Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 7
Allora soltanto che Costantino chiamò la Religione cristiana a pienezza di libertà, grandi e magnifiche basiliche s’elevarono in Roma. La loro architettura, che gran tempo prima s’era modellata nelle catacombe e che, come il culto della Chiesa, nella loro solitudine s’era svolta, apparve al mondo già perfetta, nè molta cosa in generale lasciava ai secoli venturi d’aggiungere. Il Romano che nei suoi templi sontuosi, di splendido stile, ancora sacrificava alle Divinità, avrà gettato uno sguardo di sprezzo ai templi del Cristo, simili nella forma ai tribunali romani, con loro colonne che toglievano alla veduta del fedele la parte interna del santuario, e con loro fronte di prospetto che s’alzava in un cortile circondato da elevate muraglie, e nel mezzo del quale era un pozzo detto _Cantharus_. In quel tempo il genio dell’arte antica era per ispiccare il suo volo dalla terra, la cui faccia per il corso di lunghi secoli aveva abbellito. Del tramonto dell’arte antica è monumento l’arco trionfale di Costantino, il quale s’erge a tracciare il limite di due epoche di civiltà. Allorchè il Senato volle innalzare quell’arco di trionfo, fu duopo distruggerne uno dedicato a onoranza di Trajano, per ornare quello di Costantino delle sue sculture. E poichè di un numero maggiore di esse faceva bisogno, furono chiamati artisti viventi a fornire alcuni bassi rilievi: ed eglino ebbero l’onta, che la sentenza universale affermasse, che del genio artistico degli avi perduta s’era l’idea e la possa. E oggi ancora il pellegrino che mira le rovine della Città, s’arresta meditabondo dinanzi a quel cadavere delle arti di Grecia e di Roma.
La pittura, benchè in generale dividesse le sorti della scultura, era tuttavia a condizione migliore. Esauriti i temi fecondi della mitologia, sembrò che la pittura seguisse Costantino a Bisanzio ed attingesse ispirazioni alle idee del Cristianesimo: ed ivi, in quella corte orientale sontuosa, si fè imitatrice della pompa brillante di pietre preziose e di perle col mettere in voga i disegni di musaico. Anche in Roma, dopo il secolo quinto, la pittura non si fè più imitatrice degli esemplari antichi che ancora s’erano conservati, ornamento bellissimo, nelle catacombe; e il disegno di musaico, appoggiato alle arti tecniche che avevano avuto perfezione nei tempi imperiali, usurpò l’onore della pittura. Il musaico è l’arte del decadimento, l’aureo fiore artistico della barbarie, e per sua natura s’acconcia ai tempi in cui la società è oppressa da rozzo despotismo e da una costituzione aristocratica; e se ne trova vestigio persino nei dipinti sacri di quell’epoca, in cui, disperse totalmente le istituzioni di libertà, una gerarchia di officiali publici, splendidi di toghe di broccato d’oro, invadeva lo Stato e la Chiesa. E il musaico possiede mirabile energia nel dipingere la severità profonda e mistica, il raccoglimento solitario dei sentimenti religiosi, e la truce e fanatica prepotenza delle passioni che ne scaturiscono nei secoli in cui il lume santo della scienza e della filosofia s’estinse.
In simil guisa anche l’architettura era caduta dalla altezza cui era giunta nell’antichità. In quest’arte i Romani avevano potuto spiegare tutta la possanza originale del loro genio, fino a che, spenta la loro vita politica, cessare doveva anche la loro operosità. Fra le ultime opere grandi d’architettura in Roma, è da farsi menzione del tempio del Sole e delle mura di Aureliano, dei bagni di Diocleziano, e finalmente della _Basilica Nova_ e delle terme di Costantino. Dopo di lui la Città non vide più sorgere alcuna opera improntata del vero genio romano; ed è cosa degna di nota, che, insieme al decadimento dei concepimenti artistici, andasse perdendo di solidità l’esecuzione tecnica dei lavori. Imperocchè grandi differenze appariscano tra gli edificî costruiti sotto i primi Imperatori e quelli innalzati ai tempi di Adriano, e inferiori di tutti sieno quelli fabbricati all’epoca di Costantino, di costruzione leggiera e meschina. Ora che invece di templi elevavansi chiese, conveniva che l’architettura scendesse da quell’apogeo di perfezione artistica, cui da gran tempo era già pervenuta. E da gravi difficoltà essa era circondata; perocchè ogni cosa che di paganesimo ricordasse, dovesse fuggire, lo stile perfetto dell’antichità dovesse rigettare; di maniera che per la configurazione delle chiese togliesse a tipo le aule dei tribunali, ossia le basiliche, che bene acconciavansi ai riti ed alle ceremonie del Cristianesimo. Le chiese cristiane ricevevano continuamente ampliamenti e mutazioni; locchè il puro stile, la forma semplice e la figura matematica dei templi antichi non permetteva. Vi si aggiungevano edificî destinati all’insegnamento ed al culto, e ampliavansi irregolarmente con cappelle, con oratorî e con grande numero di altari che ne alteravano la forma in siffatta guisa da darvi apparenza di altrettante catacombe. E nel corso di questa Storia non ci verrà mai fatto di parlare d’una basilica di Roma che non abbia subite parecchie alterazioni nella sua forma. Molti potranno dare onore al culto ed al Sacerdozio perchè così l’architettura ne venisse in fiore: ma egli è peraltro dubbio se l’arte ne guadagnasse.
§ 4.
Chiese erette da Costantino. — Basilica Lateranense. — Chiesa antichissima di san Pietro.
Narra la tradizione che l’imperator Costantino edificasse in Roma la basilica Lateranense, la basilica Vaticana, e quelle di san Paolo fuor delle mura, di santa Croce in Gerusalemme, di santa Agnese fuori di porta Nomentana, di san Lorenzo fuor delle mura e la chiesa dei santi Marcellino e Pietro fuori di porta Maggiore. Ma la Storia non ne possiede prova alcuna; e forse la chiesa di san Giovanni in Laterano è la sola che egli fondasse.
Fausta, moglie di lui, possedeva ivi le case della famiglia laterana d’antico lignaggio romano, il cui nome, reso illustre non da geste gloriose ma dal possedimento di quell’immenso palazzo, in tutto il corso dei tempi non si disgiunse mai da quegli edifici e dal luogo ove sono situati[55]. Credesi che l’Imperatore costituisse a dimora del Vescovo romano quella parte del Laterano che aveva nome speciale di _Domus Faustae_: ed i succeditori di Silvestro tennero colà loro residenza per il corso di quasi mille anni, fino alla traslazione della sede in Avignone; e, durante il corso dei tempi, molti cangiamenti operarono in quell’antico palazzo, ampliandolo coll’aggiunta di cappelle, di triclinî e di basiliche. Nel mezzo dei palazzi lateranensi sorgeva la basilica edificata da Costantino, che sarà stata probabilmente di estensione non grande, di stile severo e pesante, a tre oppure a cinque navate. E nessuna notizia possediamo sulla forma di lei originaria, e soltanto ci pervenne una descrizione alquanto diffusa sui mutamenti che vi si effettuarono quando fu rifabbricata al principio del secolo decimo sotto Sergio III[56]. La basilica era dapprima dedicata al Cristo sotto il titolo di Salvatore, e dopo il secolo sesto per la prima volta ebbe nome di san Giovanni Battista, ad onoranza del quale Santo in comunione con san Giovanni evangelista era stato edificato un convento di Benedettini in prossimità della chiesa. Essa però, dal nome del fondatore, era appellata basilica di Costantino, ed era detta anche _basilica aurea_, a cagione degli abbondanti e ricchi fregi d’oro che la ornavano. Nel libro pontificale si parla dei donativi onde Costantino l’aveva resa ricca: vi si annovera una immensa quantità di quadri d’oro e d’argento di gran peso, di arredi d’altare, di statue di Apostoli e di Angeli, di patere, di calici, di vasi, di doppieri, di ornamenti d’ogni maniera, splendidi di pietre preziose. Tuttavia possiamo accogliere l’opinione che il biografo di san Silvestro attribuisse a liberalità di Costantino tutti i ricchi doni che nel corso dei secoli posteriori si ammassarono nel tesoro di quella chiesa. La basilica di Costantino prendendo il titolo di madre chiesa della Cristianità, _Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater et Caput_, pretendeva al primato sopra le chiese tutte, ed anzi affermava: la santità del tempio di Gerusalemme in lei essere stata trasfusa, poichè l’arca dell’alleanza degli Israeliti sotto il maggiore suo altare era conservata. Ma questa chiesa vescovile di Roma, della quale ogni Pontefice prende possesso ad esordire nel suo governo spirituale, cadde nell’ombra di rincontro allo splendore onde doveva brillare il san Pietro; e già vedremo che nel medio evo quella basilica di Costantino in cui veneravansi il pannolino della santa Veronica e le teste dei due Principi degli Apostoli, conservate entro custodie seminate di pietre preziose, e la istessa imagine del Salvatore, il cui artefice non vestì umana spoglia, e tante altre reliquie sacre, perdette del suo lustro allorchè sorse il san Pietro.
Non si sà in quale anno e sotto quale pontefice e al tempo di quale imperatore, venissero gettate le fondamenta della chiesa di san Pietro: tuttavia, tradizioni concordi e tutte le notizie conservateci negli Atti della Chiesa e da scrittori antichissimi, c’inducono a credere che venisse edificata ai tempi di Costantino il grande. Il libro pontificale narra che l’Imperatore, dietro preghiera del vescovo san Silvestro, ergesse una basilica ad onore del santo apostolo Pietro in quel terreno ove anticamente sorgeva un tempio di Apollo, e ch’egli racchiudesse il cadavere del Santo in un’arca di bronzo ciprio fitta nel terreno. Quel tempio di Apollo non esiste certamente se non nella leggenda; chè da scavi fatti in tempi recenti si conobbe, che la chiesa di san Pietro fu fondata nel territorio vaticano in prossimità d’un tempio dedicato a Cibele, il cui culto abbominevole si conservò in Roma per tempo lunghissimo; perocchè già durasse anche dopo che Teodosio aveva orato presso la tomba dell’Apostolo[57]. La leggenda ci narra che Costantino col badile cavasse la prima palata della fossa ove ne furono gettate le fondamenta, e che trasportasse egli stesso dodici panieri pieni di terra per dare onore con quell’atto di umiltà ai dodici Apostoli. Se allora il circo di Nerone fosse già distrutto, oppure se durante la fabbrica del san Pietro rovinasse, non sappiamo: ma ci è noto, che quel recinto cruento di stragi inumane e bagnato del sangue di tanti Cristiani dei primi tempi, fu eletto a fondarvi la basilica, e ch’essa in fatti in un angolo del circo fu innalzata.
L’architettura di quella chiesa, quale sarà stata ai tempi posteriori a Costantino ed a quelli di Onorio, possiamo di leggieri imaginare somigliante a quella originaria della basilica lateranense; imperocchè durante i tempi di mezzo il san Pietro fosse bensì abbellito ed ampliato, ma non riedificato dalle fondamenta: chè, primo, Giulio II ne incominciò la ricostruzione nei primi anni del secolo sestodecimo[58]. La chiesa, lunga più di cinquecento palmi, alta censettanta, aveva cinque navate ed una navata trasversale e terminava ad una tribuna o abside formata a emiciclo[59]. Prima di entrare nella chiesa trovavasi un atrio, detto Paradiso, lungo duecencinquantacinque palmi e largo duecencinquanta, circondato internamente da portici sostenuti da colonne. Per una vasta scalea di marmo si saliva all’atrio; ed era sullo spazzo superiore della gradinata che i succeditori di san Pietro accoglievano i succeditori di Augusto allorchè venivano ad orare sulla tomba dell’Apostolo, oppure, nei tempi più tardi del medio evo, a ricevere dalle mani del Pontefice la corona imperiale.
La grande chiesa dev’essere stata costruita in fretta, oppure l’arte di edificare doveva vergere al massimo decadimento, perocchè le muraglie di quell’edificio facessero pessimo riscontro alla solida e bella costruzione delle mura del vicino circo di Nerone. La faccia di prospetto, l’abside, le muraglie esterne erano rozzamente formate con materiali di costruzione di vario genere accozzati insieme; gli architravi, che internamente poggiavano sulle colonne, erano bruttamente composti di frammenti antichi; le colonne stesse ch’erano in numero di novantasei, quali di marmo, quali di granito, avevano basi e capitelli gli uni dagli altri differenti. Alla formazione delle soglie delle porte erano stati adoperati i marmi lavorati del circo, sui quali leggevansi ancora frammenti d’iscrizioni antiche e vedevansi bassi rilievi rappresentanti emblemi e fatti del Paganesimo[60]. Ed è cosa degna di osservazione, che già nella basilica antichissima del san Pietro si trovasse impressa quella ch’è nota particolare, anche al giorno d’oggi, di parecchie chiese di Roma; nelle quali, in molti frammenti di antichi marmi raccozzati insieme per gli edifici novelli, appariscono emblemi e vestigi pagani, quasi spoglie trionfali della Religione cristiana. La parte interna della chiesa, in cui s’entrava per cinque porte, ognuna delle quali metteva ad una delle cinque navate, era di proporzioni imponenti. Da finestre arcuate non molto grandi penetrava la luce nell’ampia navata del centro, il cui tetto con rozzi modiglioni poggiava su un grande numero di colonne: e la luce che penetrava dalle finestre, illuminava il pavimento, formato di frammenti di antichi marmi, e le elevate muraglie le quali non avevano ancora alcun ornamento di musaici. Un arco di mole poderosa serrava la navata maggiore; e i musaici onde sarà stato ornato, insegnavano a chi penetrava entro la chiesa, che, in luogo degli archi trionfali degl’Imperatori di Roma, sorgevano allora gli archi di trionfo dei Santi i quali del loro sangue avevano imporporate le zolle dei campi sui quali erano state combattute le battaglie della Religione. Ed i pii Cristiani saranno stati commossi a senso altissimo di venerazione allorchè avranno innalzato il loro sguardo all’altare situato dietro alla Confessione, ove era la tomba di san Pietro entro una specie di piccolo tempio sostenuto da sei colonne di porfido. È tradizione che la salma fosse collocata sotterra, in una stanza dalle pareti coperte d’oro, entro l’arca di bronzo dorato in cui Costantino l’aveva deposta, e che vi ardessero intorno lampade d’oro. E il biografo di santo Silvestro dà la notizia, assai importante per la storia della costruzione della chiesa, che sovra l’arca e lunga quant’essa, si alzasse una croce d’oro massiccio su cui era scritto in lettere d’argento:
_Constantinus Augustus et Helena Augusta._ _Hanc domum regalis simili fulgure coruscans aula circumdat_[61].
La navata maggiore terminava nell’abside, ossia tribuna semicircolare, la cui figura era costruita ad imitazione della tribuna delle basiliche civili di Roma, dove erano il tribunale, la cattedra del pretore ed i seggi dei giudici. Non è probabile che la tribuna dell’antica chiesa di san Pietro andasse priva di fregi: egli è certo che la ornavano musaici simbolici condotti in campo d’oro, dei quali a noi non pervenne descrizione: e sotto di essi dovevano leggersi allora questi versi, che ancora esistevano fino agli ultimi tempi del medio evo:
_Quod duce te mundus surrexit in astra triumphans_ _Hanc Constantinus Victor tibi condidit aulam_[62].
Forse ai tempi di Onorio vedevasi già nella nicchia dorata dell’emiciclo l’imagine del busto del Salvatore in mezzo alle figure dei santi Pietro e Paolo. Alla parete dell’abside era appoggiata la cattedra vescovile sulla quale il Papa sedeva. Egli è incerto, se questa, come le cattedre vescovili di tante altre chiese cristiane di Roma, fosse un antico sedile di legno, tolto alle terme: e forse era lo stesso seggio antico di legno adorno d’intarsi d’oro e di avorio che oggidì è nella tribuna, racchiuso entro la cattedra di bronzo, e su cui sono condotti, con mirabile ed elevato concepimento, i disegni dello Zodiaco e delle dodici fatiche d’Ercole.
Decoro bellissimo del tempio di san Pietro fu il battistero edificato dal vescovo Damaso dopo l’anno 366, che, splendido d’oro e di porpora, fu celebrato da Prudenzio nelle sue poesie[63]. Quei versi ed una breve descrizione lasciatane da san Paolino, sono le uniche memorie di ciò che fosse il san Pietro ai tempi di Onorio. L’illustre vescovo di Nola, poeta al pari di Prudenzio, acceso di profondo fervore cristiano, aveva soffocato in sè il genio delle arti del Paganesimo fra il cui splendore egli era pure cresciuto. Essendo stato presente al banchetto che il ricco senatore Alessio, secondo la costumanza di quel tempo, aveva dato ai poverelli nel Paradiso della basilica, per rendere solenni funerali a Rufina pia moglie sua, san Paolino descrive la sensazione che in quella occasione aveva destato in lui l’aspetto della chiesa, colle seguenti parole: «Lo stesso Apostolo deve essere stato commosso a gioja, allorchè per opera tua d’ogni parte s’empì di spesse turbe di poverelli la sua basilica: là sotto l’elevate vôlte dell’ampia e lunga navata centrale fino al punto remoto dove sorge la cattedra apostolica che gli occhi abbarbaglia ed i cuori di chi entra nella chiesa agita a gioia: e là dove da un lato e dall’altro con duplice ordine di portici la basilica stende sue braccia: e là dove dal primo atrio si penetra nel secondo splendidissimo ove è il pozzo in cui si conserva l’acqua della salute, onde intingiamo la mano e la bocca, e sul quale si eleva a vôlta arcuata una cupola di bronzo massiccio, cui circondano con mistico senso quattro colonne. Imperocchè l’ingresso alla chiesa sia adorno di tanta bellezza, affinchè il sentimento del bello che fuor delle porte si bee per gli occhi, prepari l’animo ai santi misteri ch’entro si compiono[64].»
Durante il medio evo, intorno al san Pietro sorse a circondarlo, quasi corona, un grande numero di cappelle, di chiese, di chiostri, di case pei chierici, di ospizî di ricovero pei pellegrini, di maniera che il Vaticano crebbe città santa della Cristianità. Ai tempi di Onorio vedevansi soltanto pochi edificî costruiti in vicinanza alla basilica. L’antichissimo di tutti, eretto presso la tribuna, era il _Templum Probi_, ossia cappella funeraria dell’illustre famiglia senatoria degli Anici, che in Roma prima d’ogni altra aveva abbracciato il Cristianesimo. Anicio Petronio Probo possedeva immense ricchezze, aveva tenute le più alte magistrature; ed infatti aveva diviso il consolato coll’imperatore Graziano, e quattro volte era stato prefetto della Città: egli elevò quella cappella in cui fu deposta la sua salma entro un sarcofago che ancor si conserva. E conservasi oggidì ancora quello più antico e più bello di Giunio Basso, dell’anno 358, che non fu però deposto nella cappella, quantunque egli fosse di quella stirpe[65]. La famiglia imperiale stessa aveva il suo mausoleo in prossimità del san Pietro, poichè nell’anno 404 Onorio aveva scelto quel recinto perchè vi fosse deposta la sua salma: e colà egli diede sepoltura alle sue due mogli Maria e Termanzia, figlie del grande Stilicone. Di quel mausoleo non rimase vestigio, e soltanto nei tempi recenti fu dato di rinvenire il sarcofago che conteneva le ceneri della imperatrice Maria.
Questi pochi cenni valgano a dare un’idea generale di ciò che fosse l’antica basilica di san Pietro al tempo di Onorio. Era un vasto edifizio di forma allungata, costruito in mattoni: il suo duplice tetto (il più alto, e il più basso) non era ancora ornato delle lamine di bronzo dorato di cui in seguito spogliavasi il tempio sacro a Roma ed a Venere. La fronte di prospetto adorna di croce, si elevava con forma severa sopra un vasto atrio, che, simile ad un chiostro, era racchiuso tra colonne. Con quale animo i Pagani di Roma avranno contemplato taciti quel nuovo edificio pensando che là, entro una cella dorata, veneravasi il corpo d’un pescatore ebreo! Quali idee saranno sôrte nella loro mente se avranno alzati gli occhi al vicino mausoleo dell’imperatore Adriano, la cui magnifica rotonda, sostenuta da due ordini di colonne, poggiava sopra un immenso cubo di marmo adorno di statue e sembrava guatare con disprezzo quella chiesa di forma strana! E in vicinanza, il circo dove Pietro era stato crocefisso, cadeva in rovina; ed i suoi ruderi, dai quali erano stati tratti i materiali per la costruzione della basilica, presentavano il selvaggio e triste aspetto di un labirinto oppure delle Latomie di Siracusa; e dalla spina infranta del circo, in prossimità della chiesa cristiana, s’elevava ancora il grande obelisco di Caligola. La chiesa di san Pietro che s’ergeva sulle rovine del circo, era certo dimostrazione di un avvenimento sorprendente; ed i Cristiani avranno mirato ad esso quasi a simbolo di loro Religione trionfante che aveva posto suo seggio sulle rovine del Paganesimo abbattuto. E già, ai tempi di Teodosio il vecchio, accorrevano da ogni parte al s. Pietro numerose schiere di pellegrini per celebrarne la festività, che, insieme a quella di s. Paolo, solennizzavasi in Giugno. Ed anche allora come oggidì, vi si recavano traghettando il Tevere sul ponte di Adriano, il quale, sovra ogni altro ponte del mondo, ebbe la sorte di essere calcato da immense turbe di genti che muovevano a sciogliere loro voti di pietà[66]. Era scorso un secolo appena, e già gli edificî sontuosi di Roma pagana cadevano in oblio; ed i figli ed i nepoti di quei Romani che avevano contemplato con corruccio e con dispetto sorgere la basilica, vi accorrevano con animo commosso di fervore religioso, e a ginocchi ne ascendevano i gradini. E i loro sguardi miravano con istupore la bellezza del novello Campidoglio che, ad opera dei succeditori di san Pietro, ergevasi splendido d’oro e di argento, di gemme e di perle, ricco di musaici e dei prodotti dell’arte bizantina.
§ 5.
Basilica antica di san Paolo. — Antico culto dei Santi. — San Lorenzo e le sue due chiese: _S. Lorenzo fuori le mura_ e _S. Lorenzo in Lucina_. — S. Agnese. — _S. Crux in Hierusalem._ — S. Pietro e s. Marcellino. — S. Marco. — S. Maria (Maggiore). — S. Maria in Transtevere. — S. Clemente. — Aspetto di Roma nel secolo quinto. — Contrasti nella Città.
La stessa onoranza ch’era resa a san Pietro, era tributata all’apostolo Paolo. È probabile che Costantino, mosso dalle istanze di santo Silvestro, gli abbia eretto la basilica situata ad un miglio di distanza dalla Città, lungo la via Ostiense, remota da templi pagani, in quel luogo medesimo dove la leggenda narrava che l’Apostolo fosse stato ucciso, oppure dove gli fu data sepoltura dalla pia matrona Lucina. Ma la forma dell’antico san Paolo riusciva troppo umile al gusto ingentilito dei Cristiani; e la sua area diveniva insufficiente a capire la moltitudine dei fedeli e dei pellegrini che vi accorrevano in numero sempre crescente. Per la qual cosa, nell’anno 383, gl’imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio ordinarono con loro rescritto a Sallustio, prefetto della Città, di edificare una novella basilica, più grande e più bella là dove sorgeva l’antica[67]. Sotto Teodosio se ne gettarono le fondamenta, ed Onorio la trasse a compimento; ma non si sa precisamente in quale anno. Siccome però i Goti condotti da Alarico, nel saccheggio di Roma risparmiarono rispettosi la basilica di san Paolo, che a quel tempo già sorgeva bellissima, possiamo ammettere che, quando Onorio nell’anno 404 entrò in Roma, quel tempio fosse già completo e che l’Imperatore vi orasse[68].