Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 24

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Entrato che fu Leone VIII, obbedendo all’ordine di Ottone, radunò un Concilio in Laterano. La presenza dell’Imperatore, di molti Vescovi tedeschi e italiani e l’intervenzione di tutti gli ordini del popolo di Roma fecero sì che l’adunanza avesse forme di perfetta somiglianza col Sinodo tenuto addì 6 di Novembre. Lo sventurato Papa dei Romani, vestito degli abiti pontificali, fu condotto nella sala ove il Concilio sedeva; l’Arcidiacono lo richiese con qual diritto si fosse egli arrogato di ornarsi delle insegne di pontefice mentre viveva ancora Leone signore e papa suo, quello che egli stesso aveva contribuito ad eleggere dopo la deposizione di Giovanni; e gli rinfacciò di aver rotto fede all’Imperatore e signore suo ivi presente, cui giurato aveva di non eleggere mai papa alcuno, senza averne da lui consentimento. Se ho fallato, sclamava Benedetto tutto smorto in viso, pietà vi prenda di me, e stendeva supplichevolmente le mani. I piagnistei facevano male ad Ottone; la Chiesa romana, che, a’ tempi di Nicolò I, era stata tribunale temuto dei Re, giaceva adesso ai piedi dell’Impero; Ottone quindi volgeva istanza al Sinodo, intercedendo a favore di Benedetto che abbracciava le sue ginocchia. Allora Leone VIII stracciava il pallio dell’Antipapa; gli toglieva dalle mani tremanti la ferula e la faceva in pezzi; gli comandava di sedersi sul nudo terreno, lo spogliava degli abiti pontificali, lo privava di tutte le dignità sacerdotali; soltanto, per far piacere all’Imperatore, gli lasciava l’ordine del diaconato, e lo condannava a eterno esilio[452].

Da lungo tempo le fazioni della Città avevano signoreggiato la cattedra pontificia impadronendosene con tumulto; financo femmine avevano potuto eleggere Papi a loro piacimento, e la bruttura del Pontificato era giunta, col nipote di Marozia, al suo culmine massimo. Perciò l’Imperatore prestava un vero beneficio alla Chiesa, sottraendo l’elezione pontificia alle mani di una nobiltà brutale. Il disordine di Roma gli dava autorità dittatoria, così che egli raccoglieva nella sua destra quella elezione, come se fosse stata un diritto imperiale di lui, che in Germania aveva consuetudine di nominare i Vescovi a suo piacimento. Quell’opera violenta era degna di un Principe che sentiva in sè il dovere e la potenza di salvare colla sovranità del suo comando la Chiesa precipitata a sì grande decadenza, e di renderla in pari tempo servigievole alle idee dell’Impero. Nessun Imperatore aveva mai conseguito un trionfo sì grande. La sua energia personale e quella di alcuni succeditori suoi, che se lo tolsero a modello, resero il Papato suddito all’Impero, la Chiesa di Roma vassalla a Germania. La podestà imperiale salì a formidabile altezza, ma poi il Papato, oppresso dalla maestà de’ suoi grandi dominatori, ne tolse vendetta, perocchè esso (così per legge di natura vanno mutando le cose) non soltanto riconquistasse la libertà perduta, ma con isforzi giganteschi ne valicasse i limiti. La lotta che la Chiesa combattè contro il genio tedesco, fu l’opera maggiore del medio evo; compose il grande dramma della sua storia, e, scotendo il mondo in ogni fibra, seppe temprarlo a sana gagliardìa.

Il tentativo glorioso fatto dai Romani per conservarsi il loro diritto di elezione soccombette innanzi a una necessità istorica, chè il regno germanico doveva, per un corso di tempo, trarre a sè la dittatura di Roma e della Chiesa, affine di operarne la riformazione. La Città umiliata aveva ricevuto l’Imperatore da padron suo; il Papa creato dall’Imperatore era stato novellamente riposto sulla sua cattedra; ed è cosa abbastanza probabile che Ottone adesso, a vece di starsi contento di un giuramento, comandasse che un decreto pontificio pronunciasse qualmente i Romani davano rinuncia assoluta al diritto elettivo; è probabile che Leone VIII, creatura sua, si acconciasse a dare adempimento al suo ordine. Un siffatto documento ci è conservato nelle forme imperfette di compilazioni del secolo undecimo; però della sua autenticità si destano gravi dubbî, e manifeste falsificazioni, fatte a beneficio dei diritti imperiali, hanno reso irreconoscibile il suo preciso tenore[453].

§ 4.

Ottone torna in patria. — Leone VIII muore nella primavera dell’anno 965. — Giovanni XIII è fatto papa. — Famiglia di lui. — Egli si rende avversi i Romani. — È cacciato della Città. — Ottone muove contro a Roma. — Si accoglie nuovamente il Papa. — I ribelli sono puniti barbaramente. — Il _Caballus Constantini_. — Rimpianto a Roma caduta sotto ai Sassoni.

Dopo che Ottone ebbe celebrato in Roma la festività di san Pietro, abbandonò la Città, che era il giorno primo di Luglio dell’anno 964: con sè adduceva Benedetto V, che più tardi confinò ad Amburgo. Leone VIII, che, in mezzo a tanta difficoltà di cose, era rimasto a Roma, fu sottratto al suo destino disperato, perocchè morte lo cogliesse nella primavera dell’anno 965. Non osarono allora più i Romani di congregarsi insieme per dargli un succeditore, e mandarono in Alemagna Azzone e Marino vescovo di Sutri per rimettere all’arbitrio dell’Imperatore la elezione pontificia. Eglino avevano indiritto i loro voti su Benedetto V che era il papa di loro scelta, e avevano sperato che l’Imperatore adesso lo confermerebbe; ma Benedetto moriva addì 4 di Luglio in Amburgo, dove, sotto la vigilanza di Adaldago vescovo, aveva menato vita di santi costumi[454]. La morte di lui liberava Ottone dal mal passo di respingere le istanze dei Romani; congedò con molto onorifiche cortesie i loro messaggieri e mandò a Roma, in loro compagnia, Otgero di Spira e Liudprando di Cremona.

La elezione cadde sul Vescovo di Narni, che salì alla cattedra di san Pietro addì primo di Ottobre dell’anno 965. Giovanni XIII, figlio del Vescovo di Narni di pari nome, era stato educato in Laterano, dove era salito per tutta la successione delle dignità sacerdotali ed aveva acquistato gran rinomanza per la sua scienza erudita[455]. Nel Sinodo di Novembre s’era schierato fra gli accusatori di Giovanni XII, indi aveva preso parte alla deposizione di Leone VIII, ma è possibile che all’esaltazione di questo avesse aderito soltanto di mala voglia. Di illustre famiglia romana sortiva i natali, ed era prossimo congiunto di Stefania Senatrice; più tardi dotava questa donna del feudo di Palestrina, e il figlio di lei e di Benedetto conte (che aveva nome eguale al padre) maritava alla figliuola di Crescenzio «dal cavallo di marmo», e lo faceva rettore della Sabina[456]. Gli è propriamente adesso che comincia lo splendore della famiglia dei Crescenzî, adesso che caduta era quella di Alberico e di Ottaviano; fu Giovanni XIII che la elevò a potenza, affine di averne un sostegno contro la nobiltà cui tosto si inimicava. Egli si attaccava strettamente all’Imperatore per tentare di svincolarsi dalla influenza degli ottimati, ma ne conseguiva che si congiurava a suo danno[457]. A capo della cospirazione ponevasi Pietro, prefetto della Città, e la menzione che tutto di repente vien fatta di questo celebre officio ci ammaestra che l’Imperatore lo aveva di bel nuovo restaurato. Associati a quello erano Roffredo conte della Campagna, Stefano _vestiarius_, molti dei nobili, molti dei popolani. I vessilliferi della milizia presero il Papa (addì 16 Dicembre), lo gettarono nel castel Sant’Angelo, indi lo trassero nella Campagna, e facile è che lo rinchiudessero nel castello di Roffredo[458]. La rivolta aveva caratteri di democrazia, avvegnaddio in ispecie i capitani del popolo minuto (_Vulgus Populi_) saltino fuori assieme col Prefetto della Città; trattavasi ancora una volta di liberare Roma dal reggimento pontificio e dal giogo straniero, chè la perdita del giure elettivo doveva involgere Roma in continue rivoluzioni: però, anche questo scoppio di disperazione riusciva a tragica fine.

Nell’autunno dell’anno 966 Ottone venne in Italia: prima d’ogni altra cosa punì la Lombardia sediziosa, dove lo sventurato Adalberto aveva ancora una volta tentato la sorte delle armi, per fuggire indi nuovamente in Corsica e per ricominciare la sua vita randagia nel mondo. Allorchè l’Imperatore s’avvicinò a Roma, il suo approssimarsi vi destò un moto di reazione. Giovanni, figlio di Crescenzio, si sollevava insieme cogli aderenti del Papa discacciato; Roffredo e Stefano erano trucidati, il Prefetto si salvava fuggendo; richiamavasi il Papa. Giovanni XIII stava ricoverato sotto la protezione di Pandolfo conte di Capua, al quale può darsi che fosse fuggito o che si fosse lasciato andare. Con accompagnatura di genti di Capua venne nella Sabina, dove Benedetto, nipote suo e genero di Crescenzio «dal cavallo di marmo», era conte; di colà rientrava nella città nel giorno 12 di Novembre, dopo un esilio di dieci mesi e ventotto giorni[459].

Tosto dopo in Roma entrò Ottone. Quantunque la Città lo accogliesse senza oppor resistenza, può essere che le sue soldatesche non la risparmiassero delle loro vendette, nè dubitiamo che Roma s’insozzasse del sangue di cittadini uccisi, e fosse data al sacco. Tanto era il furore che lo agitava per ogni vena, che l’Imperatore deliberava di punire severamente i capi della ribellione. I maggiori colpevoli, uomini che si fregiavano del titolo di consoli, furono esiliati in Germania. Dodici capitani del popolo, che nei manoscritti antichi ricevono nome di _Decarcones_, espiarono il loro desiderio di libertà sul patibolo; molti furono decapitati, o orbati degli occhi e sottoposti a crudeli tormenti[460]. Barbara e insieme bizzarra come l’indole di quella età fu la pena inflitta a Pietro prefetto della Città, dopochè, fatto prigioniero, fu cacciato nelle carceri del Laterano. L’Imperatore lo diede in mano del Papa, e Giovanni lo fe’ appiccare per i capelli alla statua equestre di Marco Aurelio. Così, in questa strana occasione torna di repente a galla innanzi a noi un celebre monumento degli antichi, e noi di buon grado ci soffermiamo a discorrere del «_Caballus Constantini_.»

Questa egregia opera d’arte dura oggidì ancora, ornamento bellissimo del Campidoglio. Chi di quel luogo la mira è compreso di venerazione ripensando all’antichità di quasi diciassette secoli che passarono sopra quell’Imperatore di bronzo, seduto sul suo destriero, col braccio teso, maestosamente silenzioso e fiero: in quell’atteggiamento esso continuerà a sedere, anche quando sarà andata in ruina una storia parimente lunga di popoli, di religioni e di culture. Sorta allora che la podestà dei Cesari era al suo culmine sommo, quella statua equestre fu spettatrice della caduta dell’Impero e dello svolgimento che ebbe il Papato in Roma. Goti, Vandali, Eruli, Bizantini, Tedeschi le passarono innanzi, trucidando e saccheggiando, e la rispettarono. Costante II, ladrone per la vita, la vide, ma non la portò via. Intorno ad essa crollarono templi e basiliche, portici e colonnati e statue; essa stette, senza soffrir danno, simile al genio solitario della grandezza passata di Roma. Soltanto il nome ne sparve, avvegnaddio, perita la statua equestre di Costantino che era collocata presso l’arco di Severo, essa fosse battezzata col nome di quell’Imperatore, cui la Chiesa aveva tanto debito di riconoscenza. La fantasia del popolo, cui erano ignote le geste di Marco Aurelio e di Costantino, affibbiò a quest’opera d’arte una rozza leggenda della sua origine. Un Re straniero, così narravano i pellegrini, aveva in antico assediato Roma, dalla porta Lateranense: era il tempo in cui la Città aveva il governo dei Consoli e del Senato. In quelle angustie un guerriero dalla figura gigantesca, od altrimenti un uomo del contado, offrivasi liberatore, ma chiedeva in premio trentamila sesterzî e una statua equestre di metallo dorato, monumento dell’opera sua. Concesse il Senato; egli allora montò a dorso nudo sopra un cavallo, recando in mano una falciuola: sapeva che quel Re ad ogni notte si faceva appiè d’un albero ove lo chiamavano occorrenze del corpo; gliene dava avviso una civetta, la quale, seduta sull’albero, allora incominciava a stridire. L’uomo agguanta il Re e lo strascina con sè; in quello i Romani assaltano il campo nemico, fanno man bassa dell’oste avversa, e insaccano un immenso bottino di tesori. Il Senato adempiè alla sua promessa, diede all’uomo liberatore la sua ricompensa; e gli fe’ fare un cavallo di bronzo dorato, senza sella, con sopra il cavaliere che teneva teso il braccio con cui aveva afferrato il Re. Sulla testa del cavallo fu collocato il simulacro della civetta, e il Re fu raffigurato, avvinte le mani, in atto che l’ugna del corridore lo calpesta[461].

Omai nel secolo decimo la statua equestre di Marco Aurelio era posta nel _Campus Lateranensis_. La basilica che ivi s’ergeva era stata fondata da Costantino, le case patriarcali erano state palagio suo; perciò la piazza che vi si stendeva innanzi fu ornata del monumento che da lui aveva ricevuto il nome. Noi supponiamo essere di già stato Sergio III, che, dopo di avere ricostruito la basilica, ve la faceva collocare; nè era il solo monumento antico che di sì buon’ora venisse trasportato al Laterano; avvegnachè fosse possibile che nel palazzo pontificio e imperiale, residenza delle somme podestà di Roma, si raccogliessero quei tali monumenti che ricordavano le grandezze dei Romani. E fin dal secolo decimo il gruppo in bronzo della lupa che allatta i bambini era posto in una sala del palazzo Lateranense, dove, sotto la presidenza del _Missus_ imperiale, si teneva giudizio; e il luogo da quel gruppo aveva nome _ad Lupam_[462].

Ma torniamo al Prefetto appiccato per i capelli. Tolto giù, e nudato dei vestimenti, Pietro fu cacciato a bisdosso di un asino colla faccia rivolta verso la coda, e questa, munita di un campanello, gli venne posta in mano come se gli servisse di briglia. In testa gli fu messo un otre piumato, due simili vasi gli si appesero alle gambe, e in tale assetto lo si trasse per le vie tutte di Roma: dopo ciò, fu mandato in esilio oltr’alpe[463]. Vendetta fu tolta anche dei morti; i cadaveri di Roffredo conte e di Stefano _vestiarius_ furono, per comandamento dell’Imperatore, strappati alla loro fossa, e gettati fuori della Città. Queste severità destarono spavento e ire in Roma, sensazione e pietà al di fuori; crebbe l’odio dei nemici dell’Impero. Non v’era che Giovanni XIII, il quale avesse ragione di ringraziarne Ottone; e lo nomava liberatore e restauratore della Chiesa cadente, imperatore illustre, grande, e tre volte benedetto[464]. Peraltro i Romani non poterono mai imparare a inchinarsi davanti la podestà di Re stranieri, che scendevano con loro eserciti dalle Alpi per torsi in san Pietro una corona ed un titolo, coi quali signoreggiavano la loro Città. Rodendosi di collera in silenzio, eglino si dovettero curvare sotto alla mano potente della casa di Sassonia. Non avevano più fra loro un poeta, che descrivesse a parole le sorti della Città illustre, sì come un tempo gli antenati loro avevano fatto. Il solo Monaco di Soratte, che pon termine alla sua Cronica coll’arrivo di Ottone irato e della sua «immensa oste di Gallia», getta commosso da sè la penna, ed espande l’animo in lamenti: è un balbettìo barbarico, ma il sentimento che lo ispira parla chiaro alla nostra mente.

«Guai a te, Roma!», sclama Benedetto, «perocchè tanti popoli ti opprimano e calpestino: tu caschi in mano anche del Re sassone; il tuo popolo è giudicato a colpi di spada; la tua robustezza è annichilata. Il tuo oro e il tuo argento costoro se lo portan via ben mucchiato nelle loro sacca. Madre fosti, ed ora sei fatta figliuola. Quel che possedevi, perdesti; ti rapirono il fiore della giovinezza primiera; a’ tempi di Leone papa ti calpestò il primo Giulio. Quando fosti al culmine della tua potenza trionfasti dei popoli, frangesti in polvere il mondo, svenasti i Re della terra. Tenesti scettro e podestà grande: sei saccheggiata tutta quanta e messa a tributo dal Re sassone. Come dissero alcuni savî e come trovasi eziandio scritto nelle tue storie, un tempo hai domato i popoli stranieri, e vincesti per ogni verso il mondo, da settentrione a mezzodì: di te prende possedimento il popolo delle Gallie: troppo bella fosti. Tante erano le tue mura turrite e merlate quante trovasi detto: avevi trecentottantuna torre, quarantasei castella, merli seimilaottocento; quindici erano le tue porte. Guai a te, città Leonina: già da lungo tempo presa fosti, ma adesso caduta sei nell’abbandono del sassone Re[465].»

Questa voce, piangente la Roma caduta sotto ai Sassoni, usciva del petto di un fraticello ignorante che sedeva sul solitario monte Soratte: dalle sue cime mirando in giù su quei campi così indicibilmente belli, ei poteva seguire coll’occhio tutte le imprese armate dei popoli, che, anno sopra anno, vi scorrevano per mezzo, moventi a dar l’assalto all’eterna Roma, ed a riempierla di sangue e di terrore. Nelle condizioni mutate di Roma la lamentazione del frate non può più commuoverci come ci commossero le elegie dei tempi che precedettero; tuttavia essa si associa alle voci di doglianza che Girolamo sollevava dopo che la Città era caduta sotto ai Goti, a quelle di Gregorio, quando la angustiava la pressura dei Longobardi, finalmente al toccante inno di dolore che plorava Roma soggiogata da Bisanzio. Ma allorchè quella lamentazione si compara a queste elegie il suo stile orribilmente barbaro ci mostra quanto in basso fossero cadute, nel secolo decimo, anche la lingua e la scienza dei Romani.

CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Ottone II è coronato imperatore. — Liudprando va ambasciatore a Bisanzio. — Preneste, ossia Palestrina. — Questa celebre città è data a Stefania senatrice, nell’anno 970.

Sei intieri anni le cose d’Italia tennero Ottone affaccendato in questo paese, il quale, dopo di lui, fruttò bensì gloria ad una moltitudine innumerevole di altri uomini tedeschi, ma gli afferrò colle braccia del suo odio fiero, e li seppellì nei suoi sepolcri. Mentre tuttavia era in Roma, l’Imperatore aveva infeudato Spoleto e Camerino a Pandolfo «testa di ferro», duca di Capua: per tal guisa, ad un vassallo devoto affidava le terre più belle dell’Italia di mezzo e di quella meridionale, e gli lasciava l’incarico di guerreggiare contro a’ Bizantini. Ottone celebrava a Ravenna, insieme con papa Giovanni, le feste di Pasqua dell’anno 967, ed in un Concilio restituiva alla Chiesa quella città, col suo territorio e con altri patrimonî[466]. Dipoi faceva venire in Italia il suo figliuolo per farne sicuri i diritti di successione, e per rendere di ragione ereditaria il reame d’Italia e l’Impero.

Ottone II giunse a Roma col padre suo addì 24 di Dicembre; presso alla terza colonna miliare furono ricevuti con accoglienze festose, e, nel giorno di Natale, il giovine Re conseguì la corona imperiale dalle mani di Giovanni XIII[467]. Le idee che ispiravano il padre suo, accesero la mente e il petto di quel ragazzo quattordicenne, il quale, di repente, era sbalzato in Roma, nel bel mezzo dei monumenti della storia universale, con dignità di Cesare. Meta del pensiero politico di Ottone si era la restaurazione dell’Impero romano occidentale; modi di giungervi dovevano essere la soggezione di Roma e del Papato, la cacciata dei Greci e degli Arabi dall’Italia, la unificazione di questa terra divisa. Eziandio con Bisanzio si voleva annodar legami, come più in antico avevane coltivato desiderio Carlomagno; ed Ottone I bramava ornare di splendore la sua giovine dinastia, avvincendola con rapporti di parentela alla corte greca. Ma l’Imperatore bizantino mirava con occhio di gelosia la rinnovazione dell’Impero d’Occidente, cui egli non prestava riconoscimento, e vedeva di mal animo la potenza del tedesco Ottone (la quale cresceva anche in Italia), e cui i Principi di Benevento e di Capua obbedivano come si conveniva a vassalli; perciò i figli fuggitivi di Berengario trovavano presso al Greco protezione, onde agevolmente potevano essi accendere un incendio di guerra dalle Calabrie, parimente come un tempo aveva fatto il pretendente Adelchi. Ora Ottone spediva a Niceforo Foca un’ambasceria, affine di conchiudere pace, e di ottenere pel suo figliuolo in isposa la figlia di Romano II. Legato di Ottone fu l’uomo più arguto che vivesse in Italia a quel tempo, Liudprando, cortigiano e adulatore, che, uno dopo l’altro, aveva servito a Ugo, a Berengario, ad Ottone, e che era, da dopo l’anno 962, vescovo di Cremona. La sua scienza non comune del greco, il suo ingegno, la vivacità del suo spirito, la sua maestria di arti cortigianesche, lo rendevano capace di sostenere la più difficile di tutte le ambascerie che allora occorressero. Liudprando indirisse ad Ottone una relazione particolareggiata della sua missione, ed oggidì ancora noi la leggiamo come una delle scritture più attrattive di quell’età, avvegnachè essa, con vivezza di vedute, offra un quadro della corte bizantina, il quale, sebbene abbastanza spesso sia dipinto con mente maligna, riesce tuttavia pregevole altamente[468]. A quella relazione ci riferiamo in quanto essa concerne le cose di Roma e dei Romani.