Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3
Part 12
Sei giorni durò questo malfare nella città; quindi per altri otto, masnade armate si spargevano d’intorno, mettendo a sacco e a fuoco le case, onde molto numero di belle e ricche possessioni furono guaste. Quando una casa ardea forte, Carlo domandava: «che fuoco è quello?» eragli risposto, che era una capanna, quando era un ricco palagio: il contado ardeva d’ogni parte. I Priori invano pregarono per Dio molti dei popolani potenti che avessero pietà della città loro; i quali niente ne vollero fare. Vennero ad essi a tempo rotto sostituiti altri Priori di parte nera, da continuare nell’ufficio insino a’ quindici di dicembre. Corso Donati, che dal Compagni è detto crudele più di Catilina, adunò in quel saccheggio molto tesoro a danno dei Cerchi e loro amici: quando passava per la terra, la plebe gridava: «Viva il barone!» e pareva la terra sua. Carlo, signore di grande e disordinata spesa, fece richiedere di danari gli antichi Priori aggiungendo le minaccie; ma non ne diedero; perchè tanto crebbe il biasimo per la città, che egli lasciò stare. Fece pigliare un ricco popolano, il quale lo aveva ricevuto e molto onorato ad un suo bel luogo quando andava ad uccellare co’ suoi baroni, e gli pose di taglia 4000 fiorini, o lo manderebbe prigione in Puglia; pure a preghiera di amici lo lasciò per fiorini ottocento: e per simile modo ritrasse molti danari dai cittadini. Grandissimi mali fecero i Rossi ed i Tornaquinci; alcuni dei Bostichi presero a guardare pel prezzo di cento fiorini i beni di un loro amico ricco popolano, e poichè furono pagati, li posero a ruba essi stessi: questi Bostichi davano la corda agli uomini in casa loro, le quali erano in Mercato Nuovo nel mezzo della città, e di mezzo dì li mettevano al tormento. A molti pupilli fu tolta la roba, a molte vergini l’onore: molti innocenti, dannati a pagare mille fiorini sotto pretesto che avessero fatto congiura, erano poi cacciati dalla città. Molti nascosero in luoghi segreti i loro tesori: non pochi dei Bianchi, antichi Ghibellini, si accordarono coi Neri per ingegno di malfare; molti in pochi giorni mutarono lingua. I vecchi Priori furono svillaneggiati e calunniati, perchè cessero senza combattere; ma la colpa fu dei Cerchi (questo scrive Dino), i quali per avarizia e per viltà non fecero difesa o riparo contro i loro nemici:[110] e a chi ne li riprendeva, rispondeano che temevano le leggi; quando invece se n’erano stati per non avere a mantenere i fanti.
Infine gli incendi e le ruberie cessarono: il Valois d’accordo con la Signoria prese a raffrenare alcuni popolani di parte nera. E in quel mese stesso di novembre giunse di nuovo a Firenze come legato del Papa il Cardinale di Acquasparta coll’intendimento di pacificare i cittadini: co’ matrimoni cercò riunire parecchie famiglie; ma volendo anche rendere comuni gli ufficii alle due parti, ed opponendosi acciò i Neri spalleggiati dal Valois, se ne partì non meno irato dell’altra volta. Il giorno di pasqua di Natale Niccolò de’ Cerchi, nell’andare ad una sua possessione con sei famigli ed un figlio giovinetto che era in capelli a testa scoperta, passando per la piazza di Santa Croce nel tempo che un frate vi predicava, s’abbattè in Simone Donati figlio di Corso e nipote di Niccolò dal lato di madre, che avea seco alcuni amici a cavallo. Simone allora spinto da infernale pensiero lo insegue, lo assale, lo rovescia da cavallo e lo uccide segandogli le vene; perchè messer Niccolò abbandonato da’ suoi, che solo pensano a scampare il figlio, non s’aspettava ciò dal nipote. Ma non andò questi senza punizione, perchè l’assalito gli avea menato un colpo mortale in un fianco, del quale Simone anch’egli spirava la notte seguente nella chiesa di San Piero. Prima di morire, pentito pregava il padre ed i suoi si rappacificassero co’ Cerchi. Grande fu il lutto di messer Corso per la morte di quel giovane: egli era il primo di Firenze per cortesia e valore, in lui ogni speranza del padre e della casata. Il Valois intanto era andato in Roma a domandare danari al Papa; ma questi gli rispose: io ti aveva mandato alle fonti dell’oro; se non ti sei cavato la sete, tuo danno.
Chi guardi addentro in queste brutture, dirà le fazioni averne avuto la prima colpa, Carlo ed il Papa l’odiosità, rei sopra ogni altro quelli che trassero nella patria loro un principe forestiero con la sua corte e le masnade; dirà il contegno del Valois quale potevasi attendere da un venturiero, errore grave di Bonifazio in quei fatti essersi ingerito. Cercava riunire in un sol fascio la parte guelfa; e al più ambizioso dei pontefici doveva gradire l’idea vagheggiata da molti suoi predecessori, di farsi arbitro della Toscana: ma infine Bonifazio VIII, come aveano fatto Gregorio X e Niccolò III, mandò un legato a fare opera di conciliazione; ed il Cardinale d’Acquasparta, se prima aveva protetto i Neri, gli avversò poi quando le violenze più atroci stettero dalla parte loro. Dante accusava il principe francese presente e complice, quando egli fu bandito; e con le roventi parole ond’egli macchiò Bonifazio, gli fece peggio che non gli facesse in Anagni più tardi il fratello di questo Valois. Quali motivi personali avesse Dante a sì fiero odio contro a Bonifazio, quel che avvenisse mentre egli rimase in Roma ambasciatore o nella dimora che ivi protrasse fino al gennaio dell’anno seguente, noi non sappiamo. L’esiglio non venne a lui dal Papa, ma in quel tempo tra loro due qualcosa d’oscuro dovette nascere, che da un lato accese in patria contro lui tante ire, dall’altro gli aveva confitte nel cuore di quelle offese che sono dure a ricordare, ma vendicarle pareva dolce all’iroso animo del poeta. In quei giorni venne a luce una congiura, o vera o falsa che fosse, della parte bianca con un certo barone francese chiamato Pier Ferrante di Linguadoca[111] per ammazzare Carlo di Valois tornato allora in Firenze. Laonde questi, radunato la notte un consiglio segreto di pochi cittadini, trattò con essi di prendere certi creduti colpevoli e fare loro mozzare il capo. Mandarono subito a cercare due Adimari padre e figlio e Manetto Scali: ne andarono in traccia nei contorni di Firenze, forando con ferri anco la paglia dei letti; ma non si trovarono, perchè del consiglio taluni si erano allontanati a procurare che i nominati nell’accusa avessero agio allo scampo. Giano de’ Cerchi figlio di Vieri, sostenuto nel palagio da Carlo per averne danari, ebbe modo di fuggire: i beni di tutti questi andarono al Comune, dal quale ebbe Carlo ventiquattromila fiorini d’oro. Continuarono le condanne tutto il tempo che il Valois dimorò in Firenze, e fu insino ai 4 d’aprile, essendo allora Potestà messer Cante dei Gabbrielli da Gubbio, uno di quei cavalieri i quali vennero dietro a Carlo; e si protrassero le condanne anche poi nei seguenti mesi. Tra’ condannati fu Dante Alighieri: abbiamo la prima sentenza contro lui e tre altri, data ai 27 gennaio, per la quale era egli dannato a pagare cinquemila fiorini d’oro ed al confine. Dante era di Roma venuto in Siena, dove lo colse la prima sentenza; la quale, per non essere egli comparso in giudizio, fu aggravata con altro bando, che a’ 10 marzo ordinava gli fossero tolti gli averi, disfatte le case ed egli stesso bruciato vivo qualora avesse rotto il confine: fu poi compreso in quella condanna generale che si trova pronunziata il giorno stesso della partenza di Carlo. Per questa Cante de’ Gabbrielli condannava di nuovo le antiche famiglie dei grandi ghibellini, e sbandiva e confinava molti dei Cerchi, dei Cavalcanti e degli Scali, ed alcuni degli Adimari e dei Mozzi, e uomini d’ogni qualità e grado, in tutto seicento, dei quali i nomi a noi rimangono.[112] Tra questi era ser Petracco di Parenzo dall’Incisa, stato cancelliere della Repubblica e notaio delle Riformagioni, cui nacque in esilio Francesco Petrarca. Da prima richiesti e non comparsi, ebbero da Cante de’ Gabbrielli condanna, per la quale andarono stentando la vita per lo mondo chi in qua e chi in là. Furono i beni loro messi in comune, le case disfatte;[113] e delle pietre di quelle si trova che fossero edificate le nuove mura della città di Firenze: non gli salvarono parentele antiche o recenti maritaggi. Dipoi, mentre andavano i Fiorentini e i Lucchesi contro a Pistoia difesa francamente da uno degli Uberti, in Firenze per altre carnificine altri erano sostenuti e torturati e decollati. Il che più volte si ripeteva nel seguente anno 1303, Folcieri da Calboli essendo in Firenze Potestà, e potentissimo presso i Neri messer Musciatto Franzesi ricco banchiere fiorentino, principale uomo presso i re di Francia.[114]
CAPITOLO VI.
PACE TENTATA DAL CARDINALE NICCOLÒ DA PRATO. — INCENDIO IN FIRENZE. — ASSALTO DEI FUORUSCITI. — MORTE DI CORSO DONATI. [AN. 1303-1308.]
Il governo di Firenze per la cacciata dei Bianchi era venuto alle mani di quelle famiglie, sia di grossi mercatanti o sia di nobili fatti popolani, che si appellavano Guelfi neri e si tenevano Guelfi puri. Capi erano di quella parte i Della Tosa e i Brunelleschi, famiglie di grandi, e Geri Spini gran mercatante e i Pazzi, diversi verisimilmente o separati da quei di Valdarno: v’erano di grandi i Buondelmonti, i Pulci, i Tornaquinci, i Bardi, i Rossi, i Nerli e parte dei Gianfigliazzi e dei Frescobaldi. Vi erano di quelle famiglie di grossi mercanti che primeggiarono dipoi sempre nella città e con altre sorte dal popolo via via formarono la nobiltà nuova, Magalotti, Mancini, Peruzzi, Antellesi, Baroncelli, Acciaiuoli, Alberti, Strozzi, Ricci, Albizzi, Rucellai, Altoviti, Aldobrandini, Bordoni, Cambi, Medici, Giugni ed altri. Corso Donati era con essi e soprastava per alto animo, per grandi fatti e grande seguito; più ambizioso che partigiano, male soffriva consorteria, ed era egli uno di quegli uomini che fanno il male tutt’ad un tratto, ma poi sdegnano le basse arti ed i raggiri delle fazioni. La schiatta e l’indole e i costumi lo inclinavano verso i grandi; «pratico e domestico di nobili uomini e famoso per tutta Italia;[115]» amato era anche dall’intima plebe usata vivere nella dipendenza dei grandi signori, e che più ha in odio le mezzanità. Quei nuovi uomini la opprimevano con gli smodati balzelli, e perfino si diceva che alterassero le farine e molto avessero guadagnato su’ prezzi del grano venuto da fuori per la carestia che fu in quegli anni; cosicchè il grido era, che si rivedessero le ragioni del Comune. Corso Donati aveva seco Lottieri vescovo di Firenze, consorto ma nemico a messer Rosso Della Tosa, che aveva lo Stato; e così la parte contraria ebbe nome di parte del Vescovo, la quale cercava col mutare il reggimento, rimettere i Bianchi. Al modo solito era guerra in molti luoghi della città: furono armate le torri, ed in su quelle del vescovado stava rizzata una manganella per gittare ai vicini. Corso andò una volta in arme con molti all’assalto del palagio; durava la zuffa più giorni. Era il febbraio del 1304, e grave pericolo avrebbe corso la città se il Comune non avesse mandato per aiuto ai Lucchesi, i quali subito vennero a Firenze in grande numero popolani e cavalieri. Fu data loro piena balía, ed essi la esercitarono per sedici giorni, finchè a certi Fiorentini essendone parso male e grande oltraggio ed offesa, ciò diede occasione a nuovi ripetii:[116] con tuttociò le cose quietarono per allora, e fu eletta la Signoria nuova.
Era morto Bonifazio VIII dell’insulto avuto in Anagni per mandato di Filippo il Bello re di Francia, e del quale era stato orditore Musciatto Franzesi dal suo castello di Staggia presso Poggibonsi. Il nuovo papa Benedetto XI con buona intenzione mandò in Firenze paciere il cardinale Niccolò da Prato dell’ordine de’ Predicatori, uomo a que’ tempi assai rinomato e d’origine ghibellino. Giunse egli nel marzo, ed ebbe dal popolo balía per un anno con l’autorità di potere costringere i cittadini alla pace, la quale fu fatta da principio con grande festa e suonare le campane; ma non però tutti la volevano. Il vero popolo la desiderava; ma i grassi popolani e i grandi che reggevano lo Stato, forte temevano il ritorno dei fuorusciti fatti ribelli, dei quali occupavano le possessioni. Il Cardinale rinnovò l’ordine delle Compagnie armate del popolo, come erano state a tempo degli Anziani: rimase quell’ordine e fu maggior forza alla parte popolare. Di più, egli fece venire quattordici fra i caporali dei fuorusciti bianchi e ghibellini per trattare con loro d’accordo: venuti, alloggiarono in casa i Mozzi dove stavano rinchiusi da sbarre per non essere offesi: i Ghibellini di dentro aveano frattanto levata la testa, e alcuni di plebe furono visti baciare le armi degli Uberti. I Guelfi erano tra sè divisi: ma taluni dei principali fecero di nascosto dire ai quattordici caporali che si partissero, perchè altrimenti avrebbero il grosso del popolo contro; e quelli sgombrarono. Dopo di che il Cardinale fu consigliato fare una mossa inverso Pistoia, e rappacificare quella terra sempre più feroce d’ogni altra nelle parti cittadine. Ma trovò gli animi troppo duri; e a Prato istessa patria sua i Guazzalotri che ivi dominavano, istigati dai reggitori di Firenze, se gli voltarono contro e cacciarono i parenti di lui che sdegnato bandiva la croce addosso a Prato. Faceva poi da Firenze muovere le armi contr’essa; ma quella radunata di milizie diede nuovi sospetti, ed egli essendo minacciato in casa e veggendo fallato lo scopo cui era venuto, si partiva di Firenze ai 4 giugno, dopo avere dannato i cittadini all’interdetto.
In mezzo a queste perturbazioni un fatto lugubre aveva lasciato molto gli animi atterriti. A festeggiare il Cardinale da Prato, che era in amore dei cittadini quando speravano per suo mezzo d’avere concordia, si fecero per calendimaggio a gara l’una contrada dell’altra le usate allegrezze, «come al buon tempo antico.» Infra gli altri, quelli di Borgo san Frediano pensarono un gioco, ma odioso molto e spaventevole: mandarono un bando che chiunque volesse sapere novelle dell’altro mondo dovesse quel dì essere in sul ponte alla Carraia e d’intorno all’Arno: quivi su barche e navicelli avevano fatta come una figura dell’inferno con fuochi ed altre sembianze di tormenti, e uomini contraffatti a demoni orribili a vedere e anime ignude messe a quei martorii con tempesta di strida grandissime. Era il ponte alla Carraia allora di legname da pila a pila; talchè per la gente che vi trasse si caricò tanto, che rovinò in più parti e cadde con quelli che v’erano sopra. Molti vi annegarono o si guastarono le persone, molti (come per beffa era ito il bando) andarono morti a sapere novelle dell’altro mondo, con grande pianto e dolore di tutta la città, che ognuno credette avervi perduto il figlio o il fratello.[117]
Per le paci fatte dal Cardinale da Prato erano tornati e rimanevano in Firenze alcuni dei Bianchi; tornarono quelli che professavano mantenersi Guelfi, il che volea dire stare col popolo delle Arti e non permettere che i grandi rompessero gli ordini posti contro a loro. Si trovò pertanto, partito appena il Cardinale, grande in Firenze la possa dei Cavalcanti, dei Gherardini e dei Cerchi: di questi, Vieri pare non fosse tornato in Firenze. Andò in Arezzo dopo l’esiglio e pubblicò avviso, che chiunque avesse ad avere da lui, mandasse là e sarebbe pagato cortesemente: dicesi che pagò più di 80 mila fiorini.[118] Ma la fortezza dei ritornati era nelle case dei Cavalcanti presso a Mercato Nuovo, dove oltre a quelle che abitava la famiglia loro assai numerosa, molte ne avevano all’intorno; e i quattordici caporali prima di partirsi aveano fatto consiglio di ridursi in quelle case dei Cavalcanti e quindi combattere. Ma non furono voluti ricevere, perch’era tra essi uno degli Uberti con altri spacciati Ghibellini, ed i Cavalcanti anch’essi odiavano quella parte. Ora dunque di là cominciava la mischia: non fece alcuna mossa Corso Donati perchè era infermo di gotta, e per lo sdegno preso contro ai capi della parte nera. I Medici e i Giugni primi assalirono i Bianchi: ma questi, bene sostenuta la battaglia, prevalsero tanto co’ loro seguaci, che si distesero per Mercato Vecchio fino a San Giovanni senza contrasto. Era cresciuta ad essi la forza dalla città e dal contado; molta gente del basso popolo gli seguiva, e i Ghibellini per la meglio si accostavano a loro: di campagna erano venuti quei da Volognano signori di castella, co’ loro amici; si disse, più di mille fanti. Pareano allora i Neri sul punto d’essere cacciati, quando ser Neri Abati, priore di San Piero Scheraggio, quello che noi già vedemmo gridato reo d’avvelenamento, parente a quel Bocca traditore che avea fatto cadere a terra in Monte Aperti la bandiera guelfa, per accordo fatto co’ Neri appiccò il fuoco alle case di altri Abati: era fuoco lavorato, a quel che dissero; ed in altri luoghi da altri fu appiccato nel tempo stesso. Le fiamme in poco d’ora da Mercato Vecchio si estesero in Calimala; e con empito e furia col conforto della tramontana, e per l’alimento che loro porse la fusione di certe immagini di cera appese alla nostra Donna ch’era nella loggia di Orto San Michele, in quel giorno distrussero oltre le case degli Abati quelle dei Caponsacchi, degli Adimari, Toschi, Lamberti, e moltissime altre; non che le botteghe di drappi di Calimala, tutte quelle attorno a Mercato Vecchio sino a Mercato Nuovo, e le case dei Cavalcanti, dei Gherardini, dei Pulci, degli Amidei, degli Amieri. L’incendio si distese da Vacchereccia per la strada di Por Santa Maria fino al Ponte Vecchio: giunse fin presso al Palagio della Signoria, distrusse quello del Capitano e la torre dov’era la campana, che ruinò con grande fracasso. Il danno di arnesi, tesori e mercatanzie fu senza misura, perchè in quei luoghi erano quasi tutte le merci e cose care di Firenze. Inoltre la città fu posta a ruba dagli armati, poichè mentre le case ardevano si combatteva in più parti. I malandrini pubblicamente correvano tra le fiamme rapinando ciò che potevano arraffare; nè alcuno attentavasi a ridomandare il suo, chè ognuno paventava di peggio, e tutti tremavano. Il Potestà con molti soldati venne in Mercato Nuovo, ma non fece alcuna difesa, nè prestò aiuto: guardavano il fuoco, e standosi a cavallo davano impedimento ai pedoni e a chi tentava soccorrere. In quel giorno, che fu a’ 10 di giugno 1304, si trova che oltre a 1700 case fossero guaste: erano anguste generalmente, molte famiglie avendo più case attigue pei figli che via via si ammogliavano.[119]
Per quell’incendio furono abbassate molto le antiche famiglie le quali tenevano il primo cerchio, o (come scrivono) il _midollo_ e _torlo_, della città di Firenze, quasi tutto arso e devastato. Nè credo io per questo che un pensiero neroniano spingesse con animo deliberato la nuova gente a disfare il nido dove buon numero degli antichi grandi avevano stanza; ma certo è che allora ogni signoria di nobili può dirsi che fosse interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati. Dentro alle città ed in Firenze massimamente erano come due campi nemici: molto importava la postura dei caseggiati dove le schiatte viveano co’ loro consorti ed attorniate dai loro dipendenti, difese da torri che si guardavano l’una l’altra così fattamente che la vicinanza spesso faceva nascere le amicizie come le inimicizie; certi quasi direi punti strategici atti al difendersi o all’aggredire faceano la forza d’alcune famiglie. Quegli tra i grandi che vennero ultimi si posero oltrarno; e possenti pei commerci, e uniti tra loro, vedremo più tardi che guerra facessero. Ma qui nel centro del primo cerchio erano le case di molti più vecchi e già scaduti signori, in mezzo a cui stavano alcuni dei più recenti che si avevano procacciata grandezza col farsi Guelfi. I più di questi erano divenuti Bianchi; e primi tra essi rimaneano i Gherardini, grandissimi in contado; e soprattutti i Cavalcanti,[120] perchè oltre a’ castelli e alle possessioni aveano gran numero di case in Firenze: quindi è che l’assalto andò contro a loro più direttamente. Aveano essi da principio voluto correre e metter fuoco alle case dei nemici, ma la parte loro gli ritenne. Patirono danni maggiori d’ogni altro per la molta entrata di pigioni che aveano in quel luogo frequentatissimo di botteghe, e furono con gli altri fatti ribelli dopo al fuoco. Del popolo molti aveano patito gravissimi danni, ma nulla fu a petto della gran percossa ch’ebbero i nobili; i quali divisi tra loro, non che provarsi in quel disfacimento a rompere gli ordini della giustizia, ciascuna parte s’abbracciò col popolo per mantenersi quanto oramai fosse possibile in istato. E qui, anticipando di poco i tempi, diremo altre ruine dei Cavalcanti; i quali essendosi afforzati in certi loro castelli di Val di Greve e di Val di Pesa (che uno, il più forte, avea nome delle Stinche), il popolo uscito gli assaltò e disfece; e perchè i prigionieri menati in Firenze furono chiusi dentro ad un carcere di nuovo fabbricato, questo pigliò nome di carcere delle _Stinche_; nome che durava fino ai giorni nostri. Feroci tempi, nei quali vivere più non sapevano in città divisa altro che vinti nella oppressione, o vincitori con prepotenza; quindi la parte troppo sovente stava in luogo della patria, che pure amandola disfacevano a solo fine di possederla, o costretti erano di abbandonarla.
Fin qui esponemmo le sorti dei Bianchi tornati in Firenze perchè volevano rimanere Guelfi: rifacendoci ora un poco indietro, diremo degli altri. Dopo l’esilio i fuorusciti, avuto in Siena dubbioso favore, s’erano la maggior parte raccolti in Arezzo, città ghibellina e che aveva per Potestà un uomo molto possente e riputato nella sua parte, Uguccione della Faggiola, signorotto d’uno tra’ castelli frequenti allora nei più alti gioghi dell’Appennino. Quivi dimorarono oltre ad un anno i fuorusciti, e sotto l’ombra di Uguccione essendosi data forma di governo regolare, elessero loro capitano Alessandro da Romena dei conti Guidi, e intorno a lui dodici consiglieri, uno dei quali fu Dante. Ma si era Uguccione in quel tempo rappacificato col papa Bonifazio VIII; laonde i Bianchi d’Arezzo fecero capo a Scarpetta degli Ordelaffi, signore in Forlì, che aiutandosi d’una Lega possente in Romagna avea messo insieme quattro mila fanti e settecento cavalli; ai quali aggiugnendosi i fuorusciti, deliberarono insieme uno sforzo contro la Toscana. Aveano per loro gli Ubaldini di Mugello; nel quale entrati assalirono il castello di Puliciano, ma con successo infelicissimo, perchè molti dei loro essendo morti o presi, questi ultimi ebbero iniquo supplizio dal crudele Potestà dei Fiorentini; i quali avevano rinnovata contro ai ribelli la taglia o lega con gli amici Guelfi di Toscana.[121]