Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

Part 30

Chapter 303,892 wordsPublic domain

A questi concetti fu condotto l’Alighieri (quanto a me sembra) da più motivi. Innanzi a tutti erano la mente altiera e l’indole signorile, e quello intendere alla eccellenza che mai non si appaga delle cose presenti, ma cerca il fine suo nella eternità dell’avvenire o nella effigie ideale del passato. Ma questo sentire, il quale aveva come suo centro nella grande anima del poeta, era comune in qualche parte a quella età informata di scienze divine, e tutta nutrita delle memorie di quella Roma dov’era la cima di ogni terrena grandezza. Quivi anche vedevano gli esempi di quella perfezione dello stile al quale cercavano allora di rinnalzarsi gli scrittori, non bene sapendo nè forse volendo la nuova forma dell’idioma separare dall’antica, che sarebbe stato dannarsi a una sorta d’inferiorità. Avevano essi già una lingua loro, ma non sapevano che vi fosse o non volevano, sebbene lo stesso Dante scriva che il volgare cercato da lui _andava peregrinando e albergando negli umili asili_. In quell’immaturo levarsi che fecero allora i popoli, il risorgimento ch’era nel pensiero e nella espressione pura di esso, non rinveniva sufficiente rispondenza a sè nella vita, non aveva nutrimento di scienza bastante; guardava le cose come fa la fantasia, nè quelle poteva con giusta misura a sè medesimo definire. Quindi è che Dante scrivendo in volgare cercasse il latino, perchè era la lingua della religione e della scuola, e delle altezze a lui note del bello poetico, lingua imperiale e pontificale; nè l’uomo che scrisse il libro _de Monarchia_ poteva pensarlo altro che in latino. Ed egli sempre molto latineggiava e più del dovere nella prosa: la terza cantica del Poema, la quale voleva non fosse _Commedia_, mesce più delle altre alle volgari frequenza di voci latine, che niuna perfezione di concetto nè convenienza di poesia sembra alle volte giustificare. È l’Alighieri certamente il sommo tra gli scrittori di nostra lingua, perchè fu il sommo tra quanti avesse ingegni mai la nostra gente: ma quella lingua che noi dobbiamo tanto ammirare e dalla quale tanto è da apprendere, non possiamo tutta accettare nè fare nostra. Contendeva egli per isforzare la lingua, siccome con la prepotenza del volere sforzava il concetto, a condensarsi in quelle ultime profondità dove riposasse il forte ingegno del pensatore congiunto alla viva immaginazione del poeta. Veramente l’Alighieri fu sempre poeta dove anche tu vegga in lui farsi innanzi il disputante nella Sorbona, poeta dove egli per la coscienza della nobiltà sua troppo ami scostarsi dall’uso comune; ma sembra allora che egli si piaccia di fare violenza alla stessa poesia, cosicchè nei luoghi che molto furono disputati si trovi più spesso la sottilità speculativa della mente che non la sostanza di quella poesia ch’era in lui figlia dell’amore: alcune lezioni forse erano dubbie a lui medesimo, che non pubblicava mentre visse l’intero Poema.

A questo volgare illustre ben egli sentiva mancare autorità sufficiente, _mancando in Italia un’aula o curia della quale fosse proprio quello che a tutti è comune_ (Cap. 18). Ma (prosiegue egli) noi pure abbiamo una corte, sebbene ella sia _corporalmente dispersa, perchè le membra di quella che in Germania sono unite da un principe, qui sono congiunte dal grazioso lume della ragione_. Intende egli dunque il linguaggio degli uomini eccellenti, linguaggio di pochi: ma siccome nel concetto di questo volgare illustre ne sembra egli recarlo troppo in su, così nella estimazione dei vivi dialetti mette ogni studio in abbassarli, di essi allegando voci triviali e facendone tal peccato da condannarli tutti insieme siccome indegni ed incapaci dell’alto stile. Ma veramente quel basso e brutto _introcque_, usato una volta dall’Alighieri nel Poema, nè so perchè, non fu mai scritto, ch’io sappia, nè dal Compagni, nè da Fra Giordano, nè dal Villani, nè dal Cavalca, e nemmeno dal Latini, dal Malespini e dal Giamboni, che sono più antichi. Così nel francese, che troppo si pone ad esemplare di ogni lingua, certe parole degli impagliatori di Parigi non si trovano usate mai, non dico nelle Orazioni del Bossuet, ma nemmeno nelle Commedie del Molière. Se in quel giudizio la passione fece trascorrere l’Alighieri, ben fu degno di lui l’accorgersi e giudicare come in Italia mancasse alla lingua dei ben parlanti e degli scrittori quell’uso autorevole che fosse da tutti spontaneamente consentito. Nessuna eloquenza aveva bisogno d’altro idioma che di quel volgare; ma non l’usavano, e i dottori scriveano e parlavano latino ogni volta che voleasi essere autorevoli, latino la Chiesa, latino i Principi e le Signorie: quella di Firenze non s’arrischiò al volgare fin dopo alla metà del secolo XIV. Nè questa Repubblica ebbe mai pubblicità d’arringhe, nè fama di uomini eloquenti: scriveano i cronisti e gli ascetici per uso del popolo e perchè l’affetto a ciò gli spingeva, scriveano la lingua da essi parlata: ma nè il Cavalca, nè il Villani, tanto oggi noti per tutta Italia, credo io che fossero letti da persona fuori dei confini della Toscana, o certamente letti da pochissimi: e Dante medesimo vissuto in esilio, o ignorava che ci fossero, o non gli aveva forse mai letti, e qual valore di lingua avessero non sapeva.

Se tutto il fatto della lingua non si voglia ristringere ai nomi delle cose materiali, ne sembra gli uffici a quella prestati da un’autorità comune estendersi a tutte le ragioni del parlare e dello scrivere, conducendo effetti non piccoli sopra il pensiero della nazione. La lingua italiana, ricca d’immagini com’ella è, può spesso mancare di precisione o di evidenza, spettando a chi scrive cercarla da sè, perchè non la trova bene accertata e resa facile da universale consentimento. Ma questo avrebbesi dove fosse stata in Italia un’autorità viva e comune, che oltre al valore ed all’opportunità di certe voci o locuzioni figurate fermasse l’adatto collocamento loro, da cui dipende spesso l’acquistare quelle figure cittadinanza, fatte usuali nazionalmente e chiare a tutti come se fossero voci proprie. E questa lingua, la quale dicono essere fatta per la poesia più che per la prosa, sarebbe riuscita nel discorso andante di sè più sicura, per essere meglio appresso tutti determinata. Inoltre, una lingua non è la stessa quanto alla estensione sua in tutti i gradi della coltura e in tutti gli uomini egualmente; ma certi nomi di cose astratte o modi che vogliono a essere trovati più lungo lavoro e più esercizio della mente e più suppellettile di cose imparate, discendono spesso dai primi gradi negli inferiori, cosicchè divengano comuni almeno quanto loro basti ad essere intesi da tutti gli uomini non affatto rozzi.[333] Il che molto avviene nelle nazioni cristiane per l’opera intermedia del clero e massimamente dei predicatori, costretti cercare ad alti pensieri una espressione popolare, la quale si renda aperta a chiunque non ebbe pratica nelle scuole: ma ciò non può farsi tra noi senza sforzo. Il quale difetto impedisce anche a pro della lingua l’azione unificatrice del teatro, e ciò tanto più in quanto che pigliando vita la commedia dal comune favellare, non sa in Italia dove cercarselo; e riesce magra, o nelle sue finezze, quando anche intesa, gustata poco.

Ma se una parte del vocabolario di una lingua la quale abbia avuto il suo letterario e civile svolgimento, formata più in alto, discende nel popolo dei meno colti, riceve anch’essa però dal basso le sue leggi e si arricchisce del parlare figurato che esce (siccome fu detto) ogni giorno dai mercati; perchè d’una lingua sostanza e forma stanno nel popolo, cioè in tutti; e i più addottrinati, che sono i pochi, non sanno altro che scegliere quanto alle figure la parte che ad essi convenga, ed aggiugnervi le voci e i modi necessari a quelle materie che i più ignorano, e cui manca linguaggio nell’uso universale e quotidiano. Laonde una parte, che è senza misura maggiore dell’altra, sale ogni giorno anche dal fondo più triviale a pigliar forma nei sermoni e nelle arringhe solenni e nei libri, sebbene remoti dalla capacità di quegli uomini dai quali quei modi e quelle figure da prima furono generati. E senza di questi sarebbe la lingua degli scrittori angusta e pallida, non avrebbe vita, nè grazia, nè efficacia. Adoprano i Francesi nell’uso più scelto voci figurate, le quali niuno vorrebbe usare nelle galanti conversazioni, se non ne avessero chi le pronunzia e chi le ascolta dimenticata la etimologia. Eppure la lingua veramente cortigiana dei Francesi pigliava l’attuale sua forma in Parigi circa alla metà del seicento, quando la _corte_ e la _città_, divenute arbitre d’ogni cosa, rideano alle spese di tutto il resto della nazione ogni sera nel teatro. Ma è qui da notare come questa lingua fosse, per la natura sua e dei Francesi, capace fra tutte a rendersi popolare. Sappiamo da Cesare che i Galli ebbero indole aperta, facile il discorso; molto facevano conversando, e quel che avean fatto si piacevano di raccontare. Quindi è che appena mutati in Francesi, si dessero a scrivere in grande numero ogni secolo memorie o ricordi personali, genere di storia dove ognuno tesse intorno a sè il filo dei pubblici fatti, più viva delle altre sebbene più scarsamente comprensiva, e tutta propria di quel popolo e di quella lingua. Queste memorie furono certo grande esercizio dove i Francesi pigliarono usanza di scrivere come si parla e leggere come si ascolta. Abbiamo notato due altri generi di composizione dove si ascolta come si legge, che sono il pulpito e il teatro; ma questi pure sembrano quasi avere bisogno della lingua dei Francesi, la quale si alzava nei sacri oratori a un genere d’eloquenza ignoto agli antichi, e che non ha pari tra le altre nazioni. Nè accade dire come al teatro bene s’accomodi l’idioma che ha sede in Parigi, arbitra in Francia d’ogni gusto e d’ogni cultura. Nè altrove che in Roma si formavano la lingua e l’urbanità latina: ma in Toscana erano città e repubbliche libere ed astiose tra loro perfino dell’idioma, e ciascuna di Firenze; la quale non ebbe corte, nè senato, nè fôro; sedeano i consigli a porte chiuse, i parlamenti in piazza, gridavano armati e ubbidienti al cenno di pochi o all’impeto plebeo. I dottori venuti di fuori latineggiavano; tutto il ceto dei Ghibellini aveva in odio questo popolo d’artigiani montati in iscanno, e co’ dileggi si consolava; Dante in esilio chiamava _insensata_ l’arroganza dei Toscani che a sè attribuivano l’illustre volgare. Quindi è che la lingua del popolo di Firenze fin da’ suoi primordi ebbe taccia di plebea; e simile accusa ebbe l’istoria di questa Repubblica perchè ivi non era nè aula, nè curia, ma i pubblici fatti muoveano da quelle botteghe istesse dove si lavoravano i panni e le sete. La fiera puntura dell’esule ghibellino fu poi rinnovata dal buon frate Jacopo Passavanti, il quale dannando anch’egli ciascuno dialetto d’Italia, dà briga ai Toscani ed ai Fiorentini suoi perchè insudiciavano il patrio idioma. Dannaronlo poscia i letterati più risolutamente scrivendo in latino: vivea la contesa malaugurata, ed il Machiavelli con forte discorso a Dante oppone Dante medesimo, a lui mostrando come avessero egli e il Petrarca ed il Boccaccio scritti i libri loro non già in toscano o in italiano, ma in vero e proprio fiorentino. Riprese vigore siffatta contesa, perchè nei tempi del Machiavelli l’idea di nazione con vano e pungente desiderio si provava a porre in discredito ogni boria di provincia, e perchè il secolo inclinava al signorile; tantochè il Tasso proverbia il popolo di Firenze che, stando a bottega, in sè non aveva decoro e pregio di nobiltà. Ma vero è poi che in questo popolo arguto e faceto ed esultante di sè medesimo e licenzioso, gli ardimenti dei motti e delle triviali figure più abbondavano che altrove, pigliando favore dalle grazie della lingua e dalla leggiadra acutezza degli ingegni, i quali si diedero molto a quel genere di componimenti quando le lettere avvilite più non si arrischiavano ai forti subietti. I Fiorentini, fatti ambiziosi di queste più infime particelle d’antico retaggio, si diedero troppo a porle in mostra, e i vocabolari con troppo studio le registrarono; dal che poi venne un ribellarsi contro allo scrivere dei Toscani ed alle più schiette forme della lingua, la quale si fece povera per essere a tutta Italia universale.

Ma la poesia dal suo primordio procedette sempre con passo più certo, e fu cosa nazionale; laddove invece la prosa fuori che in Toscana mancando tuttora di coltura letteraria, non ebbe linguaggio che fosse accettato comunemente e divenisse la lingua scritta degli Italiani. Il ch’era in fatto assai più agevole a conseguire nella poesia che tutta lirica da principio, e paga d’esprimere i moti dell’animo, elegge e si appropria di tutta la lingua poco gran numero di parole, di modi e di forme; ma che però essendo eternamente inesauribile nel profondissimo campo suo, a tutti s’appiglia, da tutti è compresa o abbagliatamente divinata, da tutti accolta e consentita. Dai Siciliani ai Bolognesi e indi al Cavalcanti, al sommo Alighieri ed a Cino da Pistoia, progrediva per diritto cammino la lingua poetica della canzone; sole mancavano quelle ultime e non mai superabili squisitezze che diede alla forma Francesco Petrarca [n. 1304, m. 1374]. Quanto alla parlata espressione della poesia, io dico esser egli nel nostro idioma scrittore perfetto; in lui non appare mai l’eccessivo assottigliarsi per essere arguto, nè studio faticoso di pienezza nè di brevità; ma neanche tu scorgi nei suoi migliori componimenti, che sono gran numero, mai nulla di troppo: una mirabile temperanza a lui era maestra di non mai alzarsi verso dove non potesse la dolce sua tempra, senza però abbassarsi mai da quella serena elevatezza che in lui mantennero l’amore e gli affetti virtuosi dell’animo ed una vita nutrita sempre di nobili studi e naturalmente dignitosa. Nato in Toscana e quivi rimasto fino ai nove anni, poi vissuto in casa dei genitori in Avignone dove molti erano Fiorentini, ebbe la favella dall’uso toscano; ma questa può dirsi mettesse in disparte nella vita letteraria, che fu da lui tutta esercitata in latino; e i versi che oggi fanno la sua gloria, o furono scritti nell’età matura, o certamente in quella forbiti. Sono ricordanze d’affetti presenti sempre all’anima del Poeta, che rigermogliano come cosa viva, senza avere però mai la foga che odi bollire nel cuore di Dante; passioni viventi nella fantasia, ma temperate dal freno dell’arte che a sè le richiama per voglia d’esprimerle. Quindi è che lo scrivere e il sentire del Petrarca sempre hanno qualcosa di più generico, nè occorreva a lui pescare giù in fondo nelle attualità dell’idioma: la lingua che aveva imparata dalla culla tornì da sè stesso col pensiero e con lo studio; vagando per tutte le città d’Italia, ebbe egli sempre innanzi agli occhi l’intera nazione: il detto del Foscolo, che la lingua era al Petrarca insieme naturale e forestiera, sta bene ad intenderlo del patrio dialetto che egli usò meno degli altri Toscani; ma che era poi tutta la materia della lingua, cui diede egli forma soprattutto nazionale. In quelle sue Rime non è mai parola o modo che abbia del vecchio e non possa oggi essere usato senza affettazione.

In tutta la vita niun altri fu meno di lui fiorentino, niuno fu italiano al pari di lui. Si era egli fatto cittadino dell’Italia perchè non avrebbe in essa voluto d’alcun luogo essere cittadino; nei pubblici eventi non ebbe altra parte che di riprensore dei vizi comuni, egli non guelfo nè ghibellino, senza odii nè punture di passioni che in lui sanguinassero: l’amore per Laura fu il solo fatto della sua vita. Le cose presenti giudicava per concetti generali; snudava le _piaghe mortali_ d’Italia, ma poi s’accorgeva che il porvi le mani sarebbe _indarno_, e sospirava. L’età precedente avea contenzioni furiose ma degne degli alti intelletti; e quindi gl’ingegni più speculativi mischiandosi in quelle, a sè acquistavano quella tempra che viene dall’oprare, e ai loro concetti quella interezza che deriva dall’uso continuo e vivo e pratico delle cose: i grandi uomini erano anche forti cittadini, e il pensiero aveva sostanza nei fatti. Ma nell’Italia del Petrarca, passioni infeconde nei migliori ingegni metteano disgusto di sè medesime; egli con la mente figgendosi tutto nelle memorie dell’antica Roma, di quella cercava risuscitare le lettere; faceva a sè una vita d’uomo letterato: nuova cosa allora, ond’ebbe fama quale forse niun altri godette mai, tranquilla, costante; libera dagli odii o poco tocca dalle offese, delle quali era egli oltremodo sensitivo. E dopo la morte fu egli il poeta dei secoli oziosi, cessati allora quando risorse per tutta Italia universale e vivo l’amore della poesia dantesca.

Nessuno mai forse nella esterior vita ci appare beato più del Petrarca, ma tutto aveva egli in sè medesimo le tempeste; natura morbida di poeta, che negli studi solitari s’avvolgeva dentro sè medesima; nè il sì nè il no mai gli suonavano interi nel cuore, e dentro all’animo era un segreto conflitto di cure affannose: intorno a queste scrisse un libro.[334] Mutando luogo di tratto in tratto, piacevagli con le agiatezze della vita sostenere il grado che l’ingegno suo meritava, e cui lo innalzarono le onoranze insolite in quella e in altre età; non troppo i favori dei principi disdegnando nè il praticare spesso nelle corti, egli non esule nè mendico, ma come per fare onore a chi lo albergasse. Poneva talvolta fiducia breve in qualche principe o capo di parte; sperò nel Colonna, sperò nel Rienzi; e quella Canzone (_Spirto gentil_ ec.) che è tra le sue più belle, a quale dei due fosse indiritta non è ben chiaro, tanto son validi gli argomenti da entrambe le parti, quasi da credere che l’avesse prima ideata per animare a pro d’Italia il Colonna, e poi finita quando il Tribuno tentava un’impresa troppo rispondente ai voti ed ai sogni cari all’anima del Petrarca.

Vive egli oggi tutto nel Canzoniere, perchè la grande mole di componimenti in lingua latina i quali empierono la sua vita, e quelle medesime lettere alle quali dava egli nome di famigliari, altro non sono che esercitazioni. Ma il secolo suo lodò a buon diritto e ammirò in lui quella virtuosa elevatezza di pensieri e di giudizi che niuno de’ suoi scritti smentisce giammai; ammirò il sapere, pel quale sembrava fare egli rivivere l’antica Italia dalle sue ceneri cercando libri per ogni dove, non senza dare anche mano allo studio delle greche lettere innanzi a lui quasi obliate; ammirò nel suo scrivere quella stessa copia che a noi sembra troppo ridondante, e quell’ozioso tener dietro agli ornamenti delle sentenze e degli esempi ed alle imitate lautezze di frasi per lo più raccolte nei pochi latini che a lui erano familiari. Ma già in Italia sorgeva un secolo a cui piacevano queste cose, cercando la vita dove non erano che memorie, e quella che stava negli scrittori volgari tenendo a vile perchè volgare, e perch’ella era espressione vera non della passata ma della presente Italia, qual’era e quale i tempi ora la volevano. Tardi il Petrarca si fu accorto come la gloria da lui ambita risedesse tutta in quelle rime che da principio aveva egli meno apprezzate, e come non fosse corona vera del capo suo quella ch’egli ebbe giovane ancora e con tanta festa in Campidoglio pel poema latino dell’Affrica, da lui senza danno lasciato imperfetto, e che infine a lui medesimo dispiaceva.

Ma quanto grande sia la inferiorità di questo secolo del Petrarca messo a confronto di quello di Dante, si fa manifesto per la differenza che tra essi corre nel concetto dell’amore. Laura è una donna ed il Petrarca un innamorato; l’amore da lui portato alla somma altezza sua e purità, tuttavia è amore co’ suoi affanni e le sue dubbiezze, che «sana e ancide» e si avvolge per isquisite delicatezze nelle infinite sue varietà di casi, per cui l’affetto tra quelle anime virtuose pure ebbe una istoria. Laura santissima riposa sul margine delle dolci acque, mentre «un nembo di fiori cuopre ad essa le vesti leggiadre e il grembo e le treccie bionde:» è bella, ma tu puoi immaginare quella bellezza, puoi ricordare donna veduta o donna pensata, e nella memoria alzare i tuoi sino agli affetti del grande cantore. Ma la Beatrice dell’Alighieri non è propriamente donna, ma visione; non fece tra gli uomini altro che mostrarsi, saluta e passa «e gli occhi non l’ardiscono guardare;» ma egli la vede dentro al cuore ed al pensiero, senza che amore giammai la facesse accorta di lui; nè prima che in cielo, fu mai tra essi conversazione. Le donne di Guido Cavalcanti e di Cino da Pistoia hanno lo stesso carattere, sebbene in questo ultimo già un poco scadente: col vivo lume della bellezza guidavano esse gli amanti loro alle sommità dell’intelletto: questo alto ufficio avea l’amore. Ma il Petrarca nelle ore del pentimento accusa l’amore suo lungo dei «giorni perduti e delle notti spese vaneggiando,» e i giovanili suoi pianti dice «non vuoti d’insania.» A Dante l’amore «nella mente ragionava,» ed era salute a lui e difesa contra ogni suo vaneggiamento.

Coloro che aveano formato l’animo e il pensiero nei grandi fatti e nelle contenzioni del secolo XIII, ebbero più forte l’educazione degli affetti, donde poi nasce quella negli uomini delle volontà. Le quali secondo che abbiano maggiore intensità e saldezza, secondo che sieno o vòlte alle grandi, o inceppate nelle minute cose e da ogni nobile ed alto segno disanimate, ne danno ragione dei vari caratteri per cui si distinguono tra sè i periodi della istoria. Nei primi tempi che seguitarono all’acquistata indipendenza e alla libertà fondata, ma insieme all’insorgere vario e irrequieto delle ambizioni cittadine, gli affetti e con essi le volontà degli uomini divenivano incerte e divise, e quindi o guaste o intorpidite; e nei concetti degli scrittori noi troviamo essere meno sicurezza, perchè era in essi minore altezza. L’istoria di Giovanni Villani ebbe continuazione da Matteo, fratello, minore a lui di molti anni. Giovanni ricordava le prime allegrezze nella città di Firenze per la vittoria di Campaldino; aveva educato la sua coscienza di storico in quelle primizie quando si cercavano e si ottenevano le cose giuste, quando le passioni private sparivano confuse in mezzo alle pubbliche e comuni, le quali infondevano alcunchè della grandezza loro nei fatti singoli e nel modo per cui venivano giudicati. Ma invece nei tempi da Matteo descritti guardavasi meno al fine ultimo delle cose e a quella sostanza morale di esse che ne determina il valore; solo fine era l’immediata riuscita, nè più rifulgono da una che dall’altra parte il vero ed il buono. Nelle istorie del minor fratello più non si rinvengono di quelle parole che ti s’improntano nella mente; la lingua col volere essere più dotta era meno viva, ed i costrutti più lavorati non serbano tanto lucida evidenza. In quella medesima età intermedia della nostra lingua, scrittore eccellente fu Iacopo Passavanti di quello stesso ordine domenicano che avea prodotto i sommi autori della età prima. Non ha egli forse chi lo pareggi quanto alla limpida semplicità del dettato, alla costante dolcezza dei suoni ed alla facile egualità di uno stile da porre a modello senza che alcun vizio vi sia da notare. Ma in Frate Giordano è altro calore, procede il Cavalca più alto e sicuro, e in entrambi è vena assai più copiosa. Lo scrivere inappuntabile del Passavanti non è però sempre del pari efficace; io direi quella sua tanta purezza un po’ dilavata, e in me nasce dubbio che fosse a disegno. La bella e copiosa lingua popolare avea taccia di plebea dai molti che avrebbono in Firenze voluto qual cosa di più signorile; ed egli che odiava nei predicatori del suo tempo l’abuso di certe vivezze arrischiate del patrio idioma, si fece uno scrivere a quelle contrario: peccava, mi sembra, di timidità soverchia.