Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 6

Chapter 63,609 wordsPublic domain

Graziano, figlio di Valentiniano, fu il primo imperatore romano il quale sdegnasse di prendere il titolo e la dignità di pontefice massimo, che tutti senza interruzione i Cesari precedenti avevano assunto. Egli entrò decisamente in campo contro il Paganesimo. L’antica religione degli avi era stata prestamente abbandonata dalle classi infime e dal medio ceto del popolo romano: e facilmente dovevano abbracciare la novella dottrina, ch’era anche la religione dell’oppresso e dello sventurato. Ma l’aristocrazia romana stava attaccata con caparbietà al culto tradizionale dei suoi padri: chè l’orgoglio dell’ordine senatorio offendevasi all’idea di aver colla plebaglia comune Iddio; ed i principî democratici del Cristianesimo, e le idee di eguaglianza, di libertà, di amore, di fratellanza che toglievano le distanze tra padrone e servo, mal suonavano all’animo del patriziato educato nelle superbe sue istituzioni. L’aristocrazia vedeva, ed a ragione, nel Cristianesimo un rivolgimento sociale; prevedeva che ne verrebbe la caduta della nobiltà, anzi la ruina dell’antico organamento dello Stato di cui il Cristianesimo scrollava le leggi fondamentali. Quei Senatori romani in cui vivevano ancora le idee dell’antichità, in molti dei quali erano caldo amore di patria e indole nobilissima ed alta, nutriti agl’insegnamenti della filosofia stoica, ricchi, discesi di illustre progenie, si sforzavano pertanto di mantenere in onoranza il culto di quelle Divinità, colle quali, pensavano, l’antico genio politico romano doveva vivere e morire. Or nell’anno 382, avendo l’imperatore Graziano statuito che la statua illustre della Vittoria, ch’era nell’aula del Palazzo senatorio, fosse rimossa, ne venne che, intorno a quel simbolo religioso e politico della grandezza di Roma, si accendesse quella memorabile lotta ch’è uno degli episodi di maggior momento nella tragedia del Paganesimo spirante. Era una statua di bronzo che rappresentava la Vittoria sotto figura di donzella alata, d’alta beltà e divina, che tenendo nella destra una corona di alloro, poggiava trionfatrice sul globo. Questo capolavoro dell’arte tarentina, Cesare aveva collocato sopra un altare nella sua Curia. Augusto aveva adorno quell’altare delle spoglie conquistate in Egitto, e dopo quel tempo il Senato non riunivasi mai senza che sacrificasse a quel palladio nazionale. La statua, tolta ai tempi di Costantino, era stata restituita da Giuliano. Allorchè Graziano diede comando che di nuovo si rimovesse, da dolore profondo furono colpiti i Senatori pagani, come se minacciasse sventura alla patria. Simmaco, prefetto e pontefice di Roma, uomo di nobili sentimenti e fervido ammiratore dell’antichità, capo del partito pagano di cui aveva sostenuto più volte la causa alla testa di ambasciate alla corte di Milano, ebbe il carico dal Senato d’implorare che venisse restituito il simulacro di quella patrona dell’Impero romano. L’orazione animosa che Simmaco tenne nella sua seconda legazione, avvenuta nell’anno 384, è l’ultima protesta formale del Paganesimo cadente: nella quale facendo che Roma deserta parli con sensi altissimi, la presenta sotto la triste figura d’una Cassandra. «Egli mi sembra,» diceva Simmaco in quel discorso agl’imperatori Graziano e Valentiniano II, «egli mi sembra che Roma vi stia innanzi e di tal guisa a voi favelli: Eccellentissimi principi, padri della patria, vi prenda rispetto della mia vecchiezza a cui sacra religione mi trasse. Deh mi sia concesso di seguire il culto degli avi, e voi non avrete cagioni di cordoglio. Lasciate che io viva in mio tenore di vita, perchè libera sono. Questo culto fè cadere il mondo sotto il mio impero, questi riti hanno respinto Annibale dalle mura, e i Sennoni dal Campidoglio cacciarono. Sarò io tanto tempo vissuta, perchè nella mia età canuta deva essere raddrizzata su via novella? Vorrò pur vedere quali dottrine si pretenda di impormi, chè tardo e obbrobrioso è l’insegnamento dato alla vecchiaia»[38].

Ma il discorso del sacerdote di Giove, splendido ma manchevole di sodo fondamento, soggiacque alla ragione dell’idea vittoriosa ed all’eloquenza di santo Ambrogio vescovo di Milano. Un nuovo tentativo fatto più tardi dal partito retrivo di Roma presso l’imperatore Teodosio, cadde con simile risultamento. Il Senato aveva spedito sette ambascerie a quattro imperatori inutilmente, finchè, caduto Valentiniano sotto il pugnale del franco Arbogasto, i Pagani poterono festeggiare la restaurazione della Vittoria. Il retore Eugenio, che la mano di colui ch’era ministro e generale possente aveva innalzato al trono, cercava un appoggio fra i partigiani del Paganesimo. L’antico culto potè aver nuovi onori nei templi, si rialzarono le statue abbattute di Giove, e l’altare della Vittoria fu restituito nella Curia. Ma breve regno aveva Eugenio, e già nell’anno 394 cadeva. Al pio ed ortodosso Teodosio, cui animava vendetta del cognato assassinato, sorrise fausta la Divinità vera sopra gli Dei bugiardi. Gli aristocratici e gli usurpatori godevano di loro vittoria, allorquando un eunuco venuto d’Egitto, terra di fanatismo, si fè nuncio a Teodosio di un oracolo di Giovanni di Licopoli, in cui l’anacoreta prediceva che dopo grande spargimento di sangue vincerebbe. Affidato a quell’esortazione entrò in campo e prestamente sconfisse Eugenio ed Arbogasto. Trionfatore entrò in Roma, ne cacciò i sacerdoti del culto antico e rapì i templi delle ultime offerte. E tant’oltre, narra Zosimo storico pagano, tant’oltre si spinse allora l’audacia, che Serena, moglie di Stilicone, entrata nel tempio di Rea, dal collo della potente Dea staccando il monile prezioso ond’era ornata, sè stessa ne cinse[39]. I simulacri ed i Pagani soffrivano in silenzio, nè alcun retore era più oso di far publica difesa del culto proscritto. Avrà lo zelante Teodosio lasciata nella Curia l’altare e la statua della Vittoria? Non siamo indotti a credere sì di leggieri ch’egli risparmiasse quel monumento antico della nazione, quantunque or fosse divenuto innocuo, e quantunque Claudiano nei suoi poemi parli della Vittoria come di una Divinità che rendeva onorato di sua presenza il trionfo di Stilicone e di Onorio: egli è dubbio però se il Poeta la scorgesse realmente cogli occhi, o se la vedesse piuttosto trasportato sulle ali della fantasia[40].

Quello che havvi di certo si è, che al tempo di Teodosio, malgrado di tutti gli Editti, e quantunque serrati fossero i templi, Roma nella sua vita publica era pur sempre pagana. Verso l’anno 341, traevano a Roma alcuni monaci, discepoli dell’egiziano anacoreta Antonio; e, a piè scalzi, involto il capo nelle ruvide lane del cappuccio, passavano dinanzi ai templi superbi e splendidi di Roma per girsene a compiere il loro pellegrinaggio nella basilica di san Pietro di fresco fondata e per prostrarsi ad orare sulle tombe dei Martiri, nel tempo stesso in cui i Pagani celebravano ancora loro sacrificî proscritti e loro antiche festività. Nei crocicchi delle vie sorgevano ancora illese le cappelle dedicate ai Lari compitali; e Prudenzio, poeta cristiano, lamenta che non a un solo ma a parecchie migliaja di Genî Roma tributasse onoranza, e che le imagini e gli emblemi di quelli, sulle porte, sulle muraglie delle case e delle terme, e in ogni parte di Roma potessero vedersi. E santo Gerolamo volge amare parole contro l’astuzia dei Romani, perocchè questi, sotto pretesto di farlo per sicurezza delle loro case, accendessero torce e lanterne dinanzi le imagini delle Divinità tutelari della famiglia, affinchè in coloro ch’entravano e che uscivano della casa sempre si rinnovasse la ricordanza della superstizione antica[41].

Per la qual cosa si pare, che neppure le leggi energiche di Teodosio avessero avuto possanza di distruggere il partito pagano di Roma guidato da Simmaco e da Pretestato nobile amico di lui; e che non fossero state potenti a bandire del tutto il culto delle antiche Divinità. Chè già gli Editti, i quali del continuo si succedevano con comando di chiudere i templi, di rimuovere altari e statue, dimostrano chiaro abbastanza che anche nelle province caparbiamente tenevansi aperti templi, e che in quelli tributavasi alle Divinità onore di culto. Onorio ed Arcadio, figli di Teodosio, continuarono a promulgare di tali Editti; e non fu che sul cominciamento del secolo quinto che la Religione pagana, simile ad un manto regale lacero e scolorato, cadde finalmente dagli omeri di Roma antica. Le rendite (_annonae_), che i templi, fino dalla più remota antichità, ricavavano da imposte, da tributi e da proprietà di varia maniera, affinchè provvedessero alle spese del culto ed alle festività publiche, furono tolte loro da una legge di Onorio dell’anno 408: e questo Editto memorando, che privava la Religione pagana dei mezzi di mantenersi in vita, ordinava che si abbattessero altari e simulacri; e, deliberando che i templi stessi cadessero in proprietà dello Stato, li sottraeva di tal guisa, quali edificî publici, alla distruzione[42]. Diciasette anni più tardi un Editto degl’imperatori Teodosio e Valentiniano, dato da Costantinopoli, statuiva: «tutte le cappelle, ed i templi ed i santuarî, i quali rimanessero ancora illesi da rovina, dovere per comando sovrano distruggersi, e dover piantarvisi il segno della santa Religione cristiana affinchè fossero resi puri.» Che però quella espressione «distruzione» (_destrui_), non deva venir presa alla lettera, dimostra la parte susseguente dell’Editto, la quale prescrive che i templi pagani si trasformino in santuarî del Cristianesimo[43].

Or dunque ben poteva cantare Prudenzio:

_Gaudete, quidquid gentium est,_ _Judaea, Roma et Graecia,_ _Aegypte, Thrax, Persa, Scytha,_ _Rex unus omnes possidet_[44].

Il Paganesimo, quale religione publica, sparve; e gli ultimi adoratori di Giove antico e di Apollo alimentavano le fiamme delle are dei loro riti proscritti in adunate secrete che tenevansi in luoghi selvaggi e deserti della Campania, o nelle gole di montagne remote. In Roma però, s’ergevano ancora quasi tutti i templi; e la loro grandezza e la maestà, allettando l’orgoglio nazionale dei cittadini e commuovendo il senso della bellezza artistica, li proteggevano da insulto: e, se anche non pochi dei santuarî minori possano essere stati atterrati, uno sguardo che si dia oggidì ai monumenti romani ci fa conoscere, che anche di quelli la massima parte nel secolo quinto doveva conservarsi incolume. Chi contempli le rovine di Roma è scosso d’ammirazione alla vista del tempietto rotondo di Vesta ancora ben conservato, e del tempio della Fortuna Virile che si eleva in prossimità di quello: e si cruccia pensando al capriccio fatale del tempo, che, quasi a derisione, rispettò questi piccoli templi di Roma antica; laddove del Campidoglio, del tempio sacro a Roma ed a Venere, e di mille altri miracoli dell’arte romana, o cancellò i vestigî dal terreno, oppure ne conservò miserande reliquie somiglianti a larve enigmatiche del passato, sulle quali l’ignoranza, la tradizione e la scienza cercano di aprirsi un sentiero, arrampicandosi come il musco che ne copre i sacri marmi. Chiusi erano i templi; e nella Città, che vergeva alla massima povertà, andava sempre più cessando il desiderio della restaurazione del culto antico, altra volta sì fervido nel popolo, il quale ne attendeva la riapertura dei teatri e delle terme: per la qual cosa i templi erano esposti senza riparo alle influenze distruggitrici degli elementi della natura e degli avvenimenti sociali. Ond’è che alla fantasia d’un Padre della Chiesa vivente in Gerusalemme, Roma (Babilonia novella) si dipingeva cadente, con suoi templi maestosi che la fuligine anneriva, e dentro dei quali la ragna, simile a parca fatale, tesseva sue fila attorno alle splendide teste delle Divinità deserte, miracoli dell’arte greca[45].

Ancor più dei templi di Roma, erano esposti a grave pericolo di distruzione o di mutilazione i bei capolavori di scultura greca e romana. In copia innumerevole erano erette statue, a splendido ornamento dei templi, delle piazze, dei portici, dei bagni, delle vie e dei ponti; di modo che, lungo la immensa Città, apparivano schierate vere popolazioni di statue di Dei e di eroi, in metallo ed in marmo, offerendo all’ammirazione di chi s’aggirava per le vie, le splendide creazioni del genio, le opere belle degli studî di molti secoli, in tutta la varietà che lingua non vale a descrivere. Sotto Costantino (che le città tutte d’Europa e d’Asia rapì di loro più bei monumenti per ornarne Bisanzio, Roma novella) la Città eterna vide per la prima volta molti dei suoi monumenti partire per ornare una terra straniera. Nel solo ippodromo della sua nuova città, Costantino innalzò sessanta statue, mirabili certo per la bellezza d’arte, tra le quali era anche la Statua di Augusto[46]. Ma sì grande ne era il numero in Roma, che, fossero anche state tolte a centinaja, occhio non si sarebbe avveduto di vacui. Allorquando poi sotto i succeditori di lui, lo zelo religioso cominciò a mostrarsi avverso ai monumenti pagani, i Cristiani avrebbero volentieri portata la distruzione contro i simulacri delle false Divinità, chè tali consideravano in loro mente i capolavori dell’arte, se non gli avesse rattenuti l’autorità del prefetto e delle magistrature che vegliavano all’ordine publico: ed altrimenti, nel loro cieco fervore, avrebbero messe in pezzi le fantastiche figure delle Divinità d’Asia e i simulacri di nero basalto degli Dei di Egitto; e in parecchi templi insieme coll’altare anche l’imagine del dio avrebbero atterrata. Colle loro leggi però gl’Imperatori facevano rispettare i templi e i monumenti publici, e già primo ne aveva avuto cura Costantino, cui Prudenzio fa dire innanzi al Senato pagano:

_Marmora tabenti respergine tincta lavate_ _O Proceres; liceat statuas consistere puras,_ _Artificum magnorum opera. Hae pulcherrima nostrae_ _Ornamenta cluant patriae, nec decolor usus_ _In vitium versae monumenta coinquinet artis_[47].

Da scritti del quarto e del quinto secolo ricaviamo, che le piazze e i bagni ed i portici di Roma erano popolati di statue: e soltanto santo Agostino credeva che, già prima dell’invasione di Radagaiso, i monumenti tutti fossero stati atterrati. Ed inoltre le case delle famiglie illustri di Roma erano splendide di pitture e di sculture bellissime; nè possiamo accogliere il dubbio che gli stessi palazzi di Basso, di Probo, di Olibrio, di Gracco e di Paolino, convertiti al Cristianesimo, non mettessero ancora diletto od orrore in chi vi entrava collo spettacolo di dipinture licenziose rappresentanti le Divinità della antica mitologia. S’avvicinava tempo però in cui molti Romani, o fosse coscienza timorata, o tema dell’invasione di Alarico che li premesse, possono avere seppellite molte statue di bronzo o di marmo rappresentanti Divinità, le quali, dal terreno ove furono deposte, dopo lunghi secoli si trassero, tesori d’arte preziosissimi.

Se ci prenda vaghezza di esaminare le brevi notizie statistiche colle quali conchiude la _Notitia_, per conoscere il numero dei monumenti publici che sorgevano in Roma al tempo di Onorio, ricaviamo che nella Città miravansi 2 colossi, 22 grandi statue equestri, 80 statue di Dei coperte d’oro e 74 di avorio. Non vi si fa cenno del numero di statue che ornavano a quel tempo i 36 archi trionfali, le fontane, i teatri, i portici, le terme di Roma: sennonchè, da una statistica posteriore, redata al tempo di Giustiniano, sappiamo, che, se non all’epoca in cui compilavasi, tuttavia al secolo quinto, contavansi nella Città 3785 statue di bronzo rappresentanti l’effigie d’Imperatori e d’illustri cittadini[48]. Ed abbiamo argomento da persuaderci, che Roma, ai tempi di Gregorio il grande, benchè coperta dei ruderi dei molti monumenti onde Augusto ed Agrippa, Claudio, Domiziano, Adriano ed Alessandro Severo l’avevano resa illustre; benchè devastata dai saccheggi dei Goti e dei Vandali, possedeva tuttavia tanta ricchezza di capolavori artistici, tanta copia di monumenti publici splendidi, che oggidì Londra, Parigi e la Metropoli pontificia non basterebbero ad emulare.

§ 3.

Cangiamenti operati in Roma dal Cristianesimo. — Le sette Regioni ecclesiastiche della Città. — Chiese antiche anteriori a Costantino. — Estinzione dell’arte antica. — Architettura delle chiese.

Il Cristianesimo metteva radici sempre più profonde in Roma imperiale, e la Città ravvolgeva nei suoi misteri per compiervi quella trasformazione, che è uno degli avvenimenti più straordinarî che s’incontrino nella Storia del mondo. Ed operava con triplice forza sulla faccia esterna della Città: distruggeva, creava e riformava; e questa sua triplice operosità può dirsi che fosse quasi contemporanea. Allorquando nel seno d’un antico e generale organamento sociale, si gettano semi d’un organamento novello di civiltà, è forza di natura che nel primo svolgimento i germogli novelli assumano delle forme degli anteriori, innanzi che distruggano o trasformino gli elementi del sistema sociale antico. Egli è un avvenimento importante e degno di nota, che la Chiesa cristiana, fin dal primo periodo di sua esistenza, prendesse rapidamente possesso della città di Roma, formando un proprio sistema amministrativo independente dalla partizione della Città fatta da Augusto in quattordici Regioni, e che la dividesse in sette Regioni, una affidandone a ciascuno dei sette Notari ossiano scrittori delle storie dei Martiri, ed a ciascuno dei sette Diaconi ai quali era affidato l’officio di vegliare all’insegnamento delle dottrine religiose ed alla disciplina ecclesiastica. Vuolsi che autore di quest’ordinamento fosse già stato Clemente, quarto vescovo di Roma, che viveva ai tempi di Domiziano. E credesi che Evaristo, sesto vescovo di Roma, vivente ai tempi di Trajano, affidasse alla cura di preti i Titoli ossiano le Chiese parrocchiali della Città[49].

Il numero di queste Regioni ecclesiastiche, che saliva alla metà del numero delle Regioni imperiali, fu creduto essersi formato dall’unione di queste ultime due a due, o fu messo in corrispondenza alle stazioni delle coorti della guardia. Infruttuosi sforzi furono tentati per determinare i confini entro cui quelle Regioni erano racchiuse. Solo da alcune notizie ricavate dalla più antica Cronica, ossia dalla Storia delle geste dei Papi, si sa, che la prima Regione era detta Aventina e che a lei apparteneva anche la basilica di san Paolo situata fuor delle mura; che la seconda comprendeva il _Velum Aureum_ ossia l’antico _Velabrum_ e la Via Mamertina; che entro i limiti della terza era situato il monte Celio ed anche la basilica di san Lorenzo posta fuor della porta; che più in là, nella quarta Regione, era il titolo di Vestina ossia la chiesa che in tempi posteriori ebbe nome di san Vitale[50]: la quinta, chiamata _Caput Tauri_ o _Tauma_, si suppose che fosse identica all’antica Regione chiamata _Palatium_, quantunque forse comprendesse il territorio in cui s’alza la chiesa di santa Pudenziana. Da un passo di quella Storia dei Papi ci è dato conoscere, che sotto la cura dei Preti della sesta e della settima Regione stava la basilica di san Pietro, per la qual cosa sia probabile che vi si comprendesse anche il territorio del Transtevere ed il campo di Marte[51].

Nè più chiare notizie possediamo intorno alle antichissime chiese di Roma preposte a quelle Regioni ecclesiastiche dal vescovo Clemente. La curiosità dello studioso dell’antichità e di chi reverente cerca di conoscere la storia dei primi tempi del Cristianesimo, deve restar contenta al pensiero che i primi oratorî occulti dei Cristiani devono essere stati entro le abitazioni di cittadini privati, e là nei quartieri di Roma appartati, dove viveva la classe più povera della popolazione e dove avevano loro dimora gl’Israeliti immigrati ai tempi di Pompeo: quegli oratorî dunque devono cercarsi nel territorio del Transtevere, sull’Aventino e sui tre colli situati verso nord-est; e finalmente a trovarli conviene discendere in quelle meravigliose catacombe di pozzolana, poste lungo le Vie Appia, Ostiense, Aurelia, Salarica ed altre della Città. Quello che per noi ha importanza, è di conoscere quali fossero le basiliche cristiane di Roma ai tempi di Onorio, che un nuovo aspetto davano alla figura esterna di Roma. Di tali chiese, a quell’epoca, erano molte; alcune già edificate prima dei tempi di Costantino, altre fondate durante il suo regno e non poche finalmente innalzate sotto i succeditori di lui in quei quartieri ove ai Vescovi meglio talentava. Imperocchè, se si faccia osservazione ai luoghi ov’erano eretti questi antichissimi templi cristiani di Roma, troviamo che dapprincipio, ed ancora ai tempi di Costantino, erano edificati nei punti estremi della Città, quasi tutti nei cimiteri e nelle catacombe; e che in seguito, via via che la Religione cristiana guadagnava del campo, scossa ogni tema di persecuzione, alzarono le loro fronti anche nel centro della Città e in vicinanza ai templi delle Divinità antiche, giungendo finalmente a prender seggio entro le mura di alcuni di quegli antichi delubri pagani.

Stando alla tradizione, prima vera chiesa di Roma sarebbe stata quella di santa Pudenziana, che esiste ancora in prossimità di santa Maria Maggiore. La Storia ignora ove l’apostolo Pietro ponesse sua stanza, ma la tradizione e le leggende narrano ch’egli avesse posto dimora sul poggio esquilino, nel Vico Patrizio e nella casa del senatore Pudente e di Priscilla moglie di lui, e che ivi egli edificasse un oratorio. In vicinanza a quel luogo, Novato e Timoteo, due figli di Pudente, possedevano alcuni bagni, dei quali, col loro nome, è fatta menzione negli Atti dei Martiri: ed in un manuale di storie dei Papi sta scritto alla biografia di Pio I (il quale viveva intorno all’anno 143), che questo Vescovo, secondando le preghiere della giovane Prassede, edificasse una chiesa in quelle terme, dedicandola ad onoranza di santa Pudenziana ch’era stata sorella di lei e dei due giovani[52]. È la prima delle chiese di Roma, di cui parli il _Liber Pontificalis_; e nel Concilio di Simmaco dell’anno 499 comparisce sotto nome di _Titulus Pudentis_. Nella tribuna conservansi ancora antichi musaici e mirabili, che sono da collocarsi tra i più belli di Roma. Vi è rappresentato il Cristo fra gli Apostoli e le due sante sorelle che gli presentano le corone dei martiri. Il corretto e bello stile fa credere che appartengano al quarto ed anche al terzo secolo, ma parecchi ritocchi condotti sopra la dipintura, furono causa che molto perdessero della loro originalità.

A questa chiesa si congiungeva l’altra detta _di santo Pastore_ (_Titulus Pastoris_), ch’ebbe nome da un fratello del vescovo Pio I che l’edificò e ne fu primo investito. Sembra che a questo tempio, il quale anche oggidì comprende due chiese, venissero date le due denominazioni[53].

Credesi che il vescovo Calisto I (217-222), da cui ebbero nome le celebri catacombe, ponesse le prime fondamenta della chiesa di santa Maria in Transtevere: ed al succeditore di lui è attribuita la costruzione della chiesa di santa Cecilia nell’istesso quartiere di Roma. Vuole tradizione, che qualche tempo dopo, sul principio del secolo quarto, venissero fondate le chiese antichissime di santo Alessio e di santa Prisca sull’Aventino. Però tutto quello che riguarda la storia di queste basiliche è cacciato nella fitta e impenetrabile tenebra delle leggende; nè di esse, nè di tutte le altre chiese erette ai tempi anteriori a Costantino, è possibile avere notizie certe e bene determinate[54].