Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 19

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A Giovanni X succedettero due Papi, i quali non furono altro che ombre vane, creature entrambi, senza alcun dubbio, di Marozia or divenuta onnipossente, cui non era dato peranco di elevare alla cattedra di san Pietro il suo proprio figliuolo, avvegnaddio la giovinezza troppo acerba di questo lo impedisse. Leone VI, figlio di Cristoforo primicerio, fu papa soltanto per pochi mesi, in quello stesso tempo che il suo predecessore, deposto violentemente, languiva tuttavia in un carcere. Dopo di Leone, si innalzava alla sedia pontificale Stefano VII, anch’egli romano come l’altro. Quantunque tenesse il pontificato per più di due anni, fino al Febbrajo od al Marzo dell’anno 931, le opere di lui ci sono affatto ignote[372]; l’esistenza di questi due Papi andò perduta in un silenzio così profondo, che financo Liudprando, loro contemporaneo, sebbene d’alquanto più giovane, gli ebbe preteriti per modo tale, che a Giovanni X ei fa tosto susseguire Giovanni XI. Con questo Papa il potere di Marozia comincia a non aver più confine.

Giovanni XI era figlio di questa famosa donna romana, che si faceva appellare Senatrice e perfino Patrizia, avvegnachè ora ella fosse in fatto la dominatrice temporale della Città ed elettrice dei Papi: padre di lui reputavasi Sergio III, ma è cosa tuttavia incerta. Una femmina tiranneggiava adesso la Chiesa e Roma. Morto era allora il suo secondo marito, Guido di Tuscia, che senza dubbio i Romani avevano nominato Patrizio; però la dignità di margravio era toccata a Lamberto fratello di lui. Rimasta appena vedova, Marozia pensava a trovarsi un terzo marito, e i suoi desiderî, fatti sempre più audaci, si levavano fino ad Ugo re d’Italia. Lamberto, ch’era giovane ed aveva vigoria d’animo, rivolgeva i suoi intendimenti a grandi cose, laonde era cagione di pericolo a quel Principe: costui voleva sbarazzarsene e presto; perciò afferrava la mano che la Patrizia di Roma gli offeriva.

Ugo era maestro d’inganni e di astuzie: dissoluto, avaro, temerario, non si faceva coscienza di cosa alcuna, e coi modi più perfidi si studiava di ampliare il suo reame italico: egli raffigura al vivo la vera tempra di quell’età. In essa, Stato e Chiesa, così in Francia che in Italia, erano in balìa della dissoluzione più spaventosa, laddove la robusta Alemagna per buona ventura, non era tocca che lievemente di quel pestifero morbo romanesco, ed è per questa ragione che essa custodiva nel suo seno il principio della legge morale e del diritto, e le era riserbata la missione di rigenerare l’Impero di Carlo insieme colla Chiesa: tuttavolta i tempi non ne erano peranco maturi, e Italia doveva in prima piombare nell’estremo del decadimento. Se ci fosse concesso di soffermarci a lungo fuor dei limiti della storia di Roma, potremmo mostrare come quell’Ugo facesse traffico dei Vescovati e delle Abazie d’Italia, e li riempiesse di impudenti cortigiani, e sbrigliasse ogni licenza di desiderî, e soffocasse tutti i sensi di giustizia. Liudprando vescovo viveva allora in Pavia, ed era paggio alla corte di quel Re, di cui s’aveva guadagnato il favore col suono armonioso della sua voce; ivi era dove acquistava quelle tendenze d’ingegno frivolo e arguto, che in parte è impresso negli scritti suoi. Magnificò egli con lodi Ugo tiranno, sì come più tardi il Macchiavelli fece di Cesare Borgia un eroe; gratitudine, intendimento politico e ricordanze di quei suoi anni giovanili vissuti in vita cortigianesca influirono sul giudizio di lui: celebrò Ugo come principe prudente, coraggioso, liberale, favoreggiatore di preti e di scienze, e addirittura lo appellò filosofo. Certo è che quel Principe s’ornava di pregi fuor del comune; le sue dissolutezze ammantava con forme cavalleresche; molto trattava con Santi, ad esempio con Odone di Cluny; ma in pari tempo era il più audace libertino del suo tempo. Poco diverso da un Sultano, teneva con sè un aremme ben fornito; financo Liudprando, ai cui occhi tutte le donne parevano non esser altro che femmine da partito, ne lo doveva biasimare, ma, in mezzo alla censura, trovava di che spassarsi alla facezia del popolo, il quale alle favorite di Ugo dava nomi di dee; chè Pezola era appellata Venere, Rosa passava per Giunone, e la bella romana Stefania aveva nome di Semele. Ad ogni modo, innanzi ai delitti di Ugo, anche il Vescovo, che pur era privo di coscienza, non può far tacere ogni voce di verità, ed egli stesso narra che, per ottenere la mano di Marozia, il Re non si trattenne di vituperare la propria madre. Le leggi canoniche divietavano i maritaggi fra cognati come se fossero state nozze incestuose, e Marozia era stata moglie di Guido, fratello uterino di Ugo. Perciò questi andò affermando publicamente, che i tre figli di sua madre Berta erano stati suppositi nel parto: non giovò che Lamberto, secondo il costume di quel tempo, dimostrasse in duello l’origine sua legittima, e della prova uscisse vincitore; Ugo attirava un dì il fratello in un suo trabocchetto, lo faceva acciecare, lo cacciava in un carcere, e dava il margraviato di Toscana a Bosone fratel suo, nato dell’istesso padre. Tostochè s’era così liberato di Lamberto, andava egli a Roma per celebrare il suo matrimonio con Marozia, cui la morte di sua moglie Alda aveva lasciato libero il varco.

Marozia, di mariti non mai sazia, calpestò ogni riguardo religioso, chè censure o anatemi non poteva temere da un Papa che le era figliuolo[373]. Appena morto Guido, ella aveva spedito messaggi a Ugo, per offerirgli la sua mano di sposa e il possedimento di Roma, dove la podestà temporale non era più del Papa. Ella medesima non si sentiva ben forte nella signoria della Città; soltanto per breve ora una femmina poteva tenervi luogo potente coll’ajuto di uomini che erano suoi vassalli o zerbini, e doveva ben temere che i Romani, presto o tardi, risentendosi di loro onta, fossero per iscuotere il turpe giogo[374]. Alla sua sconfinata ambizione sorrideva il pensiero di cambiare il titolo di senatrice, ossia di patrizia, colla pompa di regina, e già le pareva di ornarsi della porpora d’imperatrice, chè il figliuolo di lei, Giovanni I, non avrebbe potuto rifiutarsi di porre la corona imperiale sul capo di colui che presto sarebbegli divenuto patrigno, ed era re d’Italia. Ugo non adescavano i vezzi di una beltà avvizzita, bensì le aspettazioni che gliene erano offerte, ed ei veniva a Roma per isposarsi a Marozia e per torre possesso del Patriziato, della Città e di tutto ciò che doveva conseguire da quel connubio. Gli avvenimenti che ora succedevano segnavano nella storia di Roma caratteri tutto nuovi; di repente e per la prima volta partorivano una tirannide, quale nei tempi antichi aveva oppresso le città di Grecia, o quale, nel più tardo medio evo, doveva gravare le spalle alle città d’Italia.

Nel Marzo dell’anno 932 Ugo giunse alla testa di un esercito: sia che seguisse l’esempio dei suoi predecessori o che obbedisse alle leggi di Roma, fece che le sue soldatesche ponessero campo fuori della Città; egli v’entrò con grande accompagnatura di cavalieri, circondato del clero e della nobiltà, che lo avevano salutato con omaggio degno di re. La fidanzata stava attendendolo ansiosamente, ma gli sponsali di quella femmina, maestra raffinata d’arti galanti, dovevano celebrarsi entro a un sepolcro: la sala delle nozze e la stanza nuziale erano apprestate con grande magnificenza in una tomba, quella di Adriano imperatore, il cui sarcofago di porfido riposava allora tuttavia nella camera sepolcrale. Al mondo non v’ha un secondo edificio, il quale possa vantare una storia fortunosa sì che superi ogni imaginativa, parimenti di quella del mausoleo di Adriano: nè esso l’ha peranco tutta fornita la sua storia; gli si spetta di continuarla ancora per un corso di secoli lunghi, i quali non saranno peraltro tanto tristi e oscuri come furono quelli del suo tempo passato. Da Onorio in poi, nella storia della Città ci avvenne di far cenno spesse volte di quel monumento; e di esso parlammo da ultimo, allorquando le brune cime delle sue moli furono inondate di luce alla visione celeste che parve innanzi agli occhi di Gregorio. Fin dal settimo secolo, a ricordanza di quel portento, s’era edificata una chiesa sul suo vertice sommo, e dedicata all’arcangelo Michele; dal suo luogo aveva avuto nome di _S. Angeli usque ad coelos_, «fino al cielo»[375]. Al tempo di Marozia era quasi caduto in oblio l’officio cui in origine aveva servito il castel Sant’Angelo; appellata dal popolo «casa di Teodorico», da secoli la tomba di Adriano serviva da fortezza munita, ed era la rocca più salda, anzi la sola, di Roma. Ella è perciò cosa mirabile, che Liudprando, il quale coi proprî occhi vide la mole di Adriano, la chiami fortezza addirittura, senza pur darle nome di _Hadrianeum_. Poichè Liudprando scriveva la storia degli eventi di allora, gli premeva di dare la descrizione del castello, sì come ne aveva preso cura Procopio, allorchè aveva narrato dell’assalimento recatovi dai Goti: però adesso s’era spenta ogni idea d’antico, e Liudprando non sapeva dir altro che queste parole: «All’ingresso della città di Roma v’ha una fortezza; mirabile ne è il lavoro e mirabile la gagliardia; innanzi alla porta sua è edificato un prezioso ponte che traghetta il Tevere, e dal quale passano tutti coloro che entrano in Roma o che ne escono, sempre che lo conceda la scolta della rocca. E la fortezza, per tacere di tutto il rimanente (questo ci addolora!), è tanto alta che la chiesa edificata all’arcangelo Michele, e che vedesi eretta sul vertice suo, è chiamata _S. Angeli Ecclesia usque ad coelos_»[376]. Magnifico pertanto doveva essere tuttavia l’aspetto del mausoleo, e ancora doveva possedere molta parte dei suoi intonachi di marmo. Per fermo vi si leggevano peranco le iscrizioni degli Imperatori ivi sepolti, che il frate di Einsiedeln trascrisse; ma il tempo aveva appena lasciato una sola delle sue statue o uno solo dei suoi colonnati che non fossero miserevolmente ruinosi, ed è difficile che sul ponte di Adriano sorgessero ancora quelle statue che un tempo lo avevano adorno di tanto grande bellezza.

Ugo adesso era messo dentro al castel Sant’Angelo, vi celebrava il suo matrimonio con Marozia, e può darsi che il figlio di lei, Giovanni XI papa, lo benedicesse. Tacciono i Cronisti delle festività date in occasione di questo strano imeneo, ed è mirabile cosa che eglino non facciano pur parola degli apparati della coronazione imperiale. Se questa, nè può dubitarsene, stavasi preparando, la repentina mutazione delle cose che avveniva in Roma la faceva tramontare. Ugo, che era in possesso del castello ed aveva innanzi agli occhi la sua prossima podestà, cominciava con grande alterigia a farla da padrone: trattava con disprezzo gli ottimati romani, e da ultimo recava offesa mortale ad Alberico, giovane figliastro suo, il quale doveva odiar di gran cuore il matrimonio della madre, dappoichè questo troncasse la via ai suoi intendimenti. Già l’astuto Ugo aveva accolto il disegno di disfarsi, tosto che gli fosse data opportunità propizia, del giovane romano con acciecarlo o con mescergli veleno, e Alberico da parte sua ne viveva anche in temenza. Costretto dalla madre a prestare al patrigno officio di paggio, un bel giorno il giovinetto con baldanzosa inaccortezza, mentre gli versava acqua, ne rovesciava tutto il vase sulle mani del Re superbo, che lo puniva con una ceffata. Alberico, gettando fiamme per l’ira che gli bolliva in petto, si lanciava fuori del castello, raccoglieva i Romani, gli scaldava con un discorso, dimostrava essere per loro onta indegna obbedire al governo di una femmina e lasciarsi dominare dai Borgognoni, barbari famelici che un tempo erano stati schiavi di Roma. Alle sue parole dava nerbo la ricordanza dello splendore antico di Roma, che invocava: quelle reminiscenze, immortali in Roma come i monumenti delle età trascorse, ebbero sempre potenza, in pari condizioni di cose, di accendere l’animo dei Romani; talmente avveniva allora che Alberico parlava, come più tardi accadde ai tempi di Crescenzio, di Arnaldo, di Cola di Rienzo, di Stefano Porcari, o dei così detti republicani dell’anno 1798 e del 1848[377]. I Romani, che da lunghissimo tempo covavano desiderio di sollevarsi contro a Marozia e contro al novello Patrizio che loro era imposto, si levarono furibondi. Le campane sonarono a stormo; il popolo corse con grida terribili alle armi, sbarrò le porte della Città affine di impedire che v’entrassero le soldatesche di Ugo, e diè assalto al castel Sant’Angelo. Ugo e Marozia stavano rappiattati e tremanti nella tomba di Adriano. Poichè non poteva sperare di difendersi lunga pezza contro gli assalitori, il Re pensò di fuggire: di nottetempo, come un galeotto che scampa del carcere, calò del castello tenendosi a una fune, scese alla mura della città Leonina, e, lieto in cuor suo di avere schivato la morte, corse al campo de’ suoi, donde poi mosse con malanno e con vergogna a Lombardia, dietro a sè lasciando il suo onore, la sua donna e una corona d’imperatore.

Siffatta fine imprevista ebbe in Roma la pompa regale del matrimonio di Marozia. Ma la Città era libera e giubilante. D’un colpo solo i Romani s’erano disfatti di monarchia regia, d’impero, di podestà temporale del Papa, avevano conseguito independenza cittadina, e adesso eleggevano, ossia acclamavano Alberico a loro principe: prima opera del giovane signore di Roma era quella di cacciare in un carcere la madre, e di serrare in Laterano con vigilata custodia il fratello suo, Giovanni XI papa[378].

§ 2.

Natura del rivolgimento avvenuto in Roma. — Alberico, _Princeps atque Senator omnium Romanorum_. — Concetto di questo titolo. — Il Senato. — Le _Senatrices_. — Fondamenta su cui posava il potere di Alberico. — L’aristocrazia. — Condizioni della cittadinanza romana. — Milizia cittadina. — Ordini di giustizia al tempo di Alberico.

Il rivolgimento avvenuto in Roma non s’inspirava in guisa alcuna a quelle idee romantiche dell’antichità, che più tardi vedremo sorgere a vita nella Città. Aristocratica ne era l’indole, e Roma diventò republica di nobili. Dacchè i Papi avevano conseguito il reggimento temporale, le famiglie romane di ordine cospicuo gli avevano combattuti sempre, e il risultamento di quella lotta era stato, ognor più, favorevole ad esse. La mano vigorosa de’ Carolingi primi aveva messo a dovere gli ottimati; la caduta della podestà imperiale aveva lor lasciato libero il campo. Al finire del secolo nono erano eglino diventati i padroni del reggimento civico; sotto di Teodora, e più decisamente sotto di Marozia, s’erano veramente insignoriti del potere. Il rivolgimento dell’anno 932 abbatteva la possanza effettiva, ma illegittima, di una femmina, che aveva trovato sostegno nella salda grandezza di sua famiglia e dei mariti suoi, uomini non romani: ed era propriamente l’erede di quella donna romana, che la rivoluzione elevava a capo della Città, in quello che ne consecrava la signoria con elezione e con titolo legittimo. Il mutamento di cose tolse al Papa, che alla medesima famiglia apparteneva, il _dominium_ temporale, e lo diede al fratello di lui: fu in pari tempo una rivoluzione di famiglia e di Stato. Colla cacciata di Ugo i Romani proclamarono di non volerne saper più di gente straniera, di non voler Re o Imperatori che, da signori supremi li tenessero in sudditanza; protestarono di volersi reggere da sè stessi con ordini nazionali. Roma fece tentativo mirabile di conseguire independenza politica; e, tutt’a un tratto, la città capitale del mondo entrò nel novero dei piccoli Ducati italici, sì com’erano Venezia, Napoli, Benevento: in mezzo alla cerchia delle donazioni che avevano costituito lo Stato della Chiesa i Romani si proponevano di formare uno Stato temporale libero, in quello che il Pontefice era ridotto alle sue discipline religiose, sì come era stato anche in tempo addietro.

Il titolo nuovo che la Città concedeva al suo signore novello, non fu di _Consul_ o di _Patricius_ dei Romani; i contemporanei suoi, lo chiamano così, soltanto perchè se n’era diffusa costumanza. In questo periodo di tempo la dignità di Patrizio denotava la podestà puramente temporale e giudiziaria che reggeva Roma, ma si associava al concetto di un vicariato pari a quello che altra volta aveva avuto l’Esarca, e perciò significava che, al di sopra del Patrizio, stava una podestà suprema di comando. A titolo di tale natura non si volle dare accoglienza, laonde Alberico ebbe quello di _Princeps atque omnium Romanorum Senator_, ed egli sottoscrisse ai suoi atti, secondo lo stile del tempo, in questa maniera: «Noi Alberico, per grazia di Dio, umile Principe e Senatore di tutti i Romani»[379]. Di siffatti titoli insieme associati, quello soltanto di _Princeps_ era nuovo per Roma. Roma vi faceva protesta di sua independenza; avvegnaddio anche Arichi di Benevento si fosse dato titolo di _Princeps_, allorquando, caduta Pavia, aveva proclamato il suo principato independente. Poichè la podestà regia era separata dal Papato, il titolo significava la podestà di principe temporale, a contrapposizione di quella religiosa che il Pontefice continuava a possedere: pertanto, esso era anteposto decisamente a qualunque altro, e lo dimostrano Diplomi e Croniche, dove talvolta difetta l’altro titolo di «Senatore di tutti i Romani.» Per lo contrario, anche Teofilatto, avo di Alberico da parte di madre, aveva tenuto dignità di «Senatore dei Romani», ma, probabilmente adesso per la prima volta, il titolo si accresceva coll’addiettivo «tutti». In sè aveva un’importanza essenzialmente civica, che allettava le ricordanze dei Romani; e siccome poi Alberico usciva del seno dell’aristocrazia, che allora abbastanza spesso aveva nome di _Senatus_, in lui si riveriva di quel modo il capo della nobiltà romana. Dicendo della storia del secolo ottavo, noi ci siamo industriati di scoprire se qualche traccia vi avesse di una esistenza continuata del Senato romano, ma trovammo che questo, fuor d’ogni dubbio, s’era spento. Anche durante il periodo de’ Carolingi non si riscontra indizio di sua vita; ma, ancor più frequente negli Storici del secolo nono e in quelli del decimo, e nei documenti di quelle età, si produce il nome di _Senatus_, tolto in forma di concetto generale. Dacchè l’Impero romano era stato restaurato sotto di Carlo, dacchè i titoli antichi di _Imperator_ e di _Augustus_, e financo la determinazione del Postconsolato degli Imperatori tornavano a udirsi novellamente, rivivevano allora più fortemente le memorie dei tempi antichi; se già gli ottimati dei Franchi di buon grado si nomavano _Senatus_, cupidamente ancor più la nobiltà di Roma doveva impadronirsi del titolo: e tanto abituale diventava, che il nome suo si legge fino negli Atti di un Concilio, là dove è statuito che il Papa debba essere eletto da tutto il clero, dopo la proposta che ne facciano il Senato e il popolo[380]. Però, non sono più degne di accoglimento le opinioni di quegli Scrittori, che, dall’usanza di un nome antico, conchiudono alla durata del Senato, così che questo nel secolo decimo continuasse in vita. La esistenza di un Senato fa presupporre che vi fossero dei Senatori veri, ossia dei singoli membri suoi che si nomassero e si sottoscrivessero col nome di _Senator_, ma, quantunque in carte innumerevoli di quell’epoca, prima e dopo, trovassimo uomini romani che si segnavano col titolo di _Consul_ e di _Dux_, neppur una ci fu dato di scoprirne, in cui un Romano si appellasse _Senator_. Questo concetto si presenta ognora con significato collettivo, e, in generale, si discorre di Senato e di nobili Senatori, ossia di maggiorenti della Città. Teofilatto fu, dopo la fine del Senato antico, il primo uomo romano che si nomasse Senatore dei Romani, ma l’addiettivo «tutti» dappoi dimostra, che di un Senato veramente costituito non può aversi mente. Parimente non crediamo che il titolo di _Senator_ in Alberico avesse pari significazione di _Senior_ ossia di «Signor», e reputiamo che più determinatamente denotasse la sua podestà municipale[381]. Concedendogli il consolato a vita, colla dignità di «Senatore di tutti i Romani», i Romani significavano la maggior larghezza dell’officio ch’egli doveva tenere nella nuova Republica romana; nè puossi perder di vista che, anche in tempo posteriore, spesso non v’ebbe in Roma che un solo Senatore. Oltracciò, questo titolo si mostra essere stato ereditario nella famiglia di Alberico, locchè non accadde per alcun’altra stirpe di Roma: ed invero anche le donne, la sua zia, la giovane Teodora, le figlie di lei Marozia e Stefania, avevano nome di _Senatrix_, e, financo, il titolo era reso completo coll’aggiunta _omnium Romanorum_. Ed è cosa abbastanza degna di nota, che femmine si ornassero in Roma del nome di Senatrici, laddove in quel tempo nessun Romano tenesse titolo di Senatore fuori di Alberico, e, dopo di lui, di Gregorio di Tusculo che gli fu nipote[382].