Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 10

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Avuta promessa di sicurtà, il Papa venne alle case dell’Imperatore, e v’ebbe con lui un lungo colloquio. Nicolò tornò indi al Laterano, non sciolse però dalla scomunica gli Arcivescovi, e Lodovico comandò a questi di tornare in Alemagna. Prima di lasciar Roma i due prelati tedeschi compilarono una scrittura, in cui protestarono contro la loro deposizione e contro l’opera del Papa, e lo fecero con linguaggio sì veemente quale giammai un Pontefice l’ebbe udito dalla bocca di Vescovi; vi era espresso con discorso gagliardo l’intendimento per cui le Chiese nazionali cercavano di ottenere independenza e di svincolarsi dal primato di Roma. Nell’esordio del loro libello, che era intitolato ai Vescovi della Lorena, quei due osavano dire: «Sebbene Nicolò, che appellato è Papa, che da apostolo si ficca in mezzo agli Apostoli, che pompeggia da imperatore dell’universo mondo, ci abbia condannati, tuttavolta, per grazia di Cristo, egli ha trovato da parte nostra ferma resistenza, nè poco s’ebbe pentito di ciò che poi fece»[172]. Il loro scritto conteneva sette capitoli indirizzati al Papa: gli autori vi condannavano il suo procedimento contrario ai canoni, indi ritorcevano l’anatema sul capo di lui[173]. Guntero di Colonia, animo robusto e risoluto fuor del comune, incaricava Ilduino, fratel suo, ch’era cherico, di recapitare egli stesso in mano del Pontefice quella scrittura, e, se questi si fosse rifiutato di accettarla, di deporla nella Confessione del san Pietro. Nicolò fece quanto previsto s’era, e Ilduino, tutto circondato di uomini armati, andò tosto audacemente in san Pietro per fare ciò che il fratello gli aveva commesso. I guardiani della Confessione (formavano una Schola loro propria con titolo di _Mansionarii scholae confessionis S. Petri_) si posero all’intorno della tomba dell’Apostolo per respingerli, ma gli invasori si scagliarono su di loro, ne lasciarono uno di morto sul terreno, gettarono la scritta nella Confessione, e, sgombrandosi la via colle spade, uscirono della basilica.

Questo avvenimento dimostrò che l’Imperatore non s’era in alcun modo riamicato col Papa. Senza darsene un fastidio al mondo, Lodovico stavasi spettatore impassibile dei più feroci eccessi che le sue soldatesche commettevano, parimente come se fossero state in terra nemica: saccheggiamenti di case e perfino di chiese, ammazzamenti, stupri di monache e di matrone. Lodovico sdegnava perfino di passare la Pasqua in Roma; partiva della Città, e con maligno intendimento moveva a Ravenna per celebrare le feste presso all’arcivescovo Giovanni: questi infatti andava sempre covando i suoi rancori, memore dell’umiliazione patita in Roma; anzi con grande animo afferrava l’opportunità delle discordie sorte fra i Vescovi alemanni e Roma, entrava in buone relazioni coi prelati scomunicati, e con gran calore attizzava le ire di Lodovico[174]. Queste tempeste avrebbero atterrato un Pontefice d’animo fiacco, ma non piegarono la tempra gagliarda di Nicolò: il suo animo orgoglioso e inflessibile stette saldo colla fortezza di un Romano antico. Minacciò scomuniche, e furono temute come folgori vere; i Vescovi di Lorena gli mandarono proteste di pentimento; Arsenio legato di lui, munito di lettere indirizzate ai Re, ai Vescovi ed ai Conti, e fiammeggianti di minacce, andò in Lorena con una baldanza tale da far ricordare l’orgoglio dei proconsoli della vecchia Roma. Con una mano quel legato riconduceva la sposa ripudiata al Re che s’era fatto trepido per paura dell’anatema, coll’altra gli strappava dal fianco la donna amata. Il reame, debole e disunito, abbandonando una cattiva causa venuta a lotta con Roma, non resistè più a lungo, e diede in mano al Papato la più splendida vittoria. Tuttavolta non era ancor giunto a fine l’ultimo atto di questa tragedia; papa Nicolò morì mentre essa ancor durava, chè soltanto al tempo del suo succeditore ebbe termine lo scandalo di quel processo[175].

§ 4.

Cure rivolte da Nicolò I alla città di Roma. — Restaura l’_Aqua Tocia e la Trajana_. — Fortifica nuovamente Ostia. — Pochi edificî e scarsi doni votivi di lui. — Condizioni delle scienze. — Editto scolastico di Lotario dell’anno 825. — Decreti di Eugenio II e di Leone IV intorno alle scuole delle parrocchie. — Monaci greci a Roma. — Biblioteche. — Codici. — Monete.

Durante il pontificato di Nicolò I non si parla di torbidi cittadini che avvenissero in Roma, ed anzi si narra che quel suo tempo s’allietasse per pienezza di prosperità od almeno per ubertà di ricolti. Ai poverelli si provvedeva satollandoli con generosità; e il Papa, sì come un Imperatore romano avrebbe fatto, giungeva perfino a dispensare dei marchi che davano il diritto di un pranzo a chi li mostrava; erano segnati col nome di lui e si distribuivano agli uomini indigenti o a quelli che erano incapaci di lavorare[176].

Due acquedotti restaurò Nicolò, l’_Aqua Tocia_ e la _Trajana_ o _Sabbatina_, la quale nella città Leonina, da essa abbeverata, aveva allora nome di acquedotto di san Pietro[177]. Dappoichè Gregorio IV aveva restaurato questo medesimo acquedotto, convien dire che, dopo di lui, lo avessero danneggiato i Saraceni, oppure che Nicolò gli desse una direzione differente e ne facesse una distribuzione migliore delle acque[178]. Il cattivo modo di fabbricazioni di quella età faceva sì che gli edificî prestamente decadessero; Nicolò ebbe pertanto necessità di costruire novellamente financo le mura di Ostia, benchè soltanto da Gregorio IV derivasse la loro erezione; e dovette munirle di saldi torrioni, entro ai quali collocò un presidio. Il terrore dei Saraceni aveva fatto omai che Ostia si lasciasse in abbandono, laddove Porto si conservava ancora, grazie alla colonia di Côrsi che ivi era[179].

Il numero mirabilmente scarso di doni votivi e di edificazioni di chiese cui diè opera Nicolò I, non torna a disdoro dell’intelletto pratico di questo Pontefice. A detta del suo Biografo, egli costruì il portico a santa Maria _in Cosmedin_; nè v’ha dubbio che Nicolò fosse stato diacono di quella chiesa, perocchè, sopra tutte le altre, rivolgesse cura ad adornarla: infatti, oltre alle menzionate case dei Papi, egli vi edificò anche un bel triclinio. Da lui derivarono le pitture o musaici allogati nella diaconia di santa Maria Nuova, edificio di Leone IV; al palazzo Lateranense aggiunse poi una nuova fabbrica di abitazione, e presso al san Sebastiano eresse un convento.

Se il Biografo di questo Pontefice avesse avuto senso di comprendere quello che valeva la cultura scientifica in Roma, ben avrebbe potuto narrare che Nicolò provvide al suo incremento. Se non è altro, il Biografo dà lode al padre di Nicolò per ciò che era stato amico delle arti liberali e il figliuolo aveva iniziato in cosiffatti studî; ma siccome aggiunge che il Papa fu per questa ragione erudito in ogni maniera di sacre discipline, ei ci vieta di pensare che quella scienza uscisse fuor degli studî attinenti alle cose teologiche[180]. Ad ogni modo il periodo dei Carolingi s’adorna di chiarissimo pregio, poichè accolse il generoso intendimento di diradare la tenebra della barbarie colla cultura delle scienze. Il genio di Carlo e degli amici suoi iniziati nella letteratura classica dei Romani, diede agli studî un repentino impulso, ed i succeditori di Carlo operarono con pari indirizzo. Ne offre splendida testimonianza l’editto promulgato da Lotario nell’anno 825. L’Imperatore vi deplora che, per ignavia degli uomini prepostivi, le discipline dell’istruzione abbiano cessato quasi in tutte le terre d’Italia, e comanda la fondazione di nove scuole centrali per i respettivi territorî; le costituisce a Pavia (la cui Università, celebre dappoi, certo erroneamente si attribuisce a fondazione di Carlo Magno), a Ivrea, a Torino, a Cremona, a Firenze, a Fermo (per il ducato di Spoleto), a Verona, a Vicenza ed a _Forum Julii_ (Cividale di Friuli)[181]. L’aperta dichiarazione che s’era spento del tutto l’insegnamento di scuole, fa che s’argomenti lo stato miserrimo in cui era l’istruzione in Italia. Di istituti scolastici maggiori non puossi pur pensare; ciò che si denotava sotto il concetto di _doctrina_ comprendeva soltanto le cose di religione, e fuor d’esse tutt’al più gli elementi delle scienze profane, segnatamente della grammatica.

L’editto di Lotario si riferiva al reame d’Italia e non a Roma, nè alle province della Chiesa, ma anche qui v’aveva la istessa ignoranza se pur non era più grave, sì come lo dimostrano le decisioni di alcuni Concilî romani. Nell’anno 826, Eugenio II faceva ordinanza che in tutti i vescovati e nelle parrocchie si raccogliessero dei dottori che insegnassero con diligenza le scienze, le arti liberali e i sacri dogmi. Quest’ordinamento in classi dimostra che si aveva riguardo anche agli umani studî (_artes liberales_), facendosene espressa differenza dalla teologia (_sancta dogmata_); ma appena egli era se ne trovavano maestri. Estinto s’era lo studio di quelle discipline profane, e allorquando Leone IV confermava nell’anno 853 il decreto di Eugenio, v’aggiungeva queste testuali parole: «Sebbene, com’è di solito, rade volte si trovino nelle parrocchie precettori di scienze liberali, occorre tutta volta che non difettino maestri della divina scrittura, e istitutori di officiatura ecclesiastica»[182].

Anche in Roma si poteva muovere eguale lamentanza. Non si fa pur cenno di un maestro, o di scuola alcuna che ivi avessero qualche rinomanza. Certo è che fin dal tempo in cui i Benedettini avevano posto stanza nella Città, s’erano aggiunte scuole ai conventi, e continuava quella antica Lateranense che loro doveva sua origine, e nella quale erano stati educati parecchi Papi: però questi istituti romani non potevano gareggiare colle scuole di Alemagna e di Francia, quali erano quelle di Fulda, di San Gallo, di Tours, di Corveia o di Pavia in Lombardia. Roma non isplendeva per ornamento di uomini illustri pari a Giovanni Scoto, a Rabano Mauro, ad Agobardo di Lione, o pari allo scozzese Dungalo che viveva a Pavia, od a Lupo di Ferrières. Può darsi che le dottrine giuridiche fiorissero ancora di qualche po’ di cultura in mezzo a tutte le discipline degli studî profani; ed invero, dopo dello Statuto di Lotario, dovevano trovarsi dei professori di giure che fossero addottrinati nelle leggi di Giustiniano e che le insegnassero in compendio; nè gli avvocati e i notai potevano essere del tutto digiuni di scienza della legge salica e di quella longobarda.

Parecchi Papi avevano posto monaci greci entro a nuovi conventi; e quelli nella loro lingua materna impartivano istruzione a’ sacerdoti romani, per guisa che, se anche non ne profittava la cultura delle lettere greche, se ne manteneva tuttavia viva in Roma la cognizione del linguaggio; i Papi in quei seminarî educavano alcuni uomini che potevano adoperare da nunzî a Bisanzio, o da scrivani e da interpreti.

Alcune chiese e alcuni conventi di Roma erano forniti di biblioteche. Durava sempre quella Lateranense, e il glorioso titolo di «Bibliotecario» s’ode anche nel tempo della più fitta tenebra. L’archivio pontificio custodiva gli innumerevoli atti della Chiesa e i Regesti, ossiano lettere dei Papi, che erano documenti inestimabili della storia, della lingua latina di quei secoli, e, può dirsi, della pretta letteratura romana nella prima metà del medio evo: tesori che nel secolo duodecimo perirono senza lasciar traccia di sè, e la cui perdita lasciò nella storia un vuoto profondo, che non è mai deplorato abbastanza[183].

Non vale dubitare che le biblioteche ed i conventi di Roma possedessero eziandio opere di letteratura greca e romana; chè esemplari di quei codici dovevano essersi conservati qua e colà in Roma ancor dopo del periodo dei Goti, e nel corso del tempo se ne erano per certo tratte delle copie. I conventi dei paesi di fuori possedevano nel secolo nono molti tesori di lettere; nell’anno 831 l’abazia di Centule, ossia di San Riquiero nelle Gallie, di cui più in antico era stato abate Angilberto, celebrava a sua gloria di possedere duecento cinquantasei codici, ed è rimarchevole a sapersi quali libri il Cronista registri fra le opere profane che ivi si serbavano. Erano Etico, _de mundi descriptione_, la _Historia Homeri_ con Dite e con Darete di Frigia, Gioseffo completo, Plinio il giovane, Filone, le favole di Avieno, Virgilio; e fra i «Grammatici», di cui massimamente quell’età era bramosa, Cicerone, Donato, Prisciano, Longino e Prospero[184]. Se di tai libri trovavansi in Francia, può egli darsi che non ne esistessero a miglior ragione in Roma? Lupo, abate di Ferrières, nell’anno 855 volgeva a Benedetto III l’ingenua preghiera che gli mandasse alcuni codici di Cicerone _de Oratore_, le istituzioni di Quintiliano, il commento di Donato a Terenzio: e lo faceva certo che gli restituirebbe senza dubbio quegli scritti, dopo che ne avesse fatto cavar copia[185]. Soltanto nelle notizie che ci danno i Romani, non si fa pur motto di codici profani. Se nelle Biografie dei Papi si tien parola di libri, d’altro non si tratta che di Evangelî, o di antifonarî, o di messali che solevansi dedicare alle chiese. A ragione si tenevano in conto di doni votivi preziosi, e di essi facevasi menzione perfino nelle iscrizioni funerarie dei donatori. Grande era la spesa che occorreva per compilare un codice in pergamena, e la fatica laboriosa di trascriverlo e di alluminarlo, di gran lunga superava quella che gli orafi o i fonditori di metalli adoperavano a comporre i loro candelabri o i loro vasi[186]. Monaci periti dell’arte passavano la loro vita solitaria a copiare di quei codici delle sacre Scritture e dei Padri ecclesiastici, che eglino, con amore incredibile e con diligenza di pennello e di penna, solevano disegnare anzi che scrivere, parte a caratteri unciali romaneschi in lettere majuscole o minuscole, parte in più difficili caratteri longobardi; tratto tratto fregiavano i codici di miniature, e, di consueto, il primo dei disegni rappresentava lo scrivano, o l’abate che gliene dava incarico, o tutti e due, col codice in mano, in atto di offrirlo ad un qualche Santo[187]. La difficoltà dei caratteri non consentiva correntezza di mano al copista, e lo costringeva a dipingere[188]; oltracciò egli ornava il suo codice di lettere iniziali disegnate con grande arte in oro e a colori. Di queste opere sottili e belle, condotte con grande varietà di colori e con dovizie di arabeschi, fa testimonianza ancora oggidì il celebre Codice carolino della Bibbia, lavoro del secolo nono, che il convento di san Paolo custodisce come massimo tesoro suo[189].

Siffatti codici rivelano in pari tempo l’indole di quell’età in cui l’arte lottava contro a una barbarie profonda, le cui tracce sono segnate nelle sue fatture goffe e ancor sempre stecchite di durezza. La tempra del secolo nono e dei secoli successivi, come quella dei popoli Dorici, degli Egiziani e degli Etruschi antichi, ha qualche cosa di figurativo, di enimmatico e in generale di simbolico; lo dimostrano manifestamente il disegno e i caratteri della scrittura, l’uso dei monogrammi apposti nei documenti e nelle monete, e la consuetudine degli arabeschi. La moneta massimamente rivela in un modo sempre più fisso e preciso l’imagine della vita publica della sua età, e i denari pontificî di questo tempo sono impressi di caratteri bruttissimi nella scrittura e nel disegno[190].

§ 5.

Roma è immersa nella ignoranza. — I Romani sono superati dagli Arabi, dai Greci, dai Franchi e dai Tedeschi. — Soltanto il Papato ha suoi Cronisti. — Il _Liber Pontificalis_ di Anastasio. — Sua origine e suoi caratteri. — Traduzioni di Anastasio dal greco. — Biografia di Gregorio magno scritta da Giovanni Diacono.

Se l’Anonimo di Salerno fosse venuto a Roma nel tempo di Nicolò I, egli non avrebbe saputo numerarvi una schiera di trentadue filosofi, com’egli afferma di averne contato in sull’anno 870 nella florida Benevento[191]. Se Erchemperto, che fu continuatore della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, fosse uscito del suo dotto monastero di Monte Cassino (dove splendeva allora per grande valore l’illustre abate Bertario), e fosse venuto a Roma, lo avrebbe indotto a spavento l’ignoranza dei frati e dei cardinali: se Fozio, il patriarca di Bisanzio ch’era stato scomunicato da Nicolò I, avesse mosso suoi passi a Roma, il lume della sua scienza avrebbe sfolgorato come un portento in questa città, dove non era più alcun Romano, il quale sapesse distinguer per nome le statue dei savî e dei poeti dell’antichità, che annerite e mutilate duravano ancora in piedi nel cadente foro di Trajano.

Di contro alla cultura scientifica di Costantinopoli, Roma aveva cagione di coprirsi di vergogna profonda; perfino quei Saraceni d’Africa, che avevano messo a ruba i tesori del san Pietro e del san Paolo, potevano tenersi in conto di semidei se si paragonavano ai Romani ignoranti, e se guardavano alle università ed ai filosofi, ai teologi ed ai grammatici, agli astronomi ed ai matematici che fiorivano a Kairewan, a Siviglia, ad Alessandria, a Bassora e a Bagdad, Atene maomettana dell’Oriente. Lo splendore prodigioso della cultura dello spirito appo gli Arabi, influiva a infondere vita a Bisanzio. Questa città, sempre animata di uomini cavillatori e di sofisti, di pedanti e di fanatici, aveva un grande mecenate in quello stesso Cesare Bardane, che aveva discacciato il patriarca Ignazio; e nei suoi Principi, quali furono Leone il filosofo e, più tardi, Costantino Porfirogeneto figliuolo di lui, trovava discepoli zelanti di una sapienza pedantesca: in Fozio possedeva un novello Plinio o un Aristotele di età barbarica, il quale nella sua celebre «biblioteca» custodiva compendî e lavori critici che comprendevano lo stillato di dugentottanta Autori; e non era che una piccola parte della sua scienza.

I Bizantini avevano la coscienza della purezza, pur sempre relativa, della lingua greca, e questa fu che conservò la loro vita scientifica per un corso di secoli, ancora dopo che l’idioma latino si fu estinto: pertanto eglino guardavano con disprezzo alla barbarie di Roma. Michele imperatore, in una sua lettera indiritta a papa Nicolò I, gettava a larga mano lo scherno sui Romani, a cagione del loro latino che egli chiamava linguaggio «da Barbari e da Sciti»; e il modo che esso era parlato in bocca del popolo, o scritto dai notai e perfino dai Cronisti, dava del resto buon giuoco ai motteggi dei Bizantini eruditi. Il Pontefice rispondeva in un latino bello assai; fossene egli l’autore oppure la sua segreteria sempre esperta di stile, fatto sta che vi si metteva tutta l’arte a comporlo, e per fermo era la migliore apologia che oppor si potesse. E il Papa aveva agio di rispondere acconciamente all’Imperatore, essere ridicola cosa ch’egli pretendesse per sè il titolo di Imperatore dei Romani se non ne sapeva parlare la lingua, e se perciò barbarica l’appellava: tuttavolta gli argomenti che il Papa adoperava a difendere l’idioma di Cesare, di Cicerone e di Virgilio, sono rettoricumi frateschi, o attinti per ragione gerarchica all’autorità della religione cristiana e della croce, il cui titolo _J. N. R. J._, diceva, era scritto in latino[192].

Financo quei popoli di Germania e di Gallia, cui i Romani davano nome di barbari, continuavano a coprir Roma di vergogna, perocchè essi progredissero nella cultura del linguaggio e della scienza dei Latini: agli occhi dei cardinali della Città, un Incmaro di Reims passava per un vero miracolo. Muta s’era fatta in Roma la voce della poesia, fosse di tema religioso o di subbietto profano; ma nel tempo stesso in cui a mala pena avveniva che i Romani possedessero tanto ingegno da comporre qualche epigramma per i musaici delle loro chiese, per le porte della loro Città o per i sepolcri dei loro morti con un’accozzaglia di ritmi e di vocaboli barbarici, Cronisti franchi, quale era Ermoldo Nigello, dettavano le loro Storie in versi latini; e preti tedeschi, i cui padri erano vissuti tuttavia nel paganesimo, scrivevano nella gagliarda lingua primitiva del loro popolo, e poetavano quelle armonie evangeliche, di cui oggidì ancora ammiriamo la tempra originale. Nessun’opera teologica si compilava più in Roma. La storia della Città, la trasformazione memoranda che avea subita da Pipino e da Carlo in poi, non trovava pur un annalista, e intanto che Alemagna e Francia e la stessa Italia meridionale (dove nel venerando Monte Cassino si dava opera a scrivere la storia) ivano producendo un gran numero di Croniche, la ignavia oppure la ignoranza dei monaci romani seppelliva la Città in una tenebra profonda.

Peraltro, giusto in questo tempo, il Papato raccoglieva la sua Cronica antichissima, e in parte vi comprendeva tutto quello che ha maggiore importanza per la città di Roma di quell’età. Dopo che s’era costituito lo Stato ecclesiastico, dopo che aveva avuto incremento la potenza non solo dei Pontefici, ma anche dei Vescovi, i cui vescovadi erano altrettante ricche immunità, facevasi sentir più potente la necessità di tramandare ai posteri la storia delle Chiese, composta in una serie ordinata dei loro Vescovi e in forma di loro biografie. Il bisogno non era specialmente proprio di un solo paese, avvegnachè questo istesso tempo producesse parecchie collezioni di tal foggia, che avevano tutte a fondamento i cataloghi delle vite dei Vescovi, le loro lettere, i loro Regesti ed altri documenti. Fuor di Roma Agnello raccoglieva e scriveva la sua Storia dei Vescovi di Ravenna, opera barbarica ma preziosa, che sta a fianco del _Liber Pontificalis_; e Giovanni, diacono napoletano, compilava le Biografie dei Vescovi della sua bella terra natìa. Così appartiene pure a quest’epoca la collezione celebre delle Vite dei Papi, che è nota sotto il nome di Anastasio.

Anastasio ebbe il titolo di «bibliotecario», che lo distinguette dal ribelle Cardinale dell’istesso suo nome; visse a’ tempi di Nicolò I, e tuttavia a quelli di Giovanni VIII. Se non abbia dettato di sua mano altre biografie fuor di quelle dei suoi contemporanei, forse da dopo di Leone IV, e, sopra tutte, quella di Nicolò I, che è per vero dire assai poco copiosa, è pur probabile ch’ei raccogliesse il restante; per lo meno la tradizione ebbe raccomandato al nome di lui questo lavoro. Le Biografie, che hanno cominciamento da san Pietro fondatore del vescovato di Roma, furono, dal terzo secolo in poi, continuate in forma di registri riuniti in ordine di calendario e di cataloghi sugli anni di reggimento e sulle geste dei Papi: dopo di Gregorio magno, a compilarle, si trasse giovamento anche dalle epistole e dagli atti dei Pontefici. In tal guisa, da questa materia sempre più perfetta e abbondante ebbero origine le Biografie dei Papi continuate in forma officiale, e, durante il periodo dei Carolingi, contengono dovizia massima di notizie. La loro tessitura non ha la forma degli annalisti, e questo ne rende difficile l’uso; sono un ammasso mal composto di notizie assai esatte delle edificazioni e dei doni votivi di Roma, e di veri avvenimenti storici. Brutto ne è lo stile al paro della trattazione, e la lingua è ben diversa da quella della segreteria romana, di cui l’andatura spigliata, franca e robusta ci induce a meraviglia anche adesso, quando leggiamo i Regesti di Nicolò I e di Giovanni VIII, che per buona ventura giunsero fino al tempo nostro. Ma il valore di quelle Biografie è inapprezzabile, avvegnaddio sieno ricavate dalle origini più sicure e genuine; e, senza di esse, la cognizione della vita del Papato e altresì della città di Roma, sarebbe per lunghi secoli involta in completa oscurità. Ora il _Liber Pontificalis_ nella nota sua forma s’interrompe colla vita di Nicolò I, così che, abbastanza presto nella nostra Storia, avremo a deplorare l’inaridirsi di questa fonte. Vi fanno seguito soltanto le aggiunte Biografie di Adriano II e di Stefano V, che sono attribuite a Guglielmo bibliotecario[193].