Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 22

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Berengario, disperando della sua sorte, deluso di repente in tutte le sue speranze, si arrese allora tosto a Corrado duca di Lotaringia, che era vicario di Ottone in Italia. Berengario comparve col figliuol suo innanzi alla dieta di Augusta, ed ivi, dalle mani di Ottone, ricevette la corona lombarda come vassallo tedesco, in quello che la marca di Verona e di Aquileja erano sottratte alla unione delle terre italiche, e per volere regale erano date ad Enrico duca di Baviera, fratello di Ottone[419]. Berengario, con quella umiliazione, tornossene in patria al suo reame vassallo; la spada di Ottone si librava di continuo sul capo di lui, sebbene i torbidi interiori di Alemagna gli concedessero ancora qualche anno di vita independente. Sembra che egli ponesse sua residenza massimamente in Ravenna: questa celebre città, che Pavia e Milano avevano da lungo tempo messo nell’ombra e quasi in oblio, ottenne d’allora in poi grande rilevanza, e destò la sollecitudine degli Imperatori. Non più la mano del Papa, cui essa apparteneva per virtù di patto, nè quella di Alberico giungevano fino alle province remote dell’antico Esarcato, che, poco a poco, i Re d’Italia avevano tolto alla Chiesa.

Questo era lo stato delle cose nell’Italia superiore, allorquando l’illustre Principe e Senatore di tutti i Romani abbandonò la scena della storia. Giunto nel bel fiore della sua potenza, Alberico morì in Roma nell’anno 954: ignoti sono il giorno e il mese della sua fine[420]. Fortuna gli concesse di non vedere co’ suoi occhi la patria cadere sotto un nuovo giogo d’Imperatori. Narra il Monaco di Soratte, che quand’ei sentì avvicinarsi il termine di sua vita, si affrettò di andare in san Pietro; ivi, innanzi alla Confessione dell’Apostolo, fece giurare la nobiltà di Roma che, morto Agapito II, si eleggerebbe per papa, Ottaviano figliuolo ed erede suo. Che ciò avvenisse non ci prende alcun dubbio; il chiaro intelletto di quell’uomo capiva che era impossibile di rendere durevole in Roma la separazione fra la podestà temporale ed il Papato. Ciò che il genio suo aveva saputo operare, non poteva avere continuazione dal mediocre ingegno del figliol suo, che di età era ancora un ragazzo; a questo pertanto egli assicurava la signoria, mentre induceva i Romani a concedere eziandio la corona pontificia a lui, che già aveva avviato allo stato sacerdotale. Così, almeno, poteva accogliere speranza di lasciare alla sua famiglia la podestà di Roma.

Se si rifletta che il reggimento di Alberico s’ebbe conservato ventidue anni, duranti i mutamenti di quattro pontificati; che resistette vittorioso alle pretese di dominio temporale che la Chiesa nutriva, ai torbidi interni di una nobiltà e di un popolo avvezzi all’anarchia, ed in pari tempo ai continui assalimenti di poderosi nemici esteriori; che finalmente quel reggimento non si estinse con lui dopo la sua morte, ei si conviene attribuire a questo «Senatore» uno dei luoghi primi fra i Principi d’allora, e senza dubbio il luogo primo fra i Romani del medio evo che non furono papi. Alberico è una gloria dell’Italia di quel tempo, chè gloria fu l’essere, e degnamente, uomo e romano. Meritò dalla sua età quel nome di grande che sembra gli fosse dato dai suoi nepoti, orgogliosi di aver avuto origine da lui[421]. La sua stirpe non si spense con esso, nè col celebre figliuol suo Ottaviano, ma si propagò per molti membri di sua famiglia, e, nel secolo undecimo, signoreggiò una seconda volta su Roma, conosciuta sotto il nome dei Conti di _Tusculum_.

CAPITOLO TERZO.

§ 1.

Ottaviano succede ad Alberico nella podestà. — È fatto papa nell’anno 955, con nome di Giovanni XII. — Suoi traviamenti giovanili. — Abbandona l’indirizzo politico del padre. — I Lombardi e Giovanni XII chiamano Ottone I. — Suo trattato col Papa e suo giuramento. — È coronato imperatore a Roma addì 2 Febbraio 962. — Indole del novello Impero romano di nazione tedesca.

Morto Alberico, il suo giovine erede ottenne, senza contrarietà di sorta alcuna, reverenza di Principe e di Senatore di tutti i Romani. Noi reputiamo che Ottaviano fosse nato di Alda[422]; contava poco più di sedici anni allorchè fu chiamato a reggere Roma. Il padre suo, per un senso di orgoglio romano, gli aveva imposto nome di Ottaviano, e aveane così espressa l’ardita speranza di veder giungere l’impero alla sua stirpe; tuttavia lo aveva fatto educare nello stato sacerdotale. Può darsi che vi si fosse deciso per ciò, che sotto al pontificato di Agapito le pretensioni pontificie avevano di bel nuovo trovato maggiori aderenti, e d’altra parte di lontano s’elevava minacciosa la potenza tedesca. Egli stesso destinava la corona pontificia al figliuol suo, che doveva riunirla novellamente alla podestà temporale; egli stesso era che riconduceva Roma nelle vie antiche.

Avvenne infatti che, scorso un solo anno, il giovane Principe dei Romani diventò papa, perocchè, nell’autunno dell’anno 955, morisse Agapito II[423]. Ottaviano allora appellossi Giovanni XII; e da questo tempo in poi, così vien detto, si indusse la regola che i Papi mutassero il loro nome di famiglia. La sua acerba giovinezza prometteva che avrebbe avuto un lungo reggimento; però, anche in lui, come in Giovanni XI, come in tutti quelli che furono pontefici di giovane età, dovevasi confermare la nota profezia che nessun Papa toccherebbe i venticinque anni di Pietro. Poichè adesso l’erede di Alberico nuovamente univa in sè le due podestà, la rivoluzione dell’anno 932 non conseguiva altro risultamento se non questo, che alla cattedra di Pietro saliva la nobile famiglia dominatrice, la quale sperava fare del pontificato un retaggio suo proprio. Le inclinazioni di Giovanni al principato, erano tuttavolta più forti di quello che fosse la coscienza dei suoi officî religiosi; e le due nature, quella di Ottaviano e l’altra di Giovanni XII, si combattevano nel suo animo con lotta disuguale. Venuto in giovinezza immatura al possedimento di una dignità che gli dava diritto alla reverenza di tutto il mondo, smarrì la moderazione dell’intelletto, e si gettò nel vortice dei piaceri più sfrenati. Le sue case del Laterano diventarono un ridotto di piaceri, un vero aremme; la gioventù ragguardevole di Roma diventò sua compagnia favorita; passava tutto il suo tempo in cacce, in giuochi, in amorazzi, a mensa col bicchiere alla mano. Un tempo, Caligola aveva fatto senatore il suo cavallo; adesso Giovanni XII dava in una stalla di cavalli la consecrazione ad un diacono, forse in quello che s’era alzato ubbriaco fradicio da tavola, dove, con lepore pagano, aveva fatto frequenti libazioni ad onore dei numi antichi[424].

Le condizioni di Roma, duranti i primi anni di Giovanni XII, ci appajono però vestite di forma incerta. Il giovane stordito abbandonò tosto il contegno del padre suo, che della moderatezza s’era fatto legge. Poichè era principe nel tempo stesso che era papa, volle imitare Giovanni X; gli sovvenne delle pretese che la santa Sede raccomandava a donazioni antiche, e bramò estendere la sua signoria fin giù basso nel mezzodì. Intraprese una guerra contro a Pandolfo e a Landolfo II di Benevento e di Capua, raccogliendo assieme in quella spedizione Romani, Toscani e Spoletini; sennonchè Gisulfo di Salerno mosse a soccorso dei due minacciati, ed il Papa fu costretto a voltar le spalle e a conchiuder pace con quel Principe, a Terracina[425]. La grandezza romana gli era di stimolo; si travagliava in grandi disegni; ma dal padre aveva ereditato l’audacia, non la saviezza. Come papa, voleva, anzi doveva tentar di restaurare in tutta la sua larghezza il dominio dello Stato ecclesiastico; per ragione dell’Esarcato si poneva imprudentemente a capo della parte tedesca contro a Berengario, ma il suo governo era travagliato di pericolo financo in Roma, avvegnaddio i Romani non sentissero più il freno, che loro aveva potuto imporre la mano gagliarda e principesca di Alberico. L’arte politica del padre, che aveva saputo affermarsi nel potere colla temperanza del comportamento, non poteva essere proseguita dal figlio, che papa era: l’opera di Alberico crollò, e Giovanni XII, per cupidigia delle sue province terrene, fu costretto di chiamare in suo ajuto Ottone il grande. Forse, come Ottaviano, sarebbe stato forte in Roma; come Giovanni XII, fu odiato e debole; donde si pare di che strana guisa operasse nello stato dei Papi la miscela delle due dignità, di re e di prete.

Fino allora, Berengario e Adalberto avevano fatto loro pro della lontananza di re Ottone, che era tenuto con grave faccenda in Alemagna per motivo della ribellione dei suoi figli e per causa degli Ungheri: così i due Principi avevano potuto costringere a soggezione i reluttanti Conti e Vescovi di Lombardia. I loro nemici di fazione tedesca, massimamente il maligno Liudprando, che aveva ricevuto offesa, non sappiamo quale, da Berengario, gli hanno dipinti coi più negri colori; tuttavolta, se Willa, moglie di Berengario, era a ragione odiata per la sua esosa avarizia, quei Re, d’altra parte, per rendere forte la loro signoria, non fecero più o meno di quello che si fossero permessi di operare i loro predecessori, o che, più tardi, si permettessero gli stessi Re tedeschi. Dopo che repentinamente fu morto Liudolfo, che Ottone padre suo aveva mandato in Italia per tenere in freno Berengario, sembrò che a quest’ultimo nulla più resister sapesse, onde adesso ei minacciava l’Emilia e la Romagna. Giovanni XII era troppo debole per difendere questi patrimonî, laonde il figlio di quell’Alberico medesimo, che un tempo aveva ricacciato di Roma Ottone, invitava, nell’anno 960, il Re alemanno affinchè a Roma venisse. Ai legati del Papa si aggiungevano i messaggieri di Conti e di Vescovi parecchi d’Italia, e con essi Walberto, arcivescovo di Milano, andava in persona ad Ottone.

Il Re tedesco accondiscese cupidamente agli inviti d’Italia, che gli offerivano l’ambita corona d’imperatore. Ripigliò l’opera dell’ardito Arnolfo: in prima, assicurò in Worms al suo giovane figliuolo la successione del reame germanico, indi con un formidabile esercito discese dalle Alpi, passando da Trento[426]. Mentre i Re, abbandonati dai Lombardi, si chiudevano nelle loro castella, Ottone celebrava in Pavia le feste natalizie dell’anno 961, e, dopo di avere spacciato Attone di Falda perchè annunciasse la sua venuta, mosse egli stesso a Roma[427]. Vi andò per effetto di un trattato conchiuso col Papa: in esso aveva assunto obligo di difendere e di restaurare la Chiesa, e in cambio ne conseguiva con qualche restrizione i diritti dell’Impero carolingio. «Se concederà Iddio che io venga a Roma», così diceva il giuramento, «io esalterò, secondo le mie forze, la Chiesa e te capo suo: non sarà mai che, per mia volontà o per consenso mio, tu abbia a ricevere offesa nella vita o nel corpo o nella dignità: nella città di Roma, senza consenso di te, non terrò mai placito, nè pronuncierò deliberazione alcuna su cosa che competa a te od ai Romani. Ciò che in mano mia perverrà dei possedimenti di san Pietro, ti restituirò. E qualunque sia l’uomo cui io possa concedere il reame d’Italia, farò che prima giuri di ajutarti secondo le sue forze per la difesa dello Stato ecclesiastico[428]». Ottone pertanto incominciò a operare con massima cautela; non devesi dimenticare che egli trovava innanzi a sè la Roma e i Romani di Alberico, i quali da sì lungo tempo s’erano governati con ordini nazionali. Se anche prestava quel giuramento in cui egli, Imperatore, rinunciava alla illimitata entratura di tenere placiti, il trattato non si parificava peraltro ad una costituzione dell’Impero: questa dovevasi ancora comporre.

Solenne fu l’ingresso di Ottone in Roma; degne d’imperatore le accoglienze che egli vi ebbe. Solamente che gli audaci ottimati di Alberico si chiudevano in un tetro silenzio; sui volti di questi Romani, cui egli era venuto a torre libertà e potenza, egli leggeva impressi i caratteri di un odio mortale, laonde, mentre s’allestiva a ricever la coronazione, diceva ad Ansfredo di Löwen queste caute parole: «Oggidì, allorchè m’inginocchierò innanzi alla tomba dell’Apostolo, bada di tenere la tua spada alzata sempre sopra alla mia testa; ben so quello che i miei predecessori ebbero a soffrire dalla mala fede dei Romani. Il savio scansa il male colla prudenza; per dire orazioni, avrai tempo di farlo quanto vorrai al _Mons Gaudii_, allorchè torneremo a casa nostra[429].» Nel giorno 2 di Febbraio dell’anno 962 Ottone e Adelaide furono coronati con pompa siffatta, che la simigliante non si era usata mai; i donativi del novello Augusto destarono la letizia dei cupidi Romani[430]. Per tal guisa fu rinnovato l’Impero dopo trentasette anni dacchè s’era estinto, e, tolto alla nazione italiana, fu dato alla eroica stirpe dei Sassoni stranieri. Uno dei maggiori succeditori di Carlo era coronato da un romano, che per istrana coincidenza aveva nome di Ottaviano; ma quest’opera, grave di conseguenze, mancava di vera dignità e di consacrazione vera. Carlo magno aveva ricevuto la corona dalle mani di un vecchio venerabile; Ottone magno riceveva il crisma da un ragazzo imberbe e scostumato. Non pertanto, la storia di Alemagna e d’Italia con questa coronazione s’indirizzò sopra un sentiero nuovo.

Allorchè s’era composto l’Impero di Carlo, esso aveva avuto nella mente degli uomini un’altissima giustificazione; la grande monarchia, in cui le nazioni stavano ancor debolmente unite l’una accosto dell’altra, era tenuta in conto di novella republica cristiana; l’idea di unità della gente umana, proclamata dall’antico giudaismo con voce profetica, promossa dalla signoria dei Cesari nell’ordine politico, s’era fatta viva e reale per legge della religione universale. Alla fondazione dell’Impero carolingio avevano contribuito non poco l’intento di liberare Roma dal despotismo di Bisanzio, la necessità di contrapporre una potenza cristiana affermata in un centro contro alla formidabile monarchia dell’Islamismo: per tutte queste ragioni era avvenuto in addietro, che il Vescovo di Roma aveva posto la corona di Costantino sul capo del signore supremo dell’Occidente. Ma l’Impero teocratico crollò per il ribollire delle forze ond’era gravido il suo svolgimento interiore; l’effervescenza che agitava quella società in cui l’antico si mesceva al nuovo, in cui gli elementi romani si frammischiavano a quelli germanici, sconnesse il secondo Impero; la feudalità tramutò gli officiali in principi ereditarî locali; le podestà temporali si riunirono con quelle religiose; una rivoluzione continua del possesso e del diritto fu educata nel seno della monarchia; le divisioni del retaggio dell’Impero accelerarono la sua caduta. Le nazioni cominciarono con forza impetuosa a separarsi l’una dall’altra; il centro d’Europa, che aveva formato il midollo dell’Impero cristiano, si divise in due parti, una contro l’altra armata ostilmente. Dopo cento cinquant’anni di sua esistenza, la monarchia di Carlo s’era disciolta e ridotta a termini di cose che erano simili a quelle anteriori alla sua origine: pressura di Barbari nuovi, dei Normanni, degli Ungheri, degli Slavi, dei Saraceni; devastazione delle province; morte delle scienze e delle arti; barbarie senza limite nei costumi; regresso della Chiesa come di là da’ tempi di Carlo magno; infiacchimento del Papato, che aveva perduto la sua forza religiosa e l’appoggio dello Stato fondato da Pipino e da Carlo; fazioni nobiliari signoreggianti in Roma, e più pericolose di quello che fossero state a’ tempi di Leone III. Mentre adesso l’Impero si restaurava per opera della nazione germanica, i popoli non potevano più tornare completamente all’indietro, per rientrare nella cerchia d’idee che l’età di Carlo aveva accolto. Per verità, la tradizione dell’_Imperium_ continuava a vivere ancor poderosa, e più di una voce si faceva udire in Alemagna a rimpiangerne la caduta e ad augurare la sua restaurazione che sarebbe stata beneficio del mondo; ma la venerazione degli uomini per questo istituto s’era diminuita dopo la sventurata istoria di un secolo e mezzo. La monarchia di Carlo non sorse più; Francia, Germania e Italia erano diventati paesi separati fra loro; di lì a breve tempo, dovevano combattere l’un contro all’altro, e ciascuno d’essi cercava di farsi independente anche nelle forme politiche. Mentre adesso Ottone rinnovava l’Impero in condizioni siffatte di cose, manifesto era che còmpito tale poteva adempierlo soltanto un uomo grande, e che una fiacca persona non era fatta per sostenere battaglia contro la feudalità, contro il Papato e contro le tendenze nazionali. Perciò, nel complesso, l’Impero fu considerato soltanto come una forma di arte e d’idea, sebbene altresì fosse pur sempre una grande forma politica in mezzo ai popoli. Il genio di Ottone diede un sistema al mondo crollante; il vincitore degli Ungheri, degli Slavi, dei Danesi, il patrono di Francia e di Borgogna, il signore d’Italia, l’eroico missionario del Cristianesimo, cui aveva sgombrato maggiori vie, meritava di farsi Carlo novello: financo la sua terra aveva sempre nome dai Franchi, e la sua lingua tedesca era appellata franca. Egli annodò or dunque l’Impero romano durevolmente alla nazione tedesca, e questo popolo energico e intelligente intraprese la missione gloriosa, ma ingrata, di fare da Atlante della storia universale del mondo. Infatti, dall’associazione di Germania con Italia conseguiva tosto anche la riformazione della Chiesa e il risorgimento delle scienze; ed erano essenzialmente gli elementi germanici che in Italia andavano eziandio educando le splendide republiche di città. Ben sono Alemagna e Italia le più chiare rappresentazioni dell’indole antica e di quella germanica; sono le più belle province che s’accolgano nel regno dell’intelletto umano, e, per necessità provvidenziale, furono avvinte fra loro in cosiffatte relazioni, feconde della storia mondiale. Allorchè la mente si levi a pensiero cotale, i nepoti non devono deplorare che l’Impero romano abbia pesato, grave come il destino, sulla nazione tedesca, e che l’abbia costretta, per il corso di secoli, a spandere il suo sangue in Italia, affine di porre le fondamenta della civiltà universale di Europa: di ciò l’umana gente della moderna età deve necessariamente serbar riconoscenza a Germania.

§ 2.

_Privilegium_ di Ottone. — Giovanni e i Romani gli rendono omaggio. — Giovanni trovasi in condizioni irte di contrasti. — Cospira contro all’Imperatore. — Ricetta Adalberto in Roma. — Ottone torna a Roma; il Papa fugge. — L’Imperatore toglie ai Romani la libertà dell’elezione pontificia. — Sinodo tenuto nel mese di Novembre. — Giovanni XII è deposto. — Leone VIII. — Una rivolta dei Romani riesce a mal fine. — Ottone parte di Roma.

È fuor di dubbio che Ottone imperatore, parimente come i suoi predecessori, desse al Papa un documento, in cui confermava tutti i diritti e i possedimenti della santa Sede. La rinnovazione dell’Impero, la traslazione di questo a Germania, finalmente la confusione delle cose d’Italia e dello Stato ecclesiastico, rendevanlo necessario. Però, di questo documento conosciamo sì poco il tenore, come dei diplomi di Pipino, di Carlo e di Lodovico: nè più, nè meno di questi, anch’esso fu, più tardi, falsato, e destinato a servire di fondamento alle intemperanti pretensioni di Roma[431]. Anche il Papa fe’ sacramento all’Imperatore di non disertarlo mai di fede, e di non voltarsi a Berengario, e per parte loro i Romani prestarono giuramento di fedeltà: così parve rinnovarsi fra Ottone, Giovanni XII e la Città il rapporto di costituzione ch’era stato fondato al tempo dei Carolingi. Ma Giovanni trovavasi in condizioni tali, che lo cingevano di contrasti gravissimi. Dal padre suo aveva ereditato podestà di principe in Roma, e dipoi l’aveva riunita al Papato; alla rivoluzione antica era succeduta la restaurazione, e questa finalmente metteva capo di bel nuovo all’_Imperium_. L’aristocrazia romana vedevasi adesso ricondotta sotto la duplice fedeltà dell’Imperatore e del Papa; cessava quella independenza di cui essa aveva goduto per tempo sì lungo sotto di Alberico; Roma tornava nella sua condizione di città universale, dacchè era imperiale e pontificia insieme; l’antica contrarietà fra il Papa e i Romani doveva rinnovarsi ancor più formidabile di quella che un tempo era stata.

Gli ottimati di Alberico, ossiano i nazionali che si dibattevano contro all’Impero, vedevansi per altro tenuti in freno dalle soldatesche di Ottone; l’Imperatore era lietamente acclamato dalla moltitudine, la quale aderisce sempre a tutto ciò che sa di novità; nei paesi di fuori correva il concetto che, col novello Impero, Ottone avesse restituito Roma a libertà, riponendo nei suoi diritti la Chiesa oppressa, e sciogliendo la Città dalla tirannide di donne licenziose e di maggiorenti temerarî[432]. Frattanto, il nuovo Imperatore mirava con senso di vergogna alla giovinezza scapigliata del Papa; fin d’ora poteva presagire ciò che si dovesse aspettare dal figliuolo di Alberico. Addì 14 di Febbraio del 962 lasciava egli Roma per andarne all’Italia settentrionale, dove Berengario si teneva munito nel castello di San Leo, in prossimità di Montefeltro. Prima di sentirsi appieno Imperatore, forza era che egli rovesciasse quest’ultimo rappresentante della nazione italiana[433].