Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8
Part 23
Era partito appena, che Giovanni XII cominciava a sentire di qual peso lo premesse il giogo di quella podestà imperiale che avea resuscitato. Lo angustiava lo spettro del suo gran padre; l’avvenire gli appariva minaccioso. Le conseguenze della venuta di Ottone a Roma avevano sorpassato di gran lunga i suoi calcoli; di liberatore dello Stato ecclesiastico gli si era cambiato in un padrone, che, nel più alto significato della parola, voleva essere imperatore; ed invero un monarca, quale Ottone era, non poteva accontentarsi della parte umiliante di un Carlo il Calvo. Adesso dunque Giovanni intendeva di tornare allo stato di prima; incalzato dagli ottimati, cospirò con Berengario e con Adalberto. Ma il partito imperiale che era in Roma spiava tutti i suoi passi, e ne dava contezza a Ottone, in quello che questi trovavasi in Pavia, nella primavera dell’anno 963. I messaggi del partito gli descrissero la vita dissoluta del Papa, che aveva tramutato il Laterano in bordello, che dissipava città e beni per darli a sue cortigiane; dicevangli che nessuna onesta donna osava di viaggiare a Roma per temenza di cadere in balìa del Papa; lamentavano la desolazione della Città e la ruina delle chiese, dai cui tetti crollati si rovesciava la pioggia sui sottoposti altari. La risposta onde Ottone scusava i comportamenti di Giovanni è la satira più acerba che siasi scagliata contro il Papato di quell’epoca: Il Pontefice, diceva, è ancora un ragazzo; muterà vita quando avrà esempio da uomini generosi[434]. Quindi mandava suoi legati a Roma perchè s’istruissero dello stato delle cose di colà; egli poi moveva a San Leo per assediarvi Berengario e Willa, e mentre, nella state dell’anno 963, stava innanzi a quel castello, riceveva, nunzî del Papa, Demetrio e Leone protoscriniario, che venivano a lamentarsi per ciò che egli occupava dei beni ecclesiastici, e intendeva d’impadronirsi eziandio di San Leo, ch’era proprietà di san Pietro. Ottone, il quale del resto traeva in lungo la restituzione di parecchi patrimonî, rispondeva che i beni della Chiesa non poteva consegnare finchè non gli avesse tolti dalle ugne degli usurpatori; e, poichè teneva in mano le prove dei raggiri di Giovanni, poteva mostrare ai nunzî financo delle lettere intercettate, che il Papa scriveva all’Imperatore greco, e perfino agli Ungheri, eccitandoli a mover contro Germania. Legati imperiali allora andavano a Roma per dichiarare al Papa, che il signor loro era pronto a purgarsi con giuramento e col giudizio di Dio, in duello, del sospetto di spergiuro; quelli però venivano accolti con mal garbo, e, appena che erano tornati indietro con accompagnatura di messi pontificî, compariva in Roma Adalberto. Questo giovane pretendente, che la forza delle armi aveva spogliato del trono, faceva, dirimpetto ad Ottone, la parte miserevole cui era stato un dì condannato Adelchi. Mentre il padre suo si difendeva in san Leo, egli correva instancabile d’ogni parte, affine di raccozzare partigiani; per via di messaggi invocava soccorso da Bisanzio, andava a Frassineto dai Saraceni, indi, come nel tempo antico aveva fatto Sesto Pompeo, in Corsica; di qui annodava negoziati col Papa; finalmente sbarcava a Civitavecchia, e gli erano aperte le porte di Roma[435].
Come gli fu giunta notizia di ciò, Ottone nell’autunno dell’anno 963, lasciò in gran fretta San Leo, e venne a Roma. La Città era scissa in una fazione imperiale e in un’altra che parteggiava pel Papa, sì come lo fu nel tempo avvenire per lungo corso di secoli. Gli Imperiali, che, alla venuta di Adalberto, avevano chiamato Ottone, si tenevano sulle difese nella Giovannipoli, laddove i Pontificî, ossiano quelli della parte nazionale, si sostenevano muniti nella città Leonina, capitanati da Adalberto e dal Papa stesso, che si faceva vedere armato da cavaliere, con elmo e corazza. Giovanni voleva difendere Roma; mosse infatti contro ad Ottone fino al Tevere, ma tosto gli cadde il cuore. Il partito avverso a lui cresceva ogni dì più; il popolo, che altra volta aveva resistito con tanta fermezza contro gli assalimenti di Ugo, tremava per paura di un assalto: il figliuolo di Alberico temè di esser tradito, raccolse i tesori della Chiesa, e con Adalberto fuggì nella Campagna e si nascose nei monti[436]. Allora il partito imperiale aperse le porte ad Ottone; gli aderenti di Giovanni sbassarono le armi, diedero ostaggi, e l’Imperatore entrò in Roma per la seconda volta, addì 2 di Novembre del 963.
Raccolse clero, nobili e capitani del popolo, e li costrinse a prestargli giuramento che nello avvenire non avrebbero ordinato alcun Papa, e neppur lo eleggerebbero, senza il consentimento suo e di quello del suo figliuolo. Pertanto egli rapiva ai Romani quel diritto che eglino in tutti i tempi avevano conservato come loro gemma preziosa, come atto unico di libertà cittadina, quello che nessuno dei Carolingi aveva osato di toccare. Se si fosse considerata la cosa con intelletto di ragione, il diritto di eleggere il capo supremo della Chiesa, avrebbe dovuto appartenere alla intiera comunità cristiana, e non al piccolo numero dei Romani elettori; ma poichè impossibile era di trovare un modo pratico, per cui ne lo esercitasse la universalità cristiana, fino dall’antichità era stato tacitamente ceduto alla città di Roma, ossia, più veramente, ogni Vescovo di Roma era stato riverito eziandio come capo della Chiesa universale: privilegio immensurato, che era riposto nelle mani del _Clerus, Ordo et Populus_ dei Romani, e che i primi Imperatori, come capi dell’_Imperium_ universale, avevano limitato soltanto per via del diritto di confermazione.
Addì 6 di Novembre Ottone convocò un Sinodo in san Pietro. Parimente come al tempo di Carlo patrizio dovevasi pronunciare sentenza sopra un Papa accusato, e il tribunale stava sotto la presidenza della podestà temporale: però Giovanni XII non aveva, come Leone III, prestato il suo consenso a quel giudizio, e non v’era presente. Nè adesso i Vescovi protestavano di non aver facoltà di giudicare la Sede apostolica; mutati s’erano i tempi; un Imperatore energico s’ergeva, in tutta la sua potenza di dominio, da ordinatore del reggimento decaduto della Chiesa; e, senza che pietà o rispetto lo trattenesse, svelava agli occhi del mondo la vergogna del Papa che lo aveva unto del crisma: chiamava egli il popolo a profferire le accuse, e al suo comando obbediva un Sinodo che, per la prima volta, giudicava e deponeva un Papa senza pure ascoltarne le discolpe, indi esaltava a succeditore di lui un candidato dell’Imperatore.
Liudprando, che era allora vescovo di Cremona, ha registrato, come si conveniva a testimone oculare, gli atti di questo Sinodo; tenne egli nota di tutti i Vescovi del territorio romano che vi furono presenti, e ne rileviamo che molti vescovati assai antichi s’erano conservati ad onta delle devastazioni datevi dai Saraceni. Dei Vescovi suburbicarî vi intervennero quelli di Albano, di Ostia, di Porto, di Preneste, di Silva Candida e della Sabina; furonvi inoltre i Vescovi di queste diocesi: _Gabium_, Velletri, _Forum Claudii_ (_Oriolum_), Bleda, Nepi, Cere, _Tibur_, Alatri, Anagni, Trevi, Ferentino, Norma, _Veruli_, Sutri, Narni, Gallese e _Falerii_, Orta e Terracina[437]. Liudprando vi contava soltanto tredici Cardinali di questi titoli: Balbina, Anastasia, Lorenzo in Damaso, Crisogono, Equizio, Susanna, Pammachio, Calisto, Cecilia, Lorenzo in Lucina, Sisto, _IV Coronatorum_, e Santa Sabina. Parecchi Cardinali avevano seguito Giovanni nella sua fuga; d’altronde può darsi che parecchi titoli si fossero estinti. Lo Storiografo nomina fra gli astanti tutti i ministri del Palazzo pontificio, i Diaconi e i Regionarî, i Notai, financo il Primicerio della Scuola dei cantori; ed egli desta in noi attenzione ancor maggiore colla menzione che vi fa di alcuni ottimati romani, fra i quali troviamo di bel nuovo parecchi nomi che ormai ci sono ben conosciuti. Stefano figlio di Giovanni superista, Demetrio figlio di Melioso, Crescenzio «dal cavallo di marmo» (così appellato qui per la prima volta), Giovanni Mizina (meglio _de Mizina_), Stefano _de Imiza_, Teodoro _de Rufina_, Giovanni _de Primicerio_, Leone _de Cazunuli_, Riccardo, Pietro _de Canapara_, Benedetto e Bulgamino figliuol suo, erano allora i Romani più ragguardevoli del partito imperiale; laddove altri nobili uomini se ne erano andati col Papa fuggitivo, altri stavansi ricoverati nelle loro castella della Campagna. La _Plebs_ romana era rappresentata dai capitani della milizia, capo dei quali era Pietro dal soprannome _Imperiola_[438]. La presenza sua, di cui vien fatta speciale considerazione, dimostra che gli elementi popolani avevano già conseguito uno svolgimento di maggiore independenza, e ciò aveva avuto origine da Alberico. Peraltro, se questi avesse dato ai Romani un ordine di costituzione, se veramente avesse creato un Senato e dei Tribuni del popolo, e, ancor meglio, due Consoli annuali, nessuna di queste dignità cittadine sarebbe sfuggita all’occhio di un osservatore accurato quale era Liudprando; ma egli non fa pur motto di Senato, nè di Senatori, nè di altro magistrato: parla soltanto di primati della città di Roma, di milizie e del loro capitano, rappresentante della _Plebs_, ed enumera d’altronde tutti gli officî palatini che ci sono noti.
L’intervenzione completa di tutti gli ordini elettori faceva sì che il Sinodo somigliasse a quello avvenuto sotto di Leone III: al pari di questo, fu concilio, dieta e corte giudiziaria, tutto ad un tempo. La presidenza tenuta da un Imperatore glorioso, la presenza di tanti Vescovi, di Duchi e di Conti di Alemagna e d’Italia vi davano aspetto di maestà; l’assistenza dei Romani di tutti i ceti lo poneva a riparo da qualunque rimprovero di violenza illegale; però il modo del procedimento faceva sì che esclusivamente fosse un atto di dittatura imperiale. Giovanni di Narni e Giovanni cardinale diacono furono i più illustri accusatori del Papa assente; la scrittura di accusa fu letta da Benedetto cardinale. Ottone parlava di raro e male in latino; perciò l’Imperatore dei Romani ordinava a Liudprando, segretario suo, di rispondere, in sua vece, ai Romani.
La scrittura di citazione indiritta al Papa dichiarava le querele che erano date al padre santo. Diceva: «Al sommo Pontefice e Papa universale, al signore Giovanni, Ottone per grazia di Dio imperatore augusto, insieme cogli Arcivescovi e coi Vescovi di Liguria, di Tuscia, di Sassonia e della terra dei Franchi, nel nome del Signore. Venuti a Roma per servigio delle cose di Dio, abbiamo richiesto i figli vostri, ossiano i Vescovi, i Cardinali e i Diaconi romani, ed eziandio il popolo tutto, della ragione per cui Voi ne siate assente, e non vogliate vedere Noi, difensore Vostro e della Vostra Chiesa. Eglino ci hanno riferite di Voi cose tanto vituperevoli, che ci farebbero arrossire di vergogna, quando pur fossero attribuite ad un istrione. Vogliamo dirne alcuna alla Signoria Vostra, imperocchè, a noverarle tutte, troppo breve sarebbe il corso intero di un giorno. Sappiate pertanto che non alcuni pochi, ma tutti, laici e preti, vi hanno accusato di assassinio, di spergiuro, di profanazione di chiese, d’incesto con vostre parenti e con due sorelle[439]. Altre cose eglino dichiararono, cui l’orecchio repugna di udire, che Voi, bevendo, abbiate fatto brindisi al diavolo, e, giocando ai dadi, abbiate invocato Giove e Venere ed altri demonî. Noi perciò preghiamo fervidamente la Paternità Vostra di venire a Roma e di purgarvi di tutte queste querele. Che se voi temeste insulto dal popolo, noi vi promettiamo che nulla sarà fatto contrariamente ai canoni. Dato addì 6 di Novembre.»
L’accusato rispose dal suo nascondiglio brevi parole, e con linguaggio da pontefice: «Giovanni vescovo, servo dei servi di Dio, ai Vescovi tutti. Udimmo dire, che Voi vogliate creare un altro Papa; se ciò facciate, io vi scomunico per l’onnipotente Iddio; Voi non potrete più ordinare chicchessia, nè celebrar messa.» I Vescovi ebbero di che celiare sullo stile di questo Breve, e se n’ebbe a dire che Giovanni era uso ad esprimersi soltanto in volgare[440]. Secondo i canoni, un Vescovo che fosse accusato, doveva esser citato tre fiate a giudizio; l’Imperatore s’accontentò di chiamarlo due sole volte a comparire; indi si fece in pari tempo accusatore e giudice del Papa: propose al Sinodo che si deponesse Giovanni XII, e questi, senza che se ne udisse difesa, fu dichiarato colpevole di delitto, reo di maestà e decaduto dal pontificato. Al Sinodo potevasi muovere rimprovero perchè non aveva osservato un procedimento compiutamente canonico, ma il mondo tollera più giustamente le infrazioni delle leggi canoniche, anzi che le offese recate alla dignità dell’uman genere.
In vece di Giovanni, l’Imperatore proponeva a suo candidato un illustre uomo romano: addì 4 di Dicembre, fu questi eletto, e nel sesto giorno di quel mese ottenne la consecrazione. Contrariamente alla legge ecclesiastica, Leone VIII passò dal ceto laicale alla cattedra di Pietro; Sicone cardinale, vescovo di Ostia, lo insigniva con forma spedita, un dopo l’altro, degli ordini di ostiario, di lettore, di accolito, di suddiacono, di diacono, di prete e di papa[441]. Era Leone, di condizione, protonotario della Chiesa, e talvolta leggiamo il nome di lui in carte di quell’età[442]. Dimorava nel _Clivus Argentarii_, che è la odierna Salita di Marforio, quella via che più tardi fu detta «salita di Leone Proto» (protoscriniario), avvegnachè ancora nel secolo decimoterzo una chiesa che ivi era, fosse appellata di san Lorenzo _de ascensa Proti_[443]. Il suo retto costume lo aveva raccomandato all’Imperatore, avvegnaddio non altri che un romano di egregia vita potesse egli levare a succeditore di un uomo vizioso; d’altronde, l’animo di Leone era debole, ossia pieghevole all’altrui volere, e questo assai bene s’acconciava ai disegni di Ottone.
L’Imperatore faceva partire una gran parte delle sue milizie, e le mandava a San Leo, affine di alleviare i Romani del peso di dar loro alloggiamento: egli poi celebrava le feste di Natale in Roma, senza pur sospettare che si congiurava contro la sua vita. Poichè era stato deposto, Giovanni XII s’era guadagnato simpatie e qualche cosa più in là: era il Papa eletto dai Romani simbolo adesso di amor di nazione. I suoi amici dispensavano oro e promesse, ed alcuni baroni della Campagna s’impegnarono a prestare soccorso. Addì 3 di Gennaio 964, si diè di repente nelle campane a stormo; i Romani si scagliarono sul Vaticano dove Ottone aveva sua stanza, ma il loro intendimento fallì. Infatti, la schiera dei cavalieri imperiali si gettò sopra gli assalitori, e ruppe il serraglio che questi avevano innalzato a ponte Sant’Angelo; non ne ebbero più schermo i fuggitivi, e furono schiacciati con orribile macello, finchè l’Imperatore colla sua propria bocca comandò che si cessasse[444]. Fu questa la prima volta che il popolo romano si sollevava contro un Imperatore tedesco. Il dì dopo i Romani comparvero innanzi a Ottone supplicando mercè, e sulla tomba dell’Apostolo giurarono di obbedire a lui ed a papa Leone. Ottone sapeva che valore avesse il giuramento, si prese i loro cento ostaggi, e lasciò andare per la Città quegli uomini umiliati. Rimasto ancora un’intiera settimana in Roma, cedette alle preghiere di Leone riponendo in libertà anche gli statichi, dacchè sperava in sì tristi condizioni di cose di guadagnare degli amici al Papa, creatura sua: poi, sulla metà di Febbraio dell’anno 964, mosse a Spoleto nell’intento di cogliervi Adalberto. Lasciò esacerbata la Città, e il Papa come agnello tremante in mezzo a’ lupi. Il sangue che le armi tedesche avevano sparso in Roma nel giorno 3 di Gennaio non si asciugò mai più; ne trasse alimento l’odio contro gli stranieri, e i Romani, premuti colla forza, non ebbero appena veduto in libertà i loro ostaggi e lontano l’Imperatore, che s’affrettarono di dar libero sfogo alla loro sete di vendetta.
§ 3.
Giovanni XII torna a Roma. — Leone VIII fugge. — È deposto in un Concilio. — Giovanni toglie vendetta dei suoi nemici. — Muore nel Maggio dell’anno 964. — I Romani eleggono Benedetto V. — Ottone riconduce Leone VIII a Roma. — Benedetto V è deposto e cacciato in esilio. — Il Papato è tenuto sotto la soggezione degli Imperatori tedeschi. — _Privilegium_ di Leone VIII.
Giovanni XII, chiamato in gran fretta nella Città, vi veniva con un esercito di amici e di vassalli: in meno che non si dica, Leone VIII vedevasi abbandonato, e con pochi seguaci fuggiva a Camerino dove trovavasi l’Imperatore. Berengario e Willa, che si erano arresi in San Leo, erano stati di già mandati a Bamberga, nè temibili potevano essere ad Ottone gli ultimi conati di Adalberto: però l’Imperatore non moveva subito a Roma, forse perchè a molte delle sue milizie aveva dato congedo, e doveva prima raccozzare un nuovo esercito. Frattanto, Giovanni XII sfogava le sue vendette contro a’ nemici suoi. Addì 26 di Febbraio raccoglieva in san Pietro un Concilio: dei sedici Vescovi presenti trovavansene undici di quelli che, tempo prima, avevano sottoscritto la deposizione di lui, ed erano quelli di Gallese, di Anagni, di Porto, di Narni, di Veruli, di Silva Candida, di Albano, di Ferentino, della Sabina, di Nepi, di Trevi: nuovi venivano i Vescovi di _Nomentum_, di _Labicum_, di Ferrara, di _Gentianum_, di _Marturanum_ e di Salerno. Può essere che i primi, a torto o a ragione, protestassero di essere stati costretti a prender parte al Concilio di Ottone; può essere che altrettanto facessero i Cardinali: però il piccolo numero dei cherici che intervenivano al Sinodo di Giovanni e la loro adesione a due Concilî, di cui l’uno era il rovescio dell’altro, fanno prova dello sciaguratissimo disordine che metteva a soqquadro la Chiesa romana. Giovanni XII protestava che la violenza dell’Imperatore avealo tenuto due mesi in esilio, dichiarava di essere tornato alla cattedra sua, e di condannare il Sinodo che deposto lo aveva. I Vescovi di Albano e di Porto confessarono tutto tremanti di aver peccato, e di aver benedetto Leone contrariamente alle leggi dei canoni: furono sospesi, e Sicone di Ostia, che avea insignito Leone di tutti gli ordini ecclesiastici, fu espulso dallo stato chericale[445].
Dopochè Giovanni XII ebbe scomunicato Leone, si scagliò con tutta la foga dell’ira sopra molti dei suoi ragguardevoli avversarî. Al cardinale Giovanni fece svellere naso, lingua e due dita della mano; ad Azzone protoscriniario fece mozzare una mano: e ambidue quegli uomini erano stati legati suoi allorchè aveva invitato Ottone a venire a Roma. Fece imprigionare Otgero vescovo di Spira, ma represse la sua rabbia di vendetta a tal segno, che lo rimandò poi all’Imperatore, di cui non voleva stuzzicare troppo oltre la collera[446]. Nel frattempo Ottone continuava a starsene a Camerino, dove aveva celebrato la Pasqua insieme col Papa creatura sua; indi, apprestatosi a muovere contro Roma, prima ancor che giungesse alla Città, gli capitava messaggio che Giovanni XII era passato di vita. Se sieno veritiere alcune narrazioni, questo Pontefice trovava una morte degna della sua vita: una notte il diavolo faceva tanto, che lo strascinava fuori di Roma coll’esca di adulteri amori; e vicario del diavolo era un marito offeso, il quale gli assestava sul capo una botta così gagliarda, che otto giorni dopo moriva, addì 14 di Maggio del 964. Altri dice che finisse di apoplessia, ed è cosa verosimile, dacchè una tremenda concitazione dovesse agitare il suo animo. Di tal guisa, il figlio del glorioso Alberico cadeva vittima delle sue dissolutezze e altresì di quel dualismo che si accoglieva in lui, principe e papa ad un’ora medesima. Però la sua giovinezza, la origine che aveva da Alberico, i tragici contrasti della sua vita gli danno qualche diritto ad una sentenza più mite; nè la storia gliela rifiuta[447].
I messaggeri che andavano all’Imperatore in Rieti, dove allora era giunto, per annunciargli quella morte, gli soggiungevano che i Romani s’erano eletto un nuovo Papa, e ne chiedevano la confermazione. Ma Ottone protestava di volere piuttosto spezzare la sua spada che rompere la sua parola, e dicea che veniva per restituire papa Leone in Roma, e per punire senza remissione la Città, se essa gli rifiutasse obbedienza. Morto Giovanni XII, i Romani s’erano eletto un pontefice; avevano infranto il giuramento che era stato loro strappato, e s’erano ripigliato il loro diritto preziosissimo. Non prestavano reverenza a Leone VIII, ch’era stato deposto nel dì 26 di Febbraio, e ancora una volta tentavano di gettar disfida contro all’Imperatore, così che, dopo una violenta scissura delle fazioni, veniva eletto Benedetto, cardinal diacono, e lo acclamavano le milizie: era uomo egregio, che in mezzo alla barbarie di Roma s’era acquistato il raro titolo di grammatico, e con questo nome andava denotato[448].
Accusatore di Giovanni, aveva sottoscritto alla deposizione di lui, ma era pure quel desso che aveva assistito al Sinodo del Febbraio, in cui s’era condannato il Papa creato dall’Imperatore. La indignazione dei delitti commessi da Giovanni aveva imposto silenzio a maggiori doveri, e i Romani miravano nel loro nuovo Papa l’uomo che avrebbe difeso con coraggio la Chiesa contro le soperchianze imperiali. Ad onta del divieto dell’Imperatore l’eletto fu tosto consecrato, e, sotto nome di Benedetto V, salì alla Sedia apostolica.
Sennonchè Ottone giungeva; conduceva con sè Leone suo papa; veniva alla testa di un esercito furente d’ira, e Roma era nuovamente minacciata dalle furie della vendetta che accompagnavano un secondo Pontefice, prima discacciato, adesso reduce. Le città del territorio romano furono crudelmente saccheggiate e devastate: nemmeno gli Ungheri ne avevano fatto sì aspra rovina[449]. Si tagliava la via a che pervenisse vettovaglia, si cingeva la Città tutto all’intorno, non si permetteva che alcuno v’entrasse; chi osava uscire cadeva sotto la spada nemica. Ottone pose campo innanzi a Roma, chiedendo che la Città si arrendesse a discrezione e consegnasse Benedetto; s’erigeva egli come Imperatore che chiede obbedienza da una terra soggetta, ma i Romani non potevano mirare in lui altro che un despota che veniva a loro torre l’ultima reliquia d’independenza, quella libera elezione del Pontefice, che avevano esercitato per diritto di tradizione. Cessata era, in fin dei conti, la ignominia del governo di Giovanni XII; i Romani avevano eletto a succeditore di lui un uomo pio, e umilmente avevano impetrata la confermazione imperiale. Però, poteva Ottone lasciar cadere Leone VIII, che un Concilio aveva creato pontefice col beneplacito suo? Potevano d’altro canto i Romani rinunciare al tentativo di affermare contro al novello Imperatore il loro antico diritto di elezione, senza confessare che la servitù era tagliata al loro dosso? Il loro Papa, involto nei vestimenti sacerdotali, saliva sulle mura e ammoniva i difensori affinchè resistessero prodemente; ma l’Imperatore si rideva della scomunica che gli veniva minacciata, e si prendeva giuoco della debolezza dei Romani. La fame incominciava a infierire nella Città, e alcuni assalti toglievano agli assediati il cuor di resistere[450]. Addì 23 di Giugno Roma aperse le porte; i Romani abbandonarono Benedetto V alla sua sorte, e nuovamente giurarono obbedienza sulla tomba di san Pietro: si aspettavano punizione fierissima, ma l’Imperatore accordò loro un’amnistia[451].