Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 3
La Città si era formata diffondendosi tutta all’intorno di un centro, che al tempo della Republica era il Foro, ed il Campidoglio che sopra di quello sorgeva. Se intorno al Foro ed al Campidoglio si conduca una linea irregolare che, comprendendo il monte Palatino, vada radendo il Celio, l’Esquilino e il Quirinale, si vede formarsi un territorio non troppo esteso sulla sponda sinistra del Tevere. Era quello, così ai tempi della Republica come a quei dell’Impero, il vero cuore di Roma, perchè quelle colline da varie direzioni convengono tutte verso il Foro. Quivi era l’antica residenza del popolo libero, la sede della vita politica republicana: sopra di esso il Campidoglio, rocca sacra ove avevano posto dimora gli Dei, ove si conservavano le leggi e le spoglie trionfali di Roma. E lì vicini erano i luoghi destinati ai publici sollazzi dei Romani, perchè il Circo massimo, ove tenevansi giuochi solenni, era situato sotto il monte Palatino, cosicchè erano uniti in vicinanza il Foro del popolo, il Campidoglio di Giove, l’Ippodromo, i tre grandi indici della vita della Città durante i tempi republicani.
Gl’Imperatori che trassero Roma in ischiavitù, aggiunsero a quelli un quarto monumento, il loro proprio palazzo, il castello palatino. Benchè Augusto ed i suoi succeditori accuratamente conservassero ed abbellissero gli antichi monumenti sacri del Campidoglio, vi fondarono tuttavolta pochi edificî novelli, ma lo ornarono di statue, e alla base di esso dalla parte del Foro, eressero statue e colonne ed archi di trionfo. Circondarono il Foro del popolo di bei monumenti, e se allora, sotto la monarchia dei Cesari, aveva propriamente perduto la sua importanza politica, di esso restarono le gloriose rimembranze, e fu sempre la gran piazza publica a lato della quale gl’Imperatori ne edificarono altre magnifiche a monumento di loro superba signoria. Così furono costruiti i Fori imperiali di Cesare, di Augusto, di Nerva e di Domiziano e quello bellissimo di Trajano. Coll’architettura sublime di questo Foro la città imperiale raggiunse l’apogeo di suo splendore artistico, perocchè Roma non avesse ancora veduto sorgere nulla di più perfetto, ed è ancora dubbio se quell’opera meravigliosa sia stata superata dalla stessa basilica di san Pietro che in Roma sorse più tardi. Trajano, sotto del quale principalmente la potenza imperiale giunse al più alto grado, condusse a compimento anche il Circo massimo, e prima di lui, Vespasiano e Tito avevano innalzato l’anfiteatro gigantesco, palestra di ludi cruenti, il celebre Colosseo, che sorge ancora monumento dei trastulli dei despoti e del popolo schiavo. Chi, partendo dal Colosseo, avesse percorsa la Via Sacra, e, passato l’Arco di Tito, varcati il Palatino e il Foro del popolo, attraversati il Campidoglio e la serie delle piazze imperiali, fosse pervenuto al Foro di Trajano, avrebbe veduto i monumenti giganteschi di Roma imperiale succedersi dappresso in modo che l’occhio sarebbe stato stanco e confuso all’aspetto di tante meraviglie. E dopochè Adriano ebbe innalzato nelle vicinanze della Via Sacra il tempio maggiore della Città, sacro a Venere e a Roma, non rimase nel centro di Roma antica un solo palmo di terra ove si potesse edificare; ella era come una spessa selva di belli e sontuosi templi, di basiliche, di portici, di archi trionfali, di monumenti; e al di sopra di quel mondo di meraviglie qui si alzava lo smisurato anfiteatro Flaviano, ivi il torreggiante castello imperiale, più discosto il Campidoglio dallo sfavillante tetto dorato, ed a grande distanza sul Quirinale, secondo Campidoglio, il bel tempio di Quirino.
Al di là di questo recinto, che formava il nucleo della Città, si stendeva Roma imperiale da ogni lato, verso nord-est e a mezzogiorno sui poggi, a nord-ovest lungo la pianura formata dalla valle del Tevere e nelle regioni del Vaticano e del Transtevere dall’altra sponda del fiume. Le colline su cui, come sull’Aventino, nei tempi della Republica eransi innalzati di begli edificî, offrivano ampio spazio al genio edificatore che si era diffuso dopo il tempo di Augusto. Sull’Esquilino, sul Viminale, sul Quirinale furono condotte di belle vie fiancheggiate da palazzi; e giardini magnifici, e piazze pei mercati e terme si andarono costruendo fino ai tempi di Costantino, e qua e là acquedotti dagli alti ed arditi archi rendevano lieta la città delle acque che si diffondevano con corso maestoso. Più in là, nella valle che dal Campidoglio si stendeva lungo il fiume, si elevavano monumenti sì spessi, che l’occhio non poteva numerarli, nè la parola descriverli, fra i quali il teatro di Marcello, il circo Flaminio, lo splendido teatro di Pompeo cogli edificî annessi, che formavano un vero mondo di delizie, il Panteon di Agrippa colle sue terme, i monumenti degli Antonini colla colonna di Marco Aurelio (bel riscontro di quella di Trajano), il grande stadio di Domiziano e finalmente, torreggiante a somiglianza di monte ed ombreggiato da belle piante, il mausoleo di Augusto dove dormivano le ceneri degli Imperatori. Ad esso faceva riscontro dall’opposto lato del Tevere l’altra mole, ove avevano pur sepoltura i Cesari defunti, il sepolcro meraviglioso di Adriano, che respiceva sui giardini vaticani dai quali si passava alla regione del Transtevere men bella di tutte, situata sotto l’antica cittadella del Gianicolo.
Simili a splendida cintura, magnifiche muraglie degne della maestosa città erano state edificate dall’imperatore Aureliano ad abbracciare quell’ammasso di monumenti di marmo e di metallo, sui quali era scolpita la storia del mondo. Quel vasto mare di edificî della Città crescente di grandezza si era spinto al di là della linea segnata dalle antiche fortificazioni di Servio, laonde Aureliano al dilatarsi della città prefisse un confine con quelle mura, che furono in pari tempo baluardo contro i Barbari che andavano sempre più avvicinandosi. Soltanto una parte della regione Transteverina e della Vaticana non aveva Aureliano compresa entro le mura, le quali circondavano tutto il resto della città da ogni lato con numerose torri rotonde o quadrangolari, forti arnesi di guerra che le davano aspetto imponente, e, come il poeta Claudiano si esprime, ne rendevano veneranda la fronte. Quelle tristi muraglie di colore oscuro, che nel corso dei secoli videro tante tempeste frangersi contro, in parte crollate e poi riedificate, ma che si mantennero sempre nella medesima linea del vallo, riempiono anche oggidì chi le contempla di stupore e di ammirazione; quasi che formassero una cornice di pietra su cui si leggono nomi di Consoli, d’Imperatori, di Papi, e si mirano imprese cavalleresche del medio evo e mille ricordanze che vi inscrissero i secoli. Gl’imperatori Arcadio ed Onorio, per munirsi contro gli assalti dei Goti, restaurarono nell’anno 402 le mura di Aureliano, come ne porge notizia l’antica iscrizione che leggesi sopra la porta di san Lorenzo. Se si badi al computo fatto da un geometra sette anni più tardi, il circuito di Roma sarebbe stato di ventun miglia romane[5].
Per sedici porte uscivasi di Roma alla campagna[6]. Ventotto grandi vie militari (oltre alle piccole strade intermedie) selciate di mattoni poligonali di basalto, da Roma conducevano alle province, e, simili a rete lanciata dal centro dell’Impero, partivano dal _milliarium aureum_, ossia dalla pietra migliare dorata che Augusto aveva innalzata ai piedi del Campidoglio. Esse attraversavano la Campagna di Roma, fiancheggiate da monumenti sepolcrali, che in forma quale di tempietto, quale di torre circolare o di piramide o di elevato sarcofago o di urna, si elevavano innumerevoli, quasi a narrare i fasti della morte che Roma lungo quelle strade aveva portata al mondo. La Campagna, vasto territorio di genere sublime, or pianura verdeggiante ed ora deserto arso dal sole, circondava la città. La tristezza di quel sepolcreto era ivi interrotta da templi e da cappelle e confortata dalla vista delle ville di Imperatori e di Senatori. La solcavano quattordici acquedotti, monumento mirabile dell’arte, di cui ci scuote la grandezza onde ci sono saggio i ruderi oggi esistenti. Trasportavano essi le acque verso la città in linea retta per il corso di lunghe miglia, simili alle schiere distese delle legioni trionfanti ch’entravano in patria. Per loro arcate gigantesche versavano entro le mura di Roma con cataratte di dolce declivio le acque accolte da ogni parte, e spandendole alle innumerevoli fontane erette da Agrippa e dagli Imperatori, splendide di bronzi e di marmi, dissetavano il popolo colle terse loro onde, e dopo di aver provveduto alle delizie dei giardini, delle ville, dei laghi, dei giuochi sulle acque, si diffondevano alle terme senza numero, fonti di sanità e di voluttuosi piaceri[7].
Così Roma al principio del secolo quarto era pervenuta all’apogeo dello splendore esterno. Ma allorquando ebbe raggiunto quel limite di maturanza al di là del quale comincia uno stadio di sosta che precorre la vecchiaja, essa rimase per un periodo di due secoli nelle condizioni di una decadenza lenta e quasi insensibile in causa della sua stessa grandezza. E a decadere incominciò sotto Costantino, e, se si voglia determinare con esattezza, fu al tempo in cui quell’imperatore edificò Bisanzio, novella Roma, ch’egli rese splendida e popolata, mentre l’antica Città rapiva di molti capolavori dell’arte e rendeva deserta di molte famiglie patrizie. Il Cristianesimo, allora onorato quale religione dello Stato, recò alla canuta Città l’ultimo colpo, e come la storia dei monumenti di Roma si chiude coll’erezione del grande arco trionfale di Costantino, così s’inizia la storia delle sue rovine coll’incominciamento del san Pietro, che si eresse coi materiali tratti dal distrutto circo di Caligola e probabilmente anche colle rovine di altri edifizî. Tuttavia era ancora sì splendida questa Roma deserta dagl’Imperatori, in cui il Cristianesimo cominciava qua e colà una opera di disfacimento, che ai tempi dell’imperatore Graziano, in sul torno dell’anno 384, il retore Temistio sclamava: «Immensa è Roma, Città celebre e illustre, mare di bellezze, che parola non vale ad esprimere»[8]. E Ammiano Marcellino, Claudiano, Rutilio ed Olimpiodoro celebrano con fervidissima ammirazione gli splendidi e numerosi suoi monumenti.
La storia di Roma nel medio evo prende le mosse dai tempi imperiali: laonde è forza che il leggitore conosca quali fossero i monumenti principali della Città in quei tempi, quale il loro pregio, in quali quartieri fossero situati. Lo scompartimento della Città in quattordici Regioni fatto da Augusto, era rimasto sempre invariato, colle istesse vie per ogni quartiere dette _Vici_, cogli stessi magistrati del quartiere, colle medesime coorti di guardia. Ed i nomi delle Regioni erano questi: _I. Porta Capena, II. Coelimontium, III. Isis et Serapis, IV. Templum Pacis, V. Esquiliae, VI. Alta Semita, VII. Via Lata, VIII. Forum Romanum Magnum, IX. Circus Flaminius, X. Palatium, XI. Circus Maximus, XII. Piscina Publica, XIII. Aventinus, XIV. Transtiberim_. Queste denominazioni, se non furono date alle Regioni nello scompartimento ufficiale, furono consecrate dall’usanza popolare e ne è conservata ricordanza in due Descrizioni topografiche della città compilate al tempo di Costantino ed a quello posteriore di Onorio o di Teodosio il giovane, Descrizioni conosciute sotto il nome di _Curiosum Urbis_ e di _Notitia_. Sono una specie di catalogo ove con narrazione regolare si descrivono i monumenti compresi in ciascuna delle quattordici Regioni. In sulla fine v’è aggiunta l’enumerazione delle biblioteche, degli obelischi, dei ponti, dei colli, degli orti, dei fori, delle basiliche, delle terme, degli acquedotti, delle vie di Roma, e da ultimo una breve statistica. Le notizie che se ne ricavano, benchè sieno talvolta oscure e dubbie, hanno tuttavia valore inestimabile, perchè sono uniche fonti autentiche a cui possiamo attingere per formarci un’idea delle condizioni di Roma al secolo quarto ed al quinto. E dietro la loro guida condurremo il leggitore ad avere contezza dei luoghi e dei monumenti che furono teatro agli avvenimenti succeduti durante l’età di mezzo[9].
§ 3.
Le prime sette Regioni di Roma.
La prima Regione di Roma, detta _Porta Capena_, si spingeva al di là dell’antica porta aperta nel vallo di Servio fino alle mura Aureliane, oppure ancor più in là oltre la porta Appia, oggidì detta di san Sebastiano. Attraversata dalla Via Appia e dalla Via Latina, si stendeva verso la città fino alle falde del monte Celio. Comprendeva la celebre valle della ninfa Egeria col suo bosco sacro, un santuario eretto ad onore delle Muse ed il tempio famoso di Marte in prossimità del quale scorreva il rivo dell’Almo celebrato nelle due Descrizioni che ci sono guida, e da cui era conservata viva la ricordanza del culto della dea Cibele. Non molto lungi, sulla Via Appia ed entro la cerchia delle mura, s’elevavano tre archi trionfali ad onoranza di Druso, di Vero e di Trajano: e di essi, uno che si reputa esser l’arco di Druso sta ritto anche al dì d’oggi, di fronte alla porta odierna, benchè l’invidia del tempo gli abbia recato guasto non lieve. La popolazione in questo quartiere deve essere stata assai densa, perchè esso formava un sobborgo che metteva capo al circo di Massenzio ed al sepolcro di Cecilia Metella. Questi due monumenti ai tempi di Onorio erano ancora in perfetta condizione: il circo era il più recente ed ultimo edificio di quel genere che privata persona avesse eretto in Roma e probabilmente non era allora più in uso: il sepolcro già antico e coperto di musco era tuttavia rivestito perfettamente del suo intonaco esterno di marmi e adorno di suoi fregi, chè ancora erano lontani i tempi barbarici nei quali doveva essere tramutato in fortezza. In questo quartiere avevano sepoltura le salme dei Pagani e dei Cristiani di Roma, perocchè al di sotto delle tombe della via Appia fosse e sia ancora l’ingresso al cimitero di san Calisto, dove con lunghi e stretti corridoi e con celle che scendevano a tre ed a cinque ripiani sotto terra, i Cristiani da lunghi anni andavano costruendo una necropoli, fino al tempo in cui l’Editto di Costantino poneva in onoranza alla luce del giorno la figura della Chiesa, che involta nel secreto era cresciuta nelle cripte dei Martiri. E già nel secolo sesto un luogo della via Appia i Romani denominavano: _ad Catacumbas_[10]. Oltre ad altri edificî di niuna importanza esistenti in quella Regione, la _Notitia_ parla anche delle terme di Severo e di Commodo e del misterioso _Mutatorium Caesaris_, di cui non ci curiamo come di quello che non ha importanza nella storia del medio evo[11].
_Coelimontium_ era la seconda Regione. Nel suo territorio non molto esteso comprendeva il monte Celio, da cui si estendeva dietro il Colosseo. La _Notitia_ ci narra che qui erano situati il tempio di Claudio, il _Macellum Magnum_ ossia la grande piazza del mercato, la stazione della quinta coorte della guardia, i _Castra peregrina_ ossia l’accampamento ove in tempo posteriore ebbero stanza le legioni straniere, il _Caput Africae_ ch’era una via di cui occorre menzione soventi volte nella storia di Roma dei tempi di mezzo[12], ed edificî eretti presso l’anfiteatro di Vespasiano nei quali avevano loro dimora i gladiatori.
Di quell’edificio mirabile che non era ancora chiamato Coliseo, come ebbe nome nel secolo ottavo, fanno menzione le due Descrizioni antiche allorchè parlano della terza Regione, _Isis et Serapis_. Cento sessant’anni prima che Onorio ivi desse i suoi giuochi, Filippo, a render solenne il millesimo anniversario della fondazione di Roma, aveva celebrate feste secolari splendidissime in quell’anfiteatro, che poco tempo innanzi Alessandro Severo aveva restaurato dal danneggiamento che in parecchi luoghi vi aveva recato una folgore scoppiata nell’anno 217. Ai tempi di Onorio questo edificio magnifico era in condizione perfetta, con tutte le arcate che sostenevano i suoi quattro ripiani, con tutti i suoi pilastri; nè una mancava di tutte le sue statue, nè uno dei suoi seggi che, stando alle notizie tramandateci nelle descrizioni più volte citate, ascendevano a ben 87,000. La Regione in cui era situato l’anfiteatro conservava ancora il nome originale _Isis et Serapis_ che le era derivato da santuarî eretti ad onore delle due divinità d’Egitto e dei quali più non si conserva vestigio. E in simil modo niuna traccia è rimasta della _Moneta_, onde aveva nome la Zecca imperiale situata in questo quartiere, niuna traccia del _Ludus magnus_ e del _Ludus Dacicus_ ch’erano bellissimi ginnasî di gladiatori; nè pietra rimaneva dell’accampamento dei marinai del Miseno (_Castra Misenatium_) e del portico di Livia. Il luogo ov’erano situate le terme di Tito e di Trajano, che le Descrizioni qui pongono, conosciamo dai ruderi che ne rimangono. Egli è incerto però se quegli splendidi bagni di cui Tito aveva gettate le fondamenta là dove sorgeva l’aurea casa di Nerone e che erano stati poi compiuti da Trajano, fossero ancora ai tempi di Onorio il convegno degli uomini eleganti di Roma, posto che le terme di Diocleziano, di Costantino e di Caracalla avessero innumerevoli visitatori. Tuttavia in quel tempo il Romano poteva ancora deliziarsi in quella sontuosa casa di piaceri, poteva mirare il gruppo del Laocoonte nel luogo ove in origine era stato innalzato, e ricreare l’animo colla vista degli splendidi dipinti, che coi vaghi concepimenti dell’arte mitigavano la tetra severità di quei corridoi e di quelle sale dalle vôlte elevate[13].
L’anfiteatro segnava il confine tra la terza e la quarta Regione. S’alzava quest’ultima di fronte al Foro romano e si stendeva fino ai Fori imperiali ed oltre alla Via Subura fino alle Carine. Aveva avuto il suo nome prima dalla Via Sacra, indi dal tempio della Pace. Nelle due Descrizioni non troviamo però più alcun cenno di questo illustre monumento eretto da Vespasiano, perocchè già nell’anno 240 il folgore l’avesse ridotto a un cumulo di macerie. Prossima all’anfiteatro s’alzava allora la fontana di Domiziano, la _Meta sudans_, i cui ruderi elevantisi in figura conica eccitano tristezza in chi li mira. In quel tempo esisteva ancora il celebre colosso di Zenodoro, che eretto prima ad onoranza di Nerone, era poi stato da Adriano trasportato sotto il gran tempio da lui innalzato al duplice culto di Roma e di Venere. Questo tempio, monumento sublime eretto da Adriano, colle smisurate colonne d’ordine corinzio e col suo tetto dorato, era ancora la più splendida creazione dell’arte in Roma. La quarta Regione era illustre fra tutte per la bellezza degli edifizî che s’alzavano entro i suoi confini presso l’arco di Tito e lungo la Via Sacra, tra i quali s’ergeva, bellissimo fra tutti, la _Basilica nova_, che, edificata da Massenzio, era stata inaugurata nei tempi di Costantino, e le cui grandiose ruine furono in Roma per lungo tratto di tempo reputate erroneamente ruderi del tempio della Pace. Nelle Descrizioni è fatto cenno del tempio di Giove Statore, del tempio di Faustina, della basilica di Paolo, del _Foro Transitorium_, del quale ammiransi ancora i magnifici ruderi d’un portico dedicato a Minerva[14]. Vi è fatta menzione del tempio della Terra, della celebre Via Subura, e parlano del _Tigillum Sororium_, monumento che esisteva nel _Vicus Cyprius_ a ricordanza di Orazio e della sorella da lui uccisa, e che i Romani conservavano con cura gelosa, come già diligente opera davano alla conservazione della sacra casa di Romolo sul Palatino e della favolosa nave di Enea sulla sponda aventina del fiume.
Nella descrizione della quinta Regione la _Notitia_ ci tragge sul monte Esquilino e su una parte del Viminale. Ci parla dal _Lacus Orphaei_, ch’era un serbatojo di acque adorno della statua di quell’antico; ci descrive il _Macellum Liviani_ o _Livianum_, grande piazza del mercato delle grasce edificata da Augusto, ed i portici sotto i quali erano i venditori del mercato; ci descrive il _Nymphaeum_ di Alessandro, bel monumento eretto da Alessandro Severo a ornamento d’una grande fontana[15]. Sappiamo che più lungi erano l’accampamento della seconda coorte della guardia, i giardini di Pallante, famoso liberto di Claudio, il tempio eretto da Silla ad onore di Ercole, l’_Amphitheatrum Castrense_, il _Campus Viminalis_, il tempio di Minerva Medica ed il santuario di Iside Patricia. E quest’ultimo dev’essere stato situato nella via più bella del quartiere, nel _Vicus Patricius_, dove fra le altre terme erano quei bagni di Novato, di cui è ricordanza nella storia dei primi secoli di Roma cristiana. Al tempo della decadenza della Città, in tutto il territorio dell’Esquilino, del Viminale ed in una parte del Quirinale avevano dimora le classi più povere del popolo, alle quali davano sovvenzioni negli ultimi secoli gl’Imperatori colle imposizioni onde gravavano le terme. Le descrizioni non collocano in questa Regione, come fanno il falso Vittore e Rufo, le terme di Olimpia poste sul Viminale al di là della Subura e neppur ne fanno menzione. I Martirologî narrano che in questo quartiere morisse santo Lorenzo e la tradizione ricorda che qui si innalzasse la chiesa antica di san Lorenzo in Panisperna.
Le rimanenti terme di Roma erano situate nella sesta Regione, _Alta Semita_. Riceveva il nome da una via, la quale credesi che dal Quirinale si volgesse alla porta Nomentana. Ivi sul Quirinale le due Descrizioni che ci sono guida collocano il tempio antico e bello della Salute ed il tempio di Flora, che s’ergeva in vicinanza del _Capitolium antiquum_. Era questo l’antico Campidoglio di Roma posto sul vertice del colle ed opera di Numa, col celebre tempio ove in triplice cella erano collocate le statue di Giove, di Giunone e di Minerva. Ed uno dei più mirabili fatti di cui ci conservi ricordanza la _Notitia_ è che questo modello antichissimo del Campidoglio, che in tempi posteriori sorse sul Tarpeo, ergevasi ancora in piedi nel secolo quinto. E sappiamo dall’istessa fonte che esisteva pure il tempio di Quirino, uno dei più celebri e belli monumenti sacri della Città, il quale ad opera di Augusto era stato con magnificenza restaurato. Non havvi dubbio che esistesse ancora il bel portico di Quirino sostenuto da colonne che Marziale celebra in un epigramma, e sembra che ancora durasse in piedi non lungi dal tempio quella statua di piombo di cui era stato autore quell’antico Mamuro Veturio che aveva gettato in metallo lo scudo ancilio. Ed infatti le Descrizioni la dicono situata fra il tempio di Quirino e le terme di Costantino. Questo gigantesco edifizio destinato al bagno fu l’ultimo che vedesse sorgere Roma pagana, fu l’ultimo grande monumento costruito nello stile artistico dell’antichità, e con esso si chiuse la lunga serie delle opere imperiali destinate ad utilità del popolo. Al tempo di Onorio, e molto dopo ancora, s’ergevano dinanzi a quelle terme i due celebri colossi dei domatori di cavalli. Quell’edificio però deve essere stato in cattiva condizione, forse a causa di un incendio o di qualche altro danneggiamento che lo scrollò nell’anno 367, quando il popolo si sollevò contro il prefetto Lampadio il cui palazzo sorgeva nelle vicinanze, e nel 443 ad opera di Perpenna dev’essere stato racconcio.