Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3
Part 14
La massa intanto di parte guelfa tutta era in arme ed in sospetti per la prossima venuta del nuovo eletto Imperatore. Il re Roberto, che n’era capo, aveva mandato in Firenze un suo maliscalco con 300 cavalieri catalani, i quali andarono coi Fiorentini verso Arezzo, ed ivi ebbero buon successo contro agli Aretini condotti da Uguccione della Faggiuola. Poi nel giugno del 1310, quando si appressavano ad un’altra spedizione contro di quella città, una lettera imperiale comandava loro di abbandonare la impresa, Arrigo intendendo scendere in Italia a comporre le discordie. Mandava poi questi in Firenze Luigi di Savoia, eletto da lui senatore in Roma, con altri a richiedere la città di fargli omaggio nella coronazione sua, e che frattanto gli inviassero ambasciatori a Losanna; innanzi tutto richiamassero le genti loro da Arezzo. Molti dispareri sorsero in Firenze per tale ambasciata, e assai fu discusso circa l’ubbidire o no: rispondeva prima nel Consiglio Betto Brunelleschi, che mai per niuno Signore i Fiorentini inchinarono le corna: ma più onestamente, sebbene allo stesso effetto, rispose Ugolino Tornaquinci in nome della Signoria. Gli uomini savi ripresero Betto, nè il popolo lo commendò. Gli ambasciatori continuando recarono alle genti sotto Arezzo il comandamento di partirsi; ma non avendo ciò ottenuto, andarono a porsi in Arezzo molto indignati contro a’ Fiorentini.[131]
Aveano molte città italiane mandato ad Arrigo ambasciatori in Losanna: e già quelli dei Fiorentini erano eletti, ed avevano apparecchiato i panni per le robe da comparire onorevoli, e fatti altri apprestamenti; allorchè per certi grandi guelfi di Firenze si sturbò l’andata. Ora appresentandosi al Signore le varie ambascerie delle città di Toscana, domandò perchè non vi fosse quella di Firenze. Rispostogli essere per il sospetto che ivi si aveva di lui, ripigliò: «Male hanno fatto, chè nostro intendimento era di volere i Fiorentini tutti, e non partiti, a buoni fedeli; e di quella città fare nostra camera e la migliore di nostro imperio.[132]» Altre difficoltà sorsero fra lui ed i Fiorentini, i quali nel seguente agosto maggiormente insospettiti, fecero mille cavalieri cittadini, si cominciarono a guernire di soldati e di moneta, e strinsero lega col re Roberto e con più città di Toscana e di Lombardia, all’intento d’impedire la passata d’Arrigo in Italia: mentre al contrario i Pisani, che la bramavano, mandarono a questo 60 mila fiorini d’oro, ed altrettanti gliene promettevano quando fosse giunto nella città loro. Con questo aiuto si mosse Arrigo da Losanna per passare le Alpi. Ed in quel tempo il re Roberto tornando da ricevere la corona in Avignone venne in Firenze: intimorito al pari dei Fiorentini per la passata dell’Imperatore, si sforzò di conciliare i Guelfi tra loro, ma con poco frutto. Albergato nella casa dei Peruzzi, ebbe dalla Repubblica onoranze e molto danaro, tantochè ogni dì più si andava rafforzando con lui l’amicizia.
Sul cadere di settembre l’Imperatore, passato il Cenisio, calò in Piemonte ed in Lombardia. Soggiornò in Asti più di due mesi, e di lì poi giunto ad un bivio che conduceva quindi a Milano e quindi a Pavia, il vecchio Matteo Visconti caporale dei Ghibellini, alzando la mano, gli disse: «Signore, questa mano ti può dare e torre Milano.[133]» Matteo era capitano di quasi tutta la Lombardia, uomo astuto più che leale. Guidotto della Torre, che dominava in Milano, capo di parte guelfa e unito in lega co’ Fiorentini, vedeva con timore avanzarsi l’Imperatore in compagnia dei Visconti: avrebbe voluto fare resistenza; ma visto non potersi fidare del popolo, accolse con grandi dimostrazioni di rispetto l’Imperatore; il quale condusse le due famiglie rivali a forzata riconciliazione, donde usciva quindi con la caduta dei Torriani la signoria dei Visconti. Era il gennaio 1311: la venuta dell’Imperatore fu nell’Italia variamente accolta. Lo sperare dei Ghibellini si ridestava, e invano Arrigo mostrava volere essere amico a tutti; pigliava in Milano la corona, ed accoglieva del pari Guelfi e Ghibellini: seco erano tre Cardinali legati del Papa; cosicchè la prima volta, ma per breve tempo, le due supreme potestà sembravano congiunte insieme, in un voler solo. Ma di ciò quegli animi sfrenati non si contentavano; i Ghibellini diceano, e’ non vuole vedere se non Guelfi; e i Guelfi diceano, e’ non accoglie se non Ghibellini.[134] Falliva la parte d’arbitro supremo, che Arrigo si aveva assunta con lo scendere in Italia; costretto accorgersi dove fossero i suoi amici naturali e dove i nemici, senz’altra forza che dei baroni accorsi a lui, senza moneta, quando non la spremesse di fondo al popolo; Arrigo, a malgrado i buoni suoi proponimenti, costretto vessare e costretto inferocire, bentosto non fu in mezzo ad uomini italiani altro che un tedesco imperatore. L’avere egli posto vicari imperiali nelle città invece dei potestà e dei capitani, diceva abbastanza quel ch’egli volesse. Così era tutta la vita nostra ricacciata un secolo addietro, e innanzi tempo compressi i vizi nella servitù. Firenze, postasi a capo della contraria parte, allora si diede a rinforzarsi di mura, a stringersi maggiormente colle città guelfe toscane e lombarde, ad esortarle si opponessero per ogni modo all’Imperatore, inviando loro a questo effetto moneta e soccorso di soldati mercenari.
Dante in Milano avea veduto l’Imperatore, dal quale sperava in patria il ritorno. Poi dal Casentino, dove era in casa i Conti Guidi, scriveva due molto famose lettere, che una ai principi ed ai popoli d’Italia perchè si assoggettassero all’Imperatore, e l’altra a questo, esortandolo al compimento della impresa; nella prima intitolando sè stesso «l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino indegnamente sbandito;» e la seconda, oltrechè nel proprio suo nome, in quello di «tutti universalmente i Toscani che pace desiderano,» degli esuli cioè che a Dante s’erano accompagnati e di coloro che a lui consentivano. In questa esortava l’Imperatore a rompere ogni indugio; scendesse tosto di Lombardia, venisse contro a Firenze sola, dove era il nido e la forza della ribellione; questa essere «la pecora inferma, la quale col suo appressamento contamina la gregge del suo signore:... lei ricondotta, le sparse forze dei contumaci in Lombardia tosto verrebbero sgominate:... ed allora l’eredità nostra, la quale senza intervallo piangiamo esserci tolta, incontanente ci sarà restituita.» In questa lettera è solenne documento dei concetti e dei dolori e delle passioni che dentro agitavano la fiera anima del Poeta.
L’Italia pareva cedere ad Arrigo. Cremona soccorsa dalle genti e dai danari dei Fiorentini gli faceva resistenza: tuttavia poco stante venne in potestà sua, mandando a lui dei suoi cittadini scalzi col capo nudo, in sola gonnella e colla correggia al collo a domandare mercè: i Bresciani, dapprima ossequiosi, istigati poi dai Fiorentini, in un subito gli negarono ubbidienza, e tornarono poscia ad arrenderglisi nel settembre del 1311. Siccome però Milano e la parte dei Torriani insorgevano, era evidente come tutte quelle città null’altro aspettassero che il destro a nuovamente ribellarsi. Ma Genova accolse poco dipoi tra le sue mura l’Imperatore, che fu onorato con pari sollecitudine dalle due fazioni, quella dei Doria che vi dominava, e quella degli Spinola che n’era stata sbandita. Parma ed alcune città di Romagna erano tenute fortemente da un cavaliere catalano che era a’ servigi del re Roberto; con esso andavano le genti dei Fiorentini e i fuorusciti di Brescia e quelli che indi a poco rientrarono in Cremona. Padova si ribellava anch’essa in quei giorni: i Fiorentini, mentre cercavano suscitare da ogni lato nuovi nemici ad Arrigo, si studiavano anche di porgli inciampi con l’inviare a questo effetto legati nella corte Avignonese, dove spesero assai danari e altro non ebbero che parole. Munivano intanto di forti difese i vari passi dell’Appennino; e rinnovarono la lega co’ Bolognesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani e Pratesi, e con tutte le altre terre guelfe di Toscana, mentre taglieggiavano Pistoia molto aspramente colle imposte. Si dava Siena di ora in ora a questo o a quello.
Da Genova si erano intanto avviati verso Toscana due messi imperiali, Pandolfo Savelli notaro pontificio e Niccolò vescovo di Butronto, autore quest’ultimo di una molto credibile relazione che, intitolata a Clemente V, è il più autorevole documento che abbiamo sul viaggio di Arrigo VII in Italia.[135] Avuto mandato di ricevere l’omaggio dai signori e dalle città di Toscana, chiesero il passo ai Bolognesi, ai quali scrissero che andavano nunzi di pace con lettere papali e imperiali: ma l’inviato loro fu messo in carcere; donde poi fuggito, recò la novella ai due Legati, che immantinente voltati a destra, per vie orribili cercavano luogo a varcare l’Appennino. Incontrarono soldati della Repubblica di Firenze, mandati a guardia di quelle strette; ma che, saputo come l’Imperatore avesse presa la via di Genova, tornavano indietro: furono da questi lasciati andare senza contrasto, non senza paura (scrive il nostro dabben Tedesco); e salvi giunsero alla Lastra vicino a Firenze. Mandarono quivi a chiedere ospizio per lettere al Potestà e al Capitano, perchè come uomini imperiali teneano da meno l’autorità del Gonfaloniere. Subito in Firenze si radunò gran Consiglio; e per la città intanto si diceva essere venuti messi di quel tiranno che di Germania era disceso in Italia a distruzione di parte guelfa sotto l’ombra della Chiesa e avendo prescelto cherici all’inganno, con grande moneta. I due Legati, aspettando le risposte, avevano la mattina dopo già fatto mettere all’ordine i cavalli e legare le some; quando, mentre erano a mensa, udirono la campana suonare a martello e viddero la strada empirsi d’armati che circondarono la casa; dove uno dei Magalotti tentava salire con grida, ma il padrone della casa gli stava incontro a capo la scala. Pur nonostante quelli bentosto salirono su: dei familiari, chi si celava sotto ai letti, e chi saltando per la finestra fuggiva; un povero frate moriva nel salto: lo scrittore di questa scena ringrazia Dio d’avere serbata però sua fermezza. I somieri con le robe furono tutti menati via: ma dalla città venivano uomini mandati dal Potestà e dal Capitano, e con essi uno degli Spini che gli esortò a voltare indietro con la speranza di riavere le robe loro; portavano lettere pontificie, che i Legati negarono pure di farsi leggere: i sopravvenuti gli avviarono tosto per la via dei colli di San Gaudenzio, donde pervennero sulle terre dei Conti Guidi, nel Casentino. Riebbero undici dei loro cavalli e tre somari; il Vescovo di Butronto perdè la cappella sua ed ogni cosa che egli avesse al mondo in oro o in argento, salvo l’anello ch’egli portava in dito e lo stile col quale scriveva sulle tavolette da ricordi. Pandolfo Savelli, che avea più da perdere, perdè ogni cosa.[136]
I Conti Guidi erano parte Guelfi, parte Ghibellini: tutti giurarono fedeltà, e promisero di appresentarsi al Signore e fargli omaggio nella coronazione; i Guelfi si mostravano più caldi, ma chiedeano indugi, temendo i popoli e le terre circostanti. Di quella famiglia era il Vescovo d’Arezzo, che volentieri accolse i Legati nella città sua, e giurò pei beni temporali, avendo quei Vescovi il grado di Conti palatini. Poi gli condusse a Civitella, sua terra murata sopra un alto poggio che domina tutta la Valle di Chiana con ampia corona dei monti appennini: cedeva quel luogo perchè ne facessero come una camera dell’Impero. Di là mandarono citazione ai Fiorentini ed ai Senesi, tosto poi dannandoli come contumaci a pene gravissime secondo il diritto, del quale il buon Vescovo di Butronto capiva poco; ma il Savelli, dicevano tutti che se ne intendesse molto bene. Citarono anche le terre circonvicine a comparire per sindachi, dei quali molti comparvero, pochi si scusarono o chiesero indugio per la paura o per avere le robe loro in su’ mercati dei non ubbidienti. Quelli di Cortona per bocca del sindaco aveano giurato, ma popolarmente in piazza non vollero, dicendo sarebbero stati distrutti dai Perugini, e da quei di Gubbio e di Città di Castello, e che gli Aretini poco gli amavano: ottennero anch’essi però dilazione con poca voglia dei due Legati. Ad essi frattanto mandarono alcuni maggiorenti di Perugia, dicendo voleano avere pace con l’Imperatore, pagandogli certa somma e un tributo annuo pei castelli di ragione dell’Impero che essi tenevano, e per il Lago; le quali cose affermavano di possedere giustamente, avendone privilegio da un papa e consenso da un imperatore; ma chiesti mettessero fuori quei titoli, non gli aveano. Parve una truffa ai due Legati: mandarono un frate per questo a Perugia; ma tosto fu detto a lui se ne andasse, perchè il popolo era guelfo, e quando sapesse che si invocavano carte e privilegi, direbbe tradite le libertà sue. Citarono pure i Conti di Mangona, quei di Montedoglio, Uguccione della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, i Conti Ubertini e quei da Pietramala, i Marchesi ch’erano assai dai monti d’Arezzo fino a quelli di Perugia: e generalmente i Signori di castelli e nobili dei distretti di Firenze, di Siena, d’Arezzo e di Chiusi; in tutti forse cinquecento Ghibellini e Guelfi. Giurarono molti, il maggior numero in segreto per salvarsi ad ogni evento; chi all’appresentarsi ponea condizioni, i Legati condannavano.[137]
In Genova era venuta a morte l’Imperatrice: dopo di che Arrigo mandò ai Legati lo raggiungessero in Pisa con quante più genti potessero: muovevano questi col Vescovo d’Arezzo e altri Signori che da quelle parti ebbero animo di seguirli: girarono attorno alle terre dei Senesi, e di castello in castello, da Radicofani vennero a Santa Fiora, da quei Conti assai bene accolti, ed avviati per mare fino a Castiglione della Pescaia, dove si distendeva l’ampio dominio dei Pisani. Trovarono in Pisa l’Imperatore, che per avere deposto gli Anziani e messo al governo della città un suo Vicario, avea forte turbato gli animi e discontentati. Aveva da Genova fatto processo ai Fiorentini, dipoi condannati nelle persone e negli averi; da Pisa mandava soldati nei confini loro, e facea gran prede in sulle vie: essi che aveano le loro genti fatte venire di Lunigiana e posto in difesa San Miniato ed altri luoghi, rinforzati di duecento cavalieri che il re Roberto aveva mandati, con grande fervore correano alle armi, prorompendo in grida d’onta contro l’Imperatore, chiamandolo crudele, tiranno e ghibellino: nei bandi loro dicevano, a onore di Santa Chiesa ed a morte del Re della Magna. Tolsero le aquile dalle porte, le rasero dovunque fossero o intagliate o dipinte, pena a chi le riponesse.[138]
Tale era il sentire del popolo di Firenze; ma vero è poi che molto venivano eccitati dai rettori, che degli spiriti popolani si facean arme e ne acquistavano a sè grandezza. Mugnevano il popolo per fare danari, che spargessero la guerra in tutta Italia contro all’Imperatore: onde ire di parte, e poi vendette cadevano sopra i capi di quella setta, da noi più volte nominati. Betto Brunelleschi ghibellino rinnegato, ricco ed avaro, da due giovani dei Donati assalito in casa sua mentre giocava a scacchi e ferito nella testa, moriva indi a poco. Pazzino dei Pazzi s’era acconciato coi Donati della morte di messer Corso: ma era in odio però a quei sempre indistruttibili Cavalcanti; uno dei quali saputo com’egli fosse ito a cacciare col falcone ed un solo famiglio sul greto d’Arno da Santa Croce, gli tenne dietro con alcuni compagni: Pazzino, poichè gli vidde, cominciò a fuggire; ma tosto raggiunto, cadeva trafitto. A quel misfatto, i Pazzi e i Donati, col Gonfaloniere di giustizia, corsero alle case già restaurate dei Cavalcanti; le quali difese da essi e dagli amici loro, non si poterono espugnare; ma quarantotto dei Cavalcanti ebbero condanna negli averi e nella persona, e due figli di Pazzino dal popolo furono fatti cavalieri e donati largamente.[139]
Malvagie sovente erano le opere di coloro i quali teneansi la città in pugno; ma con farla essere tutta guelfa mantenevano ad essa la forza che è nell’unità, e quel carattere per cui solo ebbe ella grandezza. In quell’anno 1311 una provvisione richiamava i Guelfi che dopo all’ottobre 1308, cioè dopo alla morte di Corso Donati, per qualsivoglia cagione fossero fuorusciti, e confermava e rinforzava il bando e le condanne contro a’ Ghibellini, dei quali si leggono i nomi descritti in lunga serie.[140] Sono oltre a mille, chi tenga conto delle famiglie che tutte intere ebbero bando: Ghibellino da quel giorno volle dire nemico e ribelle. Di questa legge fu autore e ad essa dava il nome Baldo d’Aguglione, giureconsulto, cui l’Alighieri diede mala fama: aveva costui dichiarato irrevocabile il lungo esilio del Poeta. Dino Compagni era come guelfo rimasto in Firenze, e, come vedemmo, dannava la guerra che ad Arrigo si faceva; ma quando s’accorse questo Imperatore incrudelire, e fattosi capo della parte ghibellina venire in armi contro a Firenze divisa e guasta, allora il buon Dino, che scampo non vede, poichè non vede giustizia da parte nessuna, depone la penna come disperato con queste parole: «O iniqui cittadini, ora vi si comincia a rivolgere il mondo addosso; l’Imperatore con le sue forze vi farà prendere e rubare per mare e per terra.» Viveva il Compagni più anni dipoi; ma l’istoria non continuava, fallito il presagio ma insieme fallito l’antico disegno, e forse confuso egli e sopraffatto dai tempi nuovi e dalle nuove necessità che non erano a lui nell’animo potute capire, e contro alle quali repugnava l’intelletto con giuste ma inutili ed importune antiveggenze.[141]
Mentre che Arrigo dimorava in Pisa aspettando novelle genti d’Allemagna, il re Roberto aveva mandato in Roma Giovanni suo fratello con secento cavalieri catalani e pugliesi, ai quali bentosto s’aggiugneano le milizie dei collegati di Firenze, di Lucca e di Siena e degli altri amici di Toscana. Giovanni con questa forza e con l’aiuto degli Orsini e loro seguaci teneva il Campidoglio, Castel Sant’Angelo, la chiesa e palagi di San Pietro e tutto Trastevere; gli Imperiali, San Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, il Colosseo e Santa Sabina. Ciascuna parte s’abbarrò e asserragliò fortemente; nè i Fiorentini di quella città dimenticarono di fare ivi correre come a Firenze il dì di san Giovanni il solito palio di sciamito chermisino. Giunto l’Imperatore in Roma, cercò aprirsi il passo a San Pietro, dove intendeva prendere la corona. Accaddero molti scontri e battaglie, nelle quali essendo rimasti i Pugliesi vincitori, Arrigo nell’agosto del 1312 si contentò farsi coronare in San Giovanni Laterano dai tre Legati del Pontefice, ch’erano il Cardinale da Prato e il Fieschi e il Pelagrù. Dimorò in Tivoli pochi giorni, e per la via di Viterbo, avendo prima visitata Todi che gli era amica, e devastato il territorio di Perugia, venne a Cortona: i baroni alemanni, la maggior parte, più volentieri sariano andati diritto a Pisa e indi tornati alle case loro. Cortona giurava fedeltà a Cesare, ma ostavano i diritti che per diplomi di Carlomagno diceva tenere su quella città il Vescovo d’Arezzo. Era in Cortona venuto un messo da Firenze nel nome di Geri Spini e di messer Pino della Tosa, questi succeduto alla possanza di messer Rosso suo consorto; entrambi più temperati di quelli i quali aveano per l’innanzi tenuto lo Stato: proponeano accordi, che allo scrittore tedesco pareano facili a conchiudere, «perchè io non aveva (soggiugne) imparato a conoscere i Toscani.» Ma nulla si fece; e Arrigo venuto innanzi, batteva Montevarchi, che tre dì essendosi validamente difesa, poi si arrendeva a discrezione: e occupato per battaglia San Giovanni, e senza guerra Figline, ponevasi incontro al castello dell’Incisa. In questi fatti ebbe prigioni cinquanta cavalieri catalani tenuti a soldo dai Fiorentini ribelli; ch’era caso di maestà per gli imperiali giuristi, e volevano fossero impiccati; ma comandò Arrigo che, spogliati, andassero liberi.
Nel forte sito dell’Incisa erano milleottocento cavalieri fiorentini per tenere il passo all’Imperatore: aveva la Repubblica cresciuto fino a milletrecento il numero delle cavallate; gli altri erano forestieri, e gente a piè assai; per anche non erano giunti gli aiuti dei collegati. Venuti nel piano che è sotto al castello, i Tedeschi sul greto d’Arno schierati offersero battaglia; ma quei di Firenze, sebbene fossero maggior numero, la rifiutarono; e i Tedeschi allora, guidati dai fuorusciti che avevano seco, girando per istretti ed aspri luoghi dal poggio di sopra valicarono il castello e vennero dalla parte che è verso Firenze. Dall’Incisa erano usciti molti dei migliori cavalieri, sperando chiudere loro il passo al rientrare sulla via; qui fu assai duro combattimento, ma infine i Tedeschi rispinsero gli altri dentro al castello, e procedendo verso Firenze, l’Imperatore varcato il fiume a’ 19 settembre, poneva il campo al monastero di San Salvi, che è presso alle mura.
Ardeano i Tedeschi e distruggevano all’intorno quanto potevano arrivare, a confessione dello imperiale scrittore; e i Fiorentini vedendo l’arsione delle loro case, s’armarono a suono di campana, e sotto ai gonfaloni delle compagnie vennero in piazza: il Vescovo di Firenze co’ cavalli dei chierici armato vi trasse anch’egli, e tutto il popolo a piede con lui. Serrate le porte di Sant’Ambrogio e de’ Fossi, subitamente vi fecero steccati e stettero a guardia il dì e la notte, finchè non cominciarono a tornare per vie diverse i cavalieri ch’erano all’Incisa; giugnevano gli aiuti mandati da Lucca e da Siena e dalle altre città guelfe di Toscana, dai Bolognesi e Romagnoli e da quei di Gubbio e di Città di Castello, in tutto quattro mila uomini a cavallo e grande numero di gente a piè. Ma nulla tentarono contro agli assedianti per essere senza capo e male uniti, e perchè non si fidavano stare a petto di quella possente cavalleria tedesca. Erano giunti nel campo d’Arrigo altri mille cavalieri che Arezzo e le amiche città di verso Roma ed i signori dei castelli a lui mandavano. Ma egli pure si tenne fermo, nè alla città diede mai battaglia, solo guastando le campagne dove la raccolta in quell’anno era stata ubertosa molto: i contadini di quella parte ch’egli teneva e delle valli di Sieve e di Greve, per fare guadagno, venivano al campo e lo mantenevano fornito. L’Imperatore giaceva infermo in San Salvi di febbre continua; e già temendosi la sua morte, alcuni dei baroni che da più tempo stavano in campo a proprie spese, volendo a sè stessi provvedere per l’inverno, chiesero licenza. I Fiorentini rimbaldanziti, i più andavano disarmati e tenevano aperte tutte le porte, eccetto quella che rimaneva di contro al nemico: entravano e uscivano le mercanzie come non vi fosse guerra. Ebbe Arrigo per qualche tempo speranza d’accordi, essendo ricomparso nel campo quel messo ch’era andato a lui in Cortona; ma si guastarono perchè i Fiorentini ostinatamente a lui negavano l’entrata della persona sua in Firenze, contrastando ora e poi sempre agli Imperatori mettere piede nelle città murate, dove era sovrana la libertà dei Comuni. Consentivano tenesse Arrigo un Vicario che nel dominio dei Fiorentini esercitasse la imperiale giurisdizione, contando poi farlo sgombrare ogni volta fosse egli di troppo; bene accettavano il nome e il diritto, ma non la persona e le armi dell’Imperatore: e questi, perduta ogni speranza di avere Firenze, levava l’assedio il giorno ultimo d’ottobre.