscuotete queste vostre decime, con quanta fatica e difficoltà per i gridori di tutta la città. So che v’avete fatto prestar danari ai banchi e a’ vostri cittadini, e che non li avete ancora soddisfatti (e qui il Segretario, che riferisce il discorso, dice che il Duca parlava come se fosse stato a Venezia presente a tutte le cose). I Signori hanno un gran vantaggio sopra le Signorie, perchè ad esse conviene fidarsi d’altri, ed i Signori sono di continuo sul fatto. Io non conosceva nessuno degli uomini d’arme di mio padre, io era un bufalo nelle cose della guerra, e voi mi avete fatto diventare un Merlino mago. Se volete pace, l’avrete; se volete guerra, averete la più pericolosa che abbiate avuto ai vostri dì. Siete soli, e avete tutto il mondo contra; non solamente in Italia, ma anche di là dai monti. Consigliatevi bene, e perdio ne avete bisogno; so quel che vi dico. Avete un bello Stato e maggiore entrata che potenza d’Italia: non la sbaragliate; _dubius est eventus belli_. Non vi potete scusare che non siate stati causa d’ogni inconveniente. Vi prego non date fastidio ad altri; state in pace per bene vostro e della Cristianità.» E perchè il Segretario cercava di scusare la Signoria, Galeazzo soggiunse: «Quanto più mi dite, tanto men vi credo.[445]»
La guerra continuava, e il Colleoni entrato nella valle di Castrocaro, prese Dovadola, ch’egli voleva si desse ai fuorusciti fiorentini; i quali erano seco in campo. Questo negarono i terrazzani, ma in Firenze era timore d’assalto maggiore in Toscana, per il che facevano istanze col Duca rompesse la guerra in Ghiaradadda. Ma nè il Duca nè i Veneziani voleano troppo grande incendio; e questi delle cose avvenute si scusavano dicendo, il Colleoni, libero dalla ferma, avere per proprio suo conto fatto prova della fortuna, ond’essi temendo non s’accostasse ai nemici loro, e non facendo per la Repubblica che egli fosse oppresso, gli aveano dato qualche aiuto, ma non però tanto quanto sarebbe bisognato. Le cose stesse diceano a Tommaso Soderini ambasciatore della Repubblica di Firenze; ed aggiugneano, desiderare sopra ogni cosa che fra le due Repubbliche fosse buona lega, la quale vietando al Duca ed al Re di accrescere le forze loro, avrebbe dato sicura pace a tutta Italia. Teneano frattanto in ponte il negozio delle robe tolte sulla nave Anconitana, che poi furono liberamente restituite. Il Soderini avrebbe molto ambito l’onore di conchiudere egli la pace in Venezia, per la quale Borso marchese d’Este, com’era costume di quei Principi, s’adoperava;[446] ma intanto a fermarla avea posto mano con grande passione Paolo II, e in Roma già erano ambasciatori delle due parti; i quali perchè non s’accordavano, pronunziava ai due di febbraio 1468 il Papa di proprio suo moto e imponeva con la pienezza della potestà sua l’accordo in tal modo, che ognuno tenesse quello che avea prima della guerra, e che a Bartolommeo Colleoni fossero pagati cento mila ducati l’anno per fare impresa in Albania contro ai Turchi, contribuendo alla spesa tutti gli Stati d’Italia, ed il Papa stesso offrendosi darne la parte sua.[447] Ciò andava a grado dei Veneziani; ma v’era poi anche ordinata una lega universale, della quale non volevano sapere: quando ebbero però veduto che l’altra parte non consentiva l’accordo, l’accettaron essi; e intanto facevano danari e soldati e mettevano in golfo galere, del pari mostrandosi apparecchiati alla guerra e alla pace. I Fiorentini s’armavano anch’essi, e ponevano gravezze d’un milione e duegento mila fiorini da riscuotersi in tre anni; facevano grandi pratiche per l’Italia, e diceano essere intollerabile cosa che tutti avessero a mantenere colui ch’era stato sola cagione di tutto il male, come se fossero da lui stati vinti. Per questi rifiuti il Papa forte incollerito, minacciava la censura contro a chiunque non accettasse la Bolla; i Fiorentini faceano motto di appellarsene al Concilio; ma quando le cose più minacciavano di guastarsi, il Papa togliendo via la parte che risguardava il Colleoni, pubblicava la Bolla corretta; e questa essendo da tutti accettata, venne la pace conchiusa nel maggio seguente. Nè fu in Italia altra turbazione; se non che essendo poco di poi morto Gismondo Malatesta signore di Rimini, e la successione andando in Roberto suo figlio bastardo, Paolo II diceva estinta la linea, e mandò genti per la rioccupazione di quello Stato: ma in breve guerra le forze del Papa essendo sbaragliate da Federigo conte d’Urbino, col quale andavano cinquecento cavalli assoldati dalla Repubblica di Firenze, Roberto ebbe la possessione che poi tenne con molto onore del nome suo.[448]
In questo tempo i Fiorentini aveano comprato da Lodovico Fregoso, per trentasette mila fiorini d’oro, Sarzana, Sarzanello ed altre fortezze; che fu tenuto buono acquisto, guardando esse la via di Genova e quella della Val di Taro, donde erano spesso venuti assalti di Lombardia. Ma i fuorusciti non ristavano, e in città e fuori o trame si ordivano, o i reggitori le supponevano a fine di togliere con altre condanne a sè la paura o sfogare odii e cupidigie. Un altro Neroni fu giudicato ribelle, perchè aveva rotto i confini; mozzo il capo ad un Orlandi, perchè voleva dare Pescia ai banditi; per un trattato che si disse avere scoperto, presi e sbanditi un Capponi, un Alessandri, un Pitti, uno Strozzi, e con essi un figlio di quel Tommaso Soderini ch’era primo nella parte di Piero dei Medici; così le famiglie divise e disfatte cadevano dalla antica potenza, e nel comune abbassamento rendeasi agevole la tirannide. Nella Romagna un Francesco da Brisighella era venuto per occupare di furto la rôcca di Castiglionchio su quel di Marradi, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì e da Galeotto Manfredi che, morto il padre suo Astorre, teneva allora il dominio di Faenza: in poco tempo gli assalitori furono presi e dannati a morte. Maggiore caso avvenne in Prato l’anno di poi, che anticipando i tempi vogliamo narrare qui. Due della famiglia Nardi, Silvestro e Bernardo, con più ardimento che senno e pochi compagni, entrati un giorno in Prato e corsa la terra a rumore chiamando il popolo a libertà, della quale non avrebbe saputo che farsi, fecero prigione il Potestà Cesare Petrucci, pigliato avendo in nome loro il governo della terra. Ma durò poche ore, imperocchè essendo in Prato per sue faccende Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, e visto il poco fondamento che aveva l’impresa, raccolse in fretta quanti erano ivi di sua confidenza, e assaltò il Palagio dove uno dei due fratelli fu preso e ferito. Da Firenze andava, saputosi il fatto, soccorso di fanti con Ruberto da Sanseverino Capitano della guerra; ma udirono in Campi finita ogni cosa; e il Nardi con altri, menati in Firenze, furono decapitati.[449]
Aveano i Medici così ottenuto finale vittoria, non che su’ nemici ma sopra i complici e strumenti dell’inalzamento loro, resistenza ultima che incontrino intorno a sè le Signorie nuove: possedeva Piero, gottoso ed attratto che non gli restava altro di libero che la lingua, più assoluta dominazione di quella che avesse avuta Cosimo padre suo. Fu detto che, o fosse benignità o cautela, sapendo lasciare dopo sè due figli per anche immaturi, volesse quando era all’estremo della vita richiamare in Firenze tra’ fuorusciti coloro che meglio credesse potersi riguadagnare col beneficio, e primo fra tutti Agnolo Acciaioli.[450] Pigliava egli intanto coscenza e abitudini quasi di principe, e in Casa i Medici si viveva più signorilmente di quello che fosse usato da Cosimo. A nuovi costumi crescevano i figli; Lorenzo, il maggiore e il più promettente, dal padre era inviato per viaggi frequenti alla familiarità dei Principi e al vivere ornato e gaio, e splendido soprammodo per tutta Italia, delle corti. Troviamo Lorenzo che aveva appena diciotto anni, mandato a quelle dei Bentivogli in Bologna e degli Estensi in Ferrara, indi a Milano ed a Venezia; in Roma ed in Napoli era nell’estate del 1466. Il padre scrivevagli: «ricordati di farti vivo, e fare conto d’essere uomo e non garzone, e metti ogni industria e ingegno e sollecitudine in renderti tale che s’abbi materia operarti in maggiori cose; e questa gita è il paragone de’ fatti tuoi.[451]» I fatti mostravano già in lui singolare prontezza di spiriti e precocità di senno, e nato l’animo alle grandi cose; lo vedemmo sagace ed ardito salvare il padre nei pericoli del 66, e avere la mano in quelle pratiche, e trattare con la Signoria come uomo già fatto: per queste cose il re Ferrando a lui scriveva lettera amplissima di gratulazioni e laudi tali, che a fatica si crederebbero da lui date a un garzoncello quasi imberbe. Lorenzo aveva dai primi anni esercitato l’ingegno nelle lettere, alle quali Gentile da Urbino e il greco Argiropulo erano stati dal padre chiamati a indirizzare il presagio ch’egli di sè dava: abbiamo di lui componimenti d’amore scritti in età quasi fanciullesca. Marsilio Ficino iniziava il giovane Lorenzo alla filosofia di Platone; della quale un libro, lodato a quei tempi, di Cristoforo Landino lui figurava disputatore con Leon Battista Alberti ed altri dotti fiorentini nelle selve di Camaldoli.[452] In casa i Medici era gran ritrovo di uomini letterati, ed ivi faceano capo gli stranieri: madre a Lorenzo fu Lucrezia Tornabuoni, matrona che tutta era nel coltivare la poesia religiosa, e della quale abbiamo a stampa inni sacri dove il sentimento prevale sull’arte: della materna educazione le tracce rimasero non mai abolite, sebbene confuse pel vivere sciolto di lui, per la fantasia ardita, e per la torbida incostanza di quella età quando il paganesimo s’intrudeva negli studi e nella vita e in ogni cosa anche più sacra. Ebbe Lorenzo statura più che mediocre, robuste le membra, ma priva la faccia di venustà pel naso schiacciato e le ampie mascelle; róca la voce, la vista debole, e nullo il senso dell’odorato. Di ventun’anni tolse in moglie la Clarice figlia del signor Iacopo Orsino, _ovvero_ (scrive egli in certi Ricordi) _mi fu data_. Per quella occasione sulla piazza di Santa Croce fu celebrata a’ 7 febbraio 1469 una Giostra molto grande e molto magnifica, la quale era stata bandita più mesi innanzi; e vi accorsero da tutta Italia signori e giovani cavalieri. «Per seguire e far come gli altri, (scrive lo stesso Lorenzo) giostrai con grande spesa e gran sunto, nella quale trovo che si spese circa a ducati dieci mila; e benchè in armi e di colpi non fossi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto tutto fornito d’ariento con un Marte per cimiero.[453]» Non egli cercava la gloria delle armi, cui non l’avevano educato; ma in lui s’accoppiava con l’elevatezza dell’ingegno, l’industria paziente dell’uomo di Stato. Così era già egli tale da reggere ed ampliare la Casa sua, quando Piero dei Medici finiva la vita ai 3 dicembre 1469.
CAPITOLO V.
GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’ MEDICI. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI; MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.]
Convennero insieme dopo la morte di Piero gli amici di casa e con essi molti dei più solleciti all’ossequio, da tutti essendosi deliberato di mantenere nei due giovani, Lorenzo e Giuliano, la preminenza nella città, che l’avo ed il padre erano soliti di godere. Ma questa nè dare veramente si poteva, nè oramai togliere per consigli; nè Tommaso Soderini, il quale orò nella radunanza siccome fra tutti il più autorevole, avea tale seguito di partigiani da porre in dubbio se alle sue case o a quelle dei Medici dovesse far capo e ivi consistere la Repubblica. Scrive Lorenzo nei _Ricordi_, come a lui andassero, «il secondo giorno dopo la morte del padre, i principali della città a confortarlo ch’egli pigliasse la cura dello Stato, come aveano fatto i suoi maggiori;» il che avrebb’egli, «per essere contro all’età sua giovanile e di gran carico e pericolo, mal volentieri accettato, e solamente per conservazione degli amici e delle sostanze, perchè a Firenze si può mal vivere ricco senza lo Stato.[454]» Facea ben egli a sè munimento della provetta esperienza di Tommaso Soderini e del gran nome che aveva questi in città e fuori; molto estimava i consigli di Giovanni Canigiani, usava l’antica destrezza d’Antonio Pucci ed il pieghevole ingegno di lui pronto ai servigi di Casa Medici. A questi però aveva cura d’opporre altri di minor conto e di poco seguito, notando suo padre di scarsa prudenza per avere lasciato alzare attorno a sè troppo quei tre o quattro cittadini dai quali gli vennero quindi i travagli del 66. Diceva altresì, che ascoltare molti pareri e farne capitale, era avere oltre al cervello suo quello degli altri;[455] ma fin d’allora per sè ogni cosa deliberava, in Giuliano essendo natura più quieta e animo dedito ai piaceri.
Col duca Galeazzo Maria di Milano grande era e scambiata d’uffici frequenti l’amicizia di Lorenzo. Questi avea tenuto al fonte battesimale il figlio primogenito di esso Duca; al quale effetto recavasi a Milano, dimorando ivi più giorni con grande solennità: di quel viaggio principesco abbiamo ragguagli in certe lettere molto familiari, che Lorenzo faceva scrivere a madonna Clarice sua moglie da messer Gentile da Urbino, stato suo maestro e che poi divenne vescovo d’Arezzo.[456] Fu egli compare anche a più altri figliuoli del Duca; il quale nell’anno 1471 del mese di marzo veniva a Firenze insieme alla moglie Bona di Savoia, la cui sorella avea per marito Luigi XI re di Francia. Di quella età non si avrebbe compiuto il carattere, se in mezzo ai fatti di guerra e di Stato non si narrassero le magnificenze. Recava con sè il duca Galeazzo cento uomini d’arme e cinquecento fanti per la sua guardia, cinquanta staffieri vestiti di panno d’argento e di seta, cinquanta chinee menate a mano per la persona della moglie, e cinquanta corsieri per lui con ricchissimi guarnimenti: coppie di cani e falconi e sparvieri in grande numero per la caccia. Avea per servizio della duchessa e delle sue dame fatto condurre per l’Alpe a schiena di mulo dodici carrette con le coperte di panno d’oro e d’argento ricamato: allora si dava questo nome alle carrozze, delle quali era grande uso in Milano e molto celebre la fabbricazione: in tutto, la Corte del Duca menava due mila cavalli. Lorenzo alloggiava i principi in casa ed a spese sue, i cortigiani per la città serviti dal Comune. Grande la pompa di feste pubbliche; nelle chiese rappresentazioni sacre: per una di queste arse il bel tempio, non per anche finito, di Santo Spirito, che tosto venne riedificato. Il Duca ammirando in Casa Medici la magnificenza congiugnersi a somma squisitezza d’arti belle, e i dipinti e le sculture de’ maestri eccellenti che aveano allora sede in Firenze, e le tante opere d’antichità che a grande studio quella veramente sontuosa famiglia radunava da tutta Italia e dalla Grecia, si chiamò vinto, secondo che scrivono; dicendo, nulla essere a petto a quelle di Casa Medici le splendidezze a cui bastava la sola copia del danaro. Tempi erano pieni d’eccitamenti all’ingegno, le fantasie deste alle arti del bello, vagante il pensiero, il costume sciolto; del popolo di Firenze briosa la vita, spensierata, motteggiante. «Dove si vidde cosa in quel tempo nella nostra città ancora non veduta, che sendo il tempo quadragesimale, nel quale la Chiesa comanda che senza mangiar carne si digiuni, quella sua Corte, senza rispetto della Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. Se dunque quel Duca trovò la città di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi a ogni bene ordinata civiltà contrari, la lasciò molto più.» Abbiamo trascritto qui parole del Machiavelli.
In mezzo e a cagione di tali costumi, la libertà se ne andava. I Signori per luglio e agosto 1470 nel principio del loro ufficio aveano fermato tra loro e vinto nei Collegi che degli accoppiatori stati dal 34 in poi con alcuni arroti, si dovesse trarre ogni anno cinque, i quali facessero le imborsazioni dei Gonfalonieri e dei Priori anno per anno, per quanto duravano le borse a mano; e che a far valida detta provvigione bastasse ottenerla solamente nel Consiglio dei Cento; nel quale essendo proposta due dì, non si vinse; ed i Signori medesimi veduto che a tutti riusciva odiosa, l’abbandonarono. Ma pure a ogni modo per assicurare quello Stato era mestieri di chiudere in pochi la scelta dei magistrati; al che si prestava la mala usanza delle tratte, formando le borse ad arbitrio volta per volta di chi dominava. L’anno dipoi a quaranta cittadini fu data balía di eleggerne dugento, che si chiamò Consiglio maggiore, cui spettasse regolare gli squittinii di dentro e di fuori. Annullarono il Consiglio del Comune e quello del Popolo, nei quali fin dalla istituzione della Repubblica avea fondamento la libertà cittadina; ogni cosa riducendo nel Consiglio dei Cento fidati, che nuovamente riordinarono. Quella Balía fu prolungata per altri quattro mesi a fare lo squittinio di dentro e di fuori; al quale elessero dieci Accoppiatori con autorità grandissima: era di quel numero lo stesso Lorenzo de’ Medici con Giovanni Canigiani e Antonio Pucci; gli altri, tutti dei più aderenti, perchè negli squittinii sempre era la somma di tutto il negozio, vagliandosi allora per un corso d’anni successivi i nomi di quei cittadini sui quali dovessero cadere gli uffici. Ma nelle Balíe, che pure dovevano in sè mostrare qualche poco di libertà, mettevano uomini che tutti non fossero d’un solo colore: non v’erano lotte palesi e a viso alto, ma vi erano inciampi; ed in quegli anni, quando voleasi mutare la forma popolare in principesca, non tutti i partiti riusciva vincere alla prima, o vinti, non avevano esecuzione. Accadde ciò quando si volle ridurre le quattordici Arti minori a sole cinque, vendendo i beni delle vacanti per fare un altro Monte da pagare i provvigionati e castellani. Ma, come è notato da Alamanno Rinuccini, «parve cosa che pretendesse a altro fine più importante, a chi la considerava bene;» perch’era disfare sin anche i nomi delle cose più antiche e più care all’universale: così parve bene lasciarla da parte. Intanto l’aggravio dei Catasti raffittiva; nè tutti pur questi si vincevano, ed un Notaio delle Riformagioni fu condannato perchè si disse avere egli falsato un partito. Volevano tutte mandare a fondo le istituzioni più capitali, e decretarono vendere i beni non che dell’uffizio della Mercanzia, ma quelli disfare della Parte guelfa, la quale invero avea perduto l’antico valore; i Papi non erano allora più guelfi degl’Imperatori, e i re di Puglia Aragonesi preparavano le vie d’Italia a Carlo V. Coteste vendite, benchè a rilento, pure si facevano, e il magistrato di Parte guelfa sotto altro nome passò a curare le opere pubbliche. Oltre ai castellani, ch’erano dei loro, i Medici vollero avere anche un’altra forza nel contado, pel quale crearono un Bargello con cinquanta armati; dapprima a breve tempo, che poi si prolungava, rendendo agevole per tali industrie l’assuefazione.[457]