Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8
Part 20
La nuova signoria di Alberico posava dunque, anzi tutto, sulla aristocrazia: meglio ancora, il suo fondamento più robusto risiedeva nella potenza di sua famiglia. Non erano caduti in dimenticanza i servigî prestati dal padre suo, che aveva capitanato i Romani al Garigliano ed ornato Roma di nuovi allori; sennonchè, ultimamente, questo padre era pure stato nemico di Roma, e sempre uomo intruso: che ciò durasse in mente, ce ne ammaestra il considerare che il figliuolo non vien mai denotato dal padre suo Alberico, ma sempre dalla madre Marozia, avvegnaddio questa donna romana per qualche tempo fosse stata capo della famiglia, che più tardi ebbe appellazione di Tusculana, e il giovane Alberico non dal padre, ma da lei ereditasse tutto quello che possedeva. La casa di Marozia (questa donna scompare dalla storia senza lasciar traccia di suo fine) s’associava per ragione di matrimonî a molte altre famiglie, che erano in Roma e nel territorio della Città. Poichè ora Alberico possedeva dovizia molta, ed estesi beni fondi, e numerosi vassalli, e il castel Sant’Angelo, per sè stesso era ormai l’uomo di massima potenza; gli altri ottimati egli incatenava alla sua causa per comune beneficio della independenza, per elettissimi officî del reggimento che loro concedeva, e per donativi di molti beni ecclesiastici che eglino chiedevano con avida cupidità. Il mutamento avvenuto in Roma traeva seco un organamento nuovo; la nobiltà s’impadroniva del governo, ed ora poteva statuirsi la cerchia di coloro cui il reggimento apparteneva, e che avevano il diritto di prender parte alla cosa publica. Confessiamo però, che ci mancano notizie precise degli istituti di Alberico. Non udiamo parola di un Senato che si raccogliesse nel Campidoglio, nè di nuovi ordinamenti nella magistratura. Non si discorre di Patrizio o di Prefetto, imperocchè Alberico la loro podestà raccogliesse nella persona sua; nè si può pur pensare ad una costituzione civica che si foggiasse secondo lo stile dei tempi posteriori. Le relazioni della nobiltà col ceto de’ cittadini mediocri, non s’erano allora peranco stabilite in forma di contrapposti, e gli è soltanto da questi che derivano gli ordini delle costituzioni. In una città che non aveva vita di traffici o di industrie, che era zeppa di preti, di frati, di monache, ch’era dominata da prelati, a mala pena poteva esistere una classe di media cittadinanza. Non v’erano che preti, nobili e plebe, ma il ceto medio sociale, fornito d’intelletto e di operosità, su cui riposano le libertà e le forze dello Stato, mancava in Roma, sì come propriamente vi manca anche al dì d’oggi. Abbiamo riletto con attenta cura i documenti di quell’età, per iscoprirvi traccia della vita dei cittadini mediocri di Roma: qua e là rinvenimmo soltanto citati dei testimonî col predicato dei loro mestieri, quali sono quelli di _lanista_, di _opifex_, di _candicator_, di _sutor_, di _negotiator_. Ma i lavoratori delle lane, gli orafi, i fabbri, gli operai, i pochi mercatanti, attendevano alle loro arti in una città che non aveva spiro d’industria, senza che pur loro sorgesse in mente con qualche vivezza il pensiero, che anche a loro competeva diritto di prender parte al governo cittadino. Gli era soltanto all’elezione del Papa che facevano udire con acclamazioni la loro voce, e, nelle cose di loro interesse, si congregavano in tornate delle loro Scuole, ossiano _artes_, che duravano sotto il reggimento di proprî priori. La povertà e le necessità della vita li tenevano in dipendenza degli ottimati che chiamavano loro patroni, e presso ai quali eglino, sì come i coloni ossiano fittaiuoli, stavano spesse volte in condizione di clienti e in pesante rapporto di protezione e di debito: può darsi che il novello signore di Roma li regalasse di privilegî in riguardo alle loro corporazioni. Il popolo minuto finalmente, quantunque massimamente vivesse della Chiesa e della liberalità di essa, mutava volentieri di padrone, e di buon grado obbediva ad un Principe romano fornito di energia, ch’era giovane, splendido, bello di persona, e collo sguardo imponeva autorità[383]. La sua mano di ferro reprimeva i tumulti, dava quiete al cittadino, e lo difendeva contro le tracotanze dei forti; senza di ciò egli non avrebbe mai potuto durare così lungamente padrone di Roma.
Per raffermare il poter suo era costretto a rivolgere la sua sollecitudine operosa all’organamento delle forze militari. La soldatesca di Roma continuava ad avere ordine di Scuole, avvegnaddio ce lo insegni la formula, pur sempre adoperata nei contratti, in cui al fittavolo viene proibito di cedere il fondo a luoghi pii, oppure al _numerus seu bandus militum_. Egli è dunque assai probabile che Alberico guarentisse il suo potere col soccorso della milizia cittadina, togliendola sotto la sua capitananza e agli stipendî suoi. La rendeva forte, soprattutto la costituiva a nuovo, e forse da lui derivava un altro scompartimento della Città in dodici Regioni, ciascuna delle quali comprendeva un reggimento di milizia sotto ad un vessillifero: infatti, dopo di lui, la milizia cittadina s’elevò a maggiore importanza, sì come vedremo. Egli ne aveva bisogno per ottenerne soccorso contro agli intrighi del clero che aveva avverso, contro le gelosie della nobiltà e contro gli assalimenti di Ugo. I Romani della nobiltà, del clero e del popolo gli prestavano giuramento di obbedienza, e d’allora in poi quell’uomo ardito pare monarca vero della Città.
Nei suoi Diplomi tiensi nota, come fu stile prima e poi, del pontificato e dell’anno di governo del Papa, ma le monete dei Pontefici sono adesso impresse col nome di Alberico, come per lo passato facevasi di quello degli Imperatori[384]. La pienezza della sua podestà in Roma, è riconosciuta parimenti negli atti giudiziarî. Solevasi, a’ tempi prima, tenere i tribunali nel Laterano o nel Vaticano, alla presenza del Papa, dell’imperatore o dei loro _Missi_: adesso, non appena che Alberico ebbe tolto il dominio temporale al Pontefice, il tribunale supremo di Roma fu raccolto presso al Principe di Roma. Può darsi che, più tardi come già in addietro, corti di giustizia fossero radunate in luoghi parecchi, ma ha una grande significazione per i mutamenti di cose avvenuti, che egli facesse sedere il suo tribunale anche nelle sue proprie case. Queste ei possedeva sul monte Aventino dove era nato; però la sua dimora abituale aveva nella via Lata in vicinanza alla chiesa degli Apostoli, probabilmente nel luogo dove oggidì è il palazzo dei Colonnesi, famiglia che vuol discendere da Alberico. Abbiamo già osservato che questo quartiere era il più ragguardevole della Città; vi avevano abitazione i nobili; era il sito di Roma animato di maggior vita, circondato dalle rovine, in quel tempo ancor grandiose, delle terme di Costantino e del foro di Trajano; comprendeva la via Lata che è la parte superiore del Corso odierno. Ci è conservato un documento, che ne offre notizia di un Placito tenuto da Alberico, nel suo palazzo. Addì 17 di Agosto dell’anno 942, innanzi a lui comparve Leone, abate di Subiaco, in una lite che sosteneva il suo convento: giudici della curia di Alberico erano Marino vescovo di Polimarzio e bibliotecario, Nicolò primicerio, Giorgio secondicerio, Andrea arcario, il Saccellario, il Protoscriniario della sede apostolica, e, in pari tempo, quei nobili della Città che allora andavano per la maggiore. I loro nomi leggiamo con avida curiosità. Erano, Benedetto chiamato Campanino (cioè conte nella Campagna), Caloleo, il _dux_ Gregorio _de Cannapara_, Teofilatto vestarario, Giovanni superista, Demetrio figlio di Melioso, Balduino, Franco, Gregorio dell’Aventino, Benedetto Miccino, Crescenzio, Benedetto _de Flumine_, Benedetto _de Leone de Ata_, Adriano _dux_, Benedetto figlio di Sergio, ed altri ancora[385]. Qui pertanto si distinguono due classi di giudici. Alla prima appartengono (come fino a questo tempo era stato) i ministri palatini pontificî, prelati che, tosto dopo di Alberico, avranno nome di _Judices ordinarii_; e di qui si rileva che il Principe dei Romani teneva immutato l’ordinamento pontificio nelle cose della giustizia. I nobili di Roma, parimente come per lo innanzi, formavano la seconda classe di giudici, ma adesso v’entravano in qualità di curiali o di cortigiani del Principe. Quei nobili uomini erano obligati ad esercitare funzioni di assessori nelle sue corti di giustizia, ed era officio che spesso poteva loro riuscir grave. Infatti, a quel tempo non v’avevano peranco assessori permanenti, alla foggia degli Scabini franchi o dei _Judices Dativi_ venuti più tardi; gli ottimati facevano dunque da veri giudici che pronunciavano sentenza, oppure anche assistevano ai giudizî in qualità di _boni homines_[386].
§ 3.
Temperanza d’animo di Alberico. — Ugo assedia Roma due volte. — Sposa sua figlia Alda ad Alberico. — Relazioni di questo con Bisanzio. — Leone VII, papa nell’anno 936. — Uno sguardo retrospettivo sull’importanza del monachismo benedettino. — Decadimento di esso. — Riformazione di Cluny. — Operosità di Alberico a quest’uopo. — Odone di Cluny viene a Roma. — Continua la storia di Farfa. — La provincia della Sabina.
I Cronisti di questa età non hanno attribuito al figliuolo di Marozia alcuno dei vizî che biasimarono nella madre sua: nessuno di loro leva la voce per rimproverargli un solo di quei delitti onde si contaminò re Ugo. Se sono istizziti contro di lui, ciò avviene soltanto perchè egli aveva tolto al Papa il reggimento temporale, lo teneva quasi da prigioniero, e sembrava aspreggiare con tirannia la Chiesa[387]. Altri, e cioè i partigiani della podestà imperiale germanica, lo ingiuriano come s’ei fosse un usurpatore, ma, in fondo, la sua signoria, almeno in ciò che riguarda l’Impero, non era usurpazione per guisa alcuna, avvegnachè quello allora si fosse spento, e il Re d’Italia non avesse diritto di sorta sulla città di Roma. Se ai tempi di Gregorio II, quando ancora un Imperatore legittimo possedeva titolo giuridico sopra di Roma, i Romani, serbando viva sempre la tradizione di Republica ossia del diritto di elezione imperiale, s’erano appropriata pienezza di potere per mutare la loro sovranità di governo, per torla a Bisanzio e per darla al Papa, a maggior ragione credevano eglino adesso di potersi apprendere una pari facoltà, adesso che Imperatori più non v’avevano. Nè Pipino, nè Carlo avevano donato Roma ai Papi; questa s’era data loro da sè, di spontanea volontà, ossia tacitamente. La costituzione carolingia dell’Impero, che aveva consecrato la podestà territoriale del Pontefice, era crollata insieme coll’_Imperium_, e i Romani ora rivendicavano novellamente il loro diritto antichissimo, senza pur darsi pensiero che anche i diritti del Papa si fossero resi legittimi per corso lungo di tempo, e, ancor meglio, per mille e mille opere gloriose onde Roma nuova era stata creazione dei Papi. Pertanto, i Romani elessero dal loro seno un Principe, così come elegger solevano il Papa, e la podestà temporale, che un tempo a quest’ultimo avevano concesso, ora attribuirono a quell’altro.
Gli è con grande attrattiva che gli uomini della posterità mirano alla persona del romano Alberico, il cui animo, composto a virile prudenza, adatto a grandi cose e degno d’imperare su Roma, supera di eccellenza tutti quei suoi succeditori, che più tardi nella Città vennero tentando di restituirla a libero stato. Poichè la necessità degli eventi gli imponeva di usare moderatezza, egli si accontentava della signoria di Roma e di quel tanto territorio che stava sotto al dominio di essa. Chetamente ei si tenne il titolo modesto, ma bello, di «Principe e senatore di tutti i Romani», nè si lasciò abbagliare d’ambizione maggiore, avvegnachè, a procacciarsi titolo d’Imperatore, egli avrebbe dovuto in prima conquistare la corona dell’Impero longobardo. Invece dunque di combattere contro Ugo per istrapparsela, come avrebbe fatto qualche avventuriero, egli, da savio, stette pago della podestà che aveva in Roma; perciò accadde appena mai una seconda volta, che questa Città godesse di sicurezza così grande e di pace interiore così soda, come durante il lungo reggimento di lui.
Era a prevedersi che Ugo avrebbe anelato a vendicarsi. Venne egli infatti, nell’anno 933, con un esercito; certo che aveva rinunciato senza dolore a Marozia sposa sua, la cui liberazione, se ancor essa viveva, per sicuro non metteva gran cura a chiedere; ma ardeva di desiderio di punire la Città, di far valere i diritti ch’egli vantava dal suo matrimonio, e di torsi la corona imperiale. Sebbene facesse ogni giorno muovere assalto alle mura, dovette voltar indietro senza alcun risanamento, e tenersi contento di dar il guasto alla Campagna[388]. Tornò del 936, ma non ebbe fortune migliori; mentre stava assediando la Città, una pestilenza gli mieteva le sue soldatesche, e finalmente era costretto di conchiudere pace con Alberico: Odone di Cluny deve esserne stato intercessore. Ugo accondiscese perfino ad accordare Alda, figlia sua di legittime nozze, in moglie al figliastro ch’era invincibile; sperava l’astuto Re di trar nelle sue reti il Romano audace, ma ne fu deluso, chè Alberico ben accoglieva nella Città la sua fidanzata regale, ma non il patrigno, anzi ai vassalli ribelli di questo dava ricetto in Roma; e poichè adesso gli uomini malcontenti fuggivano della Città, e si ricoveravano nel campo del Re, dalle due parti se ne alimentavano i sospetti e gli odii[389]. Alberico si sposò con Alda. Gli intendimenti di lui, rivolti ad ottenere la mano di una Principessa greca, caddero allora, o più tardi, a vuoto. Per lo meno, racconta il Monaco di Soratte che Alberico mandava a Bisanzio, ambasciator suo, Benedetto della Campagna, e che apparava le sue case ad accogliere la sposa, obligando nobili donne della Città e della Sabina a venire nelle sue stanze, perchè servissero da ancelle alla Principessa. Però questo maritaggio, dice il Cronista, non giunse a compiersi[390]. È probabile cosa che Alberico cercasse di raccostarsi alla corte di Grecia, per averne il riconoscimento del suo principato, e per ornarsi dello splendore che gli sarebbe venuto da così cospicuo parentado. Dopo che era caduto l’Impero di Occidente, Bisanzio destava di sè nuova temenza; i Greci, in causa di loro successi avventurati, erano venuti sempre più accostandosi a Roma; gli Imperatori d’Oriente non cessavano mai di reputare sè stessi in conto di legittimi Imperatori romani, e loro agenti mantenevano continuamente in Roma. Un’alleanza con loro, poteva dare ad Alberico un valido sostegno contro ad Ugo, e forse i Bizantini vi avrebbero consentito, se il padrone di Roma avesse aderito di diventare _Patricius_ sotto ai loro ordini. Incerto è il tempo di questi negoziati, e ancor essi sono ravvolti nel buio; questo solo sappiamo, che Alberico si sforzava di comporre l’opera sua in modo che andasse a’ versi dell’imperatore Romanus, ed obligava il Pontefice ad accordare l’uso del pallio a Teofilatto, patriarca bizantino e figlio dell’Imperatore, senza che i succeditori di lui nel patriarcato avessero più bisogno di chieder per ciò la licenza pontificia. Questa concessione, contraria ai canoni, manifesta qual fosse l’arte politica di Alberico, ma non dimostra che fosse intendimento suo di riporre novellamente Roma sotto la soggezione di Bisanzio. Piuttosto è che le sue trattative fallirono a causa degli intrighi di Ugo, e per il rifiuto ch’egli stesso opponeva alla proposta che gli veniva fatta di tradire Roma[391].
Giovanni XI, fratello di Alberico, trapassava di vita nel Gennaio dell’anno 936, dopochè, ristretto al suo officio spirituale, era vissuto sei anni privi di splendore, durante i quali il fratello suo l’aveva tenuto d’occhio con vigilanza severa[392]. Lui morto, il signore di Roma aveva costretto un monaco benedettino ad accettare la tiara[393]. L’animo pieghevole di Leone VII, che nutriva sentimenti di modestia monacale, ne lo rendeva un Papa assai docile e maneggevole per Alberico, e, poichè rinunciava alla podestà temporale senza opporre contrasto o protesta, non sorgevano difficoltà nelle relazioni di quei due uomini. Reprimendo i sospiri, Leone appellava il suo patrono e tiranno con nome di «misericordioso Alberico, figliuol suo spirituale diletto, e glorioso Principe dei Romani[394]». Flodoardo cronista dedicò a quel Papa alcuni versi inspirati a gratitudine, perocchè ne avesse avuto amichevoli accoglienze in Roma; lo laudò come dovrebbesi sempre celebrare un Papa, disse che era uomo santo, tutto inteso alle divine cose, e sprezzatore delle terrene; però il Cronista evitò di dire una parola sola che si riferisse ad Alberico[395]. Così veramente era fatto di necessità virtù.
Il savio Principe dei Romani aveva posto sulla cattedra di san Pietro un pio fraticello, e ve lo faceva risplendere di virtù apostoliche; è così che noi troviamo Papa e Principe adoperarsi d’accordo per restaurare quelle modeste consuetudini della vita monastica, che s’erano perdute: perciò, noi dobbiamo qui rivolgere uno sguardo all’istituto del monacato.
Sorto sugli incominciamenti del secolo sesto, allora che la società romana antica andava dissolvendosi, l’istituto di Benedetto, nel corso di quattro secoli, aveva fornito il suo còmpito di cultura storica, ed era caduto in ruina. Era stata missione sua di contribuire a foggiare la novella società cristiana: in mezzo ai popoli barbarici, i monaci nelle loro associazioni avevano raffigurato una società inspirata a’ principî d’ordine, sebbene ristretta ad un’idea unica; sua forma era quella di una famiglia obbediente ad un padre, e unita insieme da vincoli di autorità e di amore. Morte erano le leggi scritte della vita civile, ma i Benedettini avevano composto quasi un nuovo codice di civiltà, onde la regola di Benedetto fu il più antico libro di leggi che si compilasse nel medio evo: così, in mezzo alla barbarie, seminarono i germi di una società di fratellevole amore cristiano. Mentre il mondo tutto era un focolare fumante d’incendio, essi nelle loro associazioni vivevano una vita di pace, di lavoro, di pietà, e ai popoli rozzi additavano un regno d’idealità morale, di cui s’aveva tanto bisogno, dove si stava a riparo dalle necessità, dove felicità e requie, obbedienza e umiltà fiorivano rigogliose e belle. Cooperarono potentemente a domare la barbarie; con valore d’apostoli convertirono i pagani; coll’evangelio soccorsero alla spada di Carlo conquistando province, ed allargarono la cerchia delle terre soggette alla Chiesa. Nei loro conventi trovavano asilo la sventura e la colpa; ed erano in pari tempo vivai gloriosi della scienza, sole scuole dell’immiserita gente umana, rifugio unico dove si ricoveravano le ultime reliquie della civiltà ellenica e romana. Le loro idee o i loro fantasticari si perdevano nelle più remote regioni del cielo, eppure in pari tempo quei sognatori seminavano i campi, e mietevano e raccoglievano i frutti della terra in capaci granai. Poichè eglino stessi possedevano beni e coltivavano le terre, sì come statuiva la regola di Benedetto informata a leggi di vita pratica, diventarono fondatori di città e di colonie; e tratti innumerevoli di paesi andarono debitori ad essi di nuova coltura, di fecondità, di popolo e di fiore[396]. Fecero una grande opera di civiltà storica componendo l’amore cristiano a principio sociale, educando colle scuole, coltivando i terreni, edificando città, frapponendosi pacieri in mille maniere nel mezzo delle forze feroci che si combattevano l’una contro all’altra, associando alla Chiesa gli elementi temporali di cui massimamente i monaci usavano per vincere la barbarie: e questa fu missione gloriosa che guarentirà all’istituto di Benedetto uno splendido luogo negli annali della gente umana. Ma quel còmpito era omai fornito allora che Carlo costituiva la monarchia germanico-romana, laonde, col secolo nono, il monacato precipitava rotoloni dalla sua altezza. Ad onta che riformazioni molte abbia ricevuto anche più tardi, ad onta che ordini monastici nuovi, ed in parte celebri, sieno stati dappoi fondati, non uno di essi possedette più le virtù cristiane, nè il valore sociale dell’istituto di Benedetto; perocchè tutti abbiano obbedito soltanto a tendenze inspirate a fini speciali, e si sieno posti agli stipendî della Chiesa, e abbiano seguito particolari indirizzi delle loro età.
D’altronde, il rapido decadimento del monacato benedettino s’associava intimamente in tutti i paesi alla caduta dell’Impero e del Pontificato. Soggiaceva alle cause stesse; però il monacato racchiudeva in sè un germe di dissoluzione che, per forza di principio, lo andava logorando più degli istituti ecclesiastici e politici. Allorchè, conseguenza del nuovo ordinamento politico di Carlo, gli elementi temporali si fecero intrepidamente davanti sulla scena del mondo, scoppiò con grande violenza il contrasto fra le cose del cielo e quelle della terra, quel contrasto che alla muta stava spiando l’opportunità di erompere. Dopo un periodo lungo di abnegazioni e di sacrificî, lo spirito umano cominciò a discendere dalle sfere sublimi che erano fuori della terra, e riprese il dominio di quel mondo che le idee monastiche avevano messo tanto in disprezzo. La cultura che si era andata educando poco a poco, per sè medesima non era altro che la scienza di torre possesso giocondo delle cose terrene, animate di vita e di forma. S’abbandonò il mistico regno ch’è fuor della terra, si lasciò deserta la regione dei crucci desiosi; dal cielo delle mortificazioni l’uomo ridiscese sui campi fioriti e belli della terra; la realità, mentre reclamava il suo retaggio di diritti e di colpe, venne in lotta acerba ed empia colla virtù religiosa, e partorì orribili sconci: quindi è che il secolo decimo, come il decimoquinto, ha qualche cosa di titanico. Però, non è còmpito dello Storico di entrare in quest’ordine di idee; piuttosto ei può mostrare come la decadenza del monacato abbia cominciato in quello stesso momento che i conventi s’empievano di dovizie, e sia derivata dalle alte dignità d’onore e dagli officî concessi dallo Stato e dalla Chiesa, perocchè se ne accrescesse l’ambizione dei monaci, i quali, alle corti dei Re, trovavano grandissimo luogo, e financo salivano alla cattedra di san Pietro. Forniti di possedimenti immensurati, i conventi s’erano tramutati in principati, gli abati in conti, e già Carlomagno aveva dato l’esempio pernicioso di concedere abazie a baroni laici. I beni di quelle fondazioni religiose erano prodigati a nepoti, ad amici, a vassalli degli abati; e tosto migliaia di avidi predoni facevano a chi più sapesse portarsene via. In vece di Benedetto e di Scolastica, i frati si toglievano Bacco e Venere per loro santi. L’egoismo delle passioni, proprio di questo secolo di forze scapigliate e rozze, la crescente concupiscenza di piaceri, l’indicibile divisione che i parteggiari creavano, non avevano però colpa maggiore all’indisciplinatezza, di quello che lo aveva la instabilità dei rapporti politici: per ultimo, le ripetute devastazioni che gli Ungheri e i Saraceni davano ai conventi menavano ad essi il colpo di grazia. Molte abazie andavano distrutte, i loro frati si sperdevano; e dove i conventi continuavano ad esistere, la regola era infranta, e il monacato si dissolveva parimenti come la costituzione canonica del clero secolare, che un tempo era stato cura sollecita di Lodovico il Pio.