Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 28
Usciva dipoi Niccolò Soderini Gonfaloniere per gli ultimi due mesi di quell’anno, e parve che per lui si avesse a restaurare la libertà con modi civili, secondo che gli uomini più assennati desideravano; laonde fu egli accompagnato in Palagio da gran moltitudine di cittadini, e per via gli fu posta in capo una corona di ulivo. Ma egli, com’era più atto a svelare con l’eloquenza i mali che non con l’opera a correggerli, avendo al principio del suo magistrato due volte radunato prima cinquecento e poi trecento cittadini, e ad essi con lunga ed ornata diceria mostrato i disordini, e chiesto che ognuno in quanto ai rimedi volesse esporre il parer suo, molti dicitori saliti in tribuna, chi l’una e chi l’altra cosa proponevano; così le due volte pei dispareri dei consultori nessuno effetto ne conseguitava. Tentarono quindi egli ed i suoi di levare via il Consiglio del Cento che disponeva di tutte le cose importanti della città; al che essendosi opposti alla scoperta gli amici di Piero, finalmente ciò impedirono. Ebbe anche pensiero il Soderini di rivedere i conti a coloro che avessero avuto amministrazione nello Stato; del che Luca Pitti non volendo per nulla sapere, non se ne fece cosa alcuna. Corresse con molta fatica poche delle esorbitanti cose fatte in addietro; volle dal popolo essere creato Cavaliere, ma non l’ottenne. Infine avendo consumato il tempo dell’ufizio suo nel rivedere le borse e fare il nuovo squittinio, lunga opera e odiosa a molti, cedeva con poca sua reputazione il magistrato il quale con tanta aspettazione aveva preso. Al che si credette averlo condotto massimamente i consigli di messer Tommaso Soderini suo fratello, che era molto amico a Piero e uomo da non volere commettere, senza utile certo, a nuovi pericoli le sorti della città.[429]
Ma in questa si venne a scoperta divisione quando per la morte di Francesco Sforza duca di Milano, avvenuta il giorno 8 di marzo 1466, parve casa Medici avere perduto l’antico sostegno ed essere in dubbio la pace d’Italia. Sebbene Venezia impegnata nelle guerre contro al Turco, sola difendesse la Cristianità sul mare intanto che gli Ungheri la difendevano sul Danubio, pure la molta potenza di quella Repubblica e l’ambizione perseverante e la finezza dei consigli e quella stessa superbia di modi ch’ella usava nel trattare con gli altri Principi e Stati d’Italia,[430] a tutti la rendevano odiosa e temuta; e quindi la lega che lo Sforza e Cosimo avevano stretta, ed alla quale Ferrando re di Napoli aderiva, parea necessaria a comune difensione. A questo Re si era lo Sforza congiunto per iscambievoli parentadi, e fu accusato d’avere anche avuto le mani nello scellerato tradimento pel quale Ferrando tirava a morte Iacopo Piccinino tra mense ospitali e sotto apparenze d’amicizia sviscerata.[431] Con arti migliori teneva lo Sforza il ducato di Milano, dove tra’ Visconti non era stato, a mio parere, chi lo agguagliasse nelle virtù di principe, come niuno lo avea pareggiato nella scienza della guerra. Levando in istima tra gli stranieri il nome suo e le armi d’Italia, aveva mandato in Francia soccorso di quattro mila cavalli al re Luigi XI nella guerra contro ai suoi Baroni e contro ai Duchi vassalli di Borgogna e di Brettagna; ed era in quelle armi Galeazzo Maria suo figliuolo primogenito, quando essendo il duca Francesco venuto a morte quasi all’improvviso, al figlio convenne ricondursi nello Stato, non senza pericolo d’insidie per via, ma quivi accolto ed acclamato. Fu sempre fatale ai principi Italiani che se uno sorgesse di pregio eminente, avesse figliuoli al tutto degeneri: Galeazzo educato al fasto e ai riposi della corte, ignaro delle armi, nè illustrandosi che pei vizi, di molto abbassava nel breve suo regno la reputazione della Casa Sforza.
La Repubblica di Firenze mandava ambasciatori a Milano Bernardo Giugni e Luigi Guicciardini, i quali offerissero al nuovo Duca tutte le forze della città e sopravvegliassero ai casi occorrenti. Trovarono quello Stato in gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra co’ Veneziani: richiesti, scrissero a Firenze perchè si stanziasse, come s’era fatto più volte nei tempi del duca Francesco, qualche danaro in prestanza, pigliando l’assegna sopra alle entrate più vive della città. Fu risposto che offerissero quaranta mila ducati; e su questa sicurezza vennero in Firenze, co’ due che tornavano, gli ambasciatori del Duca per trattare i modi e procurare lo stanziamento.[432] Piero dei Medici e i suoi allegavano le antiche ragioni che ebbe suo padre di mantenere l’amicizia con lo Sforza; gli avversari, quelle che già noi vedemmo ai tempi di Cosimo essere addotte contro una lega la quale pareva d’utile privato più che di pubblico: aggiungnevano ora, non valere il figlio quello che il padre valeva, e non v’essere motivo sufficiente di scomodarsi per lui. Al che non bastando avere opposto, che la debolezza del giovine Duca tanto più dava necessità di fare sforzi a mantenerlo, il ch’era salute di tutta Italia; non fu il pagamento, sebbene promesso, mai pei Consigli deliberato.
Da indi in poi gonfiati gli animi, le divisioni si resero vie più manifeste. Ma i primi sei mesi di quell’anno 1466 le due parti stavano l’una contro dell’altra in aspetto; e la Signoria, volendo pure fare qualcosa, ordinava che i cittadini atti ai maggiori uffici prestassero giuramento di non s’obbligare a parte veruna, di non fare segrete combriccole e di non servire che alla Repubblica.[433] Giuramenti, come avviene sempre ne’ casi politici, osservati da coloro cui non bisognavano. Agli altri però giovava, sebbene diversamente, l’indugio: Piero tenendosi in possesso, ed i nemici di lui reputando che per essere le tratte libere si dovessero i magistrati bentosto empire d’uomini della parte loro, donde agevolmente e senza disordini la Casa dei Medici venisse a cadere da una autorità che risedeva in mani deboli; giudicavano che dove a Piero venisse meno la facoltà di valersi de’ danari del Comune, non potendo egli più sostenere l’antico credito nelle mercanzie, ruinerebbero le sue private sostanze e insieme con esse la reputazione nello Stato. Così aspettando volta per volta che una Signoria uscisse che fosse opportuna ai loro disegni, cercavano intanto di farsi aderenze negli altri Stati d’Italia, dove la pace era in dubbio, e nuove occasioni potevano suggerire consigli nuovi. Piero dei Medici era amico naturale al giovane duca Galeazzo Maria; ed un Nicodemo Tranchedini, uomo di gran fede col duca Francesco e che in Firenze risedeva da più anni oratore, manteneva quell’amicizia e consigliava Piero in tutte le cose. I congiurati aveano qualche speranza nel re Ferrando di Napoli; ma questi, per avviso di messer Marino Tomacelli che per lui stava in Firenze, pigliava partito di aspettare osservando senza scuoprirsi per alcuna parte. A Pio II era succeduto nel pontificato Pietro Barbo veneziano, che assumeva il nome di Paolo II. Questi da principio amico allo Stato dei Fiorentini, s’era poi molto alienato da essi quando alla morte del cardinale Scarampi, ch’era camarlingo della Chiesa ed uomo ricchissimo, volendo i nipoti di lui succedere nella possessione di gioie e danari ed altro mobile per somma grandissima che il Cardinale aveva in Firenze, e Luca Pitti come parente agli Scarampi favorendo quelle pretensioni loro, il Papa al contrario voleva che andassero alla Camera apostolica. Il che non poteva egli ottenere per la potenza di Luca Pitti: e ne fu per nascere gran divisione, il Papa essendone adirato forte; insinchè alla fine e dopo lunghe pratiche n’ebbe ragione, ed egli si tenne almen per allora neutrale in mezzo alle divisioni che pur minacciavano per tutta Italia di manifestarsi. Imperocchè tra’ Signori di Milano e la Repubblica di Venezia, se guerra non era, mantenevasi costante l’inimicizia: vedeano quelli dalle finestre del loro castello sventolare la bandiera di San Marco sulle mura di Brescia e di Bergamo, freno e minaccia alla potenza loro. I Veneziani mal sofferivano che le emule navi di Genova andassero congiunte agli eserciti di Lombardia, sempre avendo l’animo all’acquisto di questa provincia. In Romagna con la possessione di Ravenna tenevano come stretta Ferrara, obbligando quel Signore, e seco più altri minori Principi, a seguire la parte loro. Bologna intanto, sotto al governo de’ Bentivogli, stava con lo Sforza e coi Fiorentini: tra queste due parti dividevasi l’Italia, e guerra poteva uscirne ogni tratto, se quella col Turco non avesse trattenuto le male nascoste cupidigie del Senato di Venezia. Su questo fondavano gli avversi al Medici le speranze loro, mutare lo stato della Repubblica di Firenze essendo lasciare lo Sforza solo, e non temendo essi di rompere quella sorta d’equilibrio per la quale teneasi allora che stesse ferma la pace d’Italia.
A questo effetto andavano messi innanzi e indietro, segreti e palesi: fine d’ogni cosa era, una lega con la Repubblica di Venezia, la quale non si volendo scuoprire per allora sinchè non avesse fatta la pace col Turco, si tenevano le pratiche personalmente con Bartolommeo Colleoni da Bergamo, il quale essendo in sul finire della condotta co’ Veneziani, avrebbe in suo nome fatto quell’impresa. Trattavano anche di far venire in Italia il duca Giovanni d’Angiò, quando uopo fosse di contenere il re Ferrando mentre che i Veneziani, entrati nel ballo, opprimessero lo Sforza; al che si credevano anche soli di potere essere sufficienti. Conduceva queste pratiche Dietisalvi Neroni, intanto che Agnolo Acciaioli in nome di tutti scriveva al duca Borso d’Este richiedendogli consigli e aiuti, siccome quello che assai mostravasi ad essi amico. Rispose il Duca offrendosi andare, quando tempo fosse, co’ Veneziani, e che darebbe con le genti sue frattanto la mano alla mutazione dello Stato.[434] Era il mese d’agosto, e la Signoria che allora sedeva incerta e divisa, essendo prossima a cessare, poteva uscirne un’altra a Piero tutta amica; nella quale dubbiezza, e fidati sopra l’aiuto di Modena e accesi molto dalle parole di Niccolò Soderini, fermarono insieme un obbligo terribile innanzi a Dio e innanzi agli uomini e molto segreto, al quale accenna, ma senza più dichiararsi, lo stesso Agnolo Acciaioli in una sua lettera.[435] Chiamarono in Toscana subito le genti del Duca; il quale con ottocento cavalli, due mila fanti e mille balestrieri, mandava Ercole suo fratello: e questi era pervenuto insino a Fiumalbo, quando per lettere di Giovanni Bentivogli ne giunse avviso a Piero dei Medici che villeggiava infermo a Careggi. Era nel Bolognese un capitano del Duca di Milano, al quale in quella sorpresa Piero tostamente scrisse, comune essere il pericolo, comune dovere essere anche la difesa; e quegli, come erano le intenzioni del Duca, scendeva con le sue genti a Firenzuola. Intanto Piero si faceva quel giorno stesso portare a Firenze, aveva la moglie seco e molti armati: si trova scritto presso che da tutti, e variamente narrato, che i congiurati lo aspettassero a Sant’Antonio del Vescovo per ammazzarlo; ma che avendo Piero tenuto altra via occulta ed insolita, scampasse la vita. Al che gli giovava, secondo taluno, la sagacità del figlio Lorenzo, che andato francamente per l’usata via, teneva a bada gli appostati col dare ad intendere che il padre lo seguitasse.[436] E intanto Piero, giunto a casa, facea dal contado venire armati segretamente in Firenze: quei della contraria parte mandarono anch’essi per gli amici loro: la città era piena di fanterie, ed in gran pericolo.
Piero de’ Medici, venuto in Firenze, ragunava gli amici e ordinavasi alla difesa; chiamato essendo quindi dalla Signoria, mandava in Palagio i due suoi figli Lorenzo e Giuliano con le lettere del Bentivoglio, che annunziavano l’avanzarsi già presso a Toscana d’Ercole da Este. Al quale i Signori mandato avendo un Commissario perchè si fermasse, ordinarono a ciascuno posare le armi, e che le discordie per vie civili si componessero. La parte di Luca, perchè a lei pareva essere più debole, mostrò consentire: Piero, licenziati alcuni di fuori ma tenendo armati gli amici di dentro, faceva nascondere nelle sue case ed all’intorno assai numero di soldati. Volendo frattanto che i nemici si scuoprissero e che gli amici incerti o deboli si obbligassero, siccome colui che in città stracca sapeva bene il maggior numero essere i paurosi, metteva in giro dei fogli su’ quali chi a lui aderiva si dovesse sottoscrivere; e tanto era incerta la fede degli uomini, che taluni apposero in quelle liste i nomi loro che prima gli avevano in su’ registri dei congiurati. Venivano a Piero anche fanti dal contado, e molti ne aveano mandati da Figline i Serristori. La parte contraria, che aveva più capi, andava tarda nelle provvisioni: teneano consigli senza effetto nelle case di Luca Pitti; dove il Soderini avendo messo partito, che senza indugio si muovesse contro a Piero e si levasse la plebe a rumore, non ebbe seguaci; contrapponendosi alle accese parole di lui, più vivo degli altri, Dietisalvi Neroni, perchè avendo la sua casa prossima a quella dei Medici, temeva la plebe, mossa una volta, non si desse a saccheggiare anche lui. Ma Luca Pitti, cessando ad un tratto dall’usata sua temerità, già era tirato in contraria parte dalle seduzioni di Piero, che a lui per mezzo di amici comuni prometteva maggiore stato di quello che era Luca solito d’avere a tempo di Cosimo; e che lo terrebbe in luogo di padre, facendogli anche brillare sugli occhi il maritaggio di una figliuola sua col giovine Lorenzo. È certo che Piero, il quale dai consigli di sangue ripugnava e dei partiti animosi non era capace, usando le arti ch’erano vecchie in casa sua, ottenne che Luca lo andasse a trovare giacente nel letto, quivi in presenza dei figli facendogli patti i quali sapeva che tosto verrebbero a cadere.
Intanto giugneva il dì 28 d’agosto nel quale doveansi fare le tratte; la nuova Signoria con Ruberto Lioni Gonfaloniere essendo uscita (non senza qualche sospetto di frode) amica ai Medici, si consumavano i giorni seguenti ad allestire le cose: tosto ai due settembre Piero essendosi assicurato nella città, della quale aveva fatto chiudere la porta a San Gallo ed arrecarsi le chiavi a casa, metteva in piazza grande numero d’armati ch’aveano per capi due della famiglia Bardi d’onde era uscita la madre di Piero.[437] Suonò la campana, e il popolo fu chiamato in sulla Piazza a parlamento, nel quale trovasi che intervenissero Luca Pitti di già guadagnato; e Dietisalvi, che si studiava in ogni evento restare a galla. Ma presa Balìa e data questa a’ 6 settembre a otto cittadini insieme col Capitano del popolo, uscirono tosto i nuovi provvedimenti. Primo dei quali fu l’ordinare che per dieci anni le borse del Priorato si tenessero a mano, ed appresso furono letti i nomi dei confinati: l’Acciaioli con i figliuoli a Barletta, il Neroni con due fratelli in Sicilia, e Niccolò Soderini in Provenza, tutti per venti anni; un Gualtieri Panciatichi, per dieci fuori del dominio. La domenica seguente, mentre s’allestiva una grande processione e i Magistrati erano in Duomo ad ascoltare la messa, gli Otto di Balìa faceano pigliare per la città dai famigli loro più altri che avevano nel loro animo già proscritti. Nella chiesa stessa metteano le mani addosso ad un Nardi; il quale essendosi rifuggito ai piedi del Gonfaloniere suo parente, questi tenendoselo sempre appresso lo conduceva salvo in Palagio. Uno dei Capitani di Parte guelfa, Guido Bonciani, fu tratto dalla schiera dei suoi compagni e messo in carcere con grande oltraggio a quel magistrato.[438] Con molti altri cittadini tutti i parenti di Dietisalvi Neroni andarono presi: era di quella casa l’Arcivescovo di Firenze, il quale si elesse in Roma esilio volontario. Luca Pitti, con sua gran vergogna rimasto in patria spregiato ed abietto, perdè quelle vane mostre di potenza le quali fruttavano a lui più che altro privati favori e guadagno di ricchezze: i doni già fattigli veniano richiesti, ora allegando ch’erano prestiti: il Palagio ch’egli innalzava restò imperfetto, sino a che i Medici per farsene reggia non lo compiessero: e Luca finiva oscura la vita, senza che l’istoria nemmeno ricordi l’estremo suo giorno.[439]
I principali degli sbanditi, per non avere osservato il confine ed essere andati a Venezia, ebbero condanna di ribelli: quella Repubblica assegnava a Niccolò Soderini, stante la povertà sua, cento ducati al mese.[440] Agnolo Acciaioli, ch’avea sperato salvarsi e poteva forse perchè meno intinto degli altri e per gli antichi suoi meriti verso la Casa dei Medici, avea da Siena scritto a Piero con parole dignitose mostrandogli essere dell’onor suo rimetterlo in patria: a cui Piero con orgogliosa benignità rispose, che bene poteva egli perdonare, ma la Repubblica non poteva («la quale di noi ha piena e libera potenza»), e per l’esempio non doveva.[441] Così l’Acciaioli sconfortato andava in esilio. Ma il Neroni continuava le arti solite, e nell’adombrare in una sua lettera le grandi cose che s’apparecchiavano, promette, quando egli potesse tornare in patria, mostrare i rimedi e adoprarsi a mantenere lo stato di Piero.[442] Questo scriveva egli da Malpaga, dove risedeva Bartolommeo Colleoni capitano generale della Repubblica di Venezia; ma era la condotta sua vicina a scadere, ed egli audacissimo sebbene già vecchio, e imbaldanzito dal non avere più chi l’agguagliasse tra’ condottieri d’Italia e dalla fortuna toccata allo Sforza, mulinava strani disegni. Gli scriveano da Milano promettendogli gran cose in quella inesperta gioventù del nuovo Duca, intanto che il Neroni e gli altri fuorusciti seco o ch’esulavano per l’Italia da’ tempi di Cosimo, standogli attorno, gli soffiavano nelle orecchie potere egli farsi grande arbitro e grande innovatore delle sorti d’Italia: mutare le condizioni di questa, solo che in Firenze mutasse lo Stato; qui essere la chiave la quale teneva Napoli e Milano insieme unite in continuità di lega, opposta come argine alla potenza dei Veneziani. Tutte queste cose il Colleoni ascoltava; e il Senato di Venezia bene s’accorgeva ch’era da farne suo pro, ma con l’usata circospezione, temendo entrare in un’altra guerra prima d’avere assicurata la pace col Turco, per la quale s’adoprava: e però lasciando che si muovesse il Colleoni a tutto suo rischio e dandogli mano, poteva poi sempre dire che non era egli più a’ soldi di lei, e ogni volta che le cose volgessero male ritrarsi dal ballo più agevolmente. Ma confidava che il Duca di Milano, avendo nemico quello di Savoia e gli Svizzeri male disposti e nei sudditi poca affezione, perderebbe anche gli incerti soccorsi che a lui potessero venire da Napoli, massimamente se intercetti dal volgersi contro a lui lo stato dei Fiorentini.[443] Così muoveva il Colleoni nel maggio dell’anno 1467, accompagnato dai fuorusciti, in nome dei quali faceasi la guerra e che ne portavano per grande parte la spesa; guidava un esercito di otto mila cavalli e sei mila fanti, seco avendo Ercole da Este, e Alessandro Sforza signore di Pesaro e zio dello stesso Duca di Milano, e gli Ordelaffi di Forlì, ed il Manfredi di Faenza, ed i Signori di Carpi e di Camerino, e il Conte dell’Anguillara: fiorente esercito, che l’eguale non aveva messo insieme in Italia, dopo al Piccinino, alcun altro condottiero.
A queste mosse i Fiorentini, ristretta la lega con Galeazzo duca di Milano e col re Ferrando di Napoli, e datisi a raccorre genti, fecero di tutti capitano il valoroso Federigo conte d’Urbino. Il quale osservando cautamente i nemici finchè l’esercito intorno a lui si formasse, non lasciava ad essi occupare altro che poche castella dell’Imolese; ma giunto essendo con molte forze lo stesso Duca di Milano e genti mandate da Giovanni Bentivoglio e da Taddeo degli Alidosi signore d’Imola, poneva il campo non lungi da questa città ed incontro al Colleoni, il quale s’era fortificato alla Mulinella. Poco si ottenne nei primi giorni per l’impedimento che avea il Capitano dalla persona di Galeazzo; il quale, giovane e presuntuoso, nè sapeva fare nè lasciava che altri facesse. Talchè i Fiorentini con bella maniera invitatolo a sollazzo nella città di Firenze, ed egli recatovisi; il savio Conte, cogliendo il destro di quell’assenza, mosse l’esercito in ordinata battaglia; la quale durata più ore del giorno, e riuscendo molto sanguinosa, terminava quando le tenebre sopravvennero, con esito incerto sicchè ambe le parti si arrogassero la vittoria, ma però bastata d’allora in poi a contenere da ogni altro assalto il Colleoni. Tornava nel campo il duca Galeazzo a cose fatte; ed offeso molto che avessero scelto il tempo a combattere quand’egli non v’era, e perchè gli giunsero novelle avere in quel mezzo il Duca di Savoia mossa la guerra contro al marchese Guglielmo di Monferrato col quale era in lega, facendo ritrarre tutte le sue genti, si riconduceva egli medesimo oltre Po. Ma intanto il Re, che alle prime mosse andava a rilento nell’inviare soccorsi,[444] avea fatto passare il Tronto con due mila cavalli al giovane Alfonso duca di Calabria, a lui dando come guida e consigliero il conte Orso degli Orsini vecchio capitano. I Veneziani dal canto loro essendo nel mare soliti procedere con meno rispetti, avevano prese quattro navi anconitane cariche di robe dei Fiorentini; e perchè il Re metteva nel Porto Pisano otto galere le quali, unite alle galeazze che erano ivi, poteano infestare i commerci loro, comandarono al Capitano del golfo che andasse con dodici galere a Messina e dovunque bisognasse, sgombrando il mare e facendo preda di qualunque nave si recasse anche per solo traffico in Levante. Faceano promesse all’Arcivescovo di Genova e ad Obietto del Fiesco, i quali cercavano di sollevare la Riviera contro il Duca di Milano.