Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 5
Il Circo massimo situato ai piedi del monte Palatino e sotto l’Aventino, con tutto il territorio vicino che da questo colle si stendeva al _Velabrum_ ed al _Janus Quadrifrons_, formava la undecima Regione che ne riceveva il nome. Era il circo maggiore di Roma, capace, se si stia alla _Notitia_, di 385000 persone. Costanzo avealo adorno di un obelisco, emulando Augusto, che pel primo uno ne aveva ivi eretto. Era l’arena frequentatissima ove facevansi le corse dei cavalli ed i grandi giuochi, e che durò nel suo splendore perfetto fino al tempo in cui cadde la dominazione dei Goti. Nelle sue vicinanze erano gli antichi santuarî del Sole e della Luna, della _Magna Mater_, di Cerere e del _Diespater_: la _Porta Trigemina_ conduceva su pel Clivo Publicio all’Aventino. Il territorio di questa Regione si stendeva al di sotto del Palatino fino al _Velabrum_ ed al Foro boario[24].
Le due Regioni che seguivano, ed erano le estreme della Città al di qua del Tevere, formano oggidì la parte più deserta e più squallida di Roma; si spopolarono durante il medio evo, prima di ogni altro quartiere della Città antica. La duodecima Regione aveva nome di _Piscina publica_ da publici bagni ivi esistenti, di cui oggi non è conservata alcuna traccia. Erano le terme di Antonino od i bagni di Caracalla, ove al secolo quinto ancora accorrevano frequenti visitatori allettati allo splendore di quel ritrovo; solo monumento dell’arte antica onde fosse illustre quel quartiere. I ruderi che ne coprono il terreno, tra i quali furono rinvenuti tanti capolavori di scultura, come la Flora di Napoli, l’Ercole Farnese, il toro Farnese, e che dir si possono miniera sotto cui stanno sepolti tanti tesori artistici, muovono ad ammirazione chi li contempli, e, più che altre rovine di simil genere, ci sono maestri della pompa orientale, della magnificenza, della estensione gigantesca degli edificî che sorgono monumenti della possanza imperiale.
La decimaterza Regione comprendeva il monte Aventino e la valle bagnata dal fiume. Eravi ancora il tempio antico di Diana che in tempi remoti Servio aveva innalzato a santuario della confederazione latina, il tempio di Minerva; e, quantunque la Descrizione non ne faccia menzione, doveva esister ancora il tempio di Giunone Regina e della dea Bona. Più lungi stavano i bagni di Sura e di Decio. Vicino alle sponde del fiume era l’_Emporium_ ove i navigli del Tevere scaricavano loro mercanzie, e lì presso, ove sono oggi i _Marmorata_, stavano gli _Horrea_, ossia granai, ed altri edificî destinati al commercio ed al movimento del porto[25].
Or non ci rimane che a dire brevemente della decimaquarta ed ultima Regione di Roma. Chiamata _Transtiberim_, abbracciava tutto il territorio posto al di là del fiume, il Gianicolo, che Aureliano aveva compreso entro le mura, e il colle Vaticano, che soltanto nel secolo nono fu cinto di mura, coi campi vicini. A questa parte di Roma situata di là del Tevere mettevano i ponti che qui sotto enumeriamo.
1) Il _Pons Sublicius_, l’antichissimo di Roma edificato in legno. Egli è incerto quando sia perito; nè è probabile che sia da considerarsi per l’antico Sublicio il ponte che cadde distrutto al tempo di Sisto IV, nell’anno 1484, ed i cui avanzi oggidì ancora sorgono fuor d’acqua in vicinanza di S. Michele.
2) Il _Pons Aemilius_, oggi conosciuto sotto il nome di ponte Rotto, che gli fu dato dopo l’anno 1598. Era detto anche _Pons Lepidi_ dal nome forse di M. Emilio Lepido che probabilmente lo avrà restituito a buono stato. Il popolo lo chiamava _Lapideus_ ed anche _Palatinus_. Nel secolo decimoterzo era detto ponte di S. Maria ed anche _Pons Senatorius_.
3 e 4) Il _Pons Fabricius_ ed il _Pons Cestius_, che esistono ancora, mettono ad un’isola sul Tevere. Il primo, oggi da un’erma quadrifronte chiamato _de’ quattro capi_, conduce alla Città; il secondo, che dal nome di uno dei suoi riedificatori Valentiniano, Valente e Graziano fu detto anche _Pons Gratiani_ ed oggi ha nome di S. Bartolomeo, congiunge l’isola col Trastevere.
5) Il _Pons Janiculensis_, che restaurato sotto Sisto IV nell’anno 1475 ne fu chiamato ponte Sisto, nella _Notitia_ è detto _Aurelius_ e negli Atti dei Martiri ha nome di _Antoninus_, probabilmente perchè fu anticamente edificato da Caracalla o da M. Aurelio Antonino. Nel medio evo, fino al tempo di Sisto IV, fu chiamato ponte Rotto.
6) Vi seguiva tosto il _Pons Vaticanus_. Lo edificava Caligola per averne una via pronta ai suoi giardini Domiziani. Questo ponte, detto anche _Pons Neronianus_ e _Triumphalis_, cadeva già prima dell’anno 403, perocchè la _Notitia_ lo oltrepassi in silenzio assoluto. Ne vediamo ancora i ruderi in vicinanza di Santo Spirito.
7) Il ponte Elio, opera magnifica di Adriano, suppliva al ponte Vaticano caduto in rovina. Già al secolo ottavo ebbe titolo di ponte di S. Pietro, perocchè i viandanti che si dirigevano alla volta della Basilica vaticana, sopra di esso traghettassero il Tevere[26].
Gl’Imperatori avevano adorna la Regione trasteverina di belle opere d’arte. Ivi erano magnifici giardini, come, ad esempio, quelli di Agrippina, quelli di Nerone, sorti più tardi, ed i celebri parchi Domiziani, onde il territorio del Gianicolo e del Vaticano era reso incantevole soggiorno e preferito a qualunque altro dai Cesari, che ivi avevano ville. La _Notitia_ dà un cenno degli _Hortos Domities_, ma troppo vago e indeterminato. Sotto nome di _Vaticanum_ essa comprende il territorio tutto aderente, e sembra intendere sotto il nome di circo di Cajo (_Gaianum_), per quello celebre di Nerone, che, sorgendo nei giardini Neroniani, era reso illustre dall’obelisco di Caligola, il quale oggi si alza, splendido ornamento, nella piazza del san Pietro. Nel tempo di cui parliamo e durante tutto il medio evo, fu il solo degli obelischi di Roma che non crollasse ed ergevasi sulla spina del circo, entro il quale, fin dai tempi di Onorio, era edificata la basilica del Principe degli Apostoli. La _Notitia_ fa menzione di recinti destinati alle naumachie che erano in questa Regione: tace però della tomba di Adriano, che oggidì ancora esiste trasformata in castello, e ai tempi di Onorio sorger doveva nel suo splendore antico, perchè non ancora i Visigoti di Alarico, nè i Greci di Belisario vi avevano dato saccheggio, nè l’avevano per sempre rapita dell’ornamento delle sue statue.
La _Notitia_, come del Vaticano, dà la descrizione del Gianicolo. Non sappiamo però in quale condizione si trovasse l’antica rocca che coronava il vertice di quel monte. Più densa che nelle altre Regioni era la popolazione che aveva stanza nel _Transtiberim_ sulle pendici del Gianicolo, e nel corso dei tempi si conservò. Fa cenno la _Notitia_ di molini, di bagni, di vie, di orti, di templi ivi esistenti, e lì esser dovevano i giardini di Geta i quali, edificati probabilmente da Settimio Severo, si stendevano forse fino a porta Septimiana. Di questa porta o piuttosto del territorio adiacente la _Notitia_ fa cenno speciale; e poichè essa in origine aprivasi in quelle fortificazioni di Aureliano che comprendevano il Gianicolo entro due lunghe braccia di mura che si spingevano alla riva del fiume, sembra che derivasse il suo nome da Settimio, il quale aveva eretti in vicinanza suoi edificî.
Egli è incerto se anche l’isola del Tevere fosse compresa nella decimaquarta Regione. La opinione concorde dei Topografi ve la pone a ragione, quantunque la _Notitia_ non ne faccia cenno, come pur taccia del tempio di Esculapio, del tempio di Giove e di quello di Fauno. Sembra che ai tempi di Onorio la possente famiglia degli Anicî ivi avesse un palazzo. Durante l’età media quell’isola avea nome di Licaonia; donde lo ricevesse non si sa[27].
Alcune tavole statistiche compilate nell’ultimo periodo dell’Impero, ci forniscono di notizie intorno al numero delle case, degli edificî publici e persino delle statue esistenti in Roma. Vi sono numerati 2 Campidogli, 2 grandi ippodromi (oltre ai minori), 2 grandi piazze pel mercato delle grasce (_macella_), 3 teatri, 2 anfiteatri, 4 splendidi ginnasî per gladiatori (_Ludi_), 5 naumachie per giuochi sulle acque, 15 ninfei ossia bei monumenti che ornavano i gettiti d’acqua, 856 bagni publici, 11 grandi terme, 1352 bacini delle acque e fontane. Di publici edificî di altro genere sono ricordati: 2 grandi colonne spirali, 36 archi trionfali, 6 obelischi, 423 templi, 28 biblioteche, 11 fori, 10 grandi basiliche, 423 quartieri della città, 1797 palazzi o _Domus_, e 46602 case o _Insulae_[28].
CAPITOLO SECONDO.
§ 1.
Esagerazioni dei Padri della Chiesa sulla rovina dei monumenti di Roma. — Descrizione di Roma data da Claudiano. — Editti di preservazione degl’imperatori. — Tentativi di Giuliano a restaurare il culto antico. — Conseguenze.
Le due Descrizioni antiche di Roma ci danno un’idea della figura della città in sul principio del secolo quinto, ma non ci parlano della condizione in cui allora si trovavano tutti quei monumenti sontuosi, che durante tanto tempo erano stati albergo al culto pagano. Erano allora i templi deserti, e, chiusene le porte, le loro divinità erano forse cacciate in bando nel silenzio dei loro altari? Oppure i Cristiani or che alla fine trionfavano dopo persecuzione sì lunga, dando sfogo all’odio, abbattuti i simulacri, i templi avevano forse demoliti? Oppure finalmente la Religione novella, guidata dalla prudenza, piegando a necessità di tempi, era forse entrata nei delubri pagani, e resili puri colle aspersioni dell’acqua consecrata e colle invocazioni della preghiera, gli aveva fatti suo albergo e vi aveva alzata la Croce?
Se si leggano alcuni brani degli scritti dei Padri della Chiesa, nei quali sembra ch’eglino abbiano ereditato l’odio antico degli Ebrei contro Roma, cui danno nome di Babilonia e di Sodoma; se si voglia prendere alla lettera tutto ciò ch’essi dicono quando parlano dei Pagani della Città, che da loro vien posta a paragone con Gerusalemme, e del numero delle monache e dei frati ch’erano in Roma, siamo indotti a credere che, già prima dell’invasione di Alarico, i templi e i simulacri degli Dei fossero stati atterrati. Dopo la invasione della Città scriveva santo Agostino, che tutti gli Dei di Roma erano stati rovesciati, e già da qualche tempo, dai loro troni. Egli tenne un sermone sull’Evangelio di san Luca, in cui ritorceva ai Pagani il rimprovero che questi scagliavano contro il Cristianesimo dicendo, non già l’oste barbarica ma il Cristo aver distrutta Roma, perchè gli Dei antichi e venerandi aveva cacciati e distrutti. «Non è vero», sclamava, «che subito dopo la caduta degli Dei, Roma sia stata presa e nel fondo della miseria cacciata; perocchè già prima fossero stati distrutti gl’idoli: eppure i Goti condotti da Radagaiso erano vinti. Ricordatevene, o fratelli, ricordatevene; non è gran tempo, son pochi anni. Erano in Roma rovesciati gl’idoli tutti, allorchè Radagaiso re dei Goti venne con un’oste più possente di quella che Alarico guidava; eppure, quantunque offerisse sacrificî al suo Giove, ei fu battuto e disfatto»[29].
Verso quel tempo san Girolamo esprimeva la gioia ond’era commosso l’animo suo volgendo un’apostrofe a Roma. «Città possente, città cui il mondo s’inchina come a signora, città cui la voce dell’apostolo lodò: il tuo nome traduce il Greco in sua favella per _forza_: te l’Ebreo chiama _altezza_ in suo linguaggio. Se ti opprima la schiavitù, te deve elevare la virtù, non l’impurità contaminare. L’anatema che il Redentore ti minacciava nell’Apocalisse, puoi disarmare con penitenza, memore dell’esempio di Ninive. Guardati da Gioviniano il cui nome deriva da quello del nume bugiardo. Squallido è il Campidoglio, i templi di Giove e il suo rito caddero»[30]. In un altro scritto dell’anno 403 lo stesso Padre esclama: «Immerso nello squallore è l’aureo Campidoglio. Tutti i templi di Roma sono anneriti dalla fuligine, e la ragna tesse sue tele sotto le loro vôlte. Tutta la Città è in movimento, e il popolo passando frettoloso davanti i templi crollati a metà, si avvia ai sepolcri dei Martiri. Colui che l’intelletto non induce alla fede, vi è spinto da una specie di vergogna». Poco dopo ei fa menzione con orgoglio di Gracco, cugino della pia Leta; alla quale scrive che quel suo parente, essendo prefetto della Città, aveva fatto atterrare la grotta di Mitra e aveva distrutti tutti gl’idoli sotto le cui forme adoravasi l’astro Corax, Nymphe, Miles, Leo, Perses, Elio, Dromo e Pater, per farsi poi battezzare sulle loro rovine. Ed esclama pieno di gioia: «Nella Città il Paganesimo è cacciato in solitudine e in silenzio: quelli che un tempo erano Dei delle nazioni, rimangono ora coi gufi e colle civette sulle deserte cornici degli edificî. Sui vessilli dei soldati splende la croce; e la porpora dei Re ed i gemmati diademi adorna il segno di quel tormento ond’ebbe salvezza il mondo»[31].
Per conoscere che tali dipinture del disfacimento di Roma contenevano molto di esagerato, basta leggere un solo squarcio di Claudiano. Ed è quello in cui il Poeta, nell’anno 403, dall’alto del palazzo imperiale mostra ad Onorio, entrato allora in Città, gli stessi templi e i simulacri degli Dei, suoi penati, che già al Poeta ancor fanciullo aveva fatti mirare per la prima volta Teodosio padre dell’Imperatore:
_Attollens amicem subjectis regia rostris_ _Tot circum delubra videt tantisque Deorum_ _Cingitur excubiis. Juvat infra tecta Tonantis_ _Cernere Tarpeia pendentes rupe Gigantas,_ _Caelatasque fores, mediisque volantia signa,_ _Nubibus et densum stipantibus aethera templis,_ _Aeraque vestitis numerosa puppe columnis_ _Consita, subnixasque jugis immanibus aedes,_ _Naturam cumulante manu; spoliisque micantes_ _Innumeros arcus. Acies stupet igne metalli,_ _Et circumfuso trepidans obtunditur auro_[32].
Ma la guerra che da lungo tempo il Cristianesimo moveva contro la figura pagana di Roma, vi aveva già indotti molti mutamenti. Durava oramai da ottanta anni dacchè Costantino aveva promulgato il suo Editto sulla religione cristiana; e molti templi nelle province orientali erano stati distrutti e parecchi in Roma stessa dalla furia del popolo erano stati devastati. E i Cristiani nel loro odio devono avere gettate in pezzi e mutilate centinaia di statue. Ma la completa distruzione dei monumenti dell’arte in Roma impedivano le leggi degli Imperatori, e la veneranda grandezza della città, ed il prestigio delle sue memorie, e la potenza considerevole di una aristocrazia pagana che ancora numerosa sedeva in senato. Alla conservazione dei loro monumenti attendevano i Romani con cura gelosa e con tale amore, che n’ebbero lode e ammirazione dallo Storico greco Procopio, che scriveva cento e cinquant’anni dopo lo impero di Onorio: «Quantunque la dominazione barbarica pesi sui Romani da lunghi anni, pure eglino hanno conservato gli edificî della Città e la massima parte dei monumenti che le sono ornamento, per quanto era loro possibile; e malgrado dell’ingiuria del tempo e della incuria, quelle opere dell’arte resistono incolumi, tant’è la grandezza loro, e la solidità di costruzione»[33]. Nè in alcuna maniera potevano i Cristiani di Roma esser compresi della mania di devastazione che accoglievano stranieri quali erano santo Agostino e san Gerolamo: ed anzi, ad onore della loro carità per il loco natio, dobbiamo credere che in pochissimi fosse fervente l’abbominio contro il culto degl’idoli a modo tale da voler rapire Roma di quello splendore onde l’avevano adorna i loro grandi avi, e che tanto secolo che vi corse sopra, aveva reso venerando.
Era carico del prefetto della Città la conservazione degli edificî publici, delle statue, degli archi di trionfo, di tutti i monumenti in somma della Città. Collo stipendio a lui assegnato doveva provvedere alla riparazione degli edificî cadenti, ed ancora nell’anno 331 e nel 332 il Senato romano faceva restaurare il tempio della Concordia situato nel Campidoglio[34]. Nè l’imperatore Costantino, nè i figli di lui erano mossi da acerbità di odio contro le Divinità dell’antica religione; chè ragione politica più che altro motivo gli aveva spinti a rinnegarla: e dalla serie di Editti dei loro succeditori si pare, ch’essi prendessero cura di tutti gli edificî di Roma senza fare distinzioni, servissero quelli al culto pagano oppure a scopi civili o ad utilità del popolo. Era vietato da leggi ai prefetti e agli altri magistrati di costruire in Roma novelli edificî, per tema che rimettessero della loro diligenza nella conservazione degli antichi. Era proibito di rapire i vecchi monumenti dei loro marmi, di danneggiarne le fondamenta e di togliere gl’intonachi esterni di pietra per giovarsi di quei materiali a nuove costruzioni[35]. Per quello poi che riguardava ai templi in particolare, non era mai stato pensiero, neppure remoto, degl’Imperatori di comandarne la distruzione in Roma; chè anzi, mentre davano opera a sradicare le antiche consuetudini, le quali nella vita popolare avevano messe radici profonde, si restringevano a comandare che si chiudessero i templi, e minacciavano severe pene a chi vi frequentasse ed a chi sacrificasse secondo il rito pagano. E ogni qualvolta i Cristiani dessero saccheggio ai templi o profanassero tombe di Pagani, che, situate fuor delle mura della Città e in luoghi remoti nella Campagna, prestavano facilità ai loro assalti, si promulgavano tosto Editti a vietare che simili avvenimenti si ripetessero. «Quantunque,» scriveva l’imperatore Costantino nell’anno 343, «quantunque ogni superstizione deva essere posta in bando, tuttavia vogliamo che i monumenti dell’antica religione situati fuor delle mura devano rimanere illesi, e che nessuno vi porti guasto. Imperocchè, da alcuno di quelli essendo derivate le costumanze dei giuochi e degli spettacoli del circo, ella sia cosa non convenevole, che si distrugga quello da cui ebbero origine le solennità degli antichi sollazzi del popolo romano»[36].
Giuliano, l’eroe filosofo, baldo del fuoco energico della giovinezza, accesa la mente del desiderio d’imitare i grandi uomini dell’antichità, preso ad abborrimento il sacerdozio che con giogo pedantesco gli aveva tenuto nascoste le grandi verità del Cristianesimo, allettato da vaghezza di ripristinare quella civiltà greca che tramontava, tentò di restaurare il culto delle Divinità antiche. Egli previde che sarebbe venuta la caduta dell’Impero dalla religione cristiana, la quale in nome dell’individuo dichiarava guerra allo Stato e minacciava di distruggere l’antico ordinamento civile. Dagl’insegnamenti dei filosofi illustri di Atene e di Asia egli aveva succhiate le dottrine aristocratiche della sapienza antica in modo ancor più profondo che Marco Aurelio: ed egli cadde, ultimo degli eroi operosi del mondo romano, e a lui dobbiamo tributare un pensiero di simpatia e d’ammirazione, se pur l’opera sua non reputassimo degna di approvazione. La breve e isolata guerra ch’egli fece contro il grande rivolgimento spirituale dell’umanità è l’ultimo anelito della vita del mondo antico, che scese nella tomba con quel giovane eroe della Stoa. Vittima infelice, la quale nella sua figura presentava la grandezza dell’Antichità, che alla sua partita dava al mondo l’estremo addio! E i suoi disegni di restaurazione caddero con lui come quelli ch’erano privi di fondamento nella condizione dei tempi; e l’idea civile del Cristianesimo, energica della sua giovinezza, trionfava più balda e più pronta. In tutto il mondo s’alzarono allora i Cristiani minacciando distruzione completa a tutti i templi ed a tutti i monumenti antichi che ancora stavano in piedi. A schiere numerose, quasi accorrenti ad una crociata, eglino s’affrettavano nelle province a recar guerra contro i monumenti; e nelle province e in Roma stessa insorgevano contro le costumanze dei giuochi già usati sin dall’antichità, mettendo a disperazione i Pagani. E i magistrati, ancor pagani in parte, ricorrevano allo strano espediente di porre soldati cristiani a guardia dei templi ai quali era minacciata rovina. Però Valentiniano proibiva questi eccessi ch’egli considerava abusi di religione, e promulgava un Editto dato da Milano nell’anno 365 e indiritto a Simmaco prefetto della Città: nè già nutriva sentimenti ostili contro il Paganesimo, ma buoni officî usava ai Vescovi cristiani: chè sì egli quanto Valente tenevano ancor fermi i principî romani antichi di tolleranza religiosa[37].
§ 2.
Contegno di Graziano verso il Paganesimo. — Contese per la statua e per l’altare della Vittoria. — Fervore dell’imperatore Teodosio contro il culto pagano di Roma. — Elemento pagano ancora esistente nella Città. — Caduta della religione antica ai tempi di Onorio. — Templi e monumenti di Roma. — Notizie del loro numero.