Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8
Part 48
[579] Vedi nel MARINI, n. 42, il Diploma di Benedetto VIII per Porto, a. 1018. Il Papa conferma al Vescovo _omnes res et facultates, mobiles et immobiles de illis hominibus qui sine herede et intestati ac subito praeoccupati juditio mortui fuerint_, e precisamente nella periferia di tutto Porto, del Transtevere, e dell’isola Tiberina (p. 67). Il Gastaldato di Porto dipendeva precisamente _ex jure Palatii Lateranensis_, ed era adesso ceduto integralmente al Vescovo, con tutti i redditi del porto e coi tributi delle navi.
[580] UGHELLI, II, 353 e LABBÉ XI, 1011, _dat. 4 Kal. Maji_ nell’anno secondo di Gregorio. _Donamus tibi, tuaeque ecclesiae districtum Ravennatis urbis, ripam in integrum, monetam, teloneum, mercatum, muros et omnes portas civitatis_.
[581] Questo documento Lateranense trovai io nel Tom. II dei _Collectan. Vatican._ del GALLETTI, n. 8043 (senza numerazione di pagina). Esso completa la _Storia di Velletri_ del BORGIA, il quale dell’intiero secolo decimo non riferisce che il solo Diploma di Demetrius Meliosi. È dato agli 8 Aprile, _a. III Benedicti VII Ind. VI. Locatio et conductio — unum castrum sine aliquo tenimento quod dicitur vetus positum subtus strata — tali quidam condicione ut guerram et pacem faciat ad mandatum s. pontif. et praed. Abbatis et successoribus ipsius et ut ipsum castrum ad majorem cultum perducere debeat. — — Porta que est a parte monasterii semper erit in potestate ecclesie et ut predictum jus eccl. non pereat ipse abbas vel successor ejus habebunt suo tempore consules vel vicecomes qui mittent bandum supra predictis rebus — — bandum sanguinis et forfacture et offensionis strate et proibitiones litium et exercitus conducere et omnia alia ipse pred. Crescentius filii et nepotes ejus — possidere — debent_. Sottoscrivono l’Abate, cinque preti e monaci, e cinque _nobiles viri: Pandolfus Corvinus nobil. vir. Adtinolfus nob. vir. Birardus Corvinus nob. vir. Bonus Coranus_ (di Cori) _nob. vir. Amatus comes Signie_. — Nel BORGIA, p. 158, trovasi il Diploma degno di nota, in cui, a. 946, il Vescovo di Velletri concede a Demetrio figlio di Melioso, _consul et dux_, una montagna e la pianura circostante, per fondarvi un castello. Il canone consisteva, fra altro, nella prestazione di un quarto del prodotto del vino, e di un capo di bestiame su ogni dieci.
[582] Silvestro II, nella sua lettera di feudo (_praeceptionis pagina_), lamenta: _R. Eccl. pontifices, nomine pensionis per certas indictiones haec et alia nonnulla attribuisse nonnullis indefferenter constat, cum lucris operam darent et sub parvissimo censu maximas res ecclesiae perderent_ (JAFFÉ, _Reg._ p. 346). Poichè egli dice: _concedimus sub nomine beneficii, et stipendia militaria sunt_, ne viene che costituivasi un feudo formale. Dauferio discendeva dai Duchi di Gaeta; nel 941 un Dauferio e suo figlio Lando ottenevano, con data da Gaeta, investitura di Traetto (FEDERICI, p. 44).
[583] Di ciò sono fonti di dubbia fede, la _Vita S. Nili_, c. 91, e la _Vita S. Romualdi_, c. 25, scritte da PETRUS DAMIANI.
[584] Eἶτα τὸν στέφανον κλίνας ἔν ταῖς χερσὶ τοῦ ἁγίου, καὶ εὐλογηθεὶς, παρ’ αὐτοῦ σὺν πᾶσι τοῖς μετ’ αὐτὸν ἐπορεύετο τὴν διόν: _Vita S. Nili_, c. 93. Tuttavolta, dice il Biografo, non iscampò egli al giudizio di Dio, ma fu cacciato di Roma, e morì mentre volgeva in fuga. Santo Nilo venne effettivamente, nel 1002, a Roma, e fondò il convento basiliano di Grotta Ferrata, presso Frascati. Ivi il Domenichino dipinse l’incontro dell’Imperatore e del frate a Gaeta.
[585] La _Vita Meinwerci, Ep._ c. 7 (scritta intorno al 1155) dice: _Gregorius — post discessum ejus a Romanis expulsus, ac deinde veneno peremtus — 4 Id. Martii moritur_. La _Vita S. Nili_, c. 91, sembra accennare ad una seconda cacciata, pur sempre possibile: anch’essa parla di morte violenta (ῷσπερ τις τύραννος βιαίως τῶν ἔνθεν ἀπήγετο), ed annuncia che il cadavere di Gregorio era sfigurato di sembianza. L’epitaffio pone a data della sua morte il giorno 18 di Febbraio; THIETMAR., IV, c. 27, il dì 4 di quel mese. Vedi i miei _Sepolcri dei Pontefici romani_, e il disegno del sarcofago in DIONYSIUS, XLVI.
[586] Mi giovo di DAMIANUS, _Vita S. Romualdi_ e degli _Annal. Camald._, Tom. I. L’ordine romito di Camaldoli venera in Romualdo il proprio fondatore, e questo frate strano dev’essere morto nel 1027, a’ suoi centoventi anni di età. La persona di lui e quella di santo Nilo, sono caratteristiche del secolo decimo, età in cui i martiri ebbero il loro periodo di rinascimento.
[587] Il BARON., a. 999, lo chiama _hominem alioquin astutum, et in gratiam se Principum insinuandi maximum artificem, tanta sede (ut libere fatear) indignissimum_. Le sue astuzie, la sua indole hanno macchiato «il negromante» di onta immeritata; e già l’_Annal. Saxo_ dice, doversi egli a buon dritto cancellare dal novero dei Papi. Financo HERM. CONTRAC. (a. 1000) lo appella: _seculari litteraturae nimium deditus_. È noto il verso in cui questo Scrittore dice di Reims, di Ravenna e di Roma: _Scandit ab R. Gerbertus ad R., post papa viget R._
[588] _Decretum de rescindendis injustis rerum ecclesiar. alienation._ (_Reg. Farf._, n. 244, 20 Sett. 998): _Otto Dei gratia Romanor._ IMP. AUG. COS. S. P. Q. R. _Archiepiscopis, Abbatibus, Marchionibus, Comitibus et cunctis Judicibus in Hitaliam constitutis_. Così trovo scritto nel Codice originale di Farfa, ma non ne spiego _Consulibus_, come vorrebbe il GIESEBRECHT, il quale crede che Ottone avesse posto dei Consoli a capo di un Senato nuovamente costituito; reputo invece leggervi _Consul Senatus Populique Romani_. Il COS. è scritto a grandi caratteri, come IMP. AUG.; a caratteri assai più minuti sono scritte le lettere S. P. Q. R.
[589] THIETMAR., _Chron._, IV, 29. _Annal. Saxo_, a. 1000.
[590] _Ep._ 153: _volumus vos Saxonicam rusticitatem abhorrere, sed Graeciscam nostram subtilitatem — provocare_; e la risposta, _Ep._ 154: _ubi nescio quid divinum exprimitur, cum homo genere Graecus, Imperio Romanus, quasi hereditario jure thesauros sibi Grecae ac Romanae repetit sapientiae_. E la _Praefat. ad Otton. Imp. in locum Porphyrii a se illustratum_ (MABILLON, _Vet. Annal._, I, 122): _Ne sacrum palatium torpuisse putet Italia, et ne se solam jactet Graecia_.
[591] Così, sotto al Placito di Pavia dei 14 Ottobre 1001: _Sigefredus Judex Palatii_ ΣΥΓΗΦΡΗΔΟΥΣ, e _Waltari_ ΟΥΑΑΘΑΡΥ (MURAT., _Ant. Estens._, I, 126). Nel 1002, il Prefetto della Città sottoscrive un documento giudiziario: ΣΤΕΦΑΝΟ ΗΡΕΦΕΝΤΥΟΣ ΟΥΡΒΗ ΡΟ: ΜΕ; più sotto, con semplicità e con miglior criterio: _Benedictus nobili viro. Balduinus nobili viro: Msr. Vatican._ 8043 del GALLETTI. Meno sorprende trovare a Napoli in questa età di cotali sottoscrizioni greche; vedansi i molti documenti del secolo decimo nei _Monum. Regii Neapolitani Archivii_.
[592] _Graphia aureae Urb. Rom._ La leggenda _Roma caput mundi_, frase abituale di quel tempo, è iscritta più tardi sulle monete del Senato romano. Sopra un suggello di piombo di Ottone III vedesi Roma figurata in forma di donna velata che porta scudo e lancia; attorno è scritto: _Renovatio Imper. Romani_ (MURAT., _Ant._, V, 556). La corona di ferro è la lombarda; manca quella d’argento di Aquisgrana; la terza d’oro è la imperiale. Su queste tre corone vedasi il SIGONIO, _de Regno_, VII, 288.
[593] L’OZANAM compendia inoltre CONST. PORPHYROG., I, app.: _Ingressus Justiniani in urbem Constantin._: ὐπήντησαν δομεστικοί, πρωτίκτορες, αἱ ἐπτὰ σχολαὶ, καὶ μετ’ αὐτοῦς τριβοῦνοι, καὶ κόμητες, πάντες μετὰ λευκῶν χλανιδίων. Dal passo: _hebraice, graece, et latine fausta acclamantibus_, rilevo che gli Ebrei di Roma continuavano a formare una loro Scuola.
[594] _Reg. Farf._, n. 470. Documento relativo alla _Cella Minionis_, del 16 Dicembre 999: _Gerardo [=gra] dei inclito comite atque imperiali militiae magistro; Gregorio excellent. viro qui de tusculana atque praefecto navali; Gregorio viro clar. qui miccinus atque vestarario sacri palatii; Alberico filio gregorii atque imperialis Palatii magistro_.
[595] Al FANTUZZI, II, 27 (dove nell’anno 967 si nomina un _dux Joh. consul et patritius_) si aggiunga ancora la notevole carta romana di donazione dell’anno 975 (MITTARELLI, I, ap. 41, p. 97), in cui si sottoscrive: _Benedictus patritius a Stephanus rogatus scripsi_.
[596] Nota formula: _Qualiter patricius sit faciendus_.
[597] Ziazo non è nome romano; sembra piuttosto essere volgarizzamento italiano di un nome germanico: infatti, Azzo non è che il nome tedesco Alberto.
[598] _Reg. Farf._, 619. GALLETTI, _del Prim._, XXVI. Placito dell’anno 1003. Primo si sottoscrive _Joh. Domini gratia Romanor. patricius_, e, soltanto dopo di lui: _Cresc. Dom. gr. Urbis prefectus_.
[599] _Sermo Gerberti de informatione Episcoporum_, nel MABILLON, _Vet. Analecta_, II, 217. Si preconizza omai il tempo di Gregorio VII.
[600] _Romam caput mundi profitemur_: nel DUCHESNE, II, 73, dove il Diploma erroneamente ha nome di _Decretum Electionis Silvestri II_. Il PAGI e parecchi eruditi moderni ne contendono la autenticità; il MURATORI, il PERTZ, il GIESEBRECHT (I, 692, 800), il GFRÖRER (_St. eccl._, III, III, 1570) la ammettono. Le teorie del Diploma concordano col _Libell. de Imp. Potest._; dello sperpero delle regalie fatto dai Papi, parla anche Silvestro nel Diploma feudale dato per Terracina; per tono e per colorito il documento appartiene perfettamente a quel tempo. Della donazione degli otto comitati, _vestrum ob amorem_, Ottone fa menzione anche nella _Epist. Gerber._, 158. Fino allora, quelle città erano state rette da Ugo di Tuscia, insieme a Spoleto e a Camerino. Del paro che queste, la Romagna apparteneva all’Impero. A cagione del tempo, desta meraviglia udire dalla bocca di Ottone pronunciarsi la grave accusa di falso contro alla donazione di Costantino; però la cosa non è impossibile.
[601] GERBERTI _Ep._ 28: _Ex persona Hierusalem devastatae, universali ecclesiae. Enitere ergo miles Christi, esto signifer et compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni_.
[602] La corona, di cui si cinse Stefano I nell’anno 1001, è quella stessa rapita e nascosta dai Republicani ungheresi dell’anno 1848, poi discoperta col pregio di un tesoro. Il Diploma di Silvestro a Stefano trovasi nel CALLES, _Annal. Austriae_, V, 299.
[603] Il Diploma dato da Ottone III a favore di questo chiostro è raccolto dal NERINI nell’appendice; manca di data, ma non si può dubitare della sua autenticità. Sul manto della coronazione, ibid., p. 147. Alle sue frange erano appese trecento cinquantacinque campanelli d’oro, in forma di melogranati, come nel manto del sommo sacerdote israelita; vi si vedeva figurato uno zodiaco d’oro, scintillante di gemme e di perle. Vedi la _Graphia_.
[604] Sono del primo di Novembre dell’anno 1000, per Vercelli: _actum Romae in Palatio Monasterio_ (_Mon. Hist. Patriae_, I, 338, 339). Deesi rigettare la nota lezione _in Palatio Montis_. Come dianzi usavasi dire: _in Palatio s. Petri_, oppure _apud S. P._, qui intendevasi: _in Pal. Monasterii_, ma barbaricamente si scriveva: _Palatio Monasterio_.
[605] _In Aventino monte, qui prae ceteris illius urbis montibus aedes decoras habet, et suae positionis culmen tollens aestivos fervores aurarum algore tolerabiles reddit, et habilem in se habitationem facit: Vita S. Odilonis_ (_Acta S. Bened._, VIII, I, 698).
[606] Vedi il celebre Diploma dei 7 Maggio 999, in cui dona a Leone, vescovo di Vercelli, questa città e il suo comitato _cum omni publica potestate in perpetuum, ut libere et secure permanente Dei ecclesia, prosperetur nostrum imp., triumphet corona nostrae militiae, propagetur potentia populi Romani et restituatur respublica: Hist. Patr. Mon._, I, CXCIII, 325. Un Diploma di Ottone III, per santa Maria in Pomposa, a. 1001, _Ravenna V Kal. Dec., Ind. XV_, incomincia: _in nom. s. et individuae Trinitatis Otto III servus Apostolorum_ (FEDERICI, I, 148), parimente che la sopraddetta scrittura di donazione data a Silvestro. — _Otto III servus Jesu Christi_, nel WILMANS, p. 138.
[607] _Quandam speluncam juxta s. Clem. eccl. clam cunctis intraverunt — quatuordecim dies latuerunt: Vita Burcardi_, c. 3. Un Diploma di Ottone è dato ai _3 Id. Aug. 999 actum Sublaci in S. Benedicto_: MURAT., _Ant._, V, 625.
[608] _Privileg._ per Farfa, dato ai _5 Non. Octobr._ (999). _Qualiter nos quadam die Romam exeuntes pro restituenda Republica_ (MABILL., _Annal. Ben._, IV, 694, App.). Nell’_Ep. Gerb._ 158, Ottone chiama Ugo espressamente: _nostrum legatum_.
[609] _Ep. Gerb._ 158.
[610] Dell’apertura della tomba di Carlo narra il _Chron. Novalicense_, III, c. 33. Ottone vestì il morto di un bianco manto, gli fe’ rimettere in oro la punta del naso, e si prese come amuleto un dente ed una croce. Ma il morto comparve a Ottone in sogno, e gli vaticinò, irato, che presto morrebbe.
[611] Lettera di Gerberto nell’HÖFLER, I, Suppl. XV: _sed que nobis apud ortam inter sacra missarum solempnia pervenerunt, non leviter accipienda censet_. L’HOCK, c. 11, frantende al tutto la lettera. Si tratta di una ribellione in Orta, ed il Papa esorta l’Imperatore di volere per amor suo ripristinargli la soggezione della Sabina: _que nostri juris in sabino_ etc.
[612] LEONE DI OSTIA, II, c. 24. MARTINO POL. ed alcuni Cataloghi di Papi narrano, che Ottone II avesse portato a Roma il cadavere di san Bartolomeo. RICOBALDO, _Hist. Imp._, dice che questo era destinato ad andare in Germania, ma che rimase in Roma, perocchè morisse l’Imperatore. Tuttavolta OTTONE DI FRISINGA racconta che Ottone III avesse conquistato Benevento, e in realtà avesse portato a Roma la salma di san Bartolomeo. Benedetto XIII mise termine alla controversia fra le due città, riconoscendo a favore di Benevento il possedimento effettivo dell’incerto cadavere. Per la prima volta nell’anno 1027 viene fatta menzione dell’_Eccl. s. Adelberti et Paulini in Insula Licaonia_: MARINI, n. 40, p. 77; indi nell’anno 1049, ibid., p. 85.
[613]
_Tertius istorum Rex transtulit Otto Piorum_ _Corpora queis domus haec sic redimita viget._ _Quae domus ista gerit si pignora noscere quaerit,_ _Corpora Paulini sint, credas, Bartholomaei._
[614] La _Graphia_: _In insula templum Jovis et Aesculapii, et corpus s. Bartholomei apostoli._
[615] Prima traccia ne trovo nel _Cod. Sublac. Sessor._ CCXVII, p. 29. _Judicatum de Turre una in Tiboris_ (a. 911): si noti in qual modo nomi italiani derivarono da’ genitivi latini. Un _Comes Adrianus_ sedeva colà da giudice.
[616] Ne fece investigazione ANTONIO DEL RÈ, giureconsulto di Tivoli (_Thesaur. Graevii_, VIII, dove evvi anche l’_Historia Tiburtina_ di F. MARTIUS).
[617] I primi escavi nella villa di Adriano datano da Alessandro VI e da Leone X: perciò un oblio di undici secoli, per lo meno, ricoperse quelle belle opere d’arte.
[618] Questo Diploma, del quarto anno di Benedetto VII (978), uno dei più completi del secolo decimo (MARINI, _Papiri_, p. 226), descrive l’estensione del Vescovato di Tivoli. Vedasi anche a pag. 316 un istromento del 945, in cui sono registrati i _Fundi_ della Chiesa di Tivoli e i suoi fittavoli: questi sono _Duces_ oppure _Comites_, uomini romani ed eziandio longobardi e franchi, quali Annualdo, Gundiperto, Wassari conti, Grimo duce, Teudemaro gastaldo. — In una donazione dei 14 Giugno 1003 (_Cod. Sessor._ CCXVIII, n. 453), si parla del castello antico di Tivoli, _civitas vetus, quae vocatur Albula non longe a civitate Tyburtina_, e del _Vicus Patritius_, dell’_Amphiteatrum_ ecc.
[619] _Et nulli comiti, aut Castaldio, aut alicui homini, qui ibidem publicas functiones fecerint liceat tuae Eccl. servos aut ancillas, sive liberos homines — ad placitum vel guadiam sive aliqua districtione provocare: Dipl._, a. 978.
[620] TANGMAR (_Vita Bernwardi_, c. 23) ne fu testimone di veduta. DAMIAN., _Vita S. Romualdi_, c. 23, attribuisce la intromissione a Romualdo.
[621] In questa maniera devonsi concepire questi avvenimenti, seguendo la narrazione di TANGMARO, dell’_Annal. Saxo_, e dei _Gesta Episcop. Camerac._, I, c. 114.
[622] Spettatore fu TANGMARO, e udì il discorso (c. 25). I _Gesta Ep. Camer._ confermano la condanna che Ottone pronunciava contro di sè colla sua propria bocca, ed, oltre al sogno dell’Impero universale romano, biasimano la dimestichezza troppo grande onde usava coi Romani: similmente SIGBERTO, ann. 1002. L’_Annal. Saxo_ addita Gregorio (di _Tusculum_) come capo della sollevazione. La _Vita S. Nili_, c. 82, ne dipinge l’indole: _Gregorius — qui in tyrannide et iniquitate notissimus erat, nimium autem prudens et ingenii acrimonia excellens_.
[623] _De porta cum paucis evasit_: THIETMAR, IV, 30. _Annal. Saxo_, 1001. _Gesta Ep. Camer._ E TANGMARO dice: _immensis civium lacrimis_, locchè naturalmente è esagerato. _Otto imperator Roma expulsus est_, dicono con semplicità gli _Annal. Coloniens._, a. 1001. E così la _Vita S. Nili_, c. 92: στάσεως αὐτῷ γενομένης ὰνεχώρησε φεύγων. SIGBERTO, A. 1002: _per industriam Heinrici — et Hugonis — simulato pacto vix extractus, Roma decedit cum Sylvestro papa_.
[624] GIESEBRECHT, I, 801. Un Diploma di Ottone, al _Marchio Oldericus Manfredi_, è dato ai 31 Luglio 1001, _actum paterne_ (_Mon. Histor. Patr._, I, 346). I documenti dati di Paterno sono raccolti nello STUMPF, II, 105.
[625] Ivi ei si trovava nel Novembre e nel Dicembre. L’animo di lui, che era circondato di frati borbottoni, è bene dipinto nella frase: _Otto tercius servus Apostolorum_, che è inserita in uno dei suoi Diplomi, _dat. X Kal. 1001 Ravenna_ (MUR., _Ant._, V, 523).
[626] Del planctus ossia _Rhythmus de obitu Ottonis III_ (tratto da un codice esistente a Monaco, che fu stampato dall’HÖFLER, _Papi ted._, I, Suppl. XVI) riporto questi soli versi
_Plangat mundus, plangat Roma,_ _Lugeat ecclesia,_ _Sit nullum Romae canticum,_ _Ululet palatium._ _Sub Caesaris absentia_ _Sunt turbata saecula._
[627] Leggasi ciò che RATHERIUS di Verona dice del clero italiano nella sua _Sinodica_, indiritta ai Vescovi della sua Diocesi: e vedasi il Concilio di Trosle dell’anno 909 (LABBÉ, XI, 731).
[628] _Mon. Germ._, V, c. 28, p. 673. _Epistola Leonis Abbatis et Legati ad Hugonem et Robertum reges, ibid._, p. 686: _Et quia vicarii Petri et ejus discipuli nolunt habere magistrum Platonem, neque Virgilium, neque Terentium, neque ceteros pecudes philosophorum, qui volando superbe, ut avis aerem, et emergentes in profundum, ut pisces mare, et ut pecora gradientes terram descripserunt, — — et ab initio mundi non elegit deus oratores et pilosophos, sed illiteratos et rusticos_: indi segue un acconcio richiamo degli «Scribi e dei Farisei.» Per lo contrario, RATHERIUS: _Quo aptius possum, quam Romae doceri? Quid enim de ecclesiasticis dogmatibus alicubi scitur, quod Romae ignoretur_; ma lo dice, perchè allora egli aveva interesse di adulare Roma: _Itiner. Ratherii Romam euntis_ (edit. Ballerini, p. 440).
[629] Gli scrittori di codici notavano qua e colà quello che aveva loro costato il materiale da scrivere. Così, nei celebri Regesti farfensi, sotto alla prima miniatura che rappresenta lo scrivano in atto di offrire a Maria il suo codice, leggesi:
_Presbyteri Petri sunt haec primordia libri._ _Soldos namque deces pro cartis optulit ipse._
[630] _Ep._ GERBERTI 44. Gli è con grande attrattiva che si seguono le tracce di Classici antichi, a procurarsi i quali, Cesare, Svetonio, Omero, Boezio, Plinio, Cicerone _de republica_ (Ep. 87) usava Gerberto gran sollecitudine. E quest’ultimo libro, che più tardi andò perduto, ed il MAI discoperse in un palinsesto di Bobbio, forse aveva appartenuto a Gerberto quando questi era stato colà abate. Con sentenza bella e degna di uomo antico Gerberto dice: _causa tanti laboris contemtus maleficae fortunae, quem contemtum nobis non parit sola natura, sed elaborata doctrina: Ep._ 44.
[631] Nei documenti di quella età ho notato alcuni «grammatici». Leone VIII era appellato _prudentissimus grammaticae artis imbutus_. Nel MARINI (n. XXIV) compare, nell’anno 906, un _Johannes grammaticus_. Nel _Chron. Farf._, (p. 462), intorno al 930, si parla di _Demetrius grammaticus_; e il titolo era così prezioso, che un Imperatore bizantino se lo ascriveva ad onore.
[632] ATTONIS _Ep. Capitulare_, nel D’ACHERY, _Spicilegium_, I, 400: _Non oportet ministros altaris, vel quoslibet clericos spectaculis aliquibus, quae aut in nuptiis, aut in scenis exhibentur, interesse, sed antequam thymelici ingrediantur, surgere eos de convivio et abire debere_; e (a c. 78, ibid., p. 410) parla di _spectacula theatrorum: maxime quia S. Paschi octavarium die populi ad circum magis quam ad ecclesias conveniunt_. Anche RATHERIUS conosce la parola _thymelici: qui histriones quam sacerdotes, temelicos quam clericos — mimos, carius amplectuntur quam monachos: Praeloquior._, V, 6, p. 143 (Edit. Ballerini).
[633] Ai paragrafi _de Scena et orcistra; de offitiis scene_. La _Graphia_ mescola il tempo presente e il preterito. _Histriones, muliebri indumento amicti, gestus impudicarum et pudicarum feminarum exprimebant, et saltando res gestas et historias demonstrabant._ Quando parla di combattimenti di gladiatori, essa dà certo narrazione di cose antiquate, ma deve credersi a qualche cosa di veramente attuale allorchè dice: _Comedi vanorum acta dictis aut gestis cantant, et virginum mores et meretricum in suis fabulis exprimunt. Thomelici in organis et liris exprimunt ad citharas. Thomelici stantes vero in orcistra, cantant super pulpitum quod temela vocatur._
[634] _Usus Francisca, Vulgari, et voce Latina. Francisca_ significa franca, ossia tedesca: _à cette époque Francia ne veut plus dire France — Quand l’Empire est transporté en Allemagne, la dénomination de France recule avec lui et repasse le Rhin_: AMPÈRE, _Hist. littéraire de la France_, III, 301. — Da Diplomi del secolo decimo puossi ricavare un glossario dell’idioma volgare: sono già stabiliti articoli e desinenze italiane. Nei Diplomi romani non v’hanno frasi così decisamente volgari come nei Diplomi corsi (MITTARELLI, I, app.) o in quelli sardi ch’io lessi a Monte Cassino. Colà vidi anche il celebre documento del secolo decimo, che contiene frasi perfettamente italiane: alcuni testimonî nella loro favella dichiarano: «Sao che chelle terre per chelle fini ki che contene trenta anni le possete parte Sancti Benedicti (nel TOSTI, _Storia di M. Cass._, I, 221)». Alcune desinenze allora abituali, tali come in bandora, arcora, fundora, censora, casora, ramore, domora, non si sono conservate nel linguaggio dell’Italia superiore; tuttavia DANTE e il VILLANI hanno ancora di quelle forme.
[635] Per una sgrammaticatura, cui era incorso nell’uso del caso Gunzone grammatico di Novara, fu sbeffeggiato dai monaci di San Gallo, ed egli così si scusò: _falso putavit S. Galli monachus me remotum a scientia grammaticae artis, licet aliquando retarder usu nostrae vulgaris linguae, quae latinitati vicina est_: WATTENBACH, _Fonti stor. di Germ._ p. 162.
[636] Al principio del secolo decimo appartengono gli scritti polemici dei Formosiani, del così appellato Ausilio e di Vulgario, più importanti come documenti della storia pontificia di quella età, anzichè della letteratura. Il DÜMMLER, l. c., ha stampato alcuni poemi ammanierati di Vulgario. Anche in queste scritture si rivela l’influenza continua della letteratura classica.
[637]
_Desine: nunc etiam nullus tua carmina curat;_ _Haec faciunt urbi, haec quoque rure viri._
Se di ciò si lagnava un poeta al principio del secolo decimo, che non dovranno dire i poeti dell’anno di grazia 1860?