Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 12

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Questa lettera, scritta con arguto ingegno da un prete, è il documento più importante che si posseda riguardo al concetto dell’_Imperium_ romano dopo di Carlo magno. Riferendosi al tempo passato, dalla catena delle ipotesi storiche la lettera ricava una conseguenza ben chiara. La duplice usurpazione commessa a danno della legittimità, Davide che soppianta Saulle, si copriva adesso col manto della grazia di Dio e dell’opera sua, significata nell’autorità del sommo sacerdote della religione. Il crisma che l’Imperatore riceveva, derivava da quella stessa fonte onde era stato consecrato il maggiordomo dei Franchi quando aveva rapito la corona ai Merovingi; e poichè i diritti della legittimità non potevano tollerare l’esistenza di tutte le altre fonti giuridiche ricavate dalla ragione politica o dalla forza degli avvenimenti, si cancellava quei diritti invocando come titolo la volontà divina. Per vero, Lodovico rammenta tuttavia con frase generica i Romani quali sorgente dell’_Imperium_, ma li ricaccia assai nell’ombra, e, mentre più non si dà pensiero dell’elezione avvenuta per opera del popolo o della dieta dell’Impero, ei si appella sempre di bel nuovo al giudizio della Chiesa ed al crisma del Papa. Questa idea in parte discendeva dall’arte politica degli Imperatori stessi, i quali preferivano di far derivare la loro dignità dalla consecrazione pontificia, cioè da Dio, anzi che dalla elezione di vassalli fattisi ognora più temerarî, i quali bramavano di rendersi soggetto l’Impero, e indebolivano il reame di Carlo, e lo frastagliavano in pezzi per farsi potenti sui ruderi di esso. Più tardi avvenne, che l’Impero si concepì sorto in via assoluta dalla consecrazione pontificia, e accadde che i Papi poterono protestare, la podestà imperiale essere largita soltanto da loro, nè più, nè meno che un feudo; essere emanazione della loro autorità suprema di sacerdozio.

Un’inaudita opera di violenza in questo istesso anno 871, manifestava al mondo, quanto l’Impero avesse omai perso della sua maestà. Il vincitore di Bari, il salvatore dell’Italia meridionale era andato coi tesori del raccolto bottino a Benevento, in quello che il suo esercito si sparpagliava per sottomettere alcune città ribellate. La sua donna Engelberga, i maggiorenti ed i guerrieri suoi irritavano i Beneventani con loro angherie di ruba e colla loro oltracotanza. Adelchi, principe della terra, cupido dell’oro predato ai Saraceni, formava l’ardito disegno d’impadronirsi dell’Imperatore, che spesso aveva offeso con sue inobbedienze, e di cui temeva le ire: il giogo imperiale sopportava egli di mal animo, e nell’odio aveva compagno tutto il mezzogiorno d’Italia, dove covava la ribellione. L’Imperatore fu sorpreso nel dì 25 di Agosto nel suo palazzo, e dopo uno spettacolo selvaggio di pugna e di difesa che durò tre giorni, Adelchi s’impadronì dell’ospite imperiale, della sua donna e di tutti i Franchi. Tolse loro tutti i tesori, li sostenne in carcere per quasi un mese, e costrinse Lodovico a promettergli con giuramento solenne di non entrare più con eserciti nel ducato di Benevento, e di non torre mai vendetta dell’offesa sofferta. Indi ripose in libertà i prigionieri, solo quando giunse ad atterrirlo la novella che i Saraceni erano sbarcati a Salerno. Così l’Impero era maltrattato e vilipeso dagli stessi vassalli suoi[215].

La notizia di questo vitupero sollevò un chiasso indicibile. I giullari tolsero soggetto di cantarne per le vie; se ne sparse il grido per tutte le terre, e si diffuse credenza che Lodovico fosse morto. Sitibondo di vendetta, ma colle mani legate dal fatto sacramento, lieto in pari tempo di essere scampato da male maggiore, l’Imperatore riunì le sue milizie sparse. Entrò in quello di Spoleto, dove depose Lamberto dalla sua dignità di duca; indi mosse a Ravenna. L’anno dopo, intorno alle Pentecoste dell’anno 872, venne a Roma. Qui, ed è cosa che fa meraviglia, cinse ancora una volta la corona, a causa forse di quelle terre che gli erano venute dall’eredità di Lotario[216]. Ospitato dal Papa in Laterano con tutti gli onori, gli fe’ preghiera che lo sciogliesse del giuramento che eragli stato strappato a Benevento: gli fu concesso in un’adunanza del clero e dei maggiorenti. Infiammati dai suoi discorsi, quelli che aderivano a lui od all’Impero, si trasportarono colla mente alle ricordanze dell’antichità. Il parlamento romano, che di certo non s’era raccolto fra le rovine del Campidoglio, ma nella basilica del Laterano ossia del san Pietro, proclamò essere Adelchi nemico della Republica, e una dichiarazione di bando fu promulgata contro il vassallo ribelle[217]. Però, nell’universale, l’infiacchimento dell’Impero era visto con secreta gioia. I Romani, gli Italiani, i Duchi, i Vescovi, i Conti, il Papa, i Saraceni, i Normanni contribuivano tutti quanti a demolire l’Impero, e allorquando, cooperandovi il rapido decadimento della casa di Carlo, ciò avvenne, tempi e avvenimenti terribili piombarono addosso di Roma e del Papato, il quale tutto a un tratto dal culmine della potenza cadde nella umiliazione più profonda.

§ 3.

Giovanni VIII è fatto papa nell’anno 872. — Muore Lodovico II imperatore. — I figli di Lodovico di Germania e Carlo il Calvo si contendono il possedimento d’Italia. — Carlo il Calvo diventa imperatore nell’anno 875. — Decadimento dell’autorità imperatoria in Roma. — Carlo il Calvo è eletto re d’Italia. — Fazione tedesca in Roma. — Violenze della nobiltà. — Formoso di Porto è scomunicato.

Però in quell’epoca Roma ebbe ancora la bella ventura che si succedessero, uno dopo dell’altro, dei Papi d’animo valoroso, sì come quelli che l’avevano liberata dal giogo bizantino. Mentre i reami dei Carolingi erano tenuti da reggitori sempre più fiacchi, alla cattedra di Pietro salivano invece uomini che per arte diplomatica, per fermezza di volontà e per energia di propositi, erano di loro immensamente maggiori.

Adriano II moriva, e Giovanni VIII, tempra ancor più gagliarda, figlio di Gundo, romano che forse discendeva di origine longobardica, era ordinato papa addì 14 di Dicembre dell’anno 872[218]. Anche Lodovico II imperatore, ultimo dei Carolingi in cui s’accogliessero forti spiriti e intendimenti degni dell’Impero, passò di vita di lì a pochi anni. Aveva combattuto a lungo nell’Italia meridionale, facendo sforzi gloriosi per salvare dai Saraceni il reame e per comporlo ad unità, ma era stato incapace di porre un argine all’interno decadimento, che di necessità doveva derivare dal sistema feudale e dalle immunità dei Vescovati: morì in vicinanza di Brescia, addì 12 dell’Agosto 875, ed ebbe sepoltura in santo Ambrogio a Milano[219]. Fu il primo Imperatore del medio evo che si intricasse nel fatale labirinto delle cose d’Italia, e, fatto quasi uomo italiano, nella procella di quei casi sommerse. La sua morte segna un nuovo periodo nella storia dell’Impero dei Carolingi, che con lui perdette forza e dignità: ed invero, l’Impero or diventava un burattino palleggiato dalla mano del Papa e dei maggiorenti italiani, nel tempo stesso che Italia cadeva in quelle vicende di contraddizioni, durate fino ai giorni nostri, che, a motivo della posizione geografica di questo paese, lo riducono ad essere il pomo della discordia tra Francia e Germania: e oggidì pure esso somiglia a quel navigante che, per fuggire di Scilla, intoppa in Cariddi[220].

Lodovico non aveva lasciato altri eredi che Ermengarda sua figliuola. I suoi zii, Carlo il Calvo di Francia e Lodovico di Germania vennero a controversia, chè ciascuno di loro pretendeva al possedimento d’Italia e della corona imperiale. Un’adunanza dell’Impero, congregata nel Settembre a Pavia per opera dell’Imperatrice vedova che prediligeva la parte tedesca, non riuscì ad alcun risultamento, e le sorti dovettero essere decise colle armi. I figli di Lodovico, Carlo il Grosso e Carlomanno, erano protetti dal possente margravio Berengario di Friuli, che, per parte di sua madre Gisela, era nipote consanguineo di Lodovico il Pio. Un dopo l’altro eglino scendevano dalle Alpi per combattere il loro zio, ma costui a forza d’oro e di bugie sapeva renderli inoperosi. Roma aveva già guarentito a questo meschino Principe la corona dell’Impero, chè, ancora al tempo in cui viveva Lodovico II, di cui Roma aveva temuto e sperimentato la possanza, la Chiesa gettava il suo sguardo a Francia, e Adriano prometteva segretamente a Carlo il Calvo, che, dopo la morte dell’Imperatore, egli non avrebbe accordato la corona a qualsiasi altro Principe che lui non fosse[221]. Darla ad un Re nazionale tedesco, era pensiero ancor di là da venire, o pareva pericoloso a causa dell’associazione troppo prossima d’Italia con Alemagna; nè Giovanni VIII stava in dubbio di decidersi per la parte francese, perocchè fosse la più potente e gli desse speranza di valido ajuto contro agli ottimati di Roma e contro ai terribili Saraceni[222]. Col mezzo dei vescovi Formoso di Porto, Gaderico di Velletri, e Giovanni d’Arezzo, invitava Carlo il Calvo a venire a Roma per ricevervi la corona, e Carlo scendeva in fretta e in furia. Addì 17 di Dicembre dell’anno 875 il Papa lo salutava con grandi solennità nel san Pietro, indi, nel giorno di Natale, lo coronava imperatore dei Romani[223].

Così larga moneta profuse Carlo per ottenersi il voto del Papa e dei Romani, che i suoi nemici lo paragonarono a Giugurta, il quale aveva comprato il Senato venale di Roma[224]. Poichè ora Carlo, a differenza dei suoi predecessori, non aveva già ricevuto la corona d’imperatore dalla volontà di un padre imperiale e dall’elezione di una dieta dell’Impero raccolta fuor di Roma, ei sembrava che il suo esaltamento al trono non avesse altro titolo fuor di quello che gli concedeva il favore del Pontefice e dei Romani. Gli toccava umiliarsi a brogliare, nè più nè meno di un candidato, per ottenere i voti della nobiltà; e il Papa con un linguaggio, di cui prima d’ora non s’aveva udito mai il simigliante, si faceva lecito di dire in publico che l’Imperatore romano era un creato suo[225]. Non abbiamo conoscenza perfetta del trattato che Carlo il Calvo conchiuse colla Chiesa, ma poichè egli aveva ricevuto la corona dalle mani di un donatore benevolo, grandi dovettero essere le concessioni ch’ei fece. Se le donazioni di un Principe senza potenza avessero avuto pari valore di quelle di un Imperatore poderoso, di quelle di Lodovico il Pio, ben avrebbero esse tenuto luogo eminente nella storia del Pontificato, come diplomi di gran rilevanza[226]. Con Carlo il Calvo, la maestà imperiale cadde profondamente e obbrobriosamente; quella pontificia si sollevò assai in alto. Le Costituzioni di Carlo magno e di Lotario diventarono lettera morta; i diritti imperatorî cessarono o non furono dappiù di un nome senza efficacia; probabilmente non fu mandato più nella Città un legato imperiale permanente; l’Impero presto diventò un fantoccio nelle mani dei Papi; presto se ne trastullarono i grandi feudatarî, e presto gli ambiziosi Conti italiani poterono pavoneggiarsi col serto di Carlo, del cui Impero eglino erano sorti in condizione di vassalli.

Il novello Imperatore non si fermò in Roma che fino al dì 5 di Gennaio dell’anno 876. Mosse indi rapidamente a Pavia, accompagnato o seguito dal Papa in persona, ed ivi, in un’adunanza dei Vescovi e dei maggiorenti del reame d’Italia, non soltanto ebbe confermazione della dignità imperiale, ma altresì, per la prima volta, conseguì formale elezione di re d’Italia, e ne fu coronato da Ansperto, arcivescovo di Milano: per lo contrario i Re antecessori suoi, da dopo di Carlo magno, vi erano stati eletti unicamente per volere dell’Imperatore e di una Dieta imperiale delle province non italiche. Per tal guisa, la elezione di Carlo il Calvo forma massimamente il polo di un nuovo indirizzo nella storia d’Italia; con essa si manifestò la potenza sommamente cresciuta del Papa, dei Vescovi, degli ottimati italiani, e s’ebbe decisa dimostrazione del sentimento nazionale cui s’inspirava l’Italia settentrionale[227]. Il nuovo Re eletto dagli Italiani, confidò il reggimento delle cose italiche a Bosone duca, la cui sorella Richilda egli aveva menato in donna; poi mosse a Francia per farsi riconoscere imperatore anche dalla dieta imperiale di quei paesi, che si congregò nel Luglio a Pontigon: ei vi si presentò in pompose vestimenta di foggia bizantina, e dalle mani dei legati del Papa ricevette uno scettro d’oro, come se fosse stato un feudatario.

Dopochè Giovanni VIII con sì fortunate combinazioni s’ebbe reso suddita la podestà imperiale, tornossene di Pavia a Roma, dove lo richiamava l’avanzarsi dei Saraceni e l’atteggiamento ostile della nobiltà. Alla vittoria riportata sull’Impero, succedevano condizioni anarchiche di cose che non avevano parità d’esempio, per guisa che assai tosto quel trionfo si tramutava in una deplorevole sconfitta del Papato, il quale non aveva più un braccio imperiale che lo proteggesse: rare volte la Storia insultò ai disegni dell’ambizione con un’ironia parimenti amara, come toccò in quell’epoca ai Pontefici di Roma. Nella Città v’aveva una parte potente, d’intendimenti germanici, che coltivava accordi colla Imperatrice vedova, con Berengario di Friuli, con Adalberto di Tuscia e col Margravio di Spoleto e di Camerino. Essa aveva combattuto l’elezione di Carlo il Calvo; in ispecie poi si sforzava di conseguire independenza in Roma, e tribolava con ogni maniera di angustie il Papa. L’indole di questi maggiorenti era educata alla rozzezza della loro età; ma siccome si trova in società con loro un uomo che tutti i contemporanei tenevano in concetto di santo, il vescovo Formoso, s’eleva qualche dubbio sulla veracità delle accuse che contro di loro furono scagliate.

Formoso di Porto, illustre per la missione che aveva sostenuto nella terra dei Bulgari, eccelleva per ingegno e per sapienza fra i preti di Roma, e s’aveva procacciato l’odio del Papa sospettoso e di molti Cardinali. Allorchè, poco tempo prima, era stato mandato a Carlo il Calvo per invitarlo alla coronazione, egli s’era sobbarcato a quella ambasceria di mala voglia, od altrimenti vi si era acconciato perchè necessità lo costringeva a navigar con prudenza e a dissimulare i suoi sentimenti che lo trascinavano alla parte germanica; avrebbesi potuto temere che egli aspirasse alla corona pontificia, dacchè, uomo eminente, possedeva il favore di una grande fazione. Aveva abbandonato, incerto è il perchè, il suo vescovato di Porto, laonde gli si moveva rimprovero di aver congiurato coi Romani contro l’Imperatore ed il Papa.

Quei maggiorenti erano congiunti fra loro per potente parentela nepotesca. Fra loro erano dei generali della milizia e dei ministri di palazzo, un Gregorio nomenclatore, Giorgio genero di lui, Stefano, Costantino e un Maestro de’ militi di nome Sergio[228]. Giorgio aveva assassinato la sua donna, ch’era nipote di Benedetto III, per maritarsi con Costantina figlia di Gregorio; l’influenza del suocero suo e la corruzione dei giudici facevano sì che ei n’uscisse netto e senza pena. Anche Sergio, nipote del grande papa Nicolò I, aveva ripudiato la moglie per imitare l’esempio di un Re adultero, e per vivere colla sua concubina Walwisindula, femmina franca. La nuova elezione imperiale e il ritorno del Papa costringevano questi uomini rei a partire di Roma, nel tempo stesso in cui i Saraceni davano il guasto alla Campagna, e scorseggiavano fino sotto alle porte della Città. Giorgio e Gregorio, prima di andarsene, rubavano il Laterano e altre chiese, indi, aperta di nottetempo la porta di san Pancrazio, fuggivano per cercarsi un nascondiglio nelle terre spoletine. Ciò dava motivo al Papa di accusarli che avessero voluto mettere i Maomettani dentro di Roma; ed egli congregava, addì 19 di Aprile dell’anno 875, un Sinodo nel Panteon. Letta l’accusa, Giovanni pronunciava la scomunicazione contro a que’ Romani ed al Vescovo di Porto, se non fossero comparsi entro il termine di un giorno che loro determinava. Nol fecero; la pena ebbe esecuzione, e Formoso fu deposto del suo vescovato e di ogni grado ecclesiastico[229]. Non v’ha alcun dubbio che Formoso ed i fuggitivi Romani fossero in lega col Margravio di Spoleto e di Camerino, e con Adalberto di Tuscia, chè tosto li vedremo sotto la protezione di quei Principi, ma improbabile è che coltivassero traditrici intelligenze coi Saraceni: almeno Formoso deve andare assolto da questa accusa[230].

§ 4.

I Saraceni danno il guasto alla Campagna. — Giovanni VIII scrive lettere di doglianza. — Lega dei Saraceni colle città marittime dell’Italia meridionale. — Splendida operosità di Giovanni VIII: arma una flotta, negozia coi Principi della bassa Italia, vince i Saraceni a Capo di Circe. — Condizioni dell’Italia meridionale. — Giovanni VIII edifica Giovannipoli in vicinanza al san Paolo.

Da dopo l’anno 876, i Maomettani erano penetrati nella Campagna romana; saccheggiavano la Sabina, guadavano l’Anio e financo il Tevere, davano il guasto al Lazio ed alla Tuscia, e parecchie volte le loro orde si mostravano fino alle porte della Città. I conventi, i possedimenti del contado, le _Domus cultae_, fondazioni laboriose di tanti Pontefici, erano rasi al suolo; i coloni tagliati a pezzi o condotti in ischiavitù; la Campagna si tramutava in un deserto, non fecondo d’altro che di febbri. Nelle lettere di doglianza, che Giovanni, duranti gli anni 876 e 877, scriveva a Bosone, a Carlo il Calvo, all’imperatrice Richilda, ai Vescovi dell’Impero, al mondo tutto, Roma rinnovella quei gridi di agonia che aveva gettato al tempo dei Longobardi e di Gregorio; ma i guerrieri di Maometto erano nemici più feroci di quello che fossero stati gli uomini di Agilulfo. La Città poteva a mala pena dar ricetto e pane alle turbe di fuggenti del contado, di frati e di preti che lasciavano dietro a sè le loro chiese in cumuli di ruine. «Le città, le castella, i villaggi sono periti coi loro abitatori; dispersi e raminghi i Vescovi; dentro delle porte di Roma si raccolgono gli avanzi del popolo affatto nudo; fuori non v’ha che aridità e deserto; non ci sovrasta più, lo tolga Iddio, che la caduta della Città. Tutta la Campagna è vuota di popolo, nulla è più rimasto a noi od ai conventi od agli altri luoghi pii, nulla avanza al Senato romano per sostentamento; e i dintorni della Città sono devastati così, che non si può scoprirvi orma di abitatore, neppure un uomo, neppur un fanciullo.» In questi termini Giovanni scriveva a Carlo il Calvo, che egli in quelle stringentissime necessità avrebbe desiderato di mutare in un Imperatore possente, e con supplici istanze «prostrandosi quasi al suolo innanzi alla magnificenza di lui», lo pregava di ajuto[231]. Ma Carlo lasciava Roma in balìa al ferro dei Saraceni, sebbene, allorchè era stato coronato, avesse giurato di proteggerla col suo braccio imperiale.

Italia tutta capiva adesso di che danno fosse stata la morte del battagliero Lodovico II, in un tempo nel quale le condizioni politiche del mezzogiorno agevolavano le conquiste dei Saraceni. Il sentimento di religione non aveva opposto impedimento di sorta al traffico e perfino alle alleanze fra loro ed i Principi dell’Italia meridionale. Ancora dai tempi di Lodovico II, i reggitori della bassa Italia s’erano giovati ai loro scopi degli Arabi; e quell’Imperatore aveva fatto alte lagnanze, che segnatamente i Napoletani se gli avessero fatti alleati, e che Napoli fosse diventata una seconda Palermo o un’Africa vera[232]. In tal modo, il lucro dei commerci e il soccorso che i Saraceni prestavano ai Principotti nelle lotte che essi combattevano l’uno contro all’altro e contro agli Imperatori d’Oriente e d’Occidente, facevano sì che quegli Italiani conchiudessero delle leghe cogli Infedeli: le stipulavano o le scioglievano secondo che davano le circostanze. Oltracciò, era loro ben noto l’intendimento della Chiesa romana, la quale, dopo di Carlo magno, volgeva cupidi sguardi ai patrimonî di Napoli e delle Calabrie, levava pretese su di Capua e di Benevento, e si giovava della immensa confusione in cui erano le cose della bassa Italia per guadagnarsi colà possedimenti di terre. Dopo la caduta di Bari, i Saraceni ristretti a Taranto, avevano mandato nuove armate contro Italia; la morte dell’Imperatore che gli aveva vinti aveva sgombrato loro l’impedimento maggiore; eglino costringevano Napoli, Gaeta, Amalfi e Salerno non soltanto a conchiuder paci, ma eziandio ad unire le loro armi a quelle maomettane per assalire le marine dello Stato ecclesiastico e Roma medesima[233]. Solo avversario che loro si opponesse robustamente, era papa Giovanni. La operosità che usò quest’anima energica, fu vergogna pei Re, e lui ornò di splendida gloria guerriera. In verità che un tanto uomo meritò di esser signore di Roma; ei vedeva contro a sè armata questa lega terribile, la quale, dicevasi, faceva rotta contro di Roma con cento vascelli, eppure non si smarriva di coraggio. Scriveva lettere pressanti a Carlo il Calvo affinchè gli mandasse soccorsi, e l’Imperatore gli spediva Lamberto di Spoleto, che nell’anno 876 era stato riposto nella sua ducea, e Guido fratello di lui, affinchè lo accompagnassero a Napoli e a Capua, e lo appoggiassero nei suoi sforzi intesi a mandar a monte la lega. Ma i due Principi erano alleati di dubbia fede. Giovanni VIII, sul principio dell’anno 877, andò a Napoli in persona. Con preghiere e con minacce gli riuscì di far disertare dalla alleanza saracena, Guaiferio di Salerno; indi entrò in fervidi negoziati con Amalfi, fiorente già nei commerci e governata allora da Pulchario, duca elettivo ossia _Prefecturius_, e in pari tempo si indirizzò a Gregorio e a Teofilatto, ammiragli greci, affinchè gli mandassero delle navi nel porto del Tevere[234].

Neppur Gregorio I aveva dato prova di maggiore energia quando s’era trovato sotto la pressura dei Longobardi: gli è altresì che Giovanni disponeva in suo servizio di potenza assai maggiore. Egli stesso armava ed equipaggiava un naviglio romano, e per la prima volta potevasi parlare di una marineria pontificia, per quanto piccola fosse. Quelle navi di guerra avevano ancor nome di dromone, come a’ tempi di Belisario; di regola avevano centosettanta piedi di lunghezza, erano munite di castelli da prora e da poppa, con macchine di guerra, fromboliere, incendiarie, e da arrembaggio; cento remi maneggiati da’ galeotti le spingevano al corso, mentre i soldati marinai stavano nella corsia di mezzo e nei castelli[235]. Il possedimento di questa piccola flotta, che tenne stazione in Porto, fu orgoglio del Papa; laonde scriveva egli giubilando all’imperatrice Engelberga, che non aveva adesso più bisogno di quei di Gaeta, perocchè egli potesse apparare ajuto a sè stesso[236]. Ma gli sforzi suoi avevano a Napoli esito meno avventurato. Non era possibile di indurre Sergio II duca, a rompere l’alleanza coi Saraceni che a lui era tanto giovevole. Il Papa scagliava la scomunica contro di lui e della sua città, gli armava contro Guaiferio, e, senza pensarci su gran fatto, faceva mozzare il capo a ventidue Napoletani prigionieri[237]. Tornando a Roma, e vedendo guaste dai Saraceni le costiere che erano prossime a Fondi e a Terracina, sostò cinque soli giorni a Roma, indi egli stesso partì colla flotta da Porto, veleggiò prendendo il largo, incontrò i Maomettani presso a Capo di Circe, tolse loro dieciotto navi, liberò seicento schiavi cristiani, e uccise nemici in gran numero. Fu questa la prima volta che un Papa movesse a battaglia armato da ammiraglio; e, mentre or trionfava dei Saraceni, ei volgeva in pari tempo l’occhio suo alle terre dei Principi meridionali d’Italia, dove ferveva il disordine, sperando di sottometterle alla santa Sede[238].