Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 9

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Precisamente un giorno prima dell’ordinazione del novello Pontefice, Lodovico era diventato solo Imperatore. Lotario aveva diviso il suo Impero tra’ figli suoi; affralito d’animo e infermiccio di corpo, torturato dai rimorsi (lo spettro del padre suo gli vagolava sempre davanti con grandi terrori), egli s’era coperto della cocolla di frate benedettino nel convento di Prüm presso a Treviri, ed ivi era morto addì 28 del mese di Settembre[156]: la città di Roma non si mostrò pur accorta di quella morte. Durante il breve pontificato di Benedetto III, la storia propria della Città è vuota d’avvenimenti. La Cronica pontificia narra di ripetute inondazioni del Tevere che recarono gravi devastazioni; del rimanente essa riempie la Biografia del Pontefice soltanto colla enumerazione di doni votivi e di riparazioni di chiese, fra le quali merita che si tenga nota della restaurazione data alla tomba di san Paolo ch’era stata distrutta dai Saraceni.

Benedetto coltivò relazioni d’amicizia con Bisanzio. Un dì l’imperatore Michele spedì a Roma Lazzaro monaco e pittore, che recava al Pontefice un magnifico libro degli Evangelî rilegato in oro e coperto di pietre preziose: era per certo opera delle mani del messaggiero, che lo aveva ornato di miniature. Possiamo imaginare che i pittori romani avranno fatto ressa intorno a questo artista bizantino, per mostrargli i loro lavori e per averne consiglio o lodi[157].

§ 2.

Nicolò I è eletto papa. — Rende soggetto a sè l’Arcivescovo di Ravenna. — Scoppia lo scisma greco di Fozio. — Relazioni di Roma coi Bulgari. — Legati bulgari di re Bogori vengono a Roma. — Formoso va missionario in Bulgaria. — Roma tenta di farne una sua provincia ecclesiastica. — Costituzione data da Nicolò I ai Bulgari.

Benedetto III moriva nel giorno 8 di Aprile dell’anno 858, in quello che Lodovico aveva abbandonato Roma, dove era venuto per ragioni che ci sono ignote. Appena che l’Imperatore udì della morte del Papa, tornò difilato alla Città affine d’impedire, colla sua presenza, che la elezione pontificia avvenisse contrariamente alla legge. Lodovico seppe indurre i Romani a raccogliere i loro voti sul diacono Nicolò, uomo di nobile stirpe, figlio di Teodoro regionario, e illustre per qualità così rare d’ingegno e di animo, che tenne grandissimo luogo in mezzo ai Pontefici. L’eletto fu consecrato in san Pietro sotto agli occhi dell’Imperatore; indi Lodovico, poichè ebbe assistito alle solite feste dell’ordinazione, si partì della Città[158]. L’estimazione ch’egli dimostrò a Nicolò, il quale contava molti avversarî fra il clero, e la gratitudine di cui questo Pontefice non mise indugio di fargli testimonianza, fanno supporre che i due uomini fossero legati con vincoli di amicizia personale. Uscito di Roma, l’Imperatore fe’ sosta in vicinanza a san Leucio, dove oggidì sono le ruine di Torre del Quinto. Ivi ricevette visita da Nicolò, che vi andò accompagnato dal clero maggiore e dalla nobiltà. L’Imperatore gli corse incontro; lungo un tratto di via condusse per le briglie il cavallo del Papa, lui accolse ospite nella sua tenda, lo rimandò con ricchi regali, e quando il Pontefice s’accomiatò, s’abbassò nuovamente a guidarne il palafreno. In questo atteggiamento superbo di contra ad un Imperatore che gli si umiliava dinanzi così profondamente, Nicolò I diede principio al suo pontificato.

Avvenimenti di gravissima natura resero massimamente difficile quel reggimento, chè le chiese nazionali giusto in questo tempo si sollevarono a loro lotte contro la incominciante monarchia del Papato. Ma Nicolò stette saldo e risoluto; tenne testa contro a Re ed a Vescovi, scagliò anatemi contro Bisanzio, diede sapienti costituzioni a popoli barbari, come altra volta aveva fatto Gregorio magno; nè baroni o cardinali di Roma osarono di ribellarsi sotto il severo occhio di lui che li dominava.

Nel primo anno del suo pontificato Ravenna si mostrava reluttante all’obbedienza. Quell’arcivescovo Giovanni non prestava reverenza al primato del Papa, e attentava di farsi independente nel suo territorio, dove trattava da principe con laici e con preti, incamerava beni, scomunicava Vescovi, e ad essi ed agli officiali pontificî vietava che andassero a Roma. Ai nunzî del Papa protestava, che l’Arcivescovo di Ravenna non era tenuto di comparire innanzi ad un Sinodo romano: tre volte Nicolò gliene faceva invito, finalmente lo scomunicava. Giovanni allora andava a Pavia da Lodovico imperatore, e dappoi, accompagnato da legati di questo, veniva a Roma; però Nicolò gagliardamente respingeva qualsiasi intromissione dell’Imperatore, ed allora l’Arcivescovo si partiva della Città. Tosto vi capitavano ambasciatori dell’Emilia e della nobiltà di Ravenna, chiedendo al Papa che andasse egli in persona a quelle terre, affine di salvarle dagli arbitrî dell’Arcivescovo e del fratello di lui[159]. Giovanni non s’aspettava la venuta del Papa, e mentre faceva ritorno all’Imperatore, Nicolò veniva fra i Ravennati, e rimetteva a quiete i cittadini col riporli in possesso dei loro beni. L’Arcivescovo si sottomise; il Papa lo assolse, ma gli impose obligo di presentarsi a Roma una volta all’anno, gli vietò di consecrare vescovi nell’Emilia senza che ne ottenesse licenza da Roma e prima che fossero eletti dal Duce pontificio, dal clero e dal popolo[160]. Gli proibì di torne tributi e di porre impedimento ai loro viaggi a Roma, e gli statuì che in tutte le controversie dovesse assoggettarsi alla sentenza del tribunale di Ravenna, cui assistevano il _Missus_ pontificio e il _Vestararius_ di quella città[161]. Dopo che Giovanni ebbe sottoscritto a questi decreti sinodali, partì di Roma, e Nicolò ne conseguì un vero trionfo, anche da signore temporale dell’Emilia e della Pentapoli.

Più grave fu la controversia che di questo tempo ebbe incominciamento contro a Bisanzio, e condusse ad uno scisma senza riparo, che mise al colmo la separazione fra Roma e l’Impero greco. Però gli avvenimenti che vi si associano e nei quali rifulgono i nomi di Fozio e di Ignazio, escono fuor della cerchia in cui si rinserra la storia della Città, laonde in questa non ponno accennarsi che soltanto di volo[162]. Nel Dicembre dell’anno 857, gli intrighi di Barda, ministro onnipossente, avevano indotto l’imperatore Michele a deporre del suo officio Ignazio, patriarca ortodosso; e Fozio protospatario, uomo che per dottrina si levava di gran lunga sopra quella dei tempi suoi, passava addirittura dal ceto laicale al seggio patriarcale di Bisanzio. S’accese in Oriente una gran lotta fra i seguaci d’Ignazio e quelli di Fozio; le fazioni sporsero appello a Roma; i legati pontificî, Radoaldo vescovo di Porto (che anticamente era stato fautore del ribelle cardinale Anastasio) e Zaccaria di Anagni si lasciarono corrompere dall’oro, e protestarono che l’esaltamento di Fozio era avvenuto di buona ragione. Il Pontefice scagliò l’anatema sui traditori dei suoi voleri; convocato un sinodo romano nell’Aprile dell’anno 863, vi condannò Fozio, e, minacciandolo di scomunica, gli impose di scendere del trono patriarcale. Era un via vai di legati fra Roma e Bisanzio; dalla controversia delle imagini in poi, Roma non aveva visto fra le sue mura una moltitudine così numerosa di Greci. Per verità, adesso gli Spatarî imperiali non recavano più doni di libri magnifici di Evangelî, ma lettere cui dettavano l’odio e lo sprezzo. La controversia assunse una piega dogmatica, non sì tosto che Fozio ebbe formulati gli articoli che egli rinfacciava alla Chiesa latina, siccome ereticali: il suo digiuno del sabato, l’uso del latte e del cacio che essa permetteva nella prima settimana della quaresima, il celibato dei suoi preti, e soprattutto quel _filioque_, onde significavasi la fede che lo Spirito Santo fosse proceduto anche dal Figliuolo: opinioni e cose che per felice ventura non scalderebbero più gli intelletti della nostra età, ma che, in secoli nei quali la gente umana aveva perduto la virtù di studiare problemi alti e condegni della ragione filosofica, bastavano a mettere incendio negli animi e ad evocare quella grande scissura che or separa per sempre le due Chiese. Fozio, alla sua volta, scagliò contro il Pontefice l’anatema, ma nell’anno 867, dopo che fu assassinato l’imperatore Michele, ei fu deposto da Basilio succeditore di questo: per tal modo l’acerba lotta durò tutt’intiero il pontificato di Nicolò.

Le contese coll’Oriente rinfocolarono più veementi a causa anche delle fauste relazioni che Roma contraeva con un popolo barbarico, proprio ai confini di Bisanzio. Quando Gregorio magno aveva steso la sua mano paterna alle ultime terre di Britannia per bandire in mezzo agli Anglosassoni le leggi della Chiesa romana, Bisanzio non se n’era dato pur mente; ma che Nicolò tentasse di accogliere nel seno e nelle costumanze della Chiesa romana i Bulgari, quest’era intendimento che doveva destare in altissimo grado la gelosia dei Greci. Da alcuni secoli quel formidabile popolo slavo aveva sue sedi sulla riva meridionale ed esterna del Danubio, in un territorio ubertoso, diviso in dieci comitati. Esso conduceva vita vagante, saccheggiando le pianure dell’Istro e le steppe che si stendono fino al Don; aveva spesso combattuto contro ai Conti franchi in Pannonia, e aveva trattato seco loro per ragione dei confini; si spingeva ben dentro nelle province dell’Epiro e della Romania, e più di un esercito bizantino aveva dovuto soccombere sotto ai colpi delle sue frecce micidiali. Fin dall’anno 811, il feroce Re dei Bulgari beveva il suo vino entro una tazza formata del teschio di un Imperatore bizantino, mentre sedeva solo a mensa, circondato dai suoi terribili guerrieri che mangiavano il grossolano loro cibo, assisi sopra scanni a reverente distanza, o accoccolati sul nudo terreno[163]. Quella coppa era composta col cranio, cerchiato in oro, dell’ipocrita Niceforo che aveva rovesciato del trono Irene imperatrice; in quell’uso, per la prima volta, esso s’era fatto vase di qualche generosa cosa. In mezzo alle orde selvagge dei Bulgari, il Cristianesimo s’aveva sgombrato la via, venendo di Bisanzio, per opera di Costantino, ossia di Cirillo apostolo degli Slavi. Re Bogori, che tenevasi in pace con Lodovico imperatore, nell’anno 861 s’era fatto battezzare con rito greco sotto nome di Michele; il partito pagano dei suoi maggiorenti, che aveva attentato alla sua vita, era stato vinto da lui coll’ausilio dei Santi celesti, ossia col fendente della sua spada e col coraggio di lui, guerriero valoroso; ora poi il Re spediva suoi ambasciatori a Roma[164]. S’eran destati dei dubbî nell’animo suo intorno al modo con cui fosse a darsi battesimo al popolo dei Bulgari; probabile è che lo mettessero in forse le contraddizioni dei missionarî che venivano nella sua terra, dove il prete latino e il greco facevano a chi più lavorasse l’uno a danno dell’altro; laonde molte incertezze s’avevano fatto strada nello spirito ingenuo del Re, che fino a quell’ora aveva tratto dì felici nella beata ignoranza della sua vita pagana. Il possedimento della cattedra patriarcale di Bisanzio era a quel tempo oggetto di un’acerrima disputa fra due pretendenti, perlochè Bogori si volgeva a Roma, alla fonte remota e santa della dottrina cristiana, per averne lume di consigli e soccorso di sacerdoti.

Gli ambasciatori bulgari, che erano gli uomini maggiori di lor terra, capitanati dal figliuolo stesso del Re, giunsero a Roma nell’Agosto dell’anno 866. Fra i ricchi donativi che portavano seco, trovavansi anche le armi vittoriose che il Re aveva impugnato durante la sua guerra contro i ribelli; le votava a san Pietro. La novella di ciò accese peraltro la collera di Lodovico, che omai s’era istizzito contro il Papa: l’Imperatore era allora a Benevento. Chiese che gli si consegnassero le armi e gli altri doni dei Bulgari; può darsi che ei reputasse non convenirsi tai segni di vittoria al san Pietro, e li bramava per sè, quali trofei guerrieri di una nuova provincia della Bulgaria, che egli sperava di riunire all’Impero suo. Qualche cosa Nicolò ne concedette; il resto, scusandosi, tenne per sè[165]. Del resto i Bulgari furono accolti a braccia aperte in Roma. Due Vescovi elesse il Papa, affinchè andassero a portare l’insegnamento apostolico in Bulgaria; furono Paolo di Populonia e Formoso di Porto, al quale era serbata più tardi la corona pontificia. Con loro partì un’ambasceria mandata a Costantinopoli, che, passando dal regno dei Bulgari, doveva andare a quella città. Felicemente arrivarono i nunzî nella contrada, ma i legati che erano spediti a Bisanzio non furono lasciati passare oltre al confine, e dovettero tornarsene con vergogna[166]. Formoso e Paolo però andarono battezzando senza posa turbe intiere di Bulgari; discacciarono i missionarî greci, indussero il Re ad accogliere soltanto preti latini e culto romano; ed anzi l’accorto Formoso giunse ad ottenere che un’ambasceria spedita al Papa, lui domandasse ad arcivescovo di Bulgaria[167]. Ma Nicolò respinse quelle istanze, perocchè non volesse torre a Porto il suo Vescovo, e mandò in gran fretta due altri Vescovi e preti molti alla lontana terra, comandando che l’Arcivescovo si eleggesse tra questi.

Ancor prima, egli aveva acchetate le dubbiezze puerili dei Bulgari; e i suoi precetti, raccolti sotto il titolo di _Responsa_, formano quasi un codice di costituzioni civili accomodate all’uso di una nazione rozza; la loro ragione pratica e mite è tale da ispirarci altissima reverenza della mente del Papa. Avvi appena un dovere o una evenienza della vita civile su cui gl’inesperti Bulgari non chiedessero consiglio; domandavano quale dovesse essere il rito delle loro nozze, quale il tempo in cui potessero consumare l’atto conjugale, a che ora dovessero pranzare, come vestire, se potessero giudicare gli uomini delinquenti: ond’è che fanno sovvenire dei selvaggi del Paraguay e della costituzione impartita a queste genti dai Gesuiti. Dicevano che fin allora avevano costumato di inalberare come vessillo nelle loro battaglie una coda di cavallo, e chiedevano che cosa dovessero introdurre fra loro in cambio di questo simbolo di cavalleria turchesca: il Papa alla coda di cavallo sostituiva la croce. Narravano che prima di appiccare la mischia avevano usato di ogni sorta di incantesimi pagani per impetrare dagli Dei il trionfo; il Papa consigliava loro che, a vece di quelle ceremonie, pregassero nelle chiese, aprissero le carceri, liberassero gli schiavi e i prigionieri di guerra, mandassero consolati i deboli afflitti. Chiedeva il Re se fosse cristiano costume quello suo di pranzare superbamente solitario, separato dalla Regina e da’ suoi guerrieri; rispondeva il Papa ammonendolo all’umiltà e dicendogli che gli antichi Re famosi avevano accondisceso a cibarsi alla stessa mensa coi loro amici e coi loro schiavi. Allorchè poi gli rivolsero una domanda, ch’era piuttosto d’ordine politico che pratico, quando cioè gli chiesero quali Vescovi dovessero venerarsi da veri patriarchi, Nicolò afferrò la propizia opportunità per rispondere con discorso lungo e con voce alta sì, che stuzzicasse le orecchie anche a Bisanzio. Primo di tutti i Patriarchi, disse, è il Papa di Roma, la cui Chiesa fu fondata dagli apostoli Pietro e Paolo; tiene luogo secondo Alessandria, dacchè fu costituita da Marco santo; terza è Antiochia, perocchè Pietro, prima di venire a Roma, abbia governato quella Chiesa. Sono questi i tre Patriarcati veramente apostolici. Per contro, Costantinopoli e Gerusalemme non possono pretendere a tanta autorità; la sede di Costantinopoli non ebbe a fondatore apostolo alcuno, e il Patriarca di questa città appellata novella Roma, è nomato pontefice soltanto per favore degli Imperatori, non già per intima ragione di diritto[168].

Questi e simiglianti articoli conteneva la costituzione data da Nicolò I ai Bulgari; fu essa uno dei più mirabili monumenti del pontificato di questo uomo illustre, monumento eziandio dell’operosità pratica e dell’accortezza della Chiesa romana, la quale, tutto ad un tratto, senza violenza d’armi e di tribunali, seppe introdurre lingua e costumi romani in un paese che, da dopo i tempi di Valente e di Valentiniano, non era stato più calpestato da alcun uomo latino: così la Chiesa di Roma imprendeva a guadagnarsi una novella provincia nel remoto Oriente. In verità, le relazioni che si conchiusero tra Nicolò e re Bogori, pur d’indole sì diversa, non furono per Roma meno gloriose delle vittorie che un dì Trajano aveva riportate su re Decebalo in quelle terre che il Danubio bagna. Però la provincia di Bulgaria non rimase lungo tempo sotto il dominio religioso di Roma; per forza naturale delle cose cadde in balìa dei Greci.

§ 3.

Si contende a cagion di Gualdrada. — Nicolò condanna il Sinodo di Metz, e depone Guntero di Colonia e Teutgaudo di Treviri. — Lodovico II con grande ira viene a Roma. — Le sue soldatesche commettono eccessi di violenza nella Città. — Arroganza degli Arcivescovi tedeschi; fermezza e trionfo del Papa.

Intanto che Nicolò cercava di far romana la giovane Chiesa dei Bulgari, intanto che combatteva contro allo scisma di Bisanzio e mirava con grave cura dell’animo i progressi dei Maomettani in Sicilia e nell’Italia inferiore, egli si vedeva in pari tempo trascinato ad una lotta così veemente colla casa regale e colla Chiesa dei Franchi, che lo prendeva trepidanza perfino di uno scisma franco. Ne porgevano occasione i casi avventurosi di alcune donne illustri. Il costume morale publico (se di esso parlar si possa in quel secolo) era offeso da alcuni avvenimenti rilevanti, ma non insoliti. Giuditta, figlia di Carlo il Calvo e vedova di Etelwolfo, s’era sposata a Etelbaldo figliastro di lei, senza che questa unione fosse tenuta in conto di immorale. Morto il suo novello marito, tornava ella in Francia; la donna voluttuosa destava le brame di Balduino conte, e questi se la rapiva: re Carlo faceva che un Sinodo pronunciasse contro a lui la scomunica, ma allora gli amanti si rivolgevano al Papa, il quale riconciliava con loro il padre. Nello stesso torno di tempo un’altra femmina si acquistava nominanza con sue dissolutezze. Ingiltrude, figlia di Mactifredo conte, maritata al conte Bosone, fuggiva dalle case del suo sposo, andava lunghi anni menando nel mondo una vita randagia in mezzo ai piaceri, e fra le braccia dei suoi ganzi non badava all’anatema che il Papa le scagliava. Però la sventura d’una Regina e il trionfo sfacciato d’una concubina regale, seppellivano nell’ombra le sorti di quelle femmine.

Lotario di Lorena, fratello dell’Imperatore, ripudiava Tiutberga sua sposa, a cagione di Gualdrada sua amanza. Questo dramma conjugale levava a grande commovimento paesi e popoli, Stato e Chiesa, ed offriva al Papa opportunità di sollevarsi a tanta altezza, che gliene veniva splendore più chiaro di quello che gli avrebbero procacciato dispute di dogmi teologici. Il diportamento di Nicolò I di contro a questo scandalo regio, fu quale si conveniva ad animo saldo e invitto; in lui la podestà sacerdotale apparve essere forza morale che salva la virtù e punisce il vizio: forza per verità necessaria in un tempo barbarico, nel quale non era ancor sorta quella potenza della opinione publica che è giudice anche dei Principi. La rejetta Regina, coperta di onta inventata dalla calunnia, privata della corona che Lotario aveva già posto in capo della favorita, invocava il soccorso del Papa. Questi commetteva al Sinodo di Metz di pronunciare sentenza, e minacciava di scomunica l’adultero regale se innanzi a quel tribunale non comparisse. I legati del Papa, fra i quali trovavasi Radoaldo di Porto, quegli stesso che dapprima s’era venduto a Bisanzio, erano inchinevoli alla forza dell’oro, che in tutti i tempi esercitò sui Romani un’attraenza irresistibile. Eglino pertanto non produssero le lettere pontificie, ma protestarono che il matrimonio di Lotario era stato disciolto a buon dritto, e che Gualdrada gli era legittima moglie: tanto per far qualche cosa, mandarono a Roma Guntero, arcivescovo di Colonia, e Teutgaudo di Treviri, affinchè sottoponessero le deliberazioni del Sinodo al giudizio del Papa. Fra i molti Vescovi che, cupidi di immunità regali e di donazioni, secondavano senza coscienza i desiderî di Lotario, quei due uomini erano i suoi più stretti e fidi: d’altronde essi tenevano le parti della monarchia per porla di mezzo fra l’Episcopato e la supremazia pontificia. Venuti a Roma, produssero gli atti di Metz, pieni di speranza di guadagnare il Papa colle loro persuasioni; ma Nicolò per tre settimane non se li lasciava accostare, indi comandava loro di comparire innanzi al Sinodo che s’era raccolto in Laterano; e senza lasciar loro adito di difesa, senza esame, senza accusa, senza intervento di Vescovi franchi, pronunciava la loro deposizione e gli scomunicava, in quello che senza più cassava le statuizioni del Sinodo provinciale di Metz[169]. Tutto questo accadeva nello autunno dell’anno 863.

Gli Arcivescovi, frementi d’ira, corsero con quanta fretta erano capaci, a Benevento, dov’era l’Imperatore. Si dolsero della violenza patita, gli dissero che nella persona di loro il Papa aveva offeso Lotario fratello suo, anzi lui stesso; gli rappresentarono che la signoria sconfinata del Pontefice minacciava di gran pericolo la maestà imperiale e la regia, ed eziandio la Chiesa franca; le loro parole misero il fuoco addosso a Lodovico. Questi allora mosse tosto con un esercito su Roma, accompagnato da Engelberga, sua donna, e dai due Arcivescovi, dacchè egli voleva costringere il Papa a rimetterli nella loro dignità. Entrò nella Città che era il mese di Febbraio dell’anno 864[170]. Poichè si era sparsa voce ch’ei veniva con intendimenti ostili, il Papa aveva ordinato dappertutto digiuni e letanie, e una mestizia desolata si spandeva per la Città tutta quanta. L’Imperatore poneva dimora nel palazzo vicino al san Pietro; ma il Papa non andava a fargli omaggio, e si teneva chiuso in Laterano, dove attediava il cielo con orazioni incessanti contro «il malefico Principe.» Indarno i baroni di Lodovico significavano al Papa che con quei modi di provocazione malaccorta ei non faceva altro che aggiungere fiamma alla collera dell’Imperatore; le processioni non finivano di percorrere in tutti i versi le vie della Città. Una di esse s’incamminava verso il san Pietro e stava per ascendere i gradini dell’atrio, allorchè alcuni vassalli e armigeri di Lodovico, istizziti dei rifiuti del Papa, si scagliarono sovra ai preti; li conciarono a nerbate, li gettarono a terra, rovesciarono i vessilli ecclesiastici, e fecero in pezzi la croce di sant’Elena, nella quale, secondo la credenza che allor correva, era racchiuso il legno della vera croce: quelli della processione si salvavano dandosela a gambe[171]. Un simile spettacolo non si era mai visto in Roma dacchè aveva avuto fondazione l’Impero dei Carolingi: parve rotta l’armonia fra il Papato e l’Impero, e per la prima volta scoppiarono dentro della Città gli odî di nazione fra Germani e Romani.

Narrò la fama che il Papa in gran secreto si fosse messo in una barca, e pel Tevere fosse fuggito in san Pietro, dove avesse passato due giorni e due notti senza torre cibo o bevanda, e si sparse voce che la morte avesse colpito il Franco spezzatore della croce di santa Elena, e che l’Imperatore fosse infermato di febbre. L’Imperatrice allora s’inframmise fra Nicolò e il suo sposo per compor pace.