Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3
Part 29
Chi oggi potesse guardare addentro in questo popolo come egli era, io credo verrebbe ad aggiungere qualcosa forse non disutile all’istoria dell’umanità. Gli umori bollivano, e tutti i germi si maturavano a indi produrre quell’intestino commovimento che venne a scuotere la Repubblica. Avevano le ultime temerità degli Otto necessitato il cacciarsi innanzi essi più sempre nella via loro, posti com’erano in aperta guerra col maggior numero dei cherici, e il Papa essendo tornato a Roma, e le città di Toscana divenute ora più vacillanti ed inchinevoli alla pace. Il Papa era stato ricevuto a grande onore dai Pisani nel suo passaggio, e s’adoperava Piero Gambacorti per la conclusione d’un accordo, venuto egli di persona a questo effetto in Firenze. Intanto si era la compagnia degli Otto venuta allora a scompaginare per la morte di Giovanni Magalotti che tra essi aveva le prime parti, onorato cittadino e assai lodato dagli scrittori: fu egli sepolto, nonostante l’Interdetto, in Santa Croce; dove si vede tuttora la lapide di lui, col motto _Libertas_ aggiunto allo stemma di famiglia per concessione della Repubblica.[328] Pigliava il suo luogo Simone Peruzzi, creato mentre era in Anagni ambasciatore: l’esserci entrato cotesto uomo parve agli Otto grave offesa, ed ai contrari gran vittoria. Di già erano le ammonizioni moltiplicate; la Parte guelfa, che stava incontro a quella degli Otto, già cominciando a prevalere: fu grande passo e molto ardito avere ammonito Giovanni Dini, speziale grosso, uno degli Otto; il che annullava tutto il prestigio di cui godevano: al quale atto si credè avere dato mano lo stesso Peruzzi. Così avveniva che alla città stessero in capo due magistrati che la tiravano in contrario senso, avendo entrambi fonde radici, nè solamente nelle passioni degli ambiziosi o dei violenti, ma bene ancora nella natura stessa delle cose, come erano queste per gradi diversi sentite dagli uomini più onesti ancora e temperati. Gli Otto venivano regalati dal Comune a segno di onore (com’era l’usanza) di targhe e pennoni e vasellami d’argento; mentrechè la Parte guelfa onorava nel modo stesso e regalava i Capitani che più andavano franchi e si mostravano più acerbi intorno al fatto dell’ammonire. «Già da più tempo era cominciata addosso agli Otto grande invidia, ed i contrari facevano setta, intendendosi con certi grandi e facendosi forti al palagio della Parte guelfa: nondimeno era tanta la grazia dei detti Otto in tutto il popolo, che poche fave bianche ebbe ne’ Consigli la petizione della loro rafferma, avendola essi stessi anche onestamente contradetta.[329]» Ora quei mesi ultimi dell’anno 1377 viddero a un tempo dagli Otto essere valicato ogni confine agli ardimenti loro; e i Capitani di parte guelfa, moltiplicando le ammonizioni, tirare in senso tutto contrario la Repubblica, la quale dovette bentosto esserne lacerata.[330]
Ma ecco ad un tratto le cose volgere alla pace. Gregorio aveva a praticarla mandato in Firenze il Vescovo d’Urbino; e tanto allora prevalevano i nuovi consigli, che la Repubblica lo pregava andasse a Milano, seco inviando ambasciatori perchè insieme operassero che Bernabò volesse farsene mediatore. E questi, parendogli essere occasione buona ad umiliare i Fiorentini, ed amicandosi il Pontefice farsi arbitro in quel dissidio che a tutti i Principi dispiaceva, si recò della persona sua indi a Sarzana; dove convennero gli ambasciatori del Papa e dei Fiorentini, avendone anche mandati il re Carlo di Francia e la regina Giovanna di Napoli a procurare l’accordo. Il quale non era modo a conchiudere, se non che a condizioni dure assai pe’ Fiorentini: restituissero alla Chiesa le giurisdizioni da essi tolte e l’equivalente dei beni venduti; pagassero, in quattro o cinque anni, ottocento mila fiorini d’oro. Già consentivano queste od altre poco dissimili condizioni, tanto essendo il desiderio della pace nella città, che un avviso falso la mise in festa ed in luminarie, talchè ai magistrati convenne frenare quelle allegrezze. Ma giunse invece annunzio certo della morte di Gregorio; per la quale fu il congresso a un tratto disciolto, i Cardinali essendo corsi in Roma al conclave che fu tanto fortunoso, ed origine alla cristianità di lunghi mali. Il nuovo papa Urbano VI, travagliato dallo scisma, non ebbe modo a far valere le condizioni prima imposte; ed ai Fiorentini parve uscire con loro vantaggio dal duro passo cui vedevano condotta essere la Repubblica. Tosto mandarono ad Urbano ambasciatori, prima essendosi assoggettati alla osservanza dell’Interdetto; il quale fu tolto via solamente dopo alcuni mesi, a condizioni poco gravose ai Fiorentini.[331] Questi avevano anche ottenuto l’intento loro; e lo stato della Chiesa, che la guerra aveva disciolto, rimase debole per lo scisma, d’onde i politici avvisavano essersi aperte più larghe vie allo ingrandirsi della Repubblica.[332]
CAPITOLO IX.
LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. 1322-1378.]
Con la morte dell’Alighieri finivano (a così dire) i tempi eroici dell’istoria di Firenze, e insieme finiva il tempo eroico delle lettere. Tale possiamo noi appellare quello in cui fu concetto il sacro Poema, allora che il popolo ebbe cominciato la sua istoria; e l’alto pensiero forse rimaneva librato in aria fuori del moto vario incessante degli affetti, se l’Alighieri tenuto avesse lo stato in Firenze insieme ai nobili del suo grado. Le lettere attinsero qui forza ed ampiezza dalla vita popolare della quale erano espressione; e diedero esse valore a fatti per sè angusti, ma noti al mondo e celebrati più dell’istoria di grandi regni. Nè ciò avvenne perchè in Firenze a caso nascessero scrittori versati nei retorici artifizi, leggiadri cultori delle grazie della lingua: la lingua fu il primo fatto donde scaturiva poi tutta l’istoria di questa provincia, e da quella ebbero i grandi ingegni potenza bastante a farsi autori di grandi opere.
Varcato il mille dell’era nostra e le paure secolari che precedettero a quell’anno, fermati i barbari in Europa e ciascuna gente dentro a’ suoi confini, le nazioni cominciarono allora a sorgere, ed ognuna fece benchè lentamente a sè la sua lingua. L’Italia faceva la propria sua lingua anch’essa in quel secolo, che pure fu quello del nazionale risorgimento: Milano ebbe allora i suoi giorni più gloriosi, Venezia accrebbe il suo dominio, ed essa e Pisa e Genova riaprirono al nome latino la via dell’Asia; Roma fu italiana quando il Papato si emancipava dalla imperiale soggezione; Napoli e Sicilia, esclusi i Greci e cacciati gli Arabi, si ergevano, e quasi che senza nordica invasione, a regni fiorenti.
La lingua in Toscana, incerta per anche nei primi due secoli dopo al mille, apparve ad un tratto nella seconda metà del terzo non più fanciulla ma come fatta donna di sè medesima, e imperante con la precoce bellezza sua agli altri dialetti, tra’ quali andava divisa quella che pure in Italia già era lingua della nazione. Variavano questi dialetti non tanto per le varie sorti condotte in Italia dalle signorie straniere, ma più assai per le origini diverse dei popoli che v’erano stati prima che il latino dominasse: dovette il toscano avere fra tutti le migliori condizioni. Gli antichi abitatori della Italia media fondarono Roma, o là entro mescolandosi la formarono; affini di sangue e di favelle cotesti popoli, come aveano allora composto la lingua latina, così dovettero nella italiana poi recare ingredienti meglio omogenei tra sè stessi, e accenti e pronunzie meno dissonanti dalle latine di quel che fosse dove ebbero stanza i Celti o gli Iberi, e dove la lingua dei Romani dominatori trovando plebi parlanti sempre gli antichi idiomi, soffriva maggiore alterazione. In tutti i luoghi tenuti dai Galli mi credo io che la parola latina uscisse rattratta e scorciata da vocali mute e suoni nasali, anzichè intera e dispiegata; questo medesimo noi troviamo avvenire oggi dell’italiana. I Greci di Puglia e di Sicilia, sebbene per linguaggio più accosti ai Romani, pure appartenevano ad una famiglia che per la struttura del pensiero stava da sè; gli Arabi lasciarono almen qualche traccia nella pronunzia dei Siciliani.
Se dunque puro tra tutti gli altri dovette riuscire il parlare dei Toscani quanto all’esteriore sua forma; il pensiero mi pare dovesse per le cagioni medesime avere qual cosa di meglio nutrito, sì per la potenza delle tradizioni e sì per averle serbate più vive nel fondo istesso di questo popolo. Gli Etruschi avevano dato a Roma per la maggior parte i riti e i simboli, quelle cose insomma che risguardando a religione, in sè comprendono le maggiori profondità dell’affetto e le altezze del pensiero; niuno gli agguagliava de’ popoli italici in quello che spetta alla filosofia ed alle arti. Reggeasi l’Etruria per federazione libera, che è forma difficile a conservare, nè si conviene ad altri che a popolo maturo ed esperto e molto innanzi in civiltà: la quale forma potè durare dopo anche perduta la politica indipendenza; e le arti fiorirono, allora forse venute essendo al loro massimo incremento: sotto alla dominazione dei Romani Arezzo crebbe, Volterra si mantenne, Firenze nacque, Pistoia emerse dalle acque solite a cuoprire nei secoli antichi le valli Toscane. Poco in Etruria si combatterono le guerre civili e poco altresì quelle dei barbari che più tardi invasero l’Italia: io non so come quel Radagasio, duce poco noto di genti avanzate da eserciti maggiori, venisse a morire nei monti di Fiesole. Non mai la Toscana prestò buon cammino ai grossi eserciti, nè campo adatto a imprese grandi; il suolo magro e impaludato, e posto fuori delle vie battute, fece ai condottieri germanici questa piacere meno di tutte le altre provincie d’Italia; talchè le feudali signorie non vi ebbero mai grande incremento, e la mistura di sangue barbarico dovette qui essere più scarsa che altrove.
Il popolo dunque rimase latino più che altro in Italia; e così le lettere pigliarono quivi la forma latina, che è quanto dire latino-greca pel grande impero esercitato dall’arte dei Greci sul pensare degli uomini colti e sullo scrivere dei Romani. Il greco intelletto, fra tutti limpidissimo, congiugnendo in semplici forme il bello ed il vero, metteva sopra una via piana ed ampia la filosofia, le lettere e le arti: serbando fede a quei primi veri che hanno consenso in tutti gli uomini, e frenando le troppo fantastiche divagazioni degli intelletti, quell’arte educava il senso pratico dei Romani; i quali divennero maestri di scienza civile e politica, perchè all’immediata intelligenza dei fatti congiunsero una più vera nozione di ciò che spetti alla interiore natura degli uomini, e meno alterata la tradizione di quelle leggi per cui si regola l’universo. Notammo altrove come la scienza dei Greci e le istituzioni dei Romani tanto più valessero quanto più essendosi lontanate dalle orientali degenerazioni dei veri divini, seguivano meglio il natural lume, ossia quella filosofia perenne la quale sta fuori di tutti i sistemi; dal che avvenne che l’insegnamento cristiano trovasse le menti degli uomini meglio a riceverlo preparate.
Poco fece la Toscana parlare di sè innanzi al mille: poi la dominazione potente e simpatica della contessa Matilde chiamava l’antica gente a contrapporsi alla Germanica prevalenza; talchè si può dire questo popolo essere stato fin d’allora guelfo, in quanto ch’egli era difensore degli uomini e delle forme e tradizioni nazionali contro ai nuovi ordini che seco i barbari conducevano. Così la Toscana fu meno feudale e più cittadina: seguiva le parti del romano seggio; cresceva in quelli anni di monasteri e d’abbazie, fondate sovente negli ermi gioghi dell’Appennino, dove riuscivano più benefiche; ma qui non fu grande possanza di abbati che s’agguagliassero ai baroni. Ed in Firenze il vescovado, smembrato forse da quello di Fiesole, non ha istoria nei più antichi tempi: in questa Repubblica troviamo il ceto degli ecclesiastici mantenersi in buona grazia dell’universale, perchè non faceva parte da sè, ma quali che fossero i commovimenti dello Stato, volle e seppe essere cittadino.
Tutte queste erano condizioni per cui nel popolo di Toscana la lingua e le lettere pigliassero vita più italiana ed al tempo stesso più religiosa e popolare. Nelle altre genti la poesia, o nacque senza religione, come nel cantare feroce e barbaro dei Niebelungi; o peggio aveva suo principio dalla satira, il che vuol dire dalla negazione; poesia disciolta da ogni freno di costume e spesso incredula fino all’empietà. Ma qui tra noi la poesia nasceva cristiana: l’ode al Sole di San Francesco fu la prima voce modulata che mettesse la lingua nostra, e fu preludio al Divin Poema. Bene ebbe fede nell’idioma volgare colui che osava da una piccola città dell’Umbria chiamare per tutto il mondo gli uomini del volgo a stringersi in grande comunità religiosa: erano i primi anni del forte secolo tredicesimo, che vidde sul fine le città ordinarsi in questa parte d’Italia sotto al governo degli Artefici, e i servi alla gleba divenire contadini, e i _poveri_ e i _deboli_ difesi da una legge più civile usare parola libera e sicura; in tutti gli ordini diffusa la vita, gli affetti possenti, e volti gli animi alle grandi cose. Francesco di Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura di Bagnorea e Dante uscirono dall’Italia media; nè altri ebbe azione maggiore di questi sul pensiero e sulla vita durante quel secolo: nel corso del quale il popolo si innalzava, la scienza cristiana compieva l’ordinamento suo, venivano a luce, cristiane di spirito latine di forma, le umane lettere e la poesia. In quella gran lotta che fu tra ’l Papato e Casa Sveva alte passioni teneano eccitate le menti degli uomini; finì la contesa, e indi a pochi anni il nuovo secolo trovò alquanto più circoscritte le ingerenze nel mondo civile di quelle due potestà supreme che, l’una all’altra necessarie, tra sè disputavano l’impero sul mondo.
Ma già le nazioni si erano formate, e i popoli ambivano il governo di sè stessi, e i laici entrarono alla partecipazione della scienza. Muovevano allora le contese giù dal basso, dal fondo istesso delle nazioni: ma nei Comuni che si emancipavano, le passioni municipali avevano in cima un alto principio ed un pensiero che risguardava a tutta intera l’umanità. Ciò fu nei primi anni sino alla fallita impresa d’Arrigo VII in Italia; ed in quelli anni l’istoria di Firenze fu grande perchè, capo ed anima delle città guelfe, mostrò essa prima in quel precoce ma tanto più splendido e ammirabile svolgimento suo, mostrò all’Europa quello che fosse il nuovo popolo e quel che valesse. Certo è che i popoli dell’Italia, levatisi innanzi a che si facesse la nazione, furono strumenti a più discioglierla; e di tale colpa si rendeva quello di Firenze più reo d’ogni altro verso i secoli avvenire: ma chi oggi oserebbe a questa e alle altre città italiane fare peccato di quella ampiezza di vita civile, e delle potenti fecondità del pensiero donde ebbe il mondo tanto gran luce? Nasceva una lingua che in sè accoglieva tutto il buon senso greco-latino sorretto e innalzato dal buon senso dei cristiani; sorgevano le arti, manifestazione comprensiva del vero semplice e del bello insieme congiunti, linguaggio sommario e viva espressione del retto sentire di quel popolo, di mezzo al quale usciva il Poeta che cielo e terra scorreva mirando a un solo fine, la rettitudine.
Chi guardi al concetto del Divin Poema dirà questo essere opera compiuta, come sarebbe un vasto cerchio che si richiuda in sè medesimo. Gli stessi caratteri ebbe la _Somma_ di san Tommaso, guida interiore dell’Alighieri: e questi due libri mai non furono agguagliati per quello che spetta ad universale comprensione: pigliava il Poeta in germe le idee che il gran Dottore conduceva per tutta l’ampiezza dei filosofici svolgimenti. La vita dell’animo e l’altezza del pensiero Dante ebbe dal secolo nel quale era nato; e il nuovo secolo di già sorto apriva a lui, benchè sdegnoso, nuova esperienza della umanità. Nato e cresciuto in tempi ruvidi, scrittore di lingua per anche inesperta, bene eleggeva egli Virgilio a esterna guida, dietro a lui cercando la poesia nelle virtù riposte che ha in sè la parola, e quella splendente serenità dello stile in che sta il sommo della bellezza.
Di pari passo con la poesia, la prosa toscana continuava il moto impresso dagli alti ingegni che la iniziarono; e grande fu il numero dei cronisti, dei traduttori dai libri classici o dalla Bibbia o dai Padri, e degli ascetici moralisti. Erano scrittori popolari, seguaci di quella stessa filosofia perenne che piacque a Leibnizio, che oggi Augusto Conti ed altri seco a noi riconducono, e dalla quale a Dante mai, per quanta in lui fosse l’alterezza dell’ingegno, non cadde in pensiero di menomamente dipartirsi: quella evidente sincerità della frase, quella parola che va direttamente a cogliere il segno, le doti insomma che invidiamo agli autori del trecento, non sono grazie della lingua esterne o casuali, ma sono espressioni di sani intelletti e di dottrine che bene rispondono al comun senso della umanità. In questa Italia, che pure dicono qualcosa recasse nella civiltà moderna, mai non si produssero o poco allignarono quelli intelletti che di sè fanno centro del mondo e di là si mettono a ricomporlo; non le arcane scienze, i paradossi, i sistemi, non il dubbio d’Abelardo, non le temerarie sottilità dello Scoto, non le dottrine dissolutrici, non le troppo rigide, non la superstizione crudele o fanatica: certe infantili credulità, meno disviano dalla dirittura gli umani intelletti, che non l’alterato o incerto giudizio circa alla sostanza delle cose. Vero è che, poco gli ingegni italiani (eccetto quelli di greca origine), ed i Toscani meno degli altri, si aguzzarono in filosofia, paghi di averne in sè medesimi l’idea sommaria e molto credenti alle universali tradizioni: il quale metodo gli condusse fino a Galileo ed alla sua scuola, che nella esperimentazione teneva pur sempre fermo il concetto degli universali, e che le scienze fisiche e le razionali faceva andare di pari passo insieme congiunte in amichevole compagnia. Ma quando i sistemi tennero il campo, e quando l’analisi volle sola dominare tutta la scienza; allora l’ingegno dei Toscani cadde da quell’antica operosità sua, quasi che avesse compiuto l’ufficio che poteva egli prestare nel mondo oramai vôlto ad altre vie.
Tale era (secondo pare a noi) la forma del pensiero dei Toscani fino dai primi anni del nuovo idioma; e questo pensiero si esprimeva in un dialetto assai più degli altri accosto al latino, che è dire alla lingua solenne tuttavia della nazione; la qual vicinanza fece che da tutti gli abitatori di questa fosse più inteso naturalmente, e che da quello poi si traesse la lingua scritta via via nelle altre provincie d’Italia, secondo che queste più avanzavano in coltura. Scrivendo il toscano si avvicinavano al latino, compievano quello che in sè aveano d’imperfetto, e correggevano quel che il dialetto loro avea di straniero. I gai cortigiani della Sicilia e i dotti uomini della centrale Bologna, aveano cercato sulla imitazione provenzale foggiare la lingua nobile della poesia; ma questa pure male si annestava in quei due luoghi ai patrii dialetti, nei quali doveano, scrivendo la prosa, necessariamente ricadere: nè mai la lingua comune d’Italia, la lingua dei libri, sarebbe stata o siciliana o bolognese. Ma quando viddero che poteva una provincia d’Italia, senza distaccarsi dal proprio dialetto, levare questo in dignità di lingua bastevole ad ogni genere di scritture, conobbero il fine che altrove cercavano, in Toscana essere ottenuto; e i libri toscani, che già molti erano ed insigni in prosa ed in verso, pigliando corso, diedero nome a quella che poi fu lingua scritta della nazione.
Ma questa sorta d’autorità nulla potendo sopra i parlari delle altre provincie, si manteneva insufficiente; e da principio i Toscani stessi poco s’arrischiavano a tanto presumere del loro dialetto. Dante che giovane lo aveva usato nella _Vita Nuova_ senza che paresse a lui di far male, quando più adulto si diede a scrivere il _Convivio_, fece nel principio di quel libro lunga scusa per avere commentato in lingua volgare le Canzoni che aveva composto in lingua volgare. Scriveva egli poco dopo espressamente un altro libro che ha per titolo _De Vulgari Eloquio_, e dettava questo in lingua latina: vitupera in esso i parlari tutti dell’Italia, e più degli altri quello di Firenze, cercando un volgare che sia comune alla nazione, e che distinto dai plebei dialetti di ogni provincia, possa degnamente chiamarsi illustre, curiale, cardinale, aulico, cortigiano. Ma prima occorreva, al nuovo idioma tôrre via quel nome di volgare, per farlo capace di tante insigni prerogative. E qui a me sembra aver Dante confuso talvolta la lingua e lo stile nel concetto di quel libro, al quale non diede giammai compimento, sebbene molti anni poi gli rimanessero di vita. Benchè vi si alleghino a condanna dei dialetti voci triviali e plebee, il discorso di quel libro non viene a fermare le ragioni della lingua, ma dell’eloquenza. «Compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò _De Vulgari Eloquentia_,» scrive il Boccaccio nella Vita dell’Alighieri: e questi medesimo (cap. 19) dice contenervisi una dottrina dell’_Eloquenza Volgare_, siccome aveva già nel _Convivio_ annunziato essere sua intenzione. Discorre, a guardarvi propriamente, dell’alto stile, a scrivere il quale non vuole si mettano altro che gli uomini eccellenti, nè vuole che in quello si trattino altre materie all’infuori delle ottime e grandissime (Lib. II, cap. 1-2). Questo era il volgare illustre secondo che Dante lo intese; era il linguaggio conveniente ai sommi uomini per le somme cose, nè già una lingua ma una scelta o _pesatura_ (_librata regula_; Lib. I, cap. 18) delle voci o modi che sieno degni di quegli uomini e di quelle cose; era un camminare con passo dantesco per le sommità di un idioma, non già un pigliarlo sin giù dal fondo; era un ristringerlo anzichè ampliarlo. Ma il libro non tratta veramente se non della lingua la quale è propria della poesia; e negli esempi che Dante allega non si esce mai dalle canzoni, adatte sol esse ai più nobili componimenti, siccome afferma egli medesimo. In altro luogo (Lib. II, cap. 3-4), quell’alto stile chiama egli tragico, distinguendolo da quello che è proprio della commedia: questo nome diede egli allo stesso Poema suo, perchè non poteva sempre in esso discorrere di alte cose; e le usuali pure dovendo trattare, vedeasi costretto spesso allo scrivere usuale. Ma il volgare illustre a Dante pareva (e certo a buon diritto) di avere usato nelle Canzoni, pareagli lo avessero usato altri pochi, e tra essi alcuni dei Provenzali. Dal che si vede come per esso, anzichè un idioma, venga egli a porsi innanzi una forma di alto linguaggio per l’alta poesia, la quale forma sia comune alle nazioni di sangue latino, avendo però in ciascuna di esse una espressione tutta sua propria, che sia per l’Italia da Sicilia alle Alpi l’illustre linguaggio dei maggiorenti della nazione. Cotesta forma a lui pareva che fosse trovata pel nostro idioma quanto alle Canzoni, siccome l’aveano trovata pel loro in modo affine i Provenzali. Ma si tenga fermo che sempre innanzi gli sta il latino, signore legittimo dell’alto stile ed eccellente; e il vagheggiato _italiano illustre_ chiama in più luoghi _latino illustre_ (così ha il testo originale), ed in latino scriveva il trattato dell’_Eloquenza Volgare_.