Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 11

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L’ingegno di Anastasio era vasto a sufficienza perchè eclissasse col suo splendore i Romani suoi contemporanei. Siccome s’intendeva di greco (e questo bastava per dargli fama d’erudito), ei traduceva la Cronografia di Niceforo, Giorgio Sincello, Teofane ed altre opere di letteratura ecclesiastica greca. Ebbe un solo emulo nel suo concittadino Giovanni diacono, perocchè questi non fosse meno di lui saputo nel greco, e fosse inoltre ornato di maggiore ingegno letterario. Scrisse questi la Biografia di Gregorio magno, giovandosi degli atti dell’archivio Lateranense, e vale che si noti come una tale monografia fosse compilata precisamente nell’età dei Carolingi, e dopo che il suo Autore era sopravvivuto al pontificato di Nicolò I, il quale per operosità e per grandezza richiamava alla mente la ricordanza di Gregorio. Quella scrittura è un lavoro di concetto originale, e mirabilmente differisce dall’arida forma di tutte le altre Biografie dei Papi. L’Autore dà nel rettoricume e corre con fervida imaginativa; tenta miseramente di essere elegante e copioso; però rivela qualche cognizione di letteratura antica[194].

CAPITOLO QUINTO.

§ 1. Principia la supremazia di Roma. — Lo Stato della Chiesa. — Decretali pseudo-Isidoriane. — Nicolò I muore nell’anno 867. — Adriano II è fatto papa. — Lamberto di Spoleto entra con violenza in Roma. — Nemici di Adriano dentro di Roma. — Delitti di Eleuterio e di Anastasio, e loro punizione.

La fiacchezza personale dei succeditori di Carlo, le loro passioni, le lotte con cui si disputavano la monarchia che la feudalità ruinava senza speranza di salvezza, avevano, intorno a questo tempo, fatto crescere di assai l’autorità del Pontefice. La sua dignità santa spiegò con Nicolò I così alti sensi di grandezza e di ardire, che pochi Papi soltanto ne ebbero pari. Natali illustri, bellezza di corpo, cultura eletta, per quanto concedeva il suo tempo, rendevano compiuta la persona di lui, e, da dopo di Gregorio magno, nessun Papa era stato, come egli fu, favorito dalla fortuna che si rende soggetta la forza. A lui riuscì di umiliare la Podestà regia e l’Episcopato; e l’Impero affralito discese ad una sembianza di forma priva ognor più di valore, allorquando la sua corona toccò a Lodovico, che fu privo di discendenza e che seppellì, per così dire, l’Impero in quelle guerre energiche sì, ma minute e senza fine, ch’ei combattè nell’Italia meridionale. Nel Pontificato invece alitava il pensiero della monarchia ecclesiastica universale, quello che più tardi ebbe vita con Gregorio VII e compimento da Innocenzo III. Il concetto che Roma era centro morale del mondo, continuava a dominare con tradizione indestruttibile: e, quanto più adesso l’Impero andava perdendo di unità e di potenza, quanto meno esso era capace di formare dentro di sè il centro politico delle comunità dei popoli cristiani, tanto più facilmente il Pontificato andavasi confermando nella pretensione di essere anima e principio informatore della Republica cristiana, ed i Principi temporali si abbassavano a farsene organi mutevoli e caduchi.

Necessità di avvenimenti e un grande impulso storico avevano indotto il Papato a rinnovellare la podestà imperiale romana, ma, appena che questa era fondata, incominciava la lotta secreta dell’ordinamento ecclesiastico contro al sistema politico. Se l’Imperatore romano avesse potuto governare da monarca cristiano, come fatto avevano Costantino e Teodosio, se fosse stata spenta ogni autonomia delle province, allora il Papa avrebbe potuto dividere coll’Imperatore la signoria, a lui lasciando il laborioso reggimento temporale, e per sè tenendo il dominio spirituale. Ma la forza delle tendenze proprie alla natura umana creava nel mezzo della monarchia di Carlo una moltitudine di potenze separate fra sè, che tutte elevavano ostilmente il loro capo contro al Papato e all’Impero; l’indole di nazione, le Chiese, i Duchi, i Vescovi nazionali, i Re, i diritti, le franchigie, i privilegî e le immunità di ogni maniera, erano principî di naturale disgregazione e di ragioni individuali che indicevano guerra ai sistemi: laonde resero debole l’Impero, perocchè l’unità sua fosse soltanto di fattura meccanica, e il suo fondamento restasse pur sempre di natura materiale e peritura. Per lo contrario, il principio morale e indivisibile del Papato, ad onta di passeggiere sconfitte, aveva tanta potenza da signoreggiare quei principî; non interrotto di tempo, nè ferito all’interno da rivoluzioni politiche, esso vinse sempre e rivinse i suoi avversarî, la Monarchia regia, l’Episcopato, l’Impero. Ed infatti la fede della gente umana, sola potenza cui nelle cose della terra nulla resiste, venerava nel Papato un’origine non terrena ma sovrumana, e lo paragonava all’asse del mondo religioso, cui nessun crollo valeva ad infrangere.

La coscienza della monarchia di Roma s’incarnò nella persona di Nicolò. Sebbene si possa affermare che il possedimento dello Stato della Chiesa e della Città (di cui l’Impero aveva dato conferma), non avesse importanza essenziale in riguardo al primato religioso, ei si deve però confessare che esso giovò gagliardamente agli intendimenti del Pontificato, gli concesse independenza preziosa, e gli compose una sede di valore inestimabile. Il possedimento di un grande reame in qualsivoglia altra parte del mondo, non avrebbe mai dato al Papato quel fondamento che esso ottenne grazie al suo piccolo territorio, che aveva Roma per città capitale. All’età di Nicolò I i patrimonî di san Pietro erano proprietà tuttavia intatta della Chiesa, e il tesoro di essa riboccava di dovizie immense. I predecessori del Pontefice avevano fondato città e armato eserciti e navigli, avevano conchiuso una lega italica, difeso e salvato Roma, ed egli, da re, dominava poderoso sopra le bellissime terre che si stendono da Ravenna fin giù a Terracina. Vien detto che Nicolò, primo dei Papi, si coronasse della tiara; però soltanto più tardi la superbia sconfinata de’ suoi successori la cinse di un triplice serto[195]. Per l’animo di un tal uomo, veramente temprato alla monarchia, la corona non aveva cosa alcuna di strano, ma nella corona egli mirava significarsi assai più che il simbolo dello Stato temporale, che la Chiesa possedeva e presto doveva perdere. La falsa donazione di Costantino aveva prestato buon servigio alle pretese dei Papi, e la estensione che quella goffa astuzia aveva dato a tali pretese, mostrava in pari tempo massimamente fin dove giungevano le idee del Papato. Però, maggiore importanza ebbero le Decretali pseudo-Isidoriane, che accolsero nel loro testo la donazione. Questa meravigliosa raccolta di molte lettere e di decreti favoleggiati, che s’attribuivano a Papi antichi, interpolati in una collezione di atti di Concilî, fu supposta opera del celebre Isidoro di Siviglia, ed ebbe origine sulla metà del secolo nono: Nicolò fu il primo Papa che se ne servì a codice dei diritti pontificî[196]. Essa forniva propriamente la Chiesa di privilegî siffatti che la affrancavano onninamente dallo Stato; poneva la Podestà regia profondamente al di sotto di quella pontificia, al di sotto perfino dell’autorità vescovile, ma nel tempo stesso sollevava il Papa al di sopra dell’Episcopato, dacchè prefiggeva che non potessero obligarlo le decisioni dei Sinodi provinciali: gli dava facoltà di giudice supremo dei Metropoliti e dei Vescovi, il cui officio e la cui autorità, sottratta alla influenza regia, doveva essere subordinata ai comandamenti papali: in una parola, attribuiva a Roma la dittatura del mondo ecclesiastico e religioso. Nicolò I afferrò con lieta avidità quelle false Decretali; avvisò che gli prestavano le armi più formidabili a combattere i Re e i Sinodi provinciali; e sopra ambedue queste potenze egli trionfò, nel tempo stesso che l’Imperatore, il quale pur comprendeva il pericolo onde era minacciato il principio politico, non potè essere altro che spettatore della vittoria pontificia.

Allorchè il grande papa Nicolò I scese nella tomba, addì 13 di Novembre dell’anno 867, la sua morte fece sensazione profonda. Il mondo gli diè testimonianza di averlo temuto ed ammirato[197], ma coloro che erano stati colpiti o minacciati dei suoi fulmini, alzarono il capo con gioia, sperandone libertà e annullamento dei decreti papali.

I Romani furono concordi ad eleggere Adriano, uomo vecchio d’anni e cardinale di san Marco, figlio di Talaro, della famiglia di Stefano IV e di Sergio II. I legati dell’Imperatore presenti in Roma ebbero a male che non gli avessero invitati ad assistere alla elezione, ma furono acchetati colla protesta che i Romani non avevano leso i diritti della corona, e che la Costituzione ordinava bensì la confermazione imperiale dell’eletto, ma non prescriveva che la sua elezione si compiesse innanzi agli occhi dei legati[198]. Ne furono soddisfatti; l’Imperatore confermò la elezione, e Adriano II fu consecrato papa nel giorno 14 di Dicembre.

Egli fe’ onore all’inizio del suo pontificato concedendo un’amnistia. Permise che alla sua prima messa assistessero alcuni dei preti che erano stati scomunicati dal suo antecessore; fra gli altri era il famoso cardinale Anastasio, ed altresì Teutgaudo di Treviri: a questo ei perdonò, perocchè avesse mostrato pentimento del suo peccato e gli statuì a dimora una cella nel convento di sant’Andrea nel _Clivus Scauri_[199]. Alcuni prelati accusati di alto tradimento languivano in esilio; l’Imperatore aveva pronunciato il bando anche contro i Vescovi di Nepi e di Velletri, ed è argomento per cui si nota come egli esercitasse in tutta la sua pienezza l’autorità imperatoria; Adriano ora otteneva che si restituissero alle loro sedi. Altri Romani laici erano stati cacciati nelle galere come rei di maestà; anche di loro il Papa conseguiva liberazione. Ei sembra che durante la vacanza della sede, parecchie persone fossero state vittime di accuse, false o vere che fossero, portate agli orecchi dei _Missi_ imperiali; chè fin d’allora ogni interregno produceva anarchia di cose, e dava adito alla tirannia dei potenti[200]. Ne dava prova un avvenimento assai meraviglioso. Poco tempo prima che Adriano fosse consecrato, Lamberto, duca di Spoleto, era irrotto con violenza nella Città. D’intesa coi malcontenti di Roma, dove abitavano parecchi uomini potenti Longobardi e Franchi, che avevano perfino titolo di Duchi, nè forse sapendo che la elezione era stata confermata, Lamberto osò di far cosa che sorpassava di gran lunga la sua autorità. Questa infatti, fondata nella Costituzione imperiale, consentiva al Duca di Spoleto il diritto che alla morte del Papa vigilasse alla nuova elezione; e pare massimamente che il Duca a quest’epoca facesse quasi da vicerè nelle cose romane[201]. Entrato in Roma, ch’era indifesa, Lamberto si comportò da conquistatore; confiscò beni della nobiltà e li vendette o regalò ad uomini Franchi; die’ il sacco a chiese ed a conventi, e permise che i suoi armigeri rapissero donzelle romane della Città e dei dintorni: indi se ne andò. Il Papa scrisse all’Imperatore dolendosi, e scomunicò tutti quei Franchi e que’ Longobardi che avevano chiamato Lamberto, o che gli avevano dato mano a saccheggiare la Città. La invasione dimostrò che sull’Impero de’ Carolingi pendeva omai la dissoluzione, e schiuse l’età delle tristi desolazioni d’Italia, delle lotte dei Duchi disputantisi Roma, e della guerra di fazioni divampanti nella Città stessa, di cui presto dovremo dire[202].

Lodovico trovavasi allora nell’Italia meridionale. Egli aveva bandito una leva universale dei vassalli italiani, perocchè intendesse assalire in Bari i Saraceni; ed era in procinto di cominciare la sua campagna dalla Lucania[203]. Di colà udì i lagni dei Romani, ma gli mancò il tempo di punire Lamberto, togliendogli il ducato; forse non volle; lo fece soltanto nell’anno 871, e per altre ragioni.

Nei primi momenti del suo pontificato, Adriano II ebbe a sostenere prove gravissime; quei suoi nemici che erano stati aderenti del morto Pontefice, gli invidiavano la tiara; spargevano il grido che egli, fatto pauroso per temenze umane, volesse annullare quegli atti del suo predecessore, che avevano sollevato a tanta altezza la podestà pontificia. Ei fece presto a reprimere quelle voci; acchetò coloro che erano fautori della autorità romana, accertandoli che non diserterebbe la via di Nicolò I; se li guadagnò ordinando publiche preci per il defunto e dando solenne confermazione ai suoi decreti; e comandò che si compiesse la basilica onde Nicolò aveva incominciato l’edificazione. Mentre ei così pacificava gli amici del suo predecessore, ne inacerbiva gli avversarî, che ora gli davano, con doppio senso, soprannome di «Nicolaita»[204].

In mezzo a questo partito, che aveva suo sostegno nei Franchi, primeggiavano il cardinale Anastasio e il fratel suo Eleuterio, uomini della più eletta nobiltà, figli del ricco vescovo Arsenio, il quale si crucciava non poco che il figliuol suo fosse stato scomunicato da Leone IV, e per causa di Nicolò I avesse perduto la tiara. Prima che fosse entrato negli ordini sacri, Adriano aveva avuto una figlia di legittimo matrimonio; divenuto papa, aveva promesso la donzella in moglie ad un patrizio romano. Eleuterio, ve lo inducesse l’amore oppure l’odio, rapiva la fidanzata e se la sposava. Il Papa oltraggiato, non potendo punire l’uomo potente che si era chiuso nel suo forte palagio, mandava lettere pressanti all’Imperatore, chiedendo che mandasse suoi legati a far giustizia del reo. In pari tempo, il padre del rapitore correva a Benevento, ove intendeva guadagnarsi con suoi tesori il favore dell’avara Imperatrice, ma ivi la morte rattamente lo colpiva. Venivano frattanto in Roma i _Missi_ imperiali, ed Eleuterio era preso da sì furibonda ira che pugnalava la figlia del Papa e Stefania madre di lei, la quale, costretta o volonterosa, era andata insieme colla figliuola. Gli Imperiali s’impadronirono dell’assassino e gli mozzarono il capo.

Sotto l’impressione di questi fatti terribili, lo sventurato Adriano congregò un Sinodo. Pronunciò nuovamente la scomunicazione contro Anastasio, cui non a torto si attribuiva una parte nel delitto del fratel suo, e lo minacciò di anatema se si fosse allontanato più di quaranta miglia dalla Città, o se si avesse ingerito in qualche funzione di chiesa. Il Cardinale ricevette il decreto, addì 12 di Ottobre 868, nella basilica di santa Prassede, e giurò di sottomettersi alla sentenza[205]. Erano avvenimenti i quali dimostravano fino a che segno di arroganza omai si spingesse la nobiltà romana: frenata allora tuttavia dall’autorità imperiale, essa doveva strapparsi la signoria sulla Sede apostolica, non appena che quella si fosse spenta in Roma.

§ 2.

Rinnovansi le controversie a cagione di Gualdrada. — Spergiuro di Lotario. — Umiliazioni ch’ei soffre in Roma. — Sua presta morte. — Lodovico imperatore, nell’Italia meridionale. — Concetto dell’_Imperium_ in quell’età. — Lettera di Lodovico all’Imperatore di Bisanzio. — Smacco che l’Impero riceve a Benevento. — Lodovico viene a Roma. — È coronato una seconda volta. — I Romani proclamano che Adalgiso di Benevento è tiranno e nemico della Republica.

Adriano continuò, con pari fermezza d’animo, l’opera che Nicolò aveva incominciato. La storia della Chiesa loda la energia con cui egli combattè le contrarietà dei Vescovi, ma noi non possiamo, neppure di volo, soffermarci a dire del celebre ottavo Concilio ecumenico, che nell’anno 869 fu tenuto a Bisanzio sotto la presidenza dei legati pontificî, e dove ebbero confermazione i decreti di Nicolò I riguardanti la deposizione di Fozio[206].

Frattanto, causa la debolezza morale dei Principi, seguiva a crescere la potenza dei Papi. Le loro armi, folgori di scomunica battute sulla incudine della superstizione, si facevano poderose ogni dì più. La malaugurata passione che Lotario nutriva per una cortigiana aveva aperta una breccia profonda nell’autorità regia; Nicolò era passato arditamente dalle ruine di quella, e Adriano ve lo seguiva con eguale pertinacia. Tosto dopo che Tiutberga era stata restituita alla sua casa conjugale e a’ suoi diritti di sposa, la infelice Principessa, maltrattata dal marito e angosciata per gravi sofferenze dell’animo, era fuggita a Carlo il Calvo, e aveva protestato a papa Nicolò di voler rompere i suoi legami con un Principe tiranno, di voler cercar pace nel silenzio di un chiostro: ma invano; quella tragica vittima di un dogma, era condannata ad una tortura senza fine. Il Papa aveva niegato di concederle che si separasse dall’adultero consorte, se Lotario anche da parte sua non si fosse assoggettato a legge di celibato; scomunicava Gualdrada, e mandava una lettera di fuoco a Lotario, minacciandolo di eguale condanna[207]. Il Re, forte soltanto nella sua debolezza per una femmina, chinò il capo a queste umiliazioni, e supplicò il Pontefice che lo ammettesse alla sua presenza in Roma, dove sarebbe venuto per giustificarsi: il Papa glielo divietò[208]. Come Nicolò fu morto, Lotario si rivolse al suo succeditore, sperando di piegarlo ai suoi desiderî, e sembra che Adriano gli concedesse di venire a Roma. Il Re pregò l’Imperatore di intercedere presso il Papa, affinchè volesse separarlo da Tiutberga e gli permettesse di sposare Gualdrada; e gli annunciò che sarebbe andato a visitarlo. Nel Giugno dell’anno 869 Lotario giungeva infatti a Ravenna, ma i messaggieri dell’Imperatore, che era affaccendato nell’assedio di Bari, gli significavano che non procedesse più avanti, poichè il loro signore non voleva avere di quei rompicapo. Però l’uomo ammaliato d’amore, pensava soltanto alla felicità che lo aspettava fra le braccia di Gualdrada e per la quale egli avrebbe prodigato tutti i tesori del suo regno; nulla lo trattenne, corse al fratello, profuse supplicazioni e donativi, finchè guadagnò alla sua causa l’imperatrice Engelberga. L’Imperatore chiese allora ad Adriano che venisse a Monte Cassino, ed Engelberga ivi accompagnò il cognato. Lotario tentò di vincere il Papa con gran doni, ma non seppe cavarne altro costrutto fuor della comunione che Adriano gli porse nel dì primo del Luglio 869, dopo che il Re con faccia tosta ebbe solennemente giurato di non essersi più accostato a Gualdrada dopo la scomunica di lei[209]. Engelberga, da Monte Cassino tornò al marito; tornò il Papa a Roma, e Lotario senza vergognarsi gli tenne dietro alle calcagna. Obbrobrioso fu il modo onde entrò nella Città; nessun prete mosse ad incontrarlo; colla sua accompagnatura guizzò a capo basso nel san Pietro, e, senza che alcuno lo salutasse, pose dimora nel palazzo vicino, le cui camere non avevano pur avuto un po’ di pulitura dalla granata[210]. Il Papa gli negò che assistesse alla messa, ma lo invitò a mensa in Laterano, e per beffa ricambiò i ricchi donativi regî col presente di un vestimento di quella foggia che era appellata «_Laena_», di una palma e di una «_ferula_»[211]. Il debole Principe con quelle contentezze partì di Roma per proseguire il suo viaggio a Lucca; qui giunto, egli e le genti del suo seguito ammalarono delle febbri estive; procedette fino a Piacenza, e vi morì nel giorno 10 di Agosto. La sua morte fu tenuta in conto di punizione, che il cielo aveva inflitto allo spergiuro ed alla lussuria.

Mentre adesso Carlo il Calvo e Lodovico il Tedesco si gettavano sul patrimonio del morto, il Papa aveva opportunità di levarsi contro a loro come se fossero stati predoni, perocchè l’Imperatore, cui ne veniva il danno, lo avesse pregato di frapporsi paciere. Infatti, la guerra contro ai Saraceni teneva sempre Lodovico occupato nell’Italia meridionale, e finalmente ei conquistava Bari, dove faceva prigioniero lo stesso Sultano nell’anno 871. La gelosia dei Greci, che in quell’impresa importante gli avevano prestato fiacco soccorso, si accese perciò di maggior livore; e Basilio scriveva a Lodovico una lettera sprezzante, in cui gli negava il titolo di «Basileus», e con ironia gli dava nome di «Riga.» Notevole è la risposta che gli diede Lodovico; noi vi ci riportiamo per far conoscere in che concetto si tenesse l’_Imperium_ romano a questa età, e per mostrare che, di confessione propria dello Imperatore, la santità della dignità imperiale omai si derivava dal crisma, con cui era consecrata per mano del Pontefice.

«I nostri zii», diceva, «gloriosi Re, ci appellano _Imperator_, e non ne sentono gelosia, quantunque d’anni sieno più vecchi di noi, avvegnaddio essi volgano mente al crisma e alla consecrazione onde noi per volontà divina siamo saliti all’_Imperium_ romano, mercè l’imposizione delle mani e l’orazione del Pontefice. Uno è l’_Imperium_ del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, di cui è parte la Chiesa costituita sulla terra; nè di questa il reggimento Iddio concesse a te od a me esclusivo, ma ad ambidue, che dobbiamo comporre una sola unità»[212]. E parlando del modo con cui i Re dei Franchi hanno ottenuto l’_Imperium_, soggiunge: «Noi l’abbiamo ricevuto dall’avo nostro, non, come tu pensi, per usurpazione, ma per volontà di Dio, per sentenza della Chiesa e del sommo Pontefice, per la imposizione delle mani e per lo crisma. Tu però dici che noi dobbiamo appellarci _Imperator_ dei Franchi e non dei Romani, ma tu dei sapere che se non fossimo Imperatore dei Romani, nemmanco potremmo esserlo de’ Franchi. Per verità, dai Romani conseguimmo questo nome e questa dignità, avvegnacchè appo di loro primamente splendesse questo culmine di autorità suprema; e con essa avemmo il reggimento divino del popolo e della Città, e la missione di difendere e di esaltare la madre di tutte le Chiese di Dio, da cui la stirpe degli avi nostri prima conseguì l’autorità regia, indi quella imperiale[213]. Infatti, i Principi dei Franchi s’appellavano dapprima Re, indi Imperatori, ossiano quelli che tali furono unti dal Papa col santo olio. Così il bisavolo nostro Carlo magno, per la unzione datagli dal Papa, per l’amore che lo ispirava, primo del nostro popolo e della nostra stirpe fu nomato Imperatore e diventò l’Unto del Signore; a maggior ragione lo fu egli, quando spesse volte altri giunse allo _Imperium_ senza opera divina espressa nella consecrazione pontificia, la dignità imperiale ottenendo soltanto per elezione del Senato e del popolo. Anche senza di questa elezione, taluno fu elevato al trono imperiale, soltanto per acclamazione dei soldati; altri in differente guisa s’impadronì dello scettro imperatorio di Roma. Che se tu mal dicessi dell’opera del Pontefice romano, potresti allora censurare anche Samuello, perocchè egli, rigettando Saulle che aveva prima consecrato, non ebbe riserbo di unger re Davide.»

Dopo di avere istituito questi maestrevoli paralleli fra il repulso Saulle, ossia l’Imperatore greco, e Davide, ossia il Re de’ Franchi (si ricordi che Carlo magno godeva di esser chiamato David), egli conchiude dicendo al Bizantino: «Noi giungemmo dunque al romano Impero grazie alla nostra ortodossia; i Greci, per lo contrario, lo hanno perduto per colpa della loro cacodossia; nè soltanto hanno abbandonato la Città e la sede dell’Impero, ma anche il popolo romano, e financo ripudiarono la lingua romana, e si gettarono al forestierume»[214].