Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 4
Ancor più grandiose e magnifiche erano le terme che Diocleziano aveva edificate in questa Regione sul Viminale. Erano le più estese di Roma, ed esse e le terme di Caracalla erano il ridotto più gradito a cui accorreva tutta la Città. Testimonî vivi di loro grandezza rimangono anche al dì d’oggi ruderi giganteschi. Al tempo d’Onorio erano ancora nel loro splendore primiero, ed i Cristiani di Roma dovevano mirare ad esse con orrore e con disdegno pio, perocchè Diocleziano a fabbricarle avesse usato dell’opera di parecchie migliaja di schiavi cristiani. Ma la bellezza dei marmi e dei dipinti, e le sale suntuose, e le stanze adorne di splendidi musaici, e la raffinatezza d’ogni voluttà le rendevano grato convegno degli uomini eleganti. Se si creda ad Olimpiodoro, nelle stanze di quei bagni contenevansi duemillequattrocento vasche[16].
Non meno celebri erano gli orti di Sallustio che dal Quirinale si stendevano nelle vicinanze di monte Pincio ed in direzione della porta Salara. Erano soggiorno favorito degl’imperatori Nerva ed Aureliano, splendide dimore in cui si riunivano le delizie dei giardini, dei bagni, dei templi, del circo, dei bei viali fiancheggiati da alte colonne. Ne fa menzione la _Notitia_ senza dire però che queste case sallustiane fossero già cadute in rovina. Imperocchè fossero i primi edificî di Roma che cinque anni dopo il trionfo di Onorio rovinassero. Sembra che presso questi giardini fosse situato il _Malum Punicum_ e la così detta _Gens Flavia_. Era il primo un quartiere il cui nome «Melogranato» dev’essere derivato da qualche monumento colà esistente o da qualche albero che in quello spazio avesse fiorito. Ivi Domiziano aveva trasformato le sue case in un tempio destinato ad accogliere dopo morte la sua salma ed a sepolcro della gente Flavia.
Gli orti di Sallustio erano situati all’estremo confine della sesta Regione, di fronte a monte Pincio, verso porta Pinciana: l’ultimo confine di quella Regione nella direzione della porta Salara e della porta Nomentana tenevano i _Castra Praetoria_. Non fa cenno il _Curiosum_ di questo accampamento dei Pretoriani sulle rive del Tevere, ma ne parla abbastanza chiaramente la _Notitia_, quantunque Costantino lo avesse distrutto e Aureliano prima vi avesse condotto sue mura.
Per passare alla settima Regione, dai tre colli volti a nord-est si discendeva nella bassa pianura situata sotto il monte Quirinale ed il Capitolino, verso il campo di Marte. La denominazione _Via Lata_ aveva ricevuta dalla via che corrisponde precisamente alla parte inferiore del Corso odierno. La _Notitia_ conserva ricordanza di un arco di trionfo ivi eretto detto _Arcus Novus_, ma senza darne illustrazione: sembra che fosse eretto là dove la Via Lata si congiungeva alla strada Flaminia. Il più splendido edificio di questa Regione era il celebre tempio da Aureliano innalzato ad onore del Sole sul pendio del monte Quirinale, edificio gigantesco di magnificenza orientale, che nel secolo quinto doveva reggersi ancora in piedi ma che nel secolo sesto già rovinava[17]. Al di sotto di quello era situato probabilmente il campo di Agrippa, piazza magnifica ornata di bei portici e ridente di giardini che servivano ai sollazzi del popolo. Il grande numero di portici come i _Gypsiani_ ed i _Constantini_, l’ampio _Forum Suarium_ ove tenevasi il mercato dei majali, e i vasti giardini (_Horti Largiani_) dimostrano che questo quartiere della Città situato in quel basso territorio dev’essere stato un centro animatissimo di vita popolare, collocato com’era tra il campo di Marte e quella Regione che comprendeva il Foro romano, le piazze imperiali ed il Campidoglio.
§ 4.
L’ottava Regione di Roma.
Nella Regione più illustre, nella ottava, che aveva nome di _Forum Romanum Magnum_ e che poteva dirsi il centro in cui doveva svolgersi la storia di Roma, specchiavasi la grandezza dell’Impero del mondo: perchè ivi monumenti sublimi d’ogni genere e innumerevoli, ivi splendide ricordanze che la vista dei templi, delle colonne commemorative, degli archi di trionfo, dei rostri, delle basiliche rendeva più vivaci. Egli è prezzo dell’opera indugiarvici sopra alcun tempo, tanto grande era ancora lo splendore di quelle opere magnifiche, delle quali non era spenta la maestà se anche interrotta l’operosità d’un tempo, riunione di monumenti giganteschi che i secoli posteriori non vedranno più e che ad imaginare è impotente la fantasia più vivida e calda.
Cominciando dal Campidoglio, dei cui edifizî la _Notitia_ non dà particolare descrizione, tutti comprendendo nel concetto generale di _Capitolium_, ciò che a prima vista ne colpisce lo sguardo è il tempio di Giove Capitolino. Da quel tempio riceveva il Campidoglio nome di aureo, e probabilmente ne deriva la dizione di _Aurea urbs_ onde Roma durante il medio evo era appellata. Perocchè il tetto fosse ricoperto di lamine di bronzo dorato, e le colonne avessero dorate le basi ed i capitelli, e riccamente dorati fossero bassi rilievi e statue. E le porte erano di bronzo dorato, e lamine d’oro ne coprivano i battenti. Ricchezza sì grande di prezioso metallo doveva eccitare l’avidità dei conquistatori: eppure nè i Goti, nè i Vandali toccarono a quei sontuosi ornamenti del tempio; chè uno Storico pagano ci narra: primo Stilicone aver messe le ingorde mani sulle lamine ond’erano ricche le porte. Che il tempio, quantunque spogliato, si conservasse in perfetta condizione ancora ai tempi di Onorio, sembra potersi ricavare da Claudiano; e Procopio in termini positivi cel dice[18]. Quale fosse in quel tempo l’aspetto del Campidoglio, in quale stato fossero i suoi templi antichi, il suo _Asylum_, il suo _Tabularium_ di cui ammiriamo ancora gli avanzi, se ancora avesse l’ornamento di un numero infinito di statue, non vogliamo indagare. Mesto alla vista e crollante sarà stato quel delubro antico ed illustre dopochè la Religione cristiana ebbe posto in bando quel culto che ne rendeva venerate le sacre mura.
Se discendiamo il _Clivus Capitolinus_ e lungo la via dei Trionfatori procediamo verso il Foro (siamo al tempo di Onorio), troviamo sotto il _Tabularium_ parecchi templi che allora s’ergevano in tutto lo splendore primiero e di cui oggidì vediamo cumuli di rovine: sono il tempio della Concordia situato dietro l’arco di Severo, il tempio di Saturno, e quello di Vespasiano e di Tito. Di tutti conserva ricordanza quell’antico catalogo e fa menzione dell’aureo Genio del popolo romano ossia del tempio a quello eretto, e parla della statua equestre di Costantino che deve essersi conservata lungo tempo ancora presso l’arco di Severo e che non può certo andare confusa con quella celebre di Marco Aurelio[19]. In vicinanza altre statue s’ergevano, ed una era stata innalzata ad onore del grande Stilicone. Ricorda la Descrizione il _Milliarium aureum_ ossia la pietra migliare dorata che Augusto aveva eretta presso l’arco di Severo, e la distingue con precisione dall’_Umbilicus Romae_. I rostri erano situati in tre luoghi: gl’imperiali in vicinanza dell’arco di Severo, i rostri giulî di fronte al tempio del _Divus Julius_, i rostri del popolo dirimpetto al tempio di Castore. Le Descrizioni citate non parlano dell’arco di Severo nè di quello di Tiberio, eppure al quinto secolo dovevano elevarsi di fronte al tempio di Saturno. Ed ambidue ornavano la fronte del Foro ove il Campidoglio scende in pendio.
L’enumerazione dei rimanenti edificî che fa la _Notitia_ nel descrivere il Foro, non è completa; vi si ricordano soltanto i più illustri. Prima d’ogni altro parla del Senato, e sembra che ne descriva il novello palazzo eretto da Domiziano là dove sorge oggidì la chiesa di santa Martina e quindi situato poco lungi del luogo ov’era l’arco di Severo, nel lato del Foro che per lungo tempo fu il più cospicuo per bellezza di monumenti. In quel tempo conservavasi forse ancora la _Curia Julia_ più antica, situata sul declivio del Palatino. Non ne fa cenno la _Notitia_; ma siccome essa parla di una _Curia vetus_ posta nella decima Regione, Palatina, così può cogliere nel vero chi sostenga che desse quel nome alla Curia di Giulio Cesare, per distinguerla dalla novella Curia ossia dal Senato. Un’iscrizione trovata nella chiesa di san Martino parla di un _Secretarium_ del Senato edificato nell’anno 399, che ad opera di un prefetto fu nel 407 racconcio[20]. Sembra dunque che non più nella Curia antica, ma in questo novello palazzo si congregasse il Senato ai tempi di Onorio, per iscansare forse litigi coi senatori cristiani.
Nell’istesso quartiere era anche il tempio illustre di Giano Gemino. Non ne è fatto cenno dalla _Notitia_, ma Procopio ne parla diffusamente, ed a noi toccherà spesso di tenere discorso di questo tempio che il popolo nel medio evo reputava fatato. La _Notitia_ ricorda che da questo lato del Foro s’ergeva la _Basilica Argentaria_ situata presso il _Clivus Argentarius_ (detto oggi Salita di Marforio); non fa cenno però nella descrizione di questa Regione, della basilica di Emilio Paolo, di cui parla ove discorre della Regione quarta, limitrofa alla ottava. Il sontuoso monumento della famiglia Emilia, adorno di belle colonne di marmo di Frigia, era situato presso al luogo dove sorge oggidì la chiesa di santo Adriano, e ad esso faceva riscontro dall’altro lato del Foro la basilica Giulia, di cui gli scavi praticati hanno fatto conoscere la posizione precisa. La Descrizione ci fa sapere che alla parte del Foro volta a mezzogiorno era il _Vicus Jugarius_, lo stadio greco, la basilica Giulia, il tempio di Castore, e finalmente il santuario di Vesta. Per la qual cosa vediamo che ai tempi ancora di Onorio, il Foro splendeva in tutta la sua pompa; e nel terreno che stava intorno all’arco di Severo, era movimento di vita politica, miserando avanzo dell’antica vita operosa.
Di qui si passava alle piazze imperiali. Secondo la narrazione della _Notitia_ erano quattro, tutte limitrofe, il foro di Cesare e quelli di Augusto, di Nerva e di Trajano. Al tempo in cui furono compilate le due Descrizioni, duravano ancora in tutta la pompa di loro bellezza antica; il primo col tempio di Venere e colla statua equestre di Cesare; il secondo col grande tempio di Marte Ultore, di cui oggi stanno ancora ritte in piedi tre magnifiche colonne corinzie maestre dell’arte antica; il terzo col tempio di Pallade; il quarto finalmente doveva accrescere per lungo tempo splendore alla Città colla colonna celebre di Trajano, monumento sacro di Roma, che, dal barbarico medio evo rispettato, pugnando cogli anni dura meraviglia del mondo. Ed in quel tempo l’osservatore era commosso ad ammirazione alla vista delle due Biblioteche, della statua equestre del grande Imperatore e del suo arco trionfale che probabilmente colà ergevasi ancora in piedi: imperocchè, siccome ad onoranza di Trajano erano stati innalzati in Roma parecchi archi di trionfo, sia opinione tra gli Archeologi quasi universale, che quell’arco sorgesse nel suo Foro e che poi si rubasse delle sculture e dei fregi per ornarne l’arco di Costantino. Quanta fosse la meraviglia a cui era commosso l’animo di colui che contemplasse questo Foro stupendo, cel dice Ammiano Marcellino in un bel passo in cui è celebrata la splendida magnificenza della grande Città. Quarantotto anni innanzi che Onorio facesse il suo ingresso in Roma, vi veniva l’imperatore Costanzo accompagnato dal principe persiano Ormisda. «Visitava egli», dice Ammiano, «i quartieri tutti della Città posti sul vertice e sul pendio dei sette colli e nelle vallate sottoposte; e via via che la percorreva, credeva che le bellezze vedute da altre non potessero essere superate: ammirava il tempio di Giove tarpeo, splendido come opera divina l’umana antecede; vedeva le terme vaste come borgate, la mole dell’anfiteatro, che costruita dei massi di marmo di Tivoli s’ergeva eccelsa sì che occhio umano poteva a fatica osservarne le cime; e mirava attonito il Panteon colle sue vôlte sublimi simile a rotonda sfera celeste, e le altissime colonne a cui si ascendeva per dolcissime scalee adorne delle statue degli antichi Imperatori; e lo empievano di stupore il tempio della Città e il foro della Pace e il teatro di Pompeo e lo stadio e i monumenti tutti onde l’eterna Roma va illustre e superba. Or com’egli fu venuto al foro di Trajano, a quel miracolo d’arte, che male non ci apponiamo se diciamo unico in suo genere sotto il sole, e cui non potrebbero mancare gli Dei stessi di tributare ammirazione, restò simile ad uno scosso dal folgore, quasi trasognato fissando lo sguardo su quei monumenti titanici che lingua non può descrivere, nè artefice mortale può presumere di eguagliare. E cadutogli l’animo di provarsi in qualche opera simile, disse: Il solo cavallo di Trajano, che portava la statua di questo Principe collocata nel mezzo dell’atrio, volere e poter imitare. Ma il principe Ormisda che stavagli accanto, acutamente gli diceva: Concedi però, o Imperatore, che a simil cavallo simile scuderia devi prima preparare, se tu il possa; il destriero che tu ti proponi di costruire non può che in uno spazio splendido sì come è questo essere collocato. E chiesto quel Principe che pensasse di Roma, rispose: Esser lieto di ciò solo, che aveva saputo, anche a Roma gli uomini essere mortali[21]. E dopochè l’Imperatore ebbe tutto veduto con meraviglia profonda, accusò la Fama di impotente o di maligna, perocchè essa, che sempre e tutto esagera, fosse tuttavia insufficiente a narrare lo splendore di Roma. E consigliato a lungo seco stesso che far dovesse, deliberò voler aggiungere alle bellezze di Roma altre di genere simile, ed innalzò nel Circo massimo un obelisco di cui a luogo opportuno parlerò.» Nel foro di Trajano erano erette statue ai grandi filosofi, ai poeti ed agli oratori dell’antichità, ed altre in seguito furono aggiunte. Così una fu innalzata a Claudiano più tardi, sotto il reggimento di Avito, ed una fu collocata ad onore del poeta Sidonio Apollinare. E ai tempi ancora del poeta Venanzio Fortunato, sul principio del secolo settimo, nelle sale della biblioteca Trajana leggevansi i poemi di Virgilio, e recitavansi i versi ampollosi o aspramente sonanti dei poeti viventi in quella età[22].
La dipintura che Ammiano Marcellino dà di Roma ai tempi di Costanzo, possiamo confortare della testimonianza di uno scrittore contemporaneo. Ai tempi di quell’Imperatore, uno Scolastico, di cui non ci pervenne il nome, compilava un’opera in cui proponevasi di dare la descrizione del mondo e delle province del romano Impero e singolarmente d’Italia, sotto il cui nome egli voleva significare propriamente l’Italia centrale. Dopo di averne celebrate le città e di aver lodati i vigneti del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del paese tosco, soggiungeva: «Oltrecciò quel paese possiede, bene massimo, Roma splendida di edificî divini. Perocchè tutti gl’Imperatori ivi innalzassero opere superbe che ne eternassero la ricordanza. E chi può numerare i monumenti di Antonino? Chi può descrivere le bellezze delle opere di Trajano? Ivi si trova il circo, edificio superbo, illustre per le statue di bronzo che ne sono decoro sontuoso[23].»
§ 5.
Le ultime sei Regioni di Roma.
Il _Circus Flaminius_, nona Regione, era situato là dove è oggi la parte più popolata della Città. È quella vasta e bassa pianura che dal Campidoglio si stende fino alla odierna piazza del Popolo dirimpetto al ponte di Adriano. Comprendeva dunque quel celebre campo di Marte, il quale, al tempo di Augusto, era splendido e bello da strappare a Strabone una descrizione animatissima in cui esprimeva l’ammirazione più viva. Ma un incendio scoppiato ai tempi di Nerone, e le innovazioni operate da quegl’Imperatori che gli succedettero e che fecero a gara nell’erigere monumenti, mutarono l’aspetto di questa estesissima Regione. Splendidissimi edifizî di ogni maniera sorsero d’ogni dove ricoprendola intieramente in modo da poter essere chiamata novella Roma imperiale e brillante di tanto splendore, che allo stesso Strabone sarebbe venuta meno la potenza di divisarne le bellezze a parole. La _Notitia_, senza accennare al circo Flaminio che negli ultimi tempi del Medio evo stava ancora nella massima parte in piedi, parla delle scuderie, che erano vicine, per i cavalli del circo. Ommettendo di discorrere dell’anfiteatro di Statilio Tauro, parla subito dopo di tre teatri, di quello cioè di Balbo che comprendeva 11510 stalli per gli spettatori, di quello di Marcello la cui negra e gigantesca mole tuttora oggi lascia in parte riconoscere l’antico splendore e che aveva 17580 seggi, del teatro di Pompeo che ne capiva ben 22888. La _Notitia_ tace dello Ecatostilo, ossia portico di Pompeo, e ci abbandona alle forze della fantasia nel pensare ai bei viali di platani e alle piazze che rendevano incantevole quel luogo. Degli altri portici che sappiamo essere ivi esistiti, fa cenno soltanto di quello di Filippo avo di Augusto; nè parla dell’altro prossimo di Ottavia, che Augusto aveva formato allargando quello antico di Metello e che, al tempo in cui fu compilata la Descrizione, doveva conservarsi perfetto. I suoi ruderi grandiosi vediamo ancora nelle vicinanze del Ghetto odierno.
Non lungi di lì era il portico a due navate di Minucio, _Minucias duas_, come lo intitola la _Notitia_, ossia _Minucia vetus_ e _frumentaria_; e sotto quest’ultimo portico facevansi negli ultimi tempi dell’Impero le distribuzioni di grano agli operai bisognosi e scioperati. Trovavasi lì presso la cripta di Balbo, ch’era probabilmente un portico coperto che conduceva al teatro di lui. Se a tutti questi portici si aggiunga l’altro sostenuto da colonne ed eretto da Gneo Ottavio, che dal circo Flaminio conduceva il passeggiero al teatro di Pompeo, si può avere una idea della moltitudine di edificî mirabili che coprivano quel territorio, il quale viene a corrispondere presso a poco allo spazio che dal palazzo Mattei si stende oggidì al palazzo Farnese. Più in là, in direzione del fiume, Teodosio, Graziano e Valentiniano, ventitre anni circa prima che Onorio entrasse in Roma, avevano edificati di bei portici (_porticus maximae_), ed un arco trionfale dirimpetto al ponte di Adriano, che si conservò fino alla più tarda età del medio evo e la cui iscrizione copiata dal pellegrino di Einsiedeln fu a noi tramandata.
A dritta dell’arco, era il portico di Europa di cui tace la _Notitia_; come tace di quello di Ottavio, laddove fa menzione del portico degli Argonauti e di quello di Meleagro, i quali, mettendo capo alla basilica di Nettuno, devono essere stati situati nei dintorni della Septa Julia. E questo recinto, ove i Comizi centuriati anticamente radunavansi, e la Villa Publica adiacente, in cui gli ambasciatori dei popoli stranieri ricevevansi, la _Notitia_ oltrepassa in assoluto silenzio.
Se di qui ci volgiamo nella direzione ov’è oggidì piazza Navona, veniamo in luogo ov’era situato il campo Marzio, in quella parte più ristretta della bassa pianura ch’è esterna al campo Flaminio ed al Tiberino. L’antico campo Marzio, dall’altare di Marte eretto al di là del Mausoleo di Augusto, si stendeva forse fino al ponte Milvio, in maniera che la parte maggiore del sobborgo rimaneva fuori delle mura erette da Aureliano. Perocchè la porta Flaminia che si apriva vicino al punto ov’è l’odierna porta del Popolo, desse sulla parte centrale del campo Marzio, e la muraglia della Città guernita di torri, stendendosi lungo il corso del fiume, si spingesse fino al ponte del Gianicolo (S. Sisto). Nel terreno del campo di Marte, compreso tra le mura dall’un lato, e la Via Lata e la Via Flaminia dall’altro, si ergevano gli edificî di cui la _Notitia_ fa cenno, benchè nella sua descrizione non si spinga fino alle vicinanze del Mausoleo di Augusto.
Qui era il grande stadio di Domiziano capace di 33088 seggi, edificio mirabile sul cui terreno è costruita la bella piazza Navona. Più in là, il _Trigarium_, circo di dimensioni minori, e l’_Odeum_ destinato alle prove musicali, che va rinomato tra le opere celebri di Costanzio e che quindi dev’essere stato mirabilmente bello. Sul Panteon di Agrippa non occorre fermarci di troppo, perchè questo monumento splendidissimo, eretto dal grande benefattore di Roma, è ancora una delle gemme dell’arte onde la grande Città va altera, conservatosi perfetto anche dopo che caddero in rovine i bagni ai quali in origine era congiunto, insieme a quelli di Nerone situati a piccola distanza da esso, e che da Alessandro Severo furono ampliati. Degli uni e degli altri, che esistevano ancora, fa cenno quella Descrizione antica.
Dall’altro lato del Panteon era il tempio di Minerva, sul cui terreno si alza oggidì la chiesa di _S. Maria sopra Minerva_. Poco distante era un tempio dedicato ad Iside e a Serapide. In direzione della Via Lata altri edificî avevano eretto gli Antonini, ad imitazione di quelli fatti costruire da Trajano e da Adriano; perocchè ivi fossero la basilica di Marciana e quella di Matidia, un tempio innalzato ad onoranza di Adriano, una colonna alla memoria di Antonino, ed ivi il Senato avesse edificato un tempio a Marco Aurelio, e a ricordanza di quel Principe avesse elevata la grande colonna che, insieme a quella di Trajano, doveva sopravvivere alla caduta di Roma. Di due illustri monumenti che avevano avuto origine sotto l’impero di Augusto, il secondo dei quali esisteva certo nel secolo quinto e lungo tempo dipoi, tace la _Notitia_: vogliamo dire del gnomone od orologio solare, il cui obelisco vedesi oggi sul monte Citorio, e del bel mausoleo che quell’Imperatore aveva eretto a sè ed alla sua famiglia. E la _Notitia_ ommette di descrivere la parte esterna del campo Marzio verso le mura di Aureliano, ove molti cittadini ragguardevoli e parecchie famiglie illustri avevano sepoltura. Ivi erano la tomba di Agrippa, collocata presso a poco ov’è l’odierna piazza del Popolo, e i sepolcri della famiglia Domiziana eretti su quel terreno in cui era stata più in antico deposta la salma di Nerone, e situato al di sotto dei giardini Domiziani e Luculliani che stavano sul monte Pincio. Ed ancora ai tempi di Belisario, il palazzo dei Pinci su quel colle ridente di bei giardini si ergeva, abitazione sontuosa.
La decima Regione comprendeva il monte Palatino, che, dai palazzi degl’Imperatori ivi esistenti, ebbe nome di _Palatium_. Queste splendide case dei Cesari che coprono oggidì il colle di rovine colossali, quali sparse in tortuoso labirinto, quali in tristi cumuli ammonticchiate, ai tempi di Onorio ed a quelli posteriori degli Esarchi erano abitate, quantunque in più parti cadute e dell’antica magnificenza di ornamenti deserte. Molti Imperatori da Augusto ad Alessandro Severo avevano dato opera ad edificarvi: Augusto e Tiberio ne avevano gettate le fondamenta, ed avevano edificate le parti principali del palazzo alle quali la _Notitia_ dà nome di _Domus Augustiana_ e di _Tiberiana_. Settimio Severo vi aveva aggiunto il _Septizonium_, grande e bel portico che si volge in direzione del monte Celio e del Circo massimo, che durò in piedi lunghi anni, e di cui vedevansi le rovine ai tempi ancora di Sisto V e di cui ci accadrà di parlare soventi volte nella storia della Città durante l’età media. La _Notitia_ lo ricorda sotto il nome di _Septizonium Divi Severi_. Di altri edificî illustri del _Palatium_ è fatto cenno in quella Descrizione: del tempio di Giove Vincitore, del tempio di Apollo eretto da Augusto, in vicinanza del quale era la biblioteca Palatina. E nel tempo stesso in cui narra che ancora conservavansi avanzi della casa di Romolo e del mitico Lupercale, ci fa conoscere che i Romani guardavano con gelosa cura ogni cosa che richiamasse la sacra ricordanza delle origini di loro Città.