Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3
Part 13
In questo mezzo, quattordici della parte dominatrice in Firenze erano stati da Benedetto XI citati a comparire in Perugia dinanzi a lui, per quivi purgarsi della rifiutata pace e delle minaccie fatte al Cardinale da Prato e dell’incendio. Corso Donati, benchè si fosse tenuto di mezzo, andò con essi; andarono messer Rosso della Tosa, Geri Spini, Betto Brunelleschi ed altri, con grande accompagnamento: ma sopravvenne la morte di quel buon Pontefice; di che fu gran pianto, e uscirono gravi e lunghi danni alla cristianità. Intanto però i fuorusciti, pigliato animo dallo sdegno del Papa contro ai Caporali di Firenze e dalla assenza di questi, s’erano acconciati co’ Ghibellini di Pisa e con Tolosato degli Uberti che era Capitano allora in Pistoia. Gli Uberti, rubelli da quarant’anni della patria loro e che non aveano quivi trovato mercede nè misericordia, non s’abbassarono però mai, e fuori tennero grande stato praticando con re e con signori quanto potevano per la parte loro.[122] Si erano i Pisani avanzati fino a Marti; muovea Tolosato da Pistoia con trecento cavalieri; quei di Forlì, capitanati dal Baschiera dei Tosinghi,[123] giovane ardito che avea seco 1200 uomini d’arme a cavallo e molti aiuti di Bolognesi, Romagnuoli, Aretini, scendendo giù per l’Appennino, inopinatamente furono alla Lastra sopra Montughi presso a Firenze due miglia. Nella città era malferma ogni cosa: i reggitori, non sapendo bene quali avessero amici o nemici, diceano parole umili, e spargevano essere giusto richiamare gli sbanditi. Se quei della Lastra facevano impeto, entravano forse nella città sprovveduta, dalla quale erano taluni usciti a confortarli facessero presto. Ma indugiarono quella notte per aspettare l’Uberti, che da Pistoia veniva per l’Alpe co’ suoi cavalieri e molti soldati a piede. Poichè non lo vedevano comparire, allo spuntare del giorno 20 luglio, il Baschiera dei Tosinghi, vinto da volontà più che da ragione, come giovane, vedendosi con bella gente, si cacciò innanzi ed entrò nei borghi di San Gallo senza contrasto, chè allora non erano fatte le mura nuove nè i fossi, e le vecchie, schiuse e rotte in più parti. Ruppero un serraglio, del quale gli Aretini trassero il chiavistello e per dispetto portato ad Arezzo lo posero nella loro maggior chiesa. I Bolognesi erano rimasti alla Lastra, forse perchè a’ Guelfi ch’erano tra loro non piacea l’impresa. Ma gli entrati, che furono oltre a 1200 cavalieri con molto popolo di contadini che gli avevan seguitati, si schierarono in sul Cafaggio presso alla chiesa dei Servi e fino a quella di San Marco, con le insegne bianche spiegate e con le spade ignude e rami d’ulivo gridando Pace. Il caldo era grande, sicchè parea che l’aria ardesse, e il luogo mancante d’acqua per loro e pe’ cavalli. Alcuni de’ più bramosi fuorusciti venuti alla Porta che si chiamava degli Spadai, la ruppero, entrando con parte della loro gente fino presso alla piazza di San Giovanni: e se la schiera grossa gli seguitava, quel dì avrebbono avuto vittoria: imperocchè molti nella città gli aspettavano: ma poichè seppero che insieme con gli usciti Guelfi bianchi era gran forza di Ghibellini di Toscana e fuori, nemici antichi della città, si mutarono per odio di quel nome e per temenza d’essere poi cacciati e rubati, se in loro favore si fossero discoperti. Cotesti più degli altri si mostrarono vivi alla difesa per non parere colpevoli; e così forse dugento cavalieri e cinquecento pedoni raccoltisi intorno a San Giovanni rispingeano fuori della porta gli avversari, quando avvenne che ardesse per fuoco messovi un palagio presso alla porta; e il fuoco cresceva. Quelli della schiera grossa rimasti in Cafaggio si crederono traditi, e già fiaccati dalla sferza del sole e dalla sete, e avendo sentito che i Bolognesi al primo annunzio di mala riuscita si erano partiti dalla Lastra; tutti si misero in fuga, gettando l’armi senza assalto o caccia di cittadini, che quasi non uscirono loro dietro. Tolosato degli Uberti scontrati in Mugello i primi fuggenti cercò ritenerli, ma fu invano. Nella disordinata fuga, molti trafelarono, e molti presi furono impiccati nella piazza di San Gallo e sugli alberi per la via. Tale fine ebbe quella impresa, dopo alla quale i fuorusciti si dispersero tra’ Ghibellini cercando rifugio. La sorte istessa toccò a Dante, sebbene dobbiamo tenere per certo non essere egli venuto con gli altri contro a Firenze,[124] biasimando quella mossa, e fin da principio avendo tenuto in piccola stima i Bianchi, tra’ quali gli accadde avvolgersi perchè i contrari gli parevano essere peggiori. Disdegnò il nome di ghibellino ed a sè fece parte da sè stesso, non avendo egli dove posare, in mezzo ad un secolo insano e sconvolto, la vita misera nè il pensiero.
Pistoia era sempre in mano dei Bianchi o piuttosto dei Ghibellini; e Tolosato degli Uberti, che n’era Capitano, avea favore dagli Aretini e dai Pisani e dai Bolognesi. Laonde i Fiorentini co’ Lucchesi deliberarono di muovere contro a Pistoia grande guerra; ma la città essendo ben munita di mura e di fossi, pigliaron partito di tenerla stretta per assedio buona pezza. Dipoi elessero loro capitano a quella impresa Roberto duca di Calabria primogenito del re Carlo secondo di Napoli; e quegli nel mese d’aprile 1305 venne in Firenze con molta baronia di cavalieri Aragonesi e Catalani a quivi pigliare il bastone del comando. S’accendeva la guerra allora viepiù feroce: i Pistoiesi uscendo fuori veniano spesso alle mani co’ nemici; nella città era difetto di viveri; i governatori della terra mandavano fuori fanciulli e poveri e donne di bassa condizione, ma gli assedianti facevano agli uomini tagliare i piedi e alle femmine smozzicare il naso. Gli usciti di Pistoia che conosceano le donne dei loro nemici, più imbestiavano nel vituperarle; ma il Duca molte ne difese, maggior pietà essendo negli uomini di guerra che nei parteggianti. Clemente V, che era successo a Benedetto XI, persuaso dal Cardinal da Prato, mandò in Firenze nel mese di settembre due suoi Legati a comandare si levasse l’oste da Pistoia sotto pena di scomunica; e tosto il Duca partitosi dall’assedio, si recò in Francia dove il Papa dimorava: ma i Fiorentini disubbidirono al comandamento. Crescevano intanto le difficoltà e le spese, per il che ordinarono una gravezza o taglia, che si chiamò la Sega, sopra i Ghibellini o Bianchi, i quali dovevano pagare ogni dì tanto per testa; chi tre lire, chi due, chi una, secondo che parea loro potesse ciascuno sopportare; fossero al confine o in città rimasti, doveano pagarla. E a tutti i padri che aveano figli atti alle armi imposero altra taglia, se questi tra venti dì non si appresentassero nell’oste. Molti contadini furono costretti militare senza soldo. Fra queste miserie passò l’inverno. Ai Pistoiesi, ridotti agli estremi, speranza sola era la disperazione; quando accostatosi alla città il cardinale Napoleone degli Orsini legato del Papa, i Fiorentini si consigliavano finalmente venire ai patti. Pistoia si arrese il 10 aprile 1306, salve le persone. I vincitori guastarono le muraglie della città, che erano bellissime; il contado andò diviso tra’ Fiorentini e i Lucchesi, i quali partirono tra loro altresì la signoria di Pistoia; chè i primi vi mandarono il Potestà, e i secondi il Capitano. L’esercito tornò a Firenze, dove coi festeggiamenti consueti fu celebrata una vittoria tardi acquistata e crudamente.[125] Allora voltatisi a fortificarsi contro gli Ubaldini, perpetui nemici che teneano l’Appennino con molte castella e infestavano il Mugello, ruinarono la loro principal sede in Monte Accianico, fabbricando a petto a questa una nuova terra che si chiamò della Scarperia, rifugio e fortezza agli uomini del contado che prima stavano sotto a quei signori.
Per queste vittorie, e perchè la guerra pone sempre in più alto grado coloro ai quali spetta il governarla, parendo ai gelosi popolani di Firenze che i loro grandi e possenti uomini troppo venissero in baldanza, attesero a dare con nuove riforme più forza al popolo, e ordinarono in miglior guisa le compagnie o milizie cittadine, che rifatte dal Cardinale da Prato, aveano sempre per loro insegne quelle delle Arti: ma ottennero adesso Gonfaloni loro propri, donde nacque l’ordine dei Gonfalonieri di compagnie, d’allora in poi tenuti dei primi ufficiali dello Stato: fu aggiunto alle insegne il rastrello del re Carlo. Era in Firenze come in ogni altra città libera il Potestà, cui s’apparteneva il diritto della spada, e nel cui nome tuttora s’intitolavano gli atti pubblici, perchè egli solo rappresentava, ma quasi per via di una legale finzione, l’imperiale potestà, messa da parte, ma formalmente non mai abolita nei governi popolari. Però scemava ogni giorno più l’autorità di quel magistrato, del quale sovente la città era mal soddisfatta; perchè oltre all’essere forestieri, come signori di gran lignaggio male col popolo s’intendevano, e poco amavano quelle leggi ch’essi dovevano eseguire: uno di loro, per sottrarsi al sindacato, portava seco come in pegno il suggello del Comune, nel quale era inciso un Ercole. E prima essendo per maleficii sostenuto in Palagio un Talano degli Adimari Cavicciuli, i consorti suoi avendo percossi gli armati del Potestà che erano fuori, e così entrando nel Palagio vuoto, ne trassero quel Talano, senza che poi di tanto eccesso fosse giustizia o punizione. Del che sdegnato il Potestà, si partiva senza avere finito l’anno; e perchè la città non poteva rimanere senza rettore, divisero per i mesi che avanzavano l’ufficio tra dodici cittadini, due per sesto, che uno grande e uno popolano; e si chiamarono le dodici potestà. Quindi volendo i Fiorentini trasferire la potenza ognora più in quei magistrati ch’erano a guardia della libertà; al Capitano del popolo creato, siccome abbiamo detto, molti anni innanzi, ma che doveva essere nobile, aggiunsero un Esecutore degli ordini di Giustizia, che fosse pure egli forestiero: a lui spettasse fare inchiesta e procedere contro a’ grandi che offendessero i popolani; ma questi, che non esercitava giurisdizione, poteva essere anche di popolo.[126] Di queste riforme si tennero i grandi più che mai gravati.
Il cardinale Napoleone degli Orsini, dopo la caduta di Pistoia, s’era condotto a Bologna, e quivi raccolte molte genti dalle terre della Chiesa, e gli usciti di Firenze, e da Roma quelli i quali stavano per il Papa, andò con oltre 2000 cavalli a porsi in Arezzo, quivi molto bene ricevuto. I Fiorentini, senza aspettare d’essere aggrediti, per la via di Val d’Ambra si accostavano con forte esercito ad Arezzo; ed allora il Cardinale, fatto altro consiglio, venne per il Casentino fin presso a Firenze, avendo speranza d’esservi introdotto. Ma poichè seppe dietro sè avere perduto Arezzo, vedendosi chiuse le vie della guerra, si diede a trattare con Geri Spini e Betto Brunelleschi, a lui mandati dalla Repubblica. Voleva egli con minaccie il ritorno degli usciti, ma quei due tanto lo menarono in parole, che egli senza nulla fare, ed anche essendogli poi tolta dal Papa la legazione, si partiva. I Fiorentini per quelle mosse aveano posta forte gravezza sopra i chierici; i quali facendo difficoltà al pagare, e i monaci di Badia avendo chiuse le porte e suonate le campane, alcuni malandrini di plebe minuta, sospinti da altri, per forza entrarono nel convento che fu rubato; ed il Comune, perchè avevano suonato, voleva tagliare il campanile fino da piede, ma fu invece dimezzato per altezza, con furia da molti discreti uomini biasimata.[127]
Fu detto la mossa del Cardinale contro a Firenze fosse con intesa di Corso Donati, il quale aspirasse con tale aiuto alla signoria. Teneva lo Stato allora una mano di grossi popolani, che tra sè e gli aderenti loro gelosamente ne dividevano l’autorità e i profitti. Ma Corso Donati nè voleva nè sapeva usare quei modi; sempre ambizioso di cose grandi, alle minute non attendeva, nè a lui piaceva di avere grado cui altri seco partecipasse. Male col popolo se la intendeva; ma pare avesse egli aderenze nella Toscana fra i collegati e presso i popoli delle terre e dei piccoli Comuni, i quali vivevano in dependenza dai Fiorentini e spesso erano angariati dagli ufficiali che la Repubblica vi mandava. Amico e pratico dei Signori in Toscana e fuori, aveva egli tolta di recente per isposa la figlia di Uguccione della Faggiuola, di già il più forte ed il più temuto dei capi ghibellini. Questo era scoprirsi come aderente a quella parte: e Corso tirava a sè i grandi, e prometteva di annullare gli ordinamenti ch’erano fatti contro a loro; ond’essi più arditi, nelle piazze e ne’ Consigli superbamente parlavano: e i nobili di oltrarno diceasi che stessero parati a una mossa per la mutazione dello Stato. Di già offese e ferimenti avvenivano tra le due parti: armava Corso gli amici suoi, tra’ quali era di popolani la casa Medici: avea richiesto un forte aiuto da Uguccione, e già le masnade ghibelline di questo cominciavano a mostrarsi infino a Remole presso alla città.
A questa novella, una domenica mattina, 6 ottobre 1308,[128] si levò grande rumore: per ordine della Signoria le campane suonano a martello, si radunano i Consigli, ed in un’ora Corso Donati viene accusato e giudicato e condannato come rubello e traditore del Comune. Da casa i Priori mossero incontanente dietro al gonfalone della giustizia, il Potestà ed il Capitano e l’Esecutore con le loro famiglie, ed i gonfaloni delle compagnie col popolo armato, e le masnade catalane col Maliscalco del re Carlo: aveano chiamato dal contado le compagnie delle leghe, ma queste poi non abbisognarono. A furore di popolo andarono contro alle case dei Donati da San Pier Maggiore. Del che subito avvisato Corso, si asserragliava con forti sbarre a piè di una torre a cui facevano capo due strade; seco avea molti consorti ed amici e fanti armati con balestre; i Bordoni erano a lui venuti con gran seguito e co’ pennoni dell’arme loro. Egli per la gotta non potendo maneggiare le armi, inanimava e lodava i suoi che francamente combattevano; aspettava l’aiuto dei soldati d’Uguccione, e sperava quello dei nobili d’oltrarno e di alcuni altri per la città. Durò la battaglia gran parte del giorno; si combatteva con lance e con balestre e pietre e fuoco; gli assalitori di numero soverchiavano, ma tutti non erano dell’animo stesso, a taluni non piacendo quello che si faceva. Sull’ora di vespro si udì che le genti di Uguccione tornavano indietro da Remole per un falso avviso, come poi fu detto, pel quale crederono Corso a quell’ora essere stato già preso e morto. Allora quelli di dentro al serraglio si cominciarono a partire; e certi del popolo, avendo rotto il muro d’un giardino, entrarono dentro. Corso, vedendosi rimasto molto sottile di gente, deliberò abbandonare la difesa ed uscire dalla città; gli amici suoi fuggirono per le case, taluni fingendo essere della contraria parte. Uomini armati andavano intanto a caccia dei fuggenti; e avendo incontrato sul ponte d’Affrico Gherardo Bordoni l’uccisero, e un giovane degli Adimari Cavicciuli, tagliatagli barbaramente una mano, andava a conficcarla nell’uscio d’un altro Adimari suo nemico. Alla fine Corso, anch’egli fuggendo, presso a Rovezzano fu raggiunto da certi soldati catalani, i quali volendo menarlo preso a Firenze, ed egli pregandoli e promettendo molta moneta se lo scampassero, nè potendo ciò da essi impetrare; come fu presso a San Salvi, per paura di essere giustiziato, si lasciò cadere dal mulo sul quale l’aveano posto; ma infermo com’egli era per la gotta, gli rimase un piè nella staffa, e la bestia più traeva. Accorrevano i villani ed altra gente; uno dei soldati, temendo non glielo cavassero dalle mani, gli diede d’una lancia nella gola e lo lasciò per morto. I frati di San Salvi lo fecero trasportare al loro monastero, chi disse vivo e pentito de’ suoi peccati, chi disse già morto: ivi fu interrato senza pompa, per timore del Comune.[129] Ma dopo tre anni ammorzati gli odii, ed in molti ridestandosi l’amore per Corso, ed in più altri l’ammirazione; i consorti e gli amici di lui, dissotterrato il cadavere, gli celebrarono in San Salvi esequie solenni, ma non però senza che uomini armati stessero a guardia della chiesa contro ogni insulto degli avversari.
CAPITOLO VII.
ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN. 1309-1321.]
Per la morte del re Carlo II d’Angiò, Roberto suo figlio, e già duca di Calabria, era succeduto alla corona del regno di Puglia nel mese di maggio dell’anno 1309, essendo rimasta quella di Sicilia in potestà di Federigo Aragonese. Ma il re Iacopo d’Aragona, che dimorava in Ispagna, era venuto in grande concordia con gli Angiovini di Napoli, e quindi co’ Guelfi di tutta Italia. Firenze aveva nimicizia permanente co’ Pisani che in Toscana erano sempre capi della parte ghibellina, cacciato avendo di signoria Nino di Gallura, che insieme al conte Ugolino della Gherardesca l’aveva tirata per brevi anni a parte guelfa. Di questo Nino rimaneva la figlia unica Giovanna (che Dante ricorda con tanto dolci parole), erede ai possessi ed ai titoli sovrani del padre in Sardegna. Ma perchè Iacopo d’Aragona si stringesse agli Angiovini contro al fratello di Sicilia e rinunziasse ai suoi diritti sopra a quell’isola, Bonifazio VIII gli aveva largita una papale investitura sulla Sardegna; e i Fiorentini, mentre diceano loro fine essere l’insediare la figlia innocente del Giudice di Gallura, null’altro cercavano che indebolire i Pisani chiamando in Sardegna il re d’Aragona. Con essi era pace in quegli anni, e tra le due Repubbliche passavano lettere bugiardamente affettuose: mentre da quella di Firenze si offriva danaro all’Aragonese perch’egli scendesse a occupare la Sardegna, mandandogli a questo fine ambasciatori. A nulla riuscirono coteste pratiche per allora, perchè il re Iacopo avendo in casa guerra migliore contro ai Mori di Granata, preferì all’oro dei Fiorentini l’aiuto di navi offertogli da Pisa, e questa mantenne per altri pochi anni il possesso di Sardegna a malgrado i Fiorentini, cui non parevano stranieri all’Italia altri essere che i Ghibellini, e senza scrupolo si aiutavano di chiunque mostrasse favorire parte guelfa. Cercavano insieme per via di trattati estendere i commerci loro di molto ampliati negli ultimi anni, e massimamente in quei paesi i quali restavano tuttora più addietro nello svolgimento delle industrie. Di quei maneggi abbiamo un cenno, ma insufficente, dal Villani, e la notizia ne rimaneva chiusa negli archivi, finchè ai dì nostri non venne in luce tratta dai registri della Signoria.[130]
Dacchè fu eletto Clemente V, prima arcivescovo di Bordeaux, era il papato tenuto in Francia sotto la dura custodia del malvagio re Filippo il Bello. A questo andarono le ambizioni fatte allegre nei pontefici dopo alla caduta di Casa Sveva; ma quella caduta, e poi la lunga vacanza e l’abbassamento dell’Impero, non che rialzare la Chiesa di Roma, sembravano piuttosto avere invilite le braccia di lei, come si esprime il Compagni. Dappoichè nacquero come ad un portato il nuovo Impero occidentale e la potenza civile dei Papi, le due supreme potestà, che il mondo cristiano invocava, si sostenevano l’una l’altra in mezzo alla stessa perpetua lotta che era tra loro, così fattamente da essere l’una all’altra necessarie; entrambe avendo comune ragione nella universalità di quel principio che in due non mai bene poteva dividersi, e che ambo insieme rappresentavano. Bene gli antichi imperatori volevano imporsi patroni alla Chiesa, ma grande ed alta sempre la volevano; invece i due primi re Angiovini, chiamati e nutriti da Papi francesi, la tennero sotto a odiosa tutela, e parte guelfa mutò sembianza poichè ebbe a capo un re forestiero. Poi la violenza che tirò in Francia la sedia istessa pontificale, prostrava in Italia ogni principio d’autorità; gli Stati della Chiesa vedeano alternarsi tirannie prelatizie e cittadine, e Roma lacera e impotente non sapea portare nè il peso istesso del nome suo, nè il beneficio della libertà. Ora Filippo avea teso ogni arco per fare avere il seggio imperiale a suo fratello Carlo di Valois, che ai papi sarebbe stata servitù peggiore di quella temuta sotto Casa Sveva dalla unione all’Impero dei reami di Sicilia. Clemente V allora ebbe un forte pensiero; e lungi dal cedere al re Filippo su questo punto, faceva eleggere il conte Arrigo di Lucemburgo: i nostri cronisti di ciò fanno onore al cardinale Niccolò da Prato.
Il nuovo eletto era signore di piccolo Stato, ma savio e prode; la dignità imperiale scaduta di forza, avendo percorso anch’essa il tempo delle esorbitanze sue, parea volersi con Arrigo VII ritrarre alla fonte e alla purezza del suo principio. In quanto all’Italia, intendeva egli esercitarvi d’accordo col Papa quell’alto ufficio di moderatore che dalle congiunte due potestà il mondo aveva più secoli invocato vanamente. Era una splendida astrazione, e sembra invero che Arrigo VII l’avesse nell’animo franco e leale: i migliori uomini d’Italia aspettavano lui sanatore di quelle piaghe che a tutti dolevano. Dante, all’udire non falsamente predicare il senno e la moderazione di lui, credette in lui scorgere quell’uomo del suo pensiero, che uniti in concordia l’Impero e la Chiesa, e dato ordine all’Italia, sotto di sè agguagliasse, arbitro supremo, le sorti del mondo composte a giustizia ed a temperata libertà: quindi egli serbava a lui nel poema un seggio tra’ sommi nel più alto Paradiso. Un altro virtuoso ed illustre fiorentino, guelfo e popolano, di mite ingegno e di natura poco ambizioso, Dino Compagni, anch’egli aveva chiamato co’ voti Arrigo, e aveva in lui sperato. In quella vacanza che il nostro Dino faceva principiare dalla morte di Federigo II (quegli non tenendo veri imperatori i quali non erano discesi in Italia a pigliar la corona) _l’Imperatore del Cielo, scrive egli, provvide e mandò nella mente del Papa e dei Cardinali di eleggere il savio Arrigo di Lucemburgo_. Il Compagni, guelfo al modo stesso dell’Alighieri, voleva però che nell’Italia non fosse spenta l’autorità dell’Impero, la cui potenza sognavano ordinatrice sovrana, bastante a frenare con armi legittime le tirannie d’ogni sorta; e così quella dei re di Francia, che angariavano i pontefici, come in Italia quella dei tiranni lombardi o toscani, ghibellini o guelfi, signori feroci in chiuse castella, o falsi o invidi popolani. E Dino condanna le città e i signori che ad Arrigo resistevano, e soprattutto l’ardimento dei Fiorentini o dei capi della parte nera, che per danari o per ogni maniera di pratiche destavano contro al Signore giusto ribellione. Giovanni Villani, benchè si tenesse coi Guelfi più stretti, applaudiva anch’egli ad Arrigo, chiamando lui «savio e giusto e magnanimo, disceso per farsi pacificatore dell’Italia.»