Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8
Part 21
Tutta volta, allorchè il decadimento di questi istituti ebbe raggiunto il suo limite estremo, incominciò ad opporvisi contro una mirabile reazione religiosa. Al cielo cadente del Cristianesimo fecero, tutt’a un tratto, puntello con loro mani alcuni santi uomini che sembravano rivivere dalle ceneri di san Benedetto. In mezzo alle angustie onde si affannava la gente umana, paurosa dell’aspettata fine del mondo, si risvegliava altresì l’impulso dell’ascetismo; in mezzo al caos di passioni ributtanti e contaminate di delitti, si sollevava con novello trionfo l’amore della contrizione e dell’espiazione; fondatori di ordini, eremiti, penitenti, sorgevano dalla terra e diventavano sognatori fantastici come quelli della Tebaide antica; missionarî e martiri percorrevano da un capo all’altro le contrade degli Slavi feroci; principi e tiranni nuovamente si seppellivano piangendo sotto il saio monacale, e il secolo della Chiesa, oscurissimo come il cielo di una notte tempestosa, cominciava a tingersi di luce e a splendere di stelle pietose.
La riforma benedettina ebbe sua origine in Francia, dove Berno fondava nell’anno 910 il suo celebre convento di Cluny, dopo che Guglielmo, duca di Aquitania, gli aveva a quell’uopo donata la sua villa di Cluniacum. Teneva quegli a fondamento la regola di Benedetto ricondotta a principî di maggiore severità, e riordinava un sistema claustrale che ben tosto si diffuse in Europa. Odone, discepolo di Berno, presto superò il maestro; fu egli l’abate missionario della riformazione monastica, e, correndo i paesi, introdusse in parecchie abazie la regola di Cluny. D’allora in poi, la congregazione cluniacense incominciò a dominare il mondo religioso, laonde acconciamente la si paragonò ai Gesuiti venuti più tardi, e alla influenza che questi ebbero grande eziandio nelle corti regie. Per verità, anche il suo sistema intendeva a restaurare la supremazia di Roma, a raccogliere il mondo morale entro al Papato come in un centro, e, per siffatta guisa, la Chiesa, anche nei suoi tempi più tristi e sconfortati, non difettò di forze; sorgevano queste sempre nuovamente da essa, e le infondevano nerbo di vita nuova. L’ordine di Cluny è il primo anello di quella catena mirabile di istituti battaglieri, che mettono capo fino alla storia moderna ed ai tempi più recenti.
Odone ebbe grande onoranza da re Ugo; non fu dammeno quella che Alberico gli tributò. Più d’una volta venne egli a Roma, e di lui si giovarono Alberico e Leone VII per restaurare l’ordine modesto della vita monastica. Nella Città stessa, nell’anno 937, affidarono al suo reggimento il convento di san Paolo, di cui caduti erano gli edificî, e i cui monaci se l’erano battuta o vivevano vita gaudente. Odone vi addusse altri fratelli, e pose a capo di essi Balduino di Monte Cassino, la cui badia egli aveva già sottoposta alla sua riforma[397]. Nell’anno 939 Alberico gli dava a riformare il convento Suppontino di santo Elia nella Tuscia romana, e gli donava il suo palazzo dell’Aventino, in vicinanza dei santi Alessio e Bonifacio, perchè vi collocasse un monastero; così fu che sorse il convento di santa Maria, monumento di quel Romano illustre, il quale esiste oggidì ancora sul monte Aventino, ed è sede del Priorato di Malta[398]. Massimamente, Alberico aveva creato Odone archimandrita di tutti i conventi che erano nel territorio romano, e la Cronica di Farfa, che ne dà notizia, non fa a quest’occasione pur motto del Papa, che dietro al Principe s’asconde nell’ombra. Ad Alberico andarono debitori della riforma di Cluny anche i conventi di san Lorenzo e di santa Agnese[399], e il Principe di Roma rivolse la sua vigilanza a tutte le abazie e a tutti i vescovati che stavano «sotto il suo dominio.» Non poteva egli rimanersi indifferente al loro decadimento, avvegnachè vi si aggiungesse qualche cosa di più che non fosse l’impoverimento del contado e la ruina dell’agricultura. Egli cercava di conservarne la forza, affine di darli poi ad aderenti suoi, che lo soccorressero a imbrigliare la nobiltà la quale si erigeva contro a lui audacemente. Nell’anno 937 concedeva larghezze di suo favore al convento di Subiaco, confermandone i privilegî con cui Giovanni X lo aveva investito del possedimento di _Castrum Sublacense_; ivi l’Abate potè esercitare diritto di giustizia per mezzo del suo prevosto. In Roma poi confermava, sotto la podestà dell’Abate medesimo, il convento abbandonato di santo Erasmo sul Celio, che quindi fu unito per sempre a Subiaco[400].
In vicinanza di quello stava il celebre monastero dei santi Andrea e Gregorio, e ne facciamo menzione, perciocchè vi si riferisca il più notevole dei documenti relativi ad Alberico. Vale cioè notare che, addì 14 di Gennaro dell’anno 945, egli donava a Benedetto abate, il castello di Mazzano con tutte le sue pertinenze e con tutti i suoi coloni: questa terra, che allora apparteneva in proprietà alla famiglia di Alberico, trovasi ancora nella diocesi di Nepi, di cui era vescovo Sergio, fratello del Principe. Una sorte propizia ci ebbe serbato una copia di quella pergamena preziosa, che è sottoscritta da tutta la famiglia del senatore dei Romani[401]. Così è che il tiranno di Roma compare in figura nuova di zelante promotore del monacato, e, financo, la leggenda attribuisce alle sorelle di lui la fondazione del convento dei santi Stefano e Ciriaco in vicinanza di santa Maria in via Lata[402]. Però, in nessun luogo la riformazione era necessaria più di quello che fosse in Farfa. Questa badia celebre, che inutilmente i Papi avevano tentato di ridurre sotto la loro soggezione, non godeva più del patronato di un Imperatore, perocchè più non ve ne fosse uno; ma adesso il dominatore di Roma teneva sè in conto eziandio di signore supremo di Farfa, e saltava oltre ai privilegî dativi dagli Imperatori. Abbiamo narrato della ruina dell’Abazia ed ora proseguiamo il racconto della sua storia. Roffredo abate aveva riedificato Farfa, ma, nell’anno 936, due dei suoi monaci, Campone e Ildebrando, in ricompensa, lo assassinavano. Campone, uomo sabinate ragguardevole, era entrato in giovine età nel convento; l’Abate lo aveva erudito nella grammatica e nella medicina, e l’allievo dava una prova eloquente dei suoi progressi in quest’ultima arte, mescendo un veleno efficace al benefattor suo[403]. A forza di donativi ottenne colui da re Ugo la dignità di abate, e allora cominciò con Ildebrando una dissoluta vita di piaceri. Non passò un anno che i due furono nemici; Ildebrando discacciato si proclamò abate nei beni che il monastero possedeva nella marca di Fermo, e Farfa per lunghi anni rimase divisa. Ambidue quegli uomini avevano menato donna. Campone procreò con Liuza sette figliuole e tre figli, e gli allevò tutti con magnificenza da principe. Mediante simulazioni di contratti di fitto e di permute, sparnazzò i beni del chiostro distribuendoli ai suoi aderenti e ai suoi militi, e nella Sabina la fece interamente da principe, mentre Ildebrando si teneva in Fermo con pari potenza. Un giorno che quest’ultimo aveva invitato ad un festino, nella sua residenza di Santa Vittoria, le sue donne, i figli, le figlie e i suoi cavalieri, ed erano ebbri tutti, s’appiccava il fuoco al castello, e ne erano arsi i tesori innumerevoli che Ildebrando ivi aveva ammassati dalle sue ruberie fatte a Farfa. L’esempio degli abati era imitato dai monaci; ciascuno d’essi s’era sposato con rito ecclesiastico ad una concubina[404]. Fra le pareti del convento non dimoravano, ma avevano stanze nelle ville, e, tutt’al più, venivano a Farfa la domenica, per iscambiarsi i loro saluti e starsi in allegria. Quello che vi trovavano di prezioso rubavano; ciuffavano perfino l’oro dei suggelli che erano apposti ai Diplomi imperiali, e strappatolo, vi sostituivano altri suggelli di piombo; prendevano i sacri paramenti d’oro per farne vesti alle loro baldracche; rapivano gli arredi d’altare per foggiarne loro agrafi e orecchini: e questo stato di cose durò un mezzo secolo. Alberico tentò di opporvi un argine, tosto che re Ugo gli lasciò libera mano nella Sabina, avvegnaddio volesse rendere suddita a Roma questa doviziosa provincia. Qui per Odone v’era a far molto; mandò a Farfa dei monaci perchè vi introducessero la regola di Cluny, ma Campone si rifiutava di accôrveli, e quei frati fuggivano spaventati a Roma, poichè di nottetempo s’era tentato di pugnalarli nei loro letti: allora Alberico in persona mosse colle sue milizie contro all’Abazia, cacciò l’Abate, vi pose monaci che seguivano le leggi di Cluny, e affidò a frate Dagoberto di Cuma il governo del convento, comandando che si restituisse quanto al monastero era stato rubato. Ciò avveniva nell’anno 947. Però, cinque anni dopo, il nuovo Abate era ucciso di veleno, e le condizioni malvage di cose continuarono, salve alcune interruzioni, così che al tempo degli Ottoni vi sarà richiamata novellamente l’attenzione nostra[405].
Alberico, che riformò altresì il convento di Sant’Andrea sul monte Soratte, estese così la sua potenza anche nella Sabina. Questa terra magnifica aveva fino adesso appartenuto a Spoleto, e sembra che allora se ne fosse separata. Infatti, da dopo l’anno 939, trovansi dei Rettori proprî della Sabina, che hanno nome or di Dux, or di Comes ed or di Marchio. Primo Rector della Sabina incontriamo nell’anno 939 il longobardo Ingebaldo, sposo di Teodoranda, ch’era figlia di Graziano console romano: è difficile cosa che tenesse quel grado se non lo avesse voluto Alberico[406].
§ 4.
Stefano VIII, papa nel 939. — Alberico reprime un moto di rivolta. — Marino II, papa nel 942. — Ugo assedia nuovamente Roma. — Caduta di lui per opera di Berengario d’Ivrea. — Lotario, re d’Italia. — Pace fra Ugo ed Alberico. — Agapito II, papa nel 946. — Lotario muore. — Berengario, re d’Italia nel 950. — Gli Italiani chiamano Ottone magno. — Colpa d’Italia a chiamarsi addosso la dominazione straniera. — Alberico respinge Ottone da Roma. — Berengario diventa vassallo di Ottone. — Alberico muore nell’anno 954.
Frattanto, nel Luglio dell’anno 939, era morto Leone VII, e nel pontificato gli succedeva Stefano VIII romano[407]: fu questi un Papa del cui governo tiene appena parola la storia, chè, sotto il reggimento di Alberico, i Pontefici raccomandavano il loro nome soltanto alle lor Bolle. Non v’ha che una voce solitaria, la quale si eleva a narrare come Stefano, in una sollevazione, andasse orrendamente mutilato, e perciò nascondesse la propria onta in un eremo, ove stette, schivando il consorzio della gente. Seppure non sia che una fola, siffatto racconto dà chiaro lume alla mente degli uomini, e fa loro conoscere quel che fossero in questo tempo i Papi[408].
Stefano VIII andava debitore ad Alberico della sua dignità; se egli dunque, come credono alcuni venuti più tardi, fu maltrattato sì aspramente dagli aderenti del Principe o addirittura per comando di lui, dovrebbesi accogliere per vero, che ei si fosse messo dentro ad una congiura ordita contro di Alberico. Però, là pure dove di questa si narra, non si fa motto del Papa, nè si trova che egli fosse fra gli uomini puniti da Alberico. Che in Roma non mancassero tentativi di rovesciare di dominio colui che ne era principe, è cosa manifesta. Il clero, al quale egli aveva tolto la potenza, molti della nobiltà che ne erano invidiosi, il popolo incostante, prestavano orecchio alle sobillazioni degli emissarî di Ugo, e si lasciavano subornare; se la corruzione di una città venale avesse potuto precipitare la signoria di Alberico, il fallire dell’esito non dipendeva certo perchè quella mancasse. Il Monaco di Soratte discopre bruscamente il velo di questi avvenimenti, ma la sua arida narrazione non ci fa conoscere altro (e anche questo oscuramente), che fuvvi un complotto, e che alla testa di esso stavano i vescovi Benedetto e Marino. Parrebbe che vi fossero involte anche le sorelle di Alberico, chè una di esse, così racconta il detto Scrittore, tradì il disegno, onde i rei furono puniti di morte, di prigionia e di frusta[409]. La mano gagliarda di Alberico represse i conati del clero e dei nobili, e n’ebbe vittoria: era nato per esser principe. Finchè visse nessun Papa ardì stendere la mano al potere temporale perduto; i vicarî di Cristo salivano docilmente alla cattedra di Pietro, e ne cadevano giù silenziosi e cheti.
Morto Stefano VIII nell’anno 942, Alberico innalzò al pontificato Marino II[410]. Questo inane fantasima di papa vi durò più di tre anni, obbedendo timidamente ai comandi del Principe, «senza dei quali, il dolce e pacifico uomo nulla osava operare[411].» Splendida fu la resistenza che Alberico oppose anche ai continuati assalimenti di Ugo, il quale non era mai stanco di combattere per farsi sua quella corona imperiale che, chiusa nel san Pietro, sfuggiva alla mano di lui. Già nell’anno 931 egli si era associato nel regno il suo giovane figlio Lotario, e nel 938 aveva mirato a farsi più forte sposando Berta, vedova di Rodolfo II di Borgogna, e fidanzando suo figlio colla figliuola di quello, con quell’Adelaide che più tardi ottenne tanta celebrità. Cercava di rendere più saldi i vincoli di alleanza con Bisanzio; però il suo trono vacillava in Italia, quantunque dei più illustri vescovati e delle maggiori contee avesse investito i suoi Borgognoni. Era odiato il suo comportamento tutto astuzie e tirannide, ed in quel mal sentiero era costretto di procedere sempre più avanti; gli ottimati lombardi erano disgustati di lui, e le sue imprese contro di Roma, riuscendo infruttuose, scemavano manifestamente la sua autorità.
Nell’anno 941, comparve nuovamente davanti le mura della Città, e pose il suo maggior quartiere in vicinanza di santa Agnese[412]. Forse è che passasse tutto l’inverno accampato contro alle mura, in quello che Odone di Cluny tentava un’altra volta di comporre pace. Nè minacce, nè violenze, nè promesse astute valsero ad aprirgli le porte: i Romani rimanevano fermamente stretti ad Alberico, vedevano disertate senza misericordia le città e le campagne del loro territorio, ma non rompevano fede al loro Principe; e lo storico Liudprando meravigliavasi cosiffattamente del mal successo delle devastazioni e dei maneggiamenti del Re, che era costretto di attribuire ad un arcano volere di Dio la salda resistenza di Roma venale.
Ma la Città fu finalmente liberata, e per sempre, dalle insidie di Ugo, chè un turbine scoppiava in Lombardia, nè più riusciva il Re ad abbonacciarlo. Ad onta di ogni sforzo fatto, non aveva egli potuto cacciarne tutti i Lombardi che gli erano ostili. Berengario d’Ivrea, figlio di Adalberto, aveva ottenuta in moglie Willa, nipote di Ugo e figlia di Bosone: il Re voleva far cadere nei suoi lacci il potente margravio, ma questi era scampato al tradimento che lo aspettava, fuggendo prima al Duca di Svevia, indi al tedesco re Ottone. Quando ebbe sentore che il terreno d’Italia era abbastanza gravido di mine sotto ai piedi di Ugo, Berengario tornò, che era l’anno 945. Parecchi Vescovi tosto si dichiaravano in favor suo, Milano gli apriva le porte, i Lombardi a gran frotte disertavano le bandiere di Ugo, affine di conseguire da un nuovo potente vescovati e contee. Ugo però mandava a Milano il suo figliuolo, degno di affetto per giovinezza e per cortesia, affinchè supplicasse gli ottimati di lasciare, se non altro a lui, la corona; e l’arte politica degli Italiani era di siffatta natura, che eglino tolsero a sostenerlo per opporlo come avversario a quel Berengario che avevano pur testè esaltato[413]. Poichè allora Ugo faceva mostra di trasportare in Provenza gli immensi tesori del reame, Berengario, anche a nome dei Lombardi raccolti a Milano, gli protestava che per lo avvenire, come già prima, eglino intendevano riverirlo da re d’Italia. Tuttavolta, Ugo tosto dopo tornò in Provenza, e per alcuni anni infelici lasciò al suo giovane figliuolo Lotario quella larva di regno d’Italia.
Questo mutamento di cose ebbe per Roma le conseguenze di una pace. Nell’anno 946 Ugo rinunciò a tutte le sue pretese che potevangli derivare non dal suo reame italico, ma dal suo matrimonio con Marozia, e cedette ad Alberico la signoria di Roma e del territorio romano[414]. Da allora in poi, il Principe dei Romani governò con sicurezza completa, mentre il Papa anche in avvenire obbediva al reggimento di lui, sì come in addietro avea fatto. Marino II morì nel Marzo dell’anno 946; gli succedette Agapito II, romano di nascita, uomo prudente, che si conservò quasi dieci anni nella cattedra pontificia[415]. Con lui incominciò benanco il Papato a rivivere di vita nuova, avvegnachè ricompaia coi paesi di fuori in relazioni parecchie, le quali non si riscontrano avere esistito sotto i predecessori suoi. Oltracciò, stavano maturandosi avvenimenti che in Roma dovevano rimutare ogni ordine di cose. Il secolo decimo era omai giunto a mezzo del suo cammino; come s’ebbe oltrepassato questo limite di tempo, la robustezza dei Re alemanni s’inoculò nell’Italia, esaurita di forze oltre ogni segno, e per lunghi secoli incatenò le sorti di questa terra all’Impero tedesco.
Il giovine re Lotario passava di vita repentinamente a Torino, nel dì 22 di Novembre dell’anno 950; moriva di febbre o di veleno che gli mesceva Berengario. Con lui cadde il partito borgognone; quello nazionale italico rialzò novellamente il capo, e si fe’ continuatore di quei tentativi che erano falliti con Guido, con Lamberto e con Berengario I. Addì 15 di Dicembre Berengario d’Ivrea si tolse la corona lombarda, e fe’ cingerne, come socio nel regno, anche Adalberto figliuol suo; così Italia tornava ad avere due Re indigeni, ai quali balenava remotamente in vista la corona imperiale. Berengario intese a sposare il figliuolo suo alla giovane vedova di Lotario, affine di guadagnarsene così il partito borgognone; Adelaide custodita in una torre sul lago di Garda espiava il suo rifiuto con quel carcere, ma ne scampava ricoverandosi nel castello di Canossa sotto la protezione di Azzo o Adalberto; e allora cambiava tutto ad un tratto la faccia delle cose. Ella, i suoi aderenti ch’erano del partito di Lotario, i nemici di Berengario, primi di tutti i Milanesi, papa Agapito, il quale, oppresso in Roma da Alberico, vedeva in pari tempo l’Esarcato e la Pentapoli caduti in balìa di Berengario, tutti costoro volsero loro sguardi alla Germania: invece di por mano a un ordinamento nazionale della lor terra, chiamarono eglino nuovamente uno straniero in Italia[416].
Ottone, sfolgorante di gloria guerriera, per potenza regia, per energia di governo, per saviezza d’animo era un secondo Carlo magno: tale ei veniva di Alemagna. All’avvicinarsi di lui si sperdeva l’esercito lombardo di Berengario: Ottone liberava Adelaide, si sposava con lei in Pavia sulla fine dell’anno 951, e la giovine regina dei Lombardi, accolta nelle sue braccia poderose, non era altro che il simbolo d’Italia che gli si gettava in grembo. Da allora in poi questa bella contrada fu avvinta a Germania per un destino che dentro la stimolava: e a questo punto, in cui s’eleva una pietra di confine che separa due epoche storiche, ci è cosa gradita soffermarci un istante, e riflettere alla meravigliosa necessità che attrasse i popoli germanici di continuo sempre a Italia e a Roma: a questo punto, con un senso di maggior compiacimento, si possono rammentare i Goti generosi che un tempo erano caduti da eroi sulle ruine di Roma. Ad essi erano succeduti i Longobardi con vita lungamente durata; questi cacciati dai Franchi, avevano lasciato sparso un elemento germanico per lungo e per largo nelle terre italiche, e l’efficacia ne era stata incancellabile. S’era spenta adesso anche la dinastia dei Franchi, e in Italia si facevano avanti i Tedeschi. Non più vaganti come anticamente i Goti od i Longobardi, sotto le cui bandiere, altre volte, parecchie migliaia di guerrieri sassoni avevano valicato le Alpi; venivano adesso, esercito agguerrito di uno Stato possente, col loro Re alla testa, per conquistare questa contrada, per dominarla, ma non per porvi dimora.
Roma oggidì non s’attrista più sotto lo scettro di Imperatori tedeschi, ma da lunghi anni è occupata dai soldati di Francia. Piemonte e Lombardia hanno chiamato gli eserciti di Napoleone III perchè li liberassero dall’Austria odiata; le pianure del Po furono coperte ancora una volta di cadaveri, e il mondo aspetta con ansietà di vedere qual luogo Francia sarà per tenere in Italia[417]. Antiche sono queste pugne, come antichi sono i giochi dell’arte politica, per isventura eternamente uguali; stranieri vengono chiamati perchè facciano da liberatori; vengono, liberano, indi imperano. Da quattordici secoli in cui i Principi d’Italia, i Papi, le città, le province, venditori di loro nazione, ebbero chiamato Goti, Vandali, Longobardi, Bizantini, Franchi, Ungheri, Francesi, Tedeschi, Normanni, Spagnuoli, perfino Turchi, gli Italiani pur sempre si dolgono dell’ira celeste che ha condannato il loro classico paradiso a servire agli stranieri, ossia ai barbari. Chi ama libertà e giustizia ha debito di dar loro compianto, ma giustificarli non può, chè troppo spesso il giudizio della storia loro dà rimprovero di incapacità politica, di scissura eterna fabbricata dalla loro colpa, di eterni amorazzi coi paesi stranieri per cagione di partiti pigmei e miserevoli. Se alla metà del secolo decimo Italia avesse saputo darsi a re un uomo della sua terra, tal quale in Roma era il glorioso principe Alberico, l’impresa di Ottone di Germania non si sarebbe compiuta; ma quel paese, che volle sempre aver due padroni affine di aizzar l’uno contro all’altro, si gravò per interne necessità le spalle colla dominazione straniera, e dovette sopportarne le conseguenze fino al dì d’oggi.
Non si sa se Agapito facesse pervenire il suo invito ad Ottone, sciente Alberico; noi reputiamo che così fosse, avvegnachè il Principe dei Romani dovesse desiderare che Berengario s’indebolisse per via di Ottone; ed infatti ei prevedeva che il Re d’Italia avrebbe rinnovato contro di Roma i tentativi di Ugo. Sennonchè, le conseguenze della spedizione di Ottone egli non prevedeva, nè con lui sapeva prevederlo la mente politica di uomo alcuno. Il Re tedesco era disceso delle Alpi facendo le viste di voler imprendere un pellegrinaggio a Roma: dalle condizioni in cui erano le cose di colà intendeva di tor norma a’ suoi disegni, e già nell’anno 952 palesava il desiderio di venire in persona nella Città. Il suo alto intelletto comprendeva omai il grande sistema che avrebbe assunto in avvenire la ragione politica tedesca. Mandava a Roma i Vescovi di Magonza e di Coira; erano eglino indiritti al Papa e non al tiranno di Roma, ma il deciso rifiuto di dargli accoglimento veniva da Alberico; e non è piccolo l’onore che da ciò deriva all’animo energico di quest’uomo romano. Il grande re Ottone fu respinto dal Senatore di tutti i Romani; e Ottone, portando la cosa in buona pace, tornò ai suoi Stati con Adelaide sposa sua[418].