Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8
Part 13
S’affrettava d’andare a Traetto, che apparteneva alla Chiesa, per comporvi una lega di Principi, in quello che la flotta greca, sotto gli ordini di Gregorio e di Teofilatto, recava una sconfitta ancor maggiore ai Saraceni nel mare di Napoli. Tosto dopo, egli attizzava colà una rivoluzione. Atanasio vescovo, s’impadroniva di Sergio fratel suo, lo orbava degli occhi, e in quello stato lo mandava a Roma, dove il Papa lo faceva languire in un carcere. Il fratricidio, opera di un Vescovo, fu da lui, Papa, tenuto in conto di un fortunato evento politico; l’assassino era pagato a peso di quell’oro onde prima aveva stipulato il patto, e riceveva una lettera di lode[239]. A siffatte enormezze le necessità terrene del reame strappavano il Pontefice, facendogli dimenticare quelle virtù apostoliche del sacerdozio, che moralmente non potevano accordarsi col regno mondano.
Poco dopo però, avvenimenti che succedevano nella primavera dell’anno 878, costringevano Giovanni VIII a fuggire in Francia, e facevano tramontare i disegni che egli andava volgendo sull’Italia inferiore. Innanzi che lasciasse Roma, ei si vedeva perfino costretto a comprare la pace dai Saraceni con un tributo annuo di venticinque mila «mancusi» d’argento[240]. Alcun tempo prima aveva conchiuso un trattato cogli Amalfitani, i quali in esso s’erano obligati di pagargli l’annua moneta di diecimila «mancusi», e di difendere con loro navi la costiera che si stendeva da Traetto a Civitavecchia; non pertanto egli si crucciava di stizza, dappoichè, prima che abbandonasse Roma, quella Republica non aveva ancora adempiuto al patto[241]. Tornato di Francia nell’anno 879, si vide ingannato. Lo scellerato Atanasio, ch’era in pari tempo vescovo e duca di Napoli (e perciò in piccole proporzioni riproduceva l’imagine del Papa), seguiva le vie del fratello Sergio; nè aveva ritegno di conchiudere alleanza cogli Infedeli, chè questa giovava a proteggerlo contro all’Imperatore di Bisanzio, con cui il Papa andava adesso d’accordo. Invano Giovanni si recava nuovamente a Gaeta ed a Napoli, invano profondeva ivi il suo oro, invano scagliava il suo anatema contro il traditore. Anche gli Amalfitani si beffavano di lui; quegli astuti mercanti tenevano serrati nei loro scrigni i diecimila «mancusi», protestavano anzi che per ragione di patto ne avevano eglino un credito di dodicimila, e continuavano a tenersi le loro navi e a trattare da alleati coi Saraceni. Giovanni gli scomunicò, e rade volte un Papa ebbe usato di tanti anatemi quanti egli lanciò: erano ormai le armi solite che s’affilavano nell’armeria del Laterano[242].
D’allora in poi, ogni anno più, le cose dell’Italia meridionale, longobarda e greca, andarono peggiorando; Saraceni e Greci saccheggiavano quei campi ubertosi, e spesso combattevano, uniti coi Napoletani sotto la stessa bandiera, contro a Salerno. Pandolfo di Capua, che si voleva costringere a riverire la signoria suprema del Papa, chiamava i Maomettani nella sua terra franta in pezzi[243]: così la temenza in cui Principi cattolici erano messi di fronte alle pretese mondane di un Pontefice, era una delle ragioni più essenziali che permettevano ai Saraceni di afforzarsi nel mezzodì d’Italia. Se si pon mente alla storia di quel paese in quell’età, l’animo è preso di smarrimento, poichè non vi si mira che audaci astuzie, ed arti d’inganno, e brutale ferocia d’indole.
Atanasio vescovo fece accoglienze agli Arabi, alleati suoi contro a Roma ed a’ Greci, tenendoli nelle vicinanze della sua città, dove eglino si appostarono appiè del Vesuvio. Vi si fortificarono intorno all’anno 881; posero stanza in Agropoli prossimamente a _Paestum_; chiamati in soccorso da Docibile duca di Gaeta, che viveva in timore del Papa, ne ottennero primamente di porre un accampamento presso a Itri, indi piantarono sede sulla destra sponda del Liri o Garigliano, in vicinanza alle ruine di quel Minturno, nelle cui paludi anticamente s’era celato Mario fuggente. Colà si edificarono un grande castello, e per quarant’anni si mantennero in possesso di quel terribile nido di predoni. Dal Garigliano andavano correndo la bella Campagna, facendo stragi e saccheggiamenti; perfino i celebri conventi di Monte Cassino e di san Vincenzo sul Vulturno, sedi solitarie e fiorenti della cultura, erano arsi dalle fiamme, e per lungo tempo rimanevano cumuli di ruine[244].
Per ciò che riguarda Roma, soli documenti di quella terribile pressura che le davano i Saraceni, rimangono le lettere di Giovanni. Di questo Papa perì un altro grande monumento, la cui erezione aveva avuto origine dal pericolo sovrastante. Giovanni VIII circondava la basilica di san Paolo con un muro, sì come Leone IV aveva fatto per il san Pietro. Il colle roccioso che s’alzava in vicinanza al san Paolo offeriva eccellente appoggio ad un fortificamento; può darsi che il Papa vi edificasse un castello, ma, più probabilmente, giovandosi del portico che dalla porta conduceva alla chiesa, egli cingeva di muraglia tutto il sobborgo che ivi era, e vi imponeva nome di «Giovannipoli». Di questo monumento glorioso non è rimasta la menoma traccia. Nessun Cronista parla della edificazione della città «Giovannina», e notizia della sua fondazione abbiamo soltanto dalla copia dell’epigramma che leggevasi sopra una porta della nuova fortezza:
«Qui è il muro salvatore e la porta invitta che tien lontani i reprobi e fa accoglienza agli uomini pii. Di qui entrate, genti illustri, vecchi e giovani togati, popolo sacro di Dio, che movete ai santi limitari della chiesa. Con rito condegno la edificò Giovanni, vescovo di Dio, che rifulse di splendido costume e di meriti eccelsi, e dal nome di Giovanni ottavo papa, la veneranda città si appella Giovannipoli. L’angelo santo del Signore, con Paolo principe, segga alla custodia di questa porta, e ne respinga sempre l’iniquo nemico. Papa Giovanni, che siede trionfante sulla cattedra apostolica, la costruì insigne, d’ampio muro cingendola. Così, dopo morte, a lui si schiuda la porta del regno celeste; glielo conceda Cristo, Dio misericorde[245].»
CAPITOLO SESTO.
§ 1. Relazioni difficili di Giovanni VIII con Lamberto e coll’Imperatore. — Il Papa conferma una seconda volta la dignità imperatoria di Carlo il Calvo. — Sinodi di Roma e di Ravenna nell’anno 877. — Decreti di Giovanni, riguardanti i patrimonî. — I beni della Camera pontificia. — Tentativi infruttuosi di resistenza alla feudalità. — Carlo il Calvo muore. — Trionfa la parte tedesca. — Comportamento minaccevole di Lamberto e dei fuorusciti. — Lamberto assale Roma e fa prigioniero il Papa. — Giovanni VIII fugge a Francia.
I Saraceni e il disordine delle cose d’Italia ci ebbero distolto un tratto dal por bada agli avvenimenti, che derivarono dalle relazioni costituitesi fra la Città e l’Impero. Le difficoltà che premevano su Roma, erano cresciute anche da questa parte. Lamberto, novellamente riposto nel suo ducato di Spoleto, faceva quanto era possibile per aggrandire i torbidi d’Italia, perocchè essi favorissero le sue speranze rivolte a conseguire independenza, e potere ancor maggiore. Roma aveva provato un tempo quanto pesasse la sua mano; i maggiorenti condannati da Giovanni avevano cercato rifugio presso di lui, e, come sogliono fare i fuorusciti, lo colmavano d’instanze affinchè li riconducesse in patria. Fra l’Imperatore e il Papa era calata una densa nube di sospetti, ai quali porgevano alimento le mire dei figliuoli di Lodovico il Tedesco, avvegnadio questi Principi per parte loro fossero sempre desiderosi di conseguire il possedimento d’Italia. Perfino i rapporti d’amicizia che esistevano fra Roma e l’Imperatore greco, i cui generali facevano nuovamente comparsa nel mezzogiorno d’Italia e spesso erano vittoriosi, aumentavano le diffidenze di Carlo il Calvo; e la coscienza della sua debolezza aguzzava il sospettare. Egli aveva dato ai Romani ragioni sufficienti di deplorare la sua elevazione all’Impero, e di desiderare che un altro Imperatore sottentrasse in vece di lui. Le lettere che Carlo scriveva a Giovanni non possediamo; ma uno scritto del Papa pone in luce lo stato delle cose. Lamberto, in nome dell’Imperatore, aveva chiesto ai Romani degli ostaggi; Giovanni con forte animo gli aveva niegati. Il Papa protestava di non poter mai credere che ciò fosse volontà dell’Imperatore, scriveva a Lamberto che la nobiltà romana preferirebbe la morte piuttosto che accedere a quella inaudita domanda, lo pregava che non s’isturbasse di venire a Roma, e lo accertava che, anche senza l’intervento di lui, il raffreddamento tra l’Imperatore e i Romani si dissiperebbe, nè più nè meno che se fosse una ragnatela[246].
Il Papa si giustificava tosto dopo del sospetto che l’Imperatore nutriva sulla fedeltà sua e dei Romani, e facevalo in quel notevole Concilio che egli raccoglieva a Roma nel Febbraio dell’anno 877. La necessità lo rendeva più pieghevole, e lo sprezzato Impero ne guadagnava ancora una volta d’importanza. Il Sinodo confermava novellamente la dignità imperiale di Carlo; di tal guisa dovevano andarne ferite nel cuore le pretese dei figliuoli di Lodovico di Germania (ch’era morto addì 28 di Agosto dell’anno 876), e volevasi risparmiarne una scissura nell’Impero. L’angustia in cui lo tenevano i Saraceni e i profughi, l’aspettazione di soccorso da parte dell’Imperatore, la temenza di Lamberto e dei Principi tedeschi, erano cagione che il Papa, tenendo discorso ai Vescovi congregati, spargesse il suo linguaggio di espressioni ispirate ad un’adulazione indegna e invereconda. Poteva darsi che Carlo il Calvo meritasse qualche lode per le cure che aveva rivolto agli studî scientifici; la Chiesa romana avrà potuto anche tenere in pregio quest’omaccino debole, come fatto aveva un tempo di Onorio, perocchè a lui andasse debitrice di concessioni parecchie; ma le apologie di Giovanni dovevano spargere il ridicolo, innanzi agli occhi di tutti, su questo fantoccio d’Imperatore. Il Papa lo appellava stella di salvamento che era sorta sulla terra, affermava che Dio aveva predestinato la sua elezione imperiale fin da prima della creazione del mondo, e vestiva il meschinetto monarca di una copia siffatta di splendide virtù, che neppure un Carlo magno avrebbe potuto reggere a sostenerne il pondo[247]. Sulla fine diceva, essere stato a causa di queste virtù ch’egli aveva eletto e confermato Carlo, d’accordo coi Vescovi, coll’illustre Senato, con tutti i Romani e col popolo togato: rispondevano i Vescovi acclamando di bel nuovo anche da loro parte la elezione imperiale[248]. Così in basso era caduto l’Impero del gran Carlo!
Accompagnato dalla sua donna, Carlo il Calvo venne effettivamente in Italia con un esercito. In vicinanza di Orba gli fu recapitata una copia degli Atti del Sinodo di Roma, ed ebbe messaggio che il Pontefice aveva stabilito di andarlo ad incontrare a Pavia. Giovanni trovavasi allora a Ravenna, dove nell’Agosto dell’anno 877 aveva tenuto un Sinodo. Fra le deliberazioni di questo, erano alcune che concernevano l’ordine dei patrimonî della Chiesa; e s’era promulgato un decreto che divietava la loro alienazione sotto qualsiasi titolo di natura feudale. Il concetto di _feudum_, la cui voce non era allora peranco venuta in uso, s’esprimeva generalmente in quella età col vocabolo di _beneficium_. Beni fondi erano dati in _beneficia_; altri erano concessi in usufrutto con nome di _praestaria_, in esaudimento d’istanze scritte (_praecarium_); e dall’istromento di concessione, che detto era _libellum_, quei possedimenti avevano nome di _libellaria_[249]. La confusione sempre maggiore di tutte le cose, or che avarizia, e rapacia, e violenze, e trufferie d’ogni maniera si scatenavano per ottener possesso di beni e ne creavano titoli innumerevoli, agevolava le alienazioni e le traslazioni della proprietà; i beneficî si trasformavano in possedimenti ereditarî di coloro che ne avevano avuto investitura. Gli ottimati di Roma, del cui seno erano usciti i Papi, stendevano avidamente le loro mani sui patrimonî, e, presto assai, i Pontefici vedevansi costretti di cedere a buoni patti i beni di san Pietro a uomini del loro partito sotto titolo di locazioni, perocchè in siffatta guisa eglino pagassero il debito del loro esaltamento alla sede pontificia, o si cattivassero aderenti. A impedire questa divisione dei beni della Chiesa, Giovanni VIII volle dar provvedimento nel Sinodo di Ravenna. Per ragione di patronato dei maggiorenti, s’era fatta consuetudine, al tempo dei Carolingi, d’infeudare conventi o chiese a Vescovi, a Conti, financo a nobili donne; adesso Giovanni proibiva che si dessero in beneficî i conventi e i beni che erano in quel di Ravenna, nella Pentapoli, nell’Emilia, nella Tuscia romana e nella longobarda; faceva eccezione per quei soli che erano dati in servigio speciale della Chiesa romana ad abitatori del Ducato, o che erano attribuiti alla Camera pontificia[250]. I beni di appartenenza immediata del fisco pontificio erano così precisamente denotati: il _Patrimonium Appiae_, il _Labicanense_ o _Campaninum_, il _Tiburtinum_, il _Theatinum_ (ambidue nel territorio sabinense), il _Patrimonium Tusciae_, il _Porticus s. Petri_ (città Leonina), la zecca romana, tutti i balzelli publici, l’imposta di ripatico, il porto (_Portus_) e Ostia[251]. Fu statuito espressamente che questi patrimonî non potessero essere ceduti a titolo di feudo. La Chiesa romana voleva dare i suoi beni in affitto, come fino allora aveva fatto, ma indarno si adoperava essa a combattere il progresso invadente del principio feudale germanico, da cui, coll’andare del tempo, doveva derivare l’alienazione assoluta dei possedimenti conceduti in investitura, e sorgere un gran numero di pericolosi tirannelli ereditarî.
Posto termine al Sinodo di Ravenna, Giovanni VIII mosse rapidamente ad incontrare l’Imperatore; con lui s’imbattè presso a Vercelli, e insieme ad esso andò a Pavia; ma l’annunzio che Carlomanno scendesse di Germania con un grosso esercito, mise tutte le paure in corpo all’imbelle Carlo. Lasciò Pavia più presto che in furia, e dopo di aver fatto che il Papa coronasse in Tortona la moglie sua, se la battè in Francia, mentre Giovanni, dolente che fosse ita in fumo la impresa contro i Saraceni onde aveva avuto promessa, se ne tornava a Roma[252]. Ivi, poco tempo dopo, gli giungeva novella che Carlo era morto addì 13 di Ottobre, in quello che fuggiva; alcune polveri che gli mesceva il suo medico ebreo per guarirlo dalle febbri, lo avevano spedito (così correva voce) all’altro mondo. Morendo, aveva espresso desiderio che lo si seppellisse in san Dionigi, ma invece l’Imperatore di Roma fu chiuso in una botte impeciata e involta di cuoio, e fu sotterrato nel nudo suolo, in un romitaggio presso a Lione[253].
La morte di Carlo il Calvo recò una subita mutazione nelle cose politiche. La parte francese soccombette con lui; trionfò la tedesca. Carlomanno che stavasi con soldatesche nell’Italia settentrionale, si guadagnava il voto dei Vescovi e dei Conti affinchè lo eleggessero a re d’Italia; chiedeva al Papa che gli concedesse la corona imperiale, nè Giovanni VIII poteva far altro che palliare le sue vere intenzioni con astuzie di negoziati. Lo atterriva il partito tedesco che adesso alzava il capo; i suoi nemici di Roma, i fuorusciti di Spoleto ne giubilavano, e Lamberto si rizzava minaccioso. Il Papa, preso di paura, scriveva adesso a quest’ultimo lettere zeppe di blandizie adulatrici, e ve lo chiamava unico proteggitore della Chiesa, e difensore suo fedelissimo. Dicevagli, aver udito che ei volesse ricondurre nella Città coloro che gli erano nemici, quei Romani che erano stati scomunicati tre volte; meravigliarsene, giacchè viveva con lui in buona pace; dispensarsi di dar accoglimento in Roma così a lui che ad Adalberto, margravio di Tuscia, che chiamava suo aperto avversario[254]. Rispondeva Lamberto con disprezzo, e poneva in non cale le forme di onoranza dovute al Papa, fino al punto da dargli soltanto il titolo di «Vostra Nobiltà», come se stato fosse un uomo secolare, e di ciò Giovanni si doleva: Lamberto poi protestava, che ogni qual volta il Papa intendesse mandargli suoi legati apostolici, dovesse prima chiedergliene permissione[255]. Alla fine, Giovanni dichiarava di volerne andare a Francia, chè di là avrebbe trattato con Carlomanno, perchè soccorresse alle necessità sue. Diceva inoltre, essere motivo di questo viaggio la pressura che da due anni sofferiva dai Saraceni, e i continui attacchi degli inimici interiori della Sede apostolica, che non gli permettevano di rimanere più a lungo in Roma: e, sotto minaccia di anatema, ammoniva Lamberto che durante la sua assenza non recasse danno al territorio di san Pietro, e a Roma, città «sacerdotale e imperiale[256].»
L’imprudente annuncio di un viaggio in Francia, il quale non poteva avere altro scopo che quello di indurre Lodovico, figlio di Carlo il Calvo, a levarsi in arme contro a Carlomanno, e forse anche di dare al Principe la corona imperiale; oltracciò i maneggi che il Papa andava tessendo in Francia e dei quali s’aveva sparsa la fama, indussero Carlo a prendere una subita risoluzione. Scoppiata era la peste in mezzo al suo esercito, e, infermatone egli pure, era costretto a starsene in Baviera inoperoso, nè poteva muovere contro a Roma; ma Lamberto e i fuorusciti romani non aspettavano che un cenno di lui per impadronirsi del Papa. Nel Febbraio o nel Marzo dell’anno 878, Lamberto comparve di repente davanti a Roma: con lui era Adalberto margravio di Tuscia, figlio di Bonifacio conte e sposo di Rotilda, ch’era sorella a Lamberto; col loro seguito venivano gli esuli romani. Senza far mostra di intendimenti ostili, Lamberto chiedeva di parlare col Papa per conto di Carlomanno, e Giovanni era obligato di riceverlo nel palazzo prossimo al san Pietro. Frattanto gli Spoletini occupavano la città Leonina, e vegliavano con loro guardie alla porta di san Pietro per impedirne di colà l’accesso ai Romani. Il Papa si vide prigioniero. Mentre, per incutergli timore, le genti d’arme esercitavano opere di violenza, Lamberto chiedeva che gli promettesse di eleggere Carlomanno a imperatore: in tali sensi aveva costretto i grandi romani a dargli giuramento[257]. Ma Giovanni non si lasciò strappare un’adesione, nè volle perdonare agli uomini esiliati, laonde per trenta giorni fu sostenuto in prigionia, e, com’ei si lagnò, fu essa così stretta e dura, che soltanto dopo ferventi preghiere, gli furono lasciati accostare maggiorenti romani e vescovi e famigliari suoi; perfino dovette sofferire penuria di cibo[258]. Lamberto alla fine si partì, minacciando di tornare, e per verità null’altro ebbe ottenuto che di aggiunger fiamma all’ira del Papa e di affrettare il suo viaggio in Francia. Andati che furono gli Spoletini, Giovanni mosse al san Pietro, fe’ trasportare in Laterano i tesori della Chiesa, velò il maggior altare con una cortina di cilicio, serrò la basilica, proibì che v’entrasse pellegrino alcuno, e ne diffuse in tutti alto sgomento[259]. Dopo di avere scritto lettere di doglianza ai Re di Francia e di Germania, all’Arcivescovo di Milano, a Berengario e ad Engelberga, e dopo di avere dalla chiesa di san Paolo minacciato Lamberto di anatema, se per la seconda volta fosse venuto ad assalir Roma, lasciò la Città, ch’era il mese di Aprile, montò in una nave, e fuggì in Francia[260].
§ 2.
Giovanni al Sinodo di Troyes. — Bosone duca, diventa favorito suo. — Lo accompagna in Lombardia. — Falliscono i suoi progetti. — Genio diplomatico di Giovanni VIII. — Carlo il Grosso è fatto re d’Italia, ed è altresì coronato imperatore a Roma, nell’anno 881. — Giovanni VIII muore. — Audacia de’ suoi disegni. — Sua indole.
Giovanni VIII giungeva in Arles, ch’era la festa delle Pentecoste: ivi lo accoglieva Bosone duca, e gli faceva accompagnatura nel rimanente del viaggio. Soltanto in sul principio del mese di Settembre s’incontrò a Troyes con Lodovico re: nel dì 14 di Settembre, dal Concilio che s’era ivi congregato, scagliò l’anatema contro Lamberto e Adalberto, contro i proscritti romani e il vescovo Formoso, il quale allora, dopo lungo ramingare, aveva trovato rifugio presso Ugo abate di san Germano, ed era stato citato a comparire in persona davanti al Concilio. Indi, il Papa coronò a re di Francia il balbuziente Lodovico, e trattò con lui delle cose d’Italia. La inettezza di Lodovico fe’ crollare tutto l’edificio delle sue speranze; però un uomo di origine nuova, che accoglieva animo gagliardo, seppe rianimarle. Bosone, il quale portava titolo di duca di Lombardia, era stato dapprima cognato di Carlo il Calvo, ed era adesso sposo d’Irmengarda unica erede dell’imperatore Lodovico II, cui aveva condotto in moglie per mire politiche, dopo di avere avvelenata la sua prima donna: possedeva grandissima potenza, per guisa che il Papa lo credeva adatto a tagliar la strada a Carlomanno in Italia. L’astuto Giovanni confidava di potersi giovare di quell’uomo ai suoi intendimenti; conchiuse con lui un patto; gli promise l’appoggio suo perchè ottener potesse titolo di re di Provenza, gli fe’ travedere da lungi il lampo della corona imperiale che avrebbe potuto toccargli, lo tolse per suo figliuolo di adozione, e n’ebbe promessa che s’adoprerebbe validamente a suo pro in Italia: vedasi in che labirinto di intrighi politici le condizioni del principato temporale spingessero i Pontefici! Giovanni VIII, sitibondo di vendetta, aveva il sangue ribollente sì, che difficilmente n’ebbero parimenti arse le vene altri pari suoi; precipitava le cose con passione cieca, laonde i suoi propositi fallivano, e, appena che aveva tocco il suolo di Francia, cadeva per sempre dalla sua altezza.