Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3
Part 31
Ma era sorto uno scrittore in cui si raccolse tutta la dovizia di questa lingua già pervenuta alla sua massima finitezza, quasi tornita e fatta nitida e scorrevole per molto uso nell’ampio vivere cittadino. Giovanni Boccaccio [n. 1313, m. 1375] non ha scrittore che lo pareggi quanto alla ricchezza e alla proprietà costante delle voci, all’aggiustatezza sempre evidente della frase, alla briosa vivacità del dettato ed alla possente abbondanza d’una vena che in mille rivoli sa dividersi e pronta e facile appropriarsi a molti generi dei più svariati. Bene i vocabolaristi lui fecero primo esemplare della lingua, quanto alle parole e alle locuzioni, e quanto alla scienza dell’uso congiunta a un gusto squisito. Le Cento Novelle amando percorrere diversi argomenti, dovevano ben essere il campo prescelto dall’ingegno del Boccaccio, al quale fu dato in quello spiegare tutta l’agilità sua e farsi mirabile in tutti gli stili, tranne il più eccellente. Ebbe egli facondia che di altrettanta oserei dire non fosse dotato scrittore qualsiasi, a vera eloquenza non pervenne mai. Narra e descrive mirabilmente più che non dipinga; sa essere parco, semplice, piano, quando non abbia fatto a sè proposito del contrario: dove entri l’affetto, si dimostra sempre falso e sforzato e insufficiente. I colli ameni di Schifanoia per lui divengono giardinetti graziosi d’arbusti bene pettinati e di acque zampillanti; la grande, la bella o terribile natura non vidde egli mai, perchè essa nell’animo di lui non capiva. Ci davano a scuola come saggio d’eloquenza le fiere parole di Gismonda di Salerno; nè in quella nè in tutta la novella di Gisippo io scôrsi mai altro che ampolle vuote. L’ambiziosa, ma pure meritamente celebrata descrizione della Peste, vorrei che non fosse in testa a un libro cui non s’addice.
La lingua novella era poco scritta nelle altre parti d’Italia dove le pronunzie o smozzicandola o tirandola a suoni estranei e diversi, ad essa impedivano sotto alla penna dello scrittore un franco e facile andamento. Aveva in Toscana invece già molti egregi autori anche nella prosa; ma come spauriti da quel nome di volgare, non credevano capace il patrio idioma di mai agguagliare la dignità dell’antica madre, temendo infangarsi se troppo attingessero dall’uso plebeo. Inoltre, non era per anche arrivata l’arte dello scrivere fino al comporre insieme più idee ciascuna al suo luogo come in ordinanza, altre rilevando e altre adombrando; col fare insomma di quei periodi lavorati che formano il pregio e anche talvolta la maledizione di noi popoli molto côlti. I quali periodi, se abbiano evidenza sufficiente, giovano a dare pienezza al discorso senza nuocere alla speditezza; ma sono anche spesso indizio d’idee incerte e confuse che l’una sull’altra stanno come accavallate, o puzzano almeno d’ambizione letteraria. Dove entra l’affetto, di questi periodi non se ne fa mai, e non sa farne il popolo semplice, del quale sovente udiamo il discorso essere tanto ricco ed efficace. Giovanni Villani ha periodi brevi; ma Dino Compagni, che mira a istorica eloquenza, gli ha spesso intralciati; si appaga il Cavalca di un andare piano, senza ombra d’ambizione. Sentiva il Boccaccio mancare al suo tempo tuttavia qualcosa nello scrivere italiano, che desse esempio di una forma più ampia e svariata e che si appropriasse ad ogni genere di componimenti; pareagli a ragione la nostra favella non essere stata infino a lui nè tutta svolta nè adoprata con uso sapiente. Ma udiva ogni giorno intorno a sè questa lingua essere esercitata mirabilmente da tutto il popolo della città sua; sapeva che nulla o poco assai nella sostanza poteasi aggiugnere a coloro che lui precessero nello scrivere. Fu primo nell’essersi pigliato l’assunto di tutta scrivere questa lingua, in ciò adoprando tale agilità d’ingegno e tale possesso di voci e di modi, che bene può dirsi avere vissuto in mezzo al popolo di quel tempo chiunque abbia letto il _Decamerone_. A mio parere, nello scrivere del Boccaccio il mancamento non era dell’ingegno, ma era dell’animo. A quello sforzato suo periodeggiare, a quelle suonanti cadenze, dovette condurlo certamente anche l’imitazione dell’idioma di Marco Tullio, di cui gli scritti venivano allora in maggior luce. Ma egli è poi vero, che dove non lo tradisca l’ambizione, o dove non diasi a simulare l’affetto, lo stile di lui riesce immune da questi vizi: sono essi però tanto frequenti nel suo scrivere, che di essi il nome suole pigliarsi proverbialmente dal suo. E come quelli che molto sono in lui prominenti e perchè formano la sua speciale caratteristica, la quale, o buona o mala che sia, trae dietro a sè la turba servile degli imitatori, potè il Boccaccio sciupare la lingua dei letterati e degli accademici col periodo latineggiante e con i suoni cantati e falsi e ridondanti, come sono i suoni di chi parla o scrive fuori dell’affetto; perchè l’affetto è sempre armonico nell’esprimersi, ma l’armonia del Boccaccio e dei retori è tutt’altro; non è armonia, ma un saltellare di cadenze scoppiettanti, o un vuoto rimbombo in fine al periodo.
Era il Boccaccio di poca bontà e non di animo elevato; la giovinezza di lui trascorse nelle corruttele d’una Corte. Quel pervertimento d’indole che fece a lui scegliere il tempo della peste come occasione al suo libro, dove non sono che balli e canti e risa e motteggi in bocca di donne a cui la morte aveva in quei giorni fatta deserta la casa; quel falso nei tormenti dell’amore che a lui fece provare una poco crudele bastarda del re Roberto, onde ne viene a dire con gravità ridevole nel proemio, di scrivere il libro a consolazione degli amanti afflitti com’esso; quel falso che è in tutto il libro, dove con serietà dottorale sono appellate savie le donne maritate che si procacciano un amante; quel ridurre in fine dei conti a mera e grossolana sensualità l’amore, e poi quelle stesse donne che raccontano in cerchio sedute e ascoltano turpitudini, lodare esse e gli amanti loro di virtù pura e intemerata, _senza che mai nessuna macula d’onestà bruttasse_ quella convivenza delle sette gentili donne e dei tre giovani; questa falsità di pensieri e di affetti, questo pervertimento ch’era nell’anima del Boccaccio, danno anche ragione di quello che è di falso e di pervertito nel concetto che egli fece a sè dello scrivere la lingua sua. Ed è fatto, che non parve ai primi lettori del _Decamerone_ nè per centocinquant’anni poi, che avesse il Boccaccio trovato la forma della prosa italiana. Quei pochi, ma pure ottimi, che nel quattrocento la coltivarono, per nulla seguirono le tracce impresse da lui; ed il suo regno fu decretato allorquando vennero in onore lo scrivere ozioso e i dolci solletichi e i plausi accademici. Egli ed il Petrarca furono allora principi della lingua; ma il Petrarca tenne bene lo scettro dello scrivere la poesia, male il Boccaccio quello della prosa.
Nell’anno medesimo in cui moriva il Certaldese, cominciò a dettare le sue lettere santa Caterina da Siena [n. 1347, m. 1380]: fu grave ingiustizia non averla contata tra’ sommi di quella età della lingua. Si discosta ella da ogni forma dove appaia un’arte che sia consapevole di sè stessa; invece dell’arte sta il naturale svolgimento del pensiero, ed ogni cosa piglia suo luogo, e quelle parole hanno più rilievo che aveano avuto prima nella voce più vivo l’accento. Imperocchè quella mirabile giovinetta dettava d’impeto le sue lettere quante volte amore spirava: un solo è il subietto di tutte, se vuolsi, ma è tale subietto che ha in sè l’infinito. Esperta di varie città italiane e di una Corte, è grande conoscitrice del cuore dell’uomo e indovina quello dei più alto locati; ammonitrice severa e ardita, ma sempre umile e cortese, scriveva a papi ed a cardinali, e ai magistrati delle repubbliche, ed a giovani mondani e a donne perdute. Facili sgorgano le parole come da vena abbondante; potrebbe alle volte parere anche troppo, ma era spontanea: fu bene notato come in lei da una proprietà costante e dalle stesse ragioni della etimologia ignote a chi la seguiva, ottenga il discorso quella evidenza cui non pervengono scrittori volgari.[335] Alcune di quelle lettere appartengono all’istoria, s’intravede in altre una fantasia repressa: la misticità prevale in tutte, e spesso trascende e trascorre non di rado. Non la perdonavano all’accesa donna il volgo in parrucca dei letterati; e quel pochino di lingua senese che spunta fuori tratto tratto imbizzarriva i nostri accademici. Per questi motivi fu obliata santa Caterina; ma è grande scrittore, e più veramente nobile e più naturale del Boccaccio.
Fra’ molti autori di libri ascetici ne pare una scuola avere una qualche derivazione da santa Caterina. Notiamo, tra gli altri, un Giovanni dalle Celle frate e cittadino che scriveva lettere ai magistrati di cose politiche e di religiose con franco parlare ed elevatezza di concetti.[336] Ebbe grande fama per bontà e dottrina Fra Luigi Marsili, agostiniano, che la Repubblica soleva con riverenza consultare in cose di stato e di religione: Roberto de’ Bardi, teologo, morto in Parigi cancelliere della Sorbona, fece ordinata raccolta dei Sermoni di sant’Agostino. Diversamente celebre fu il cardinale Piero Corsini, che s’immischiò molto nelle cose dello Scisma e fu a’ suoi tempi gran personaggio.
Fra gli scrittori di poesia che seguitarono al Petrarca, primo è il Boccaccio che i versi faceva con disinvolta naturalezza e spesso graziosa; nè ultimi certamente Sennuccio del Bene e Buonaccorso da Montemagno pistoiese. Fazio della sbandita famiglia degli Uberti compose un poema più noto che letto, che ha per titolo _il Dittamondo_: non oserei chiamarlo imitazione della _Divina Commedia_, essendo bastato all’Uberti descrivere il mondo delle cose materiali con buono stile nè senza gravità, ma senza anima di poesia: vissuto povero alle corti dei signori Lombardi, moriva in Verona dopo al 1360. Zanobi da Strada, che fu in Pisa coronato dall’imperatore Carlo IV l’anno 1355, male inaugurò la serie dei poeti cesarei: più atto alla prosa, tradusse in bel volgare il libro dei _Morali di San Gregorio_ allora che molti attendevano al tradurre; ma non compì l’opera, andato in Avignone Segretario, nè a lungo vissuto.
In Firenze uno Studio fu decretato fino dall’anno 1320, e sappiamo che nel 1334 vi furono condotti Recupero da San Miniato e Cino da Pistoia ad insegnare canoni e leggi. Lo Studio fu aperto nel 1348, non appena cessata la peste. Ottennero da papa Clemente VI ad esso privilegi e facoltà di dottorare in ambe le leggi; e imperiale privilegio da Carlo IV nel 1364. Proibirono agli uomini dello Stato mandare i figliuoli altrove a studio; il ch’era forse principalmente per gelosia di Pisa, che aveva aperto l’anno 1338 la sua celebre Università; ma ordinarono che i dottori si pigliassero da fuori, temendo le brighe a porre innanzi i meno degni; tuttavia più volte vi furono eletti uomini della città stessa, tra’ quali Tommaso Corsini padre del Cardinale, Lapo da Castiglionchio e Donato Barbadori. Aveano molto desiderato chiamarvi il Petrarca, al quale andava inutilmente il Boccaccio con amplissime profferte: questi poi nell’anno 1373 fu scelto alla nuova cattedra eretta per la spiegazione della _Divina Commedia_. Prevenuto dalla morte, non potè compiere il Commento, che solo tra molte sue opere minori può sempre leggersi utilmente, anche ad esempio dello stile. Ma comecchè fosse lo Studio in Firenze, non allignò mai così da farsi università vera: a molti la spesa parea troppo grave; e a città mobile e chiassosa e volta alle arti, gli studi aridi meno si addicevano.[337]
La pittura dopo alla morte di Giotto e dei primi suoi scolari parve rimanere nei confini segnati da lui; ma una Compagnia o Confraternita dei Pittori nasceva nell’anno 1350. L’architettura e la scultura progredivano per gli edifizi che la sontuosità privata o la devozione faceano inalzare: la Certosa presso Firenze veniva ornata splendidamente dal gran siniscalco Niccolò Acciaioli negli anni che seguitarono al 1341. L’opera del Duomo continuava lentamente, perchè i moti civili e dipoi la peste più volte l’ebbero interrotta; ma troviamo che nel 1364 furono chiuse le vôlte del tempio. La loggia di Orsanmichele era stata ridotta a chiesa, e dentro e fuori si ornava con magnificenza di sculture e opere in bronzo: Andrea Orcagna fu principale architetto di questa e dell’alta mole soprastante per la conservazione dei grani che la Repubblica teneva in serbo a benefizio pubblico nelle carestie. In Piazza dei Signori la maestosa Loggia che ha nome dallo stesso Orcagna fu innalzata verso l’anno 1376, o per opera del grande artista o sul disegno di lui, che oltrechè scultore insigne fu anche pittore. Quella Loggia era principal ritrovo ai cittadini per la conversazione di cose pubbliche e private. Gridavano ch’era costata troppo, e ne fu gran dire:[338] correa questo popolo a criticare e a motteggiare le grandi opere che faceva.
APPENDICE DI DOCUMENTI.
Nº I.
(Vedi pag. 63.)
BREVE DI CLEMENTE IV, DE’ 25 MARZO 1266, AL CARDINALE OTTAVIANO DEGLI UBALDINI PER L’ASSOLUZIONE DELLA CITTÀ DI FIRENZE E DI ALCUNI CITTADINI DALLE SCOMUNICHE INCORSE QUANDO ERA SOTTO LA DIPENDENZA DEL RE MANFREDI.
Manfredi era morto e la Parte guelfa vincitrice a Benevento nei 26 febbraio 1266. Anche in Firenze i Guelfi levavano il capo, sebbene vivessero tuttora mescolati coi Ghibellini che avevano a sostegno le armi tedesche. Ma da principio cercando tutti andare di concordia, il Potestà mandava in nome del Comune due ambasciatori al papa Clemente IV, chiedendo l’assoluzione delle scomuniche nelle quali era la città incorsa: questi, nella presenza di due Cardinali a ciò deputati dal Papa, fecero giuramento d’ubbidienza a quanto venisse dal Papa medesimo alla città imposto come atti di penitenza e di filiale devozione. Ma non parve al Papa bastante siffatta promessa; talchè a’ 25 di marzo, e non trascorso intero un mese dalla vittoria, mandava con un suo Breve al cardinale Ottaviano degli Ubaldini ricevesse in ubbidienza la città, quando però avesse in mano l’obbligazione di sessanta mercanti fiorentini i quali pagassero di proprio il denaro in quelle somme che sarebbero poi dichiarate. Noi pubblichiamo questo Breve e gli atti pei quali il Cardinale dava esecuzione al mandato nel giorno seguente. Clemente viveva tuttora incerto di quello che fosse per avvenire in Firenze, dove la mutazione da ghibellina a guelfa non era per anche compiuta. Più tardi egli stesso promoveva l’elezione dei due Potestà Frati Gaudenti che rappresentassero le due parti: seguiva poi la cacciata dei Tedeschi e dei Ghibellini e quei fatti dei quali abbiamo nel testo data contezza. Ma questo primo atto per cui cercava il Papa d’estendere in Toscana l’autorità politica della Santa Sede, ignoto finora, noi pubblichiamo dagli Archivi di Firenze (_Diplomatico_, provenienze _Strozzi-Uguccioni_) essendo tale da fare corredo a quelli pubblicati dal MARTENE.
_EXEMPLUM._
In Christi Iesu nomine, amen. Cum venerabilis pater dominus Octavianus, Sancte Marie in Via Lata diachonus Cardinalis, recepisset a Sede Apostolica licteras in hunc modum: — Clemens episcopus, servus servorum Dei, dilecto filio O., Sancte Marie in Via Lata diachono Cardinali, salutem et apostolicam benedictionem. Miserationes et misericordias Domini, que super omnia opera sunt ipsius, et benignitatis eius afluentia circa genus considerantes humanum, in ipsius laudibus delictabiliter iocundamur; Eique a quo est omne datum optimum et omne donum perfectum debitas et divotas gratias exsolventes, de concepta letitia ingenti iubilo exultamus: quod misericors et miserator Dominus, qui nichil eorum que fecit odivit, nolens mortem pecchatorum, set ut magis convertantur et vivant; civitatem et populum Florentinum, qui quasi cum morte fedus pepigerant, diuque a devotione Romane Ecclesie damnabiliter deviarant, condam Manfredi olim principi Tarentino, persecutori eiusdem Ecclesie manifesto, contra eam induratis animis pertinaciter aderendo et aderentes eidem Ecclesie totis viribus impugnando, de sue habundantia pietatis ad penitentiam conterens, ipsos ad devoctionem nostram et dicte Ecclesie, per tue probitatis industriam, misericorditer revocavit. Pridem namque Potestas Consilium et Commune civitatis predicte ad cor, a quo inconsulte ac periculose recesserant, divina gratia inlustrante, reversi, dilectos filios Melliorem de Abatibus, Ginesium, Iacopum de Cerreto et Bonacursum iudices, ambaxiatores suos ad nostram presentiam destinarunt, ipsumque Iacobum suum constituentes sindachum seu procuratorem et nuntium spetialem, ad petendum, ipsorum nomine, absolutionis beneficium ab excomunicationum privactionum et interdicti sententiis, quibus ex eo quod dicto Manfredo contra Ecclesiam prefatam, sicut est predictum adeserant, quodque civitatem Lucanam contra proibictionem predecessorum nostrorum et nostram hostiliter impugnarant, aliisque lighati noscuntur, sufficiens plenum iurandi in animabus eorum, quod nostris et prefate Ecclesie mandatis precise parebunt dedere mandatum. Poro, idem sindachus, coram nobis huiusmodi mandato exibito, in animabus dictorum Potestatis, Consilii et Communis, de parendo ipsorum nomine nostris et Ecclesie predicte mandatis, que sibi per nos aut alios seu alium quotienscumque duxerimus facienda, coram dilectis filiis nostris G. Sancti Georgii ad Velum aureum, et V. Sancti Eustachii diaconis cardinalibus, quibus id spetialiter duximus committendum, ipsorum nomine corporale prestitum iuramentum, et se ipso ac dictis Potestati, Consilio et Communi, ad hec datis nichilominus quibusdam fideiussoribus sindicali et procuratorio nomine obligatis; tam idem sindichus quam ambaxiatores prefati nobis instanter et humiliter suplicarunt, ut predictas excommunicationum, interdicti ac privactionum sententias a predecessoribus nostris ac nobis nec non quibuslibet apostolice Sedis leghatis vel deleghatis eorum, in eosdem Potestatem, Consilium et Commune ac civitatem prefatam, pro huiusmodi causa prolatas, de clementi misericordia que superexaltat iudicio, relaxantes, predictis Potestati, Consilio et Communi absolutionis impendi beneficium faceremus. Verum, licet illius simus Vicarii quam immeriti constituti, qui ut reconciliaret servum Domino, univit hominem sibi Deo, quique omnem hominem salvum fieri et neminem vult perire, set cum sit ei proprium misereri semper et parcere, omni potentiam suam, parcendo ac miserando, maxime manifestat; de dictorum Potestatis, Consilii ac Communis desiderata conversione ghaudentes, eorumque salutem plurimam affectantes, absolutionem queramus, non vinculum animarum; quia tamen nobis et predicte Ecclesie super hiis ab eisdem sindicho fideiussoribus datis ab eo plenarie non est chautum, volentes nobis et ipsi Ecclesie a memoratis Potestate, Consilio et Communi super hiis plenius precaveri; discretioni tue per apostolica scripta mandamus, quatinus, receptis ab eis sexaginta fideiussoribus mercatoribus, quos facilitate conveniendi ac solvendi facultate idoneos tibi esse constiterit, et qui se ipsos principaliter et omnia bona sua mobilia et immobilia, presentia et futura specialiter obligent, quod idem Potestas, Consilium et Commune mandata nostra et ipsius Ecclesie, que ipsis per nos vel per alium aut alios quotiens opportunum fuerit et expedire viderimus faciemus, firmiter et inviolabiliter observabunt, alioquin pecuniarum summas quas per nos seu alios aut alium exigemus vel exigi faciemus ab eis, de propriis bonis solvent; predictas excommunicationum interdicti et privactionum sententias, auctoritate nostra, relaxans, sepe dictos Potestatem, Consilium et Commune, per te seu alium aut alios absolvas, iuxta formam Ecclesie, ab eisdem eos absolutos publice nuntians, et facias ab aliis per loca in quibus expedire videris nuntiari; actentius provisuris, ne aliqui de predicta civitate vel diocesi, in quos pro quavis alia manifesta offensa vel quacumque spetiali vel rationabili causa, excommunicationis sententia est prolata, et spetialiter hii qui sunt in ecclesiis predicte civitatis et diocesis [et] per secularem potentiam procurarunt intrudi, per commissionem absolutionis huiusmodi absolvantur. Ad hec precepta cum idem sindichus nostra et Ecclesie mandata precise iuraverit, sicut superius est expressum, volumus quod a prefatis Potestate, Consilio et Communi simile recipias iuramentum; hoc spetialiter expresso et superadito, quod inter intrinsechos et extrinsechos cives Florentie, infra festum Pentechoste proxime futurum, pax et concordia reformetur; et nisi interim per se convenient et concordabunt ad pacem et ipsam confecerint, ex tunc super eamdem pacem reformandam nostris parebunt precise mandatis. Tu vero super hiis similes cauciones fideiussiones et obligationes recipias ab eisdem. Super hiis autem causis te diligentiam exibere volumus et cautelam, ut fecisse circa hec omnia expedientia, et nichil omisisse de contingentibus comproberis, tibique non possit aliquid per incuriam imputari, set potius tuam circospectam prudentiam possimus exinde dignis in Domino laudibus commendare. Data Peruscii, VIII kalendas aprilis, pontificatus nostri anno secundo. — Et receptis, iuxta formam ipsarum licterarum fideiussoribus obligationibus promissionibus et iuramentis a Potestate, Consilio et Communi, predictis excommunicationum interdicti et privationum sententiis auctoritate domini Pape relaxatis in Potestate, Consilio et Communi, et dictis Potestate, Consilio et Communi absolutis, iuxta formam Ecclesie ab eisdem, prout hec et alia dicuntur plenius contineri in publicis instrumentis; idem etiam dominus Cardinalis, postea receptis ab Homodeo spetiali, filio quondan Guidonis et domino Iacopo eius filio clericho iuramentis fideiussoribus obligationibus et promissionibus ipsas excommunicationum interdicti et privactionum sententias in ipsis Homodeo et Iacopo eius filio spetialiter etiam relaxans, eosdem Homodeum et Iacopum absolvit iuxta formam Ecclesie, ab eisdem sententiis, faciens eos cum salmo penitentiali in ecclesiam reduci, per religiosum virum fratrem Mansuetum Ordinis fratrum Minorum.
Facta fuit ista relaxatio sententiarum excommunicationum interdictorum et privactionum pro ipso et de ipso Homodeo et domino Iacopo clericho eiusdem filio, Florentie, in palatio novo Epischopatus; et reducti in ecclesiam Sancti Vincentii per dictum fratrem Mansuetum, ut dictum est superius; anno ab incarnatione Domini millesimo ducentesimo sexagesimo sexto, indictione nona, die septimo mensis aprilis; presentibus testibus ad hec rogatis domino Melliore quondam Renaldi de Abatibus. Benvenuto quondam Bonamentis et fratre Gianni familiaribus dicti domini Cardinalis.
Ego Iacobus de Cerreto quondam Ildebrandi, auctoritate imperiali ordinarius iudex publicusque notarius, predictis absolutionibus et relaxationibus sententiarum et excommunicationum, interdicti et privactionum, factis per dictum dominum Cardinalem de Homodeo et domino Iacopo clerico eius filio et pro eis ut dictum est superius, et etiam quando frater Mansuetus eos in ecclesiam remisit, rogatus interfui et ideo subscripsi.
Ego Bonaguida Boninsegne, imperiali auctoritate notarius, predictas absolutiones et relaxationes sententiarum et excommunicationum interdicti et privactionum, factas a dicto domino Chardinale, me presente, de Homodeo ed domino Iacobo eius filio clericho, et missionem quam fecit frater Mansuetus de eis in ecclesiam, tam eorum precibus quam de mandato dicti domini Chardinalis scripsi, et in pubblicam formam redegi, ideoque subscripsi.