Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

Part 11

Chapter 113,805 wordsPublic domain

Avvenne (prima o poi si fosse) che molti cittadini recatisi per seppellire una morta alla piazza de’ Frescobaldi, ed essendo usanza della terra a simili radunate che i cittadini sedessero in basso in sulle stoie di giunchi, e i cavalieri e dottori in alto in sulle panche, e dei Cerchi e dei Donati quelli che non erano cavalieri essendo a sedere in terra gli uni dirimpetto agli altri; uno di loro, o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli avversari per sospetti si levarono anch’essi, e misero mano alle spade; stavano per azzuffarsi, ma i presenti s’intramezzarono; e per allora non fu altro. Ma i Cerchi, e tra essi Guido Cavalcanti, vollero andare contro alle case dei Donati; dalle quali furono o ributtati, o per consiglio di buoni uomini trattenuti. Narrammo di Guido essere egli stato unito in matrimonio con la figlia di Farinata degli Uberti: giovane ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio che a lui diede gloria; era egli nemico di messer Corso, e più volte avea deliberato d’offenderlo. Corso, che forte lo temeva perchè lo conosceva di grande animo, aveva tentato di farlo assassinare mentre andava in pellegrinaggio a San Iacopo di Gallizia. Perlochè Guido tornato a Firenze istigò molti giovani, che gli promisero aiutarlo contro a messer Corso; e un dì essendo a cavallo con alcuni de’ Cerchi, con un dardo in mano spronò contro lui, credendosi seguitato dai compagni, che non si mossero. Trascorrendo, lanciò il dardo, ma invano; e inseguito dai Donati, fu percosso coi sassi anco dalle finestre e ferito in una mano. Dipoi essendo alcuni dei Cerchi ai loro poderi di Nipozzano in Val di Sieve, e nel tornare dovendo passare sotto a Remole ch’era dei Donati, questi co’ loro armati contesero il passo, e vi ebbero feriti di ambe le parti. Per la qual cosa gli uni e gli altri furono accusati e condannati a pagare certa moneta, e, in mancamento, a stare in prigione: erano poveri i Donati, che non potendo pagare andarono in carcere; poteano i Cerchi, ma non vollero per non essere consumati, come fare si soleva, con le condanne. Così anch’essi furono chiusi nelle prigioni; dove un giorno a desinare quattro dei Cerchi, mangiato un migliaccio, del quale erano stati regalati dal soprastante della prigione che era ser Neri Abati, morirono: questi, che poi vedremo pessimo uomo, ne fu incolpato, ed anche si disse ciò avere fatto ad istigazione di Corso Donati: non si cercò il maleficio perchè provare non si poteva, ma l’odio più crebbe tra le due parti.

Allora i Capitani di parte guelfa e gli altri Neri, temendo che per le dette sètte e brighe, parte ghibellina non esaltasse in Firenze; che sotto titolo di buon reggimento già ne facea il sembiante, e molti Ghibellini tenuti buoni uomini erano stati cominciati a mettere in sugli uffici; furono col Papa, col mezzo degli Spini, che erano banchieri di lui e molto possenti in Roma. Laonde il Papa mandava legato in Firenze il cardinale Matteo d’Acquasparta; il quale vi giunse nel mese di giugno dell’anno 1300, e fu ricevuto dai Fiorentini a grande onore. Ma quando egli chiese balìa di riformare la terra e di raccomunare gli uffici, quelli della parte bianca che guidavano la Signoria, per tema di perdere loro stato ed essere ingannati dal Papa e dal Legato, non vollero ubbidire. Di già la contesa, per quante altre cause vi si mescolassero e qualsivoglia nome avesse, mostrava essere tra’ mercanti guelfi e i grandi oppressi co’ loro seguaci, che in sè riteneano un qualche spirito ghibellino. I primi tentavano raccogliersi sotto un nuovo ordine di ottimati, e per essi era il Cardinale; la Signoria stava in mano dei Bianchi, i quali voleano meno esclusivo il reggimento. Dante Alighieri per nobiltà di sangue e d’animo mal soffrendo i nuovi possenti, e già inclinato a favorire la parte oppressa dei Ghibellini, fu tra’ Priori di quel bimestre. Avvenne che andando la vigilia di san Giovanni le Arti alla chiesa del Santo ad offrire, secondo l’usanza, precedute dai loro consoli, questi furono manomessi e battuti da certi grandi, i quali dicevano: «noi siamo quelli che demmo la sconfitta a Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli uffici e onori della città nostra.» Su di che i rettori tennero consiglio di più cittadini, e tra questi era Dino Compagni: deliberarono confinare,[101] della parte dei Donati, Corso e Sinibaldo suo fratello, Rosso della Tosa e Geri Spini con due dei Pazzi ed altri, a Castello della Pieve; dei Cerchi tre, ma rimase Vieri in Firenze; andò con altri di questa parte a Sarzana Guido Cavalcanti. Ma i Donati, forse perchè vedevano rimasto colui che era capo dei nemici loro, non si volevano partire; e già i Lucchesi, di coscienza del Cardinale, venivano in loro aiuto con grande numero di soldati, se non che la Signoria con le minaccie gli obbligò a fermarsi. Corso ed i Neri furono costretti andare al confine; ma le intenzioni del Cardinale troppo essendosi palesate, molti se gli voltarono contro, e uno del popolo andò colla balestra a saettare un quadrello alla finestra del Vescovo dove abitava il Cardinale: il dardo si ficcò nell’asse, e quegli impaurito andò a stare oltrarno in casa de’ Mozzi: i Signori, per un cotale rimedio, lo fecero presentare di mille trecento fiorini nuovi. «Io glieli portai in una coppa d’argento (scrive Dino Compagni), e dissi: Monsignore, non gli disdegnate perchè sieno pochi, perchè senza i Consigli palesi non si può dare più moneta. Rispose gli avea cari; molto gli guardò, e non gli volle.» Poi data opera, sebbene invano, a fine di ridurre a miglior modo la elezione dei Priori, che frattanto però saviamente facevano armare la città, vedendo essergli contrari i Bianchi che guidavano la Signoria, partissi lasciando la città interdetta.

Questa rimase allora tutta in mano dei Bianchi, i Cerchi essendo stati, non bene sappiamo dopo quanto tempo, rivocati dal confine per l’infermo luogo di Sarzana: tornò ammalato Guido Cavalcanti, che della infermità moriva.[102] Corso Donati, rotto il confine, andossene in Roma o in Anagni, dov’era il Papa; il perchè fu condannato nell’avere e nella persona. Gli altri dei Neri furono più tardi rimessi in patria: ma pareva loro troppa male stare; tantochè fu detto, che se Vieri dei Cerchi avesse avuto quell’animo e quella capacità che non aveva, poteva forse anche pigliare la signoria per sè; nè mancava chi a ciò lo esortasse. Laonde i principali dei Neri e i Capitani di parte guelfa e altri cittadini si radunarono in Santa Trinita, deliberati di rialzare lo stato loro comunque si fosse; ma conosciuto di non avere forze a ciò sufficienti, senza niente fare uscirono dalla chiesa. Tra essi era, benchè non fosse di loro parte ma desideroso di unità e pace, Dino Compagni, che innanzi si partissero diceva loro: «Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto.» Uscito anch’egli di Santa Trinita, andò insieme con altri Priori, facendosi mezzano perchè niuno scompiglio nascesse da quella raunata. E ciò promisero i Signori; ma quando si seppe che il conte Guido da Battifolle chiamato dai Neri s’accostava in arme, questi fu condannato in grave pena; e più che mai scoprendosi gli odii e le malevolenze d’amendue le parti, ciascuno procurava offendere l’altro. Frattanto in Pistoia, dove i Fiorentini avevano giurisdizione, per opera di rettori mandati a tal fine, con lunga offensione e atroce guerra e miserie grandi era cacciata la parte dei Neri.[103] In Lucca la casa degli Interminelli co’ loro seguaci, che teneano parte bianca e s’accostavano co’ ghibellini Pisani, credendo fare così in Lucca come i Cancellieri bianchi in Pistoia, si levarono, ed ucciso il giudice Obizzo degli Obizzi, volevano pigliare la terra; ma i Neri, essendo in maggior forza, gli oppressero e sbandirono, e molte loro possessioni arsero e disfecero. In Gubbio pure i Ghibellini aveano cacciati i Guelfi; ma questi, con l’aiuto de’ Perugini rientrati, cacciarono i Ghibellini dalla città.[104]

CAPITOLO V.

VENUTA IN FIRENZE DI CARLO DI VALOIS. — CACCIATA DEI BIANCHI. — ESILIO DI DANTE. [AN. 1301-1302.]

«Levatevi o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie; palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti: non pensate più; andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dell’amore; nieghi l’uno all’altro aiuto e servizio; seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granai de’ vostri figliuoli. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende uno per uno. Guardate a’ vostri antichi, se ricevettero merito nelle loro discordie. Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno.»

Con queste parole Dino Compagni, dà principio al secondo libro della sua storia, apprestandosi a narrare i tristi fatti che seguitarono per la venuta in Firenze di Carlo di Valois, che ebbe soprannome di Carlo senza terra, perchè avendo tutta sua vita cercato un regno, non l’ebbe mai. Questo principe, fratello di Filippo il Bello di Francia, era passato in Italia in soccorso del re Carlo II di Napoli alla guerra di Sicilia, allettato anche dalla speranza che il Papa a lui avea data di cose maggiori. Ma i seguaci di parte nera tanto avevano operato presso Bonifazio, mettendo innanzi che la città tornava in mano dei Ghibellini, gli Spini suoi mercatanti di tante reti lo avevano avviluppato, che appena il Valois fu disceso in Italia, lo stesso Pontefice l’aveva pregato venisse in Firenze per essere ivi arbitro e finitore delle discordie con titolo di paciero. Ma era sospetta la costui venuta molto ai reggitori di Firenze che seguitavano parte bianca; il perchè mandarono al Papa tre ambasciatori, uno dei quali fu Dante Alighieri. Molto in quei mesi poteva in Firenze l’autorità di tanto ingegno: aveva nei Consigli due volte opinato così da offendere del pari Bonifazio ed il Valois, negando al primo cento cavalli da lui chiesti, e al secondo ogni sussidio per la impresa di Sicilia. Quando si fu al mandare l’ambasciata in Roma, avrebbe egli detto queste superbe parole: «s’io vo, chi resta? s’io resto, chi va?» Andò con gli altri;[105] ed appena giunti, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: «perchè siete voi così ostinati? umiliatevi a me, ed io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra pace: tornate indietro due di voi, ed abbiano la mia benedizione se procurano che sia ubbidita la mia volontà.» Due si partivano, rimase Dante. Mentre era Carlo in via, gli si erano appresentati in Bologna uomini mandati dalle due parti; quelli dei Neri dichiarandosi Guelfi e fedeli della Casa di Francia; quelli dei Bianchi protestandosi del pari amici di lui, e facendogli molte profferte: nondimeno egli per allora, senza passare nè per Pistoia nè per Firenze, tirò diritto a Roma.

Cadeva appunto allora in Firenze la elezione della nuova Signoria; tra gli eletti era Dino Compagni: ma gli altri pure erano uomini non sospetti e buoni, nei quali il popolo minuto non meno che i Bianchi riponevano grande fidanza; ma tuttavia troppo deboli rispetto alle presenti condizioni della Repubblica, e tali che i Neri si confidavano guadagnarseli. Accorsi a visitarli, dicevano loro: «Signori, voi siete buoni, e quali bisognavano a questa nostra città. Voi vedete la discordia dei cittadini: a voi conviene pacificarli, o la città perirà. Voi siete quelli che avete la balía. E noi a ciò fare vi profferiamo l’avere e le persone di buono e leale animo.» Rispondeva loro Dino per commissione dei suoi colleghi, e diceva: «Cari e fedeli cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciare vogliamo a usarle: e richieggiamovi che voi ci consigliate in tal guisa, che la nostra città debba posare.» Promisero intanto accomunare gli uffici tra gli uomini delle due parti. «E così noi perdemmo il primo tempo (seguita Dino), perocchè non ci ardimmo a chiudere le porte nè a cessare l’udienza ai cittadini; diemmo loro intendimento di trattare la pace, quando si conveniva arrotare i ferri.[106]» Più di loro ne sapeva messer Corso pel suo ingegno e per la domestica educazione a maggioreggiare. Quei dabbene, usciti dal banco o dal fondaco, non erano atti a reggere lo Stato in condizioni tanto difficili, tra ’l furore delle parti, in faccia al Papa ed allo straniero. I Capitani di parte guelfa, esortati a ciò dai Priori, si diedero di buon animo a interporsi per la concordia; ma niuno gli ascoltava, anzi in quel mentre i Neri, che aspettavano la venuta del Valois, fecero deposito pel soldo di lui e de’ suoi cavalieri di settanta mila fiorini d’oro.

Carlo intanto da Roma si era mosso inverso Toscana, e giunto a Siena, inviava suoi ambasciatori a Firenze, chiedendo essere quivi ammesso. I Signori, per essere il caso grande e nulla volendo fare senza il consentimento de’ loro cittadini, richiesero il Consiglio generale della parte guelfa, e le Arti divise nei settantadue mestieri, i quali tutti avevano consoli; e imposero loro, che ciascuno consigliasse per iscrittura, se alla sua Arte piaceva che messer Carlo di Valois fosse lasciato venire in Firenze come paciere. Risposero tutti, si accogliesse come signore di nobile sangue; salvo i Fornai, che dissero che nè ricevuto nè onorato fosse, perchè venía per distruggere la città. Gli furono dunque mandati alcuni autorevoli cittadini a significargli che poteva liberamente venire come paciere, purchè promettesse per lettere bollate che non intenderebbe con ciò acquistare giurisdizione sopra i cittadini, non occuperebbe veruno onore della città nè per titolo d’Impero nè per altra cagione; nè le leggi della città muterebbe, nè le usanze. Avevano pregato il suo cancelliere a distorlo dal fare l’entrata il dì d’Ognissanti, perchè il popolo minuto in tal giorno faceva festa coi vini nuovi; il che poteva dare cagione d’assai scandali. Gli ambasciatori si presentarono al principe per avere le suddette lettere bollate; che se non avessero potuto conseguirle, avevano comando di negargli il passo e la vettovaglia, quando fosse giunto a Poggibonsi. Ma egli promise tutto, e diede la lettera: «ed io la vidi, e feci copiare (soggiunge Dino), e tennila fino alla sua venuta.» E quando fu venuto, io lo domandai, se di sua volontà era scritta: rispose, sì certamente. E perchè egli camminava alla volta di Firenze con paurosa esitanza, i Neri per affrettarlo gli donarono diciassette mila fiorini.

Intanto il nostro dabben Compagni con onesto e santo pensiero radunava molti buoni cittadini, oltre agli ufficiali della Repubblica, nella chiesa di San Giovanni, e con paterna effusione di cuore gli esortava ad onorare la venuta di Carlo di Valois col togliere di mezzo gli sdegni ed unirsi tutti in un sol volere, come convenivasi ai cittadini della più nobile città del mondo, ed a giurarsi buona e perfetta pace sul fonte del loro battesimo. Giuravano toccando i sacri vangeli; ma quelli stessi che mostravano piangere per tenerezza e baciavano il libro, furono poi i più ardenti nelle vendette. I Neri cercarono fin dal principio trarre profitto dalle aderenze dei Bianchi con la parte ghibellina; il che tirava addosso a questi tutto il pondo di parte guelfa.

Il primo novembre 1301[107] entrò in Firenze Carlo di Valois seguíto da ottocento cavalieri francesi, ai quali poi s’aggiunsero altri quattrocento venuti a pochi per volta di Lucca, di Siena, e di Perugia e dalla Romagna, cosicchè in tutto erano 1200 all’ubbidienza sua. Fu ricevuto a grande onore e con armeggiamenti. Smontò a casa i Frescobaldi, perchè erano oltrarno, dove abitavano i grandi in luogo più facile a difendere, e segregato dalla frequenza del popolo e dalle vie strette degli artigiani che egli temeva. Attendeva intanto co’ suoi cavalieri ad afforzarsi oltrarno; il che diede ai cittadini tale sospetto che molti s’armarono grandi e popolani, ciascuno a casa de’ suoi amici, abbarrandosi la città in più luoghi. La Signoria vecchia aveva eletto quaranta cittadini d’ambedue le parti, che la consigliassero; ma costoro tutto il giorno non facevan altro che ingombrare la ringhiera, biasimare i Priori, chiedere eleggessero i nuovi prima del tempo debito; erano impaccio e non aiuto. Carlo avea fatto invito di mangiar seco ai Priori, che rifiutarono, dicendo non essere ciò ad essi lecito per le leggi: e inoltre temevano uscire di palagio, sospettando un qualche agguato, e per essere la città inquieta e in grande trepidazione. In mezzo alla quale, ed a richiesta di Carlo, dai Priori della Repubblica adunati nella chiesa di Santa Maria Novella, col Potestà e Capitano, col Vescovo e molti dei più spettabili di Firenze, gli fu data balía di pacificare i Guelfi insieme.[108] Giurò, e come figlio di re promise conservare la città in pacifico e buono stato; ma incontanente fece il contrario.

In questo mentre erano tornati da Roma i due ambasciatori con le parole del Papa; al quale bramavano taluni almeno della Signoria ubbidire, scrivendo a lui ma segretamente per la paura dei Neri, mandasse in Firenze per addirizzare la città un messer Gentile da Montefiore cardinale. Da Roma scriveano che gli ambasciatori erano d’accordo col Papa; laonde i Neri temendo per quelle pratiche una qualche mutazione, si ponevano dal canto loro sulle difese. La Signoria ordinava processione e preghiere a fine di allontanare la tempesta, che altri avrebbe voluto affrontare. Si provarono a mandar fuori bandi e leggi rigorose, ma non si ardivano farle eseguire. Intanto quelli di parte nera andavano dicendo: «noi abbiamo un signore in casa, il Papa è con noi; gli avversari nostri non sono guerniti nè da guerra nè da pace; danari non hanno, i soldati non sono pagati.» A questi pensieri consentiva molta parte del popolo, ansiosa di cogliere quella occasione a fare una buona cacciata di nobili, e assicurarsi per l’avvenire. In tale baldanza i Neri prendevano le armi; e primieramente i Medici potenti popolani, dopo l’ora di vespro assalivano e ferivano a morte un valoroso uomo di popolo. La moltitudine allora s’armava a piede e a cavallo; la Signoria comandava che venissero fuori le schiere del Comune; e queste, sebbene parteggianti in segreto pei Neri, venivano e spiegavano le loro bandiere; ma non vi era chi confortasse la gente che si accogliesse al palagio dei Signori, quantunque il gonfalone della giustizia fosse alle finestre. Solamente quei soldati che non erano corrotti, con alcuni altri cittadini convenuti più per curiosità che per zelo, stavano in armi attorno al palagio. I Signori, non usi a guerra, attendevano a dare udienze; e frattanto cadeva il giorno. Il Potestà, invece d’andare com’egli doveva in armi alla casa dei malfattori, lasciava i Priori nelle peste: il popolo era senza consiglio: lo stesso Capitano nulla faceva. Venuta la notte, la gente si ritrasse, e ciascuno asserragliò le vie che menavano alle proprie case.

Manetto Scali, in cui parte bianca poneva grande fidanza perchè era potente di amici e di seguito, afforzò le sue case con edificii da lanciar pietre: gli Spini, di parte nera, che avevano il loro grande palagio incontro al suo, ed eransi gagliardamente premuniti, dissero agli avversari con finta amistà: «deh! perchè facciamo noi così? noi siamo pure amici e parenti, e tutti Guelfi: noi non abbiamo altra intenzione che di levarci dal collo la catena che il popolo ha posto a voi e a noi. Perdio, dunque siamo uniti tra noi, come dobbiamo essere.» Egualmente parlarono i Buondelmonti ai Gherardini, i Bardi ai Mozzi, l’istesso molti altri; sicchè i contrari si ammollarono, ed i seguaci loro invilirono. I Ghibellini, ciò vedendo, si crederono traditi da quei medesimi guelfi bianchi nei quali fidavano, e presso che tutti si ritrassero da parte. I baroni di Carlo intanto stavano attorno ai Signori, facendo istanza perchè loro dessero la guardia della città. Ebbero soltanto quella del sesto d’oltrarno, dopochè Carlo ebbe giurato per mezzo de’ suoi, cancelliere e maresciallo, l’avrebbe tenuta a petizione della Signoria. Ma questa, smarrita, non sapeva a qual risoluzione appigliarsi; gli confondevano le novelle varie che a loro giungevano, ogni rimedio andava a vuoto: chiamarono alle armi gli uomini del contado; ma essi, devoti al nome guelfo ed al Papa, spiccavano le insegne dalle aste e gli tradivano.

Mentre i Francesi davanti ai Priori giuravano della loro osservanza e lealtà, fattosi giorno, si sparge voce che per chiamata di Carlo stesso, Corso Donati, seguíto da molti amici a cavallo è presso a Firenze: ed egli infatti giunto a’ sobborghi della città, trovate chiuse le porte delle vecchie mura, se n’era venuto a porta a Pinti allora vicina alle sue case; e questa coll’aiuto de’ seguaci suoi aveva sforzata. Entrato in città, fece testa sulla piazza di San Pier Maggiore, ed afforzò il campanile della stessa chiesa: dentro alla quale egli ed i suoi mangiarono ritti. Sbaragliati pochi Bianchi che s’erano a lui parati dinanzi, trasse a dare il sacco ed a bruciare le case degli antichi Priori che lo avevano sbandito: corse dipoi alle carceri del Comune, e apertele a forza, liberò i prigionieri; indi al palagio del Potestà ed alle stanze dove risiedevano i Priori, i quali costrinse ad abbandonare il seggio e tornarsene alle case loro. I Francesi tuttavia non si ristavano dalle solite protestazioni, e che il principe farebbe la vendetta grande, e per nulla toccherebbe la Signoria del Comune. Carlo si fece dare in custodia i più ragguardevoli di ambedue le parti; ma tosto i Neri lasciò andare, e i Bianchi ritenne prigionieri quella notte senza paglia e senza materasse come uomini micidiali. Grida sdegnosamente il Compagni: «o buon re Luigi, che tanto temesti Iddio! ov’è la fede della real Casa di Francia? O malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta Corona fatto non soldato ma assassino, senza vergogna![109]» Avevano i Priori (o altri che fosse) fatto suonare a stormo la campana grossa del loro palagio; ma invano, perchè la gente sbigottita non trasse fuori: di casa Cerchi non uscì uomo a cavallo nè a piè armato: due soli degli Adimari co’ loro congiunti vennero al palagio; ma non vedendo altri, retrocessero, rimanendo la piazza deserta. La sera stessa, alcuno credette vedere una croce rossa appesa al palagio della Signoria, segno dell’ira divina. Allora i malfattori e sbanditi ch’erano nella città, inanimati dal vederla senza difesa nè signoria, mettono a ruba i fondachi e le botteghe, ardono le case dei loro nemici, feriscono e uccidono i migliori della parte bianca. Chi temeva gli avversari, si ricoverava, o nascondeva la roba nelle case degli amici: i Neri potenti estorcevano danari ai Bianchi; maritavansi le fanciulle a forza. Messer Carlo di Valois nè sua gente non pose riparo, nè attenne sacramento nè alcuna delle cose promesse da lui.