Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 2
Le spedizioni di guerra, le grandi strade edificate, le colonie militari e civili dei Romani, erano innumerevoli vie per le quali si diffondeva la cultura fino alle più remote regioni della terra. I Romani facevano il mercato universale dei prodotti dell’agricoltura e delle industrie del mondo, e la letteratura classica e l’arte lasciavano splendide tracce di sè sulle rive del Reno e del Tamigi, dell’Eufrate e dell’Istro. Ed oggi ancora l’ardito viaggiatore che penetra nel deserto africano di Fessan, in mezzo a quella selvaggia regione ove è muta l’armonia della voce dell’uomo e a cui crescono orrore le urla dello sciacallo, mira ruderi di splendidi monumenti di architettura romana e resta attonito di meraviglia al pensiero della grandezza di quegli antichi i quali portavano la loro civiltà in quelle regioni remote, ove ora regna squallore di morte[1]. Se fosse stato concesso alle nazioni di vivere continuamente sotto la mite signoria di Trajano o di Marco Aurelio, egli è probabile che non avrebbero mai mosso lamento di essere cadute sotto la soggezione di Roma, e quel sistema di accentramento, che in certe condizioni è tanto dannoso, e che per la prima volta, rompendo i legami di nazione, ordinava i popoli soggetti in un impero in cui parlavasi una sola lingua, che era retto da una uniforme legislazione e da un mite governo, quel sistema sarebbe stato anzi celebrato come opera sapiente di Roma che avrebbe superato il senno di Grecia. Imperocchè tutti gli avvenimenti onde si tesse la storia tendano evidentemente a condurre i popoli al pareggiamento ed all’unità; laonde fino dalle origini del mondo v’è nel corso degli eventi uno sforzo a trovare quel centro ideale di gravità in cui può aversi equilibrio. Tuttavia la vita dell’umanità è soltanto un prodotto di leggi composte svariatissime, e quella società in cui sono annullati i contrasti, ha in sè il germe che trarralla a morte inevitabile. La monarchia dispotica dei Cesari colla prepotenza di un fato doveva inaridire le rigogliose oasi di cultura greca; e le sorgenti di libertà, di amore nazionale, di carità del natio loco, di scienza, di ogni virtù civile, poco a poco venivano disseccate da turbini di arena uniforme; decadevano sempre più le città; le nazioni simili a stupide greggi erano amministrate da turbe di uffiziali publici, privi di amore del bene dello Stato. Quantunque l’organamento e le leggi dell’Impero, rette da una certa tolleranza tradizionale, non permettessero che la monarchia degenerasse fino agli ultimi eccessi del despotismo orientale, tuttavolta le nazioni soggette all’Impero, perduto ogni interno vigore, miseramente agonizzanti, traevano la catena della schiavitù. Così quello Stato, onde si era diffusa la civiltà a tutto il mondo, era mutato in un vasto deserto, in cui la forza vitale si fiaccava, ogni movimento s’intorpidiva, il genio speciale di tutte le nazioni periva, finchè sopra quello squallido e morto Impero si lanciavano le torme dei Barbari, la cui missione era di salvare l’umanità dal morire affranta sotto il despotismo romano. Gli è vero però che, prezzo di questa redenzione, era la distruzione della civiltà universale; chè i funerali di Roma celebravano i Barbari con loro tremende danze di guerra, e coi loro orribili banchetti di morte onde funestavasi il mondo tutto. Ma è vero puranco che, duranti quei secoli, si ristoravano tante perdite coi nuovi elementi di civiltà che andavano lentamente elaborandosi, perocchè i Germani, nei quali era fervidissimo il sentimento dell’independenza, facessero rivivere quell’amor di nazione che Roma aveva soffocato, e ne dessero ripetute prove lottando contro il novello sistema di accentramento che da Roma, ove aveva posta sua sede la Chiesa assoluta, ebbe origine anche la seconda volta.
La grandezza, la decadenza, la fine dell’Impero romano, lasciarono scolpite tracce di sè anche nella città di Roma. Imagine della monarchia e della civiltà universale, edificata colle spoglie e coi tributi, col sudore e col sangue dei popoli depredati, Roma era il Panteon delle favelle e delle religioni, l’accademia delle arti e delle scienze, il mercato dei prodotti, il ridotto dei piaceri e dei vizî della umanità. Quantunque Atene la superasse di gran tratto per bellezza artistica, non è città nè potrà essere mai, che sia a paragonare alla maestà sublime di quella metropoli, ch’era creazione e monumento della storia del mondo. Al tempo degli Antonini, Roma, sacra donna delle nazioni, città splendida ed eterna, si ergeva meraviglia del mondo, cui ogni uomo contemplava con venerazione. Ma quell’albero gigante della civiltà andava appassendo via via che il tarlo del despotismo rodevagli i germi della vita, finchè cadeva estinto. La lenta decadenza di Roma è un fenomeno sì meraviglioso come già fu il suo grandeggiare, e per iscrollare ed abbattere quel colosso di leggi, d’istituti, di monumenti, faceva al tempo mestieri di uno sforzo non minore di quello che già eragli stato necessario a innalzarlo.
E qui incomincia la storia di Roma in linea discendente; laonde sarà una parte del mio cómpito descrivere la successiva decadenza e la fine di lei: argomento elevato ed in un pietoso, che impone severa meditazione a qualunque pensatore anche di animo leggiero, e che indirizza la mente dello Storico a investigare le ragioni per cui di quella città eccelsa non doveva rimanere che qualche cumulo di rovine. Sette anni avanti che i Barbari del settentrione irrompessero per la prima volta in Roma, Claudiano, l’ultimo poeta dei Romani, dall’alto del Palatino ove aveva accompagnato l’imperatore Onorio, mirava a Roma ancora indomata che stava a’ suoi piedi; e commosso dal sublime spettacolo, scioglieva il canto a celebrare le bellezze indicibili della canuta imperadrice dei popoli, a descrivere i numerosi templi dai tetti sfavillanti d’oro, e gli archi di trionfo ornati di trofei, e le colonne e le statue torreggianti sublimi, e gli edificî smisurati nelle cui basi colossali l’arte umana rivaleggiava colla natura: ma i suoi versi non erano che un debile eco di quel commovimento che voce umana non vale ad esprimere[2]. Duecento anni circa dopo di lui, il vescovo Gregorio, che sedeva allora sulla cattedra di san Pietro, in un suo sermone ai congregati Romani, paragonava quella città, che era stata un tempo sì grande, ad un vase spezzato, e quel popolo, che anticamente aveva dominata la terra, paragonava ad un’aquila che, spennacchiata e decrepita, giacesse morente sulle sponde del Tevere. Ottocento anni dopo Gregorio, al tempo di papa Martino V, dai ruderi del Campidoglio, Poggio Bracciolini volgeva il triste pensiero all’antica Roma di cui rimanevano poche rovine gigantesche, avanzi di templi atterrati, infranti architravi, archi sconnessi e crollati; e lo spettacolo degli armenti che pasceano tra i ruderi ond’era coperto il sacro terreno del foro, muoveva l’animo di lui a meditare sulla _varietà della fortuna_, che fu sempre oggetto agli studî del filosofo e dello storico[3]. Trecento anni dopo di Poggio, l’inglese Gibbon sedeva nel Campidoglio, nel cui recinto allora andavano sorgendo palazzini pigmei di stile moderno, e mentre anch’egli, come quel Fiorentino, contemplava le rovine di Roma, pensava con ammirazione non minore alla varietà delle sorti della città e deliberava farne tema a una storia, ch’egli poi allargò nel concetto più vasto onde ebbe origine l’immortale sua opera del decadimento e della fine dell’Impero romano. Quantunque grande possa sembrare l’audacia di porre me, perchè scrivo questa Storia, dopo quegli uomini illustri, coi quali non ho di comune che la venerazione per Roma e il desiderio di meditare la varietà dei casi dei popoli, io voglio pur dire ch’io mi trovai nella medesima condizione di quelli. Imperocchè allorquando, or fanno sei anni[4], vidi per la prima volta questa Roma due fiate illustre, fu tanta la meraviglia ond’ebbi commosso lo spirito, che determinai di scrivere la storia della caduta di essa, argomento che agli occhi miei sembrò il più elevato fra tutti quelli che sono offerti alla investigazione dello Storico.
Ma non già soltanto la storia della caduta; imperocchè se si studiassero le sole rovine di Roma, se ne avrebbe quel senso di tristezza e di disgusto che ci prende alla contemplazione di un cadavere che si putrefà. Nel tempo medesimo in cui Roma declinava alla sua fine, essa cominciava già a rinnovellarsi, ond’è che alla storia della caduta di lei succede, in una maniera di cui non abbiamo altro esempio, la storia del risorgimento. Il Cristianesimo, per opera del quale periva l’antico Impero e la città antica dei Romani, faceva sorgere dalle catacombe, sua armeria sotterranea, una Roma novella. Ed anche questa, come già l’antica, ravvolgeva l’origine sua nei misteri del mito, perocchè se Romolo e Remo furono fondatori della antica, due santi Apostoli, Pietro e Paolo, erano gli edificatori della Città del medio evo. Ed essa pure crebbe lentamente in mezzo a molte e terribili mutazioni di fortuna, finchè giunse a quell’altezza da cui doveva avere impero su tutto Occidente e venerazione di Città santa del tempo di mezzo. Indagare la causa per cui Roma, durante quel lungo periodo della storia dell’umanità che ha nome di medio evo, ne diventasse la forma generale, come già un tempo era stata la forma dell’antichità, è impresa a cui lo storico deve volgere tutte le forze del suo ingegno, per iscoprire gli elementi che in quella città nuovamente si accoglievano, e che dovevano porre per la seconda volta in sua balia lo scettro del mondo. Da questa città che, dopo la caduta dell’Impero si alza, Ararat della civiltà, sopra i flutti del diluvio della barbarie, ebbe vita l’umanità durante il medio evo, librandosi intorno a Roma come intorno ad un centro della cultura; cosicchè i varî gruppi di popoli latini e germanici, come i pianeti che camminano in loro orbita intorno al sole che in essi infonde la vita, sembravano muovere in continua attrazione intorno alla Città eterna. Ed è soverchio ai limiti del discorso poter dire in poco che fosse Roma durante il medio evo, e quali forze partissero dalle mura di lei per diffondersi in mille torrenti su tutta intera l’Europa.
Il medio evo alcuni chiamarono età di barbarie, altri di romanzo: di barbarie, perchè sulle rovine della civiltà antica avevano posto loro sede ignoranza, superstizione, fanatismo, violenza brutale che non conosceva ritegno di legge: di romanzo, perchè una forza energica ispirava negli uomini di quel tempo il genio ad imprese ardite e avventurose, e gli agitava una tendenza mistica al soprannaturale, trasportandoli dai campi della realità nel regno incantevole della fantasia. Nel medio evo troviamo lotta di elementi disparati e contrarî che l’antichità non aveva conosciuto. Sotto l’impero despotico di Roma il mondo stava intorpidito nelle sue forze vitali: sopravvenne il turbine delle migrazioni dei popoli che nel suo rivolgimento ruppegli il sonno profondo, e infranto quel grande ordinamento che aveva nome d’Impero romano, una esaltazione febbrile s’impadronì dello spirito umano. Il Cristianesimo, il più potente dei rivolgimenti morali, colle sue grandi dottrine e col principio della libertà, infondeva un’anima novella nel mondo; ond’è che il medio evo è quel periodo in cui si ammirano gli sforzi ardenti per porre in atto l’idea della religione cristiana. Animata da sentimento profondo di religione, fu quella l’età in cui ebbe signoria assoluta la Chiesa: e laddove tutte le altre istituzioni umane vacillavano e perivano, essa sola rimaneva inconcussa ed educava le nazioni colla legge religiosa; e promuovendo la fede, suscitando la speranza, giovandosi della coscienza timorata, lentamente e spesso anche a fatica elevava lo spirito di quegli uomini. La Chiesa aveva suo seggio in Roma. Nel tempo in cui il Cristianesimo si diffondeva nell’Impero romano, gravi discordie facevano temere che andasse scisso in parecchie sette e in chiese nemiche. Le passioni dell’umana natura, la superbia, il desiderio d’impero, la vanità, movevano guerra al principio fondamentale dell’eguaglianza democratica dei fedeli e dei sacerdoti. Se nei tempi in cui la Chiesa era oppressa dalle persecuzioni, i Vescovi di Gerusalemme, di Antiochia, di Cartagine, di Alessandria, di Milano e di Roma, alzavano il capo timidamente, vinta finalmente la pugna dal Cristianesimo, egli fu duopo che uno di essi ottenesse la dittatura della Republica cristiana. E quest’uno non poteva essere che il Vescovo romano. La Chiesa di Roma, la ricca e la potente fra tutte, era stata fondata dall’apostolo Pietro, che aveva ricevuto sua missione sacra direttamente da Cristo; onde essa sosteneva che i suoi Vescovi, quali succeditori di Pietro vicario di Cristo, avevano soli diritto ad essere i capi apostolici di tutta la Chiesa. E le sue pretensioni trovavano fondamento nell’avere suo seggio in quell’antica metropoli del mondo che le acquistava il rispetto e l’obbedienza dei popoli; nell’essere erede del genio, della disciplina, delle virtù, dell’indole conquistatrice dei Romani antichi, dei quali se era caduto l’Impero, ne rimaneva il congegno, grande ancora benchè inanimato. Le province conservavano ancora i solchi profondi lungo i quali Roma aveva spinto il suo carro trionfatore, ond’è che la Città della Chiesa diffuse di bel nuovo la sua signoria nel mondo per quegli stessi solchi che Roma pagana aveva già impressi.
La trasformazione della Città profana nella Città santa, del Monarcato imperiale nel Papato, dello Stato romano nella Chiesa romana, è il fenomeno forse più meraviglioso che si riscontri nella storia. Dopo la caduta dell’Impero, mentre ancora durava la tradizione del suo organamento universale, quel sistema che era stato puramente politico si tramutò lentamente in ordinamento ecclesiastico di cui era centro il Pontefice. L’antico Senato circondava questo monarca spirituale elettivo sotto forma di consiglio di Cardinali e di Vescovi; il principio di governo costituzionale, che i Cesari non avevano adottato, era introdotto nei concilî e nei sinodi; e le province inviavano loro rappresentanti al Laterano di Roma, ove risiedeva l’universale Senato. I governatori di quelle province ecclesiastiche erano i Vescovi consecrati da Roma, che li teneva sotto la sua sorveglianza: i chiostri fondati in ogni parte rassomigliavano alle antiche colonie romane, ed erano altrettante piazze forti e stazioni della dominazione spirituale di Roma e della civiltà; e dopochè i Barbari pagani od eretici di Britannia, di Germania, delle Gallie e delle Spagne furono soggiogati dalle armi incruente di Roma e ne furono inciviliti, la Città eterna imperava di bel nuovo alla parte più bella del mondo e le indiceva leggi morali. In qualunque guisa si voglia pur considerare il sistema di accentramento che per la seconda volta diffondevasi da Roma, esso trovava il suo fondamento nella debolezza e nei bisogni degli uomini di quella età: per la qual cosa il primato cattolico di Roma può dirsi quasi essere stato una necessità di quei secoli rozzi e sferrati da ogni legge, ed aver conservato l’unità del Cristianesimo. Perocchè, se la Chiesa assoluta non fosse stata, se stato non fosse il senso di soggezione dei Vescovi verso di Roma, per il quale, con energia degna di Scipione e di Mario, reprimevano nelle province ogni tendenza a discostarsi dagli insegnamenti ortodossi, il Cristianesimo si sarebbe facilmente scisso in cento religioni create dalla fantasia dei popoli secondo i loro antichi miti nazionali. Tuttavia la storia di Roma e del mondo doveva due fiate ripetersi, ed era finalmente ai Germani che toccava d’infrangere per la seconda volta il giogo assoluto di Roma novella, e di conquistare con un ardito rivolgimento la libertà del pensiero e della coscienza.
La reverenza figliale dei popoli del medio evo per la città di Roma non aveva confini. In Roma, come nella grande arca dell’alleanza della civiltà cristiana, vedevano riunirsi le leggi, gli ammaestramenti, i simboli del Cristianesimo; nella Città dei Martiri e dei Principi degli Apostoli veneravano il tesoro donde emanavano tutte le grazie soprannaturali. Ivi era la novella Delfo, la Gerusalemme novella, il terreno sacro da cui Dio reggeva l’umanità; ivi il centro della Chiesa universale; ivi sedeva il grande Sacerdote del novello patto che rappresentava Cristo sulla terra. Ogni opera spirituale e mondana innanzi a quell’altare riceveva consecrazione divina, ogni malvagità riceveva innanzi a quel tribunale sentenza. Le fonti del potere che rimetteva le colpe, della gerarchia ecclesiastica, della maestà imperiale e di ogni potestà suprema, le fonti tutte, a dir breve, della civiltà, sembravano scaturire dai colli sacri di Roma, simili ai quattro fiumi del Paradiso che si riversavano ai quattro lati della terra a recarvi fecondità. Da questa mistica Città era partita la luce che aveva illuminate tutte le nazioni; i vescovati, i conventi, le missioni, le scuole, le biblioteche erano tante colonie fondate da Roma. Monaci e sacerdoti, come altra volta consoli e pretori, erano stati spediti nelle province che avevano convertite alla soggezione di Roma. Di Roma trasportavansi al di là dei mari e dei monti quelle reliquie sacre che avevano onore di sepoltura sotto gli altari nelle più remote contrade di Britannia e di Germania. La lingua usata nei riti e nelle scuole tra i Barbari era quella che Roma parlava: la letteratura sacra e la profana, la musica, le matematiche, la grammatica, l’architettura e la pittura avevano in Roma loro seggio e di qui diffondevansi. E quegli uomini che traevano loro vita oscura là nei più remoti confini dell’occidente e del settentrione, e che avevano appena contezza delle città vicine al luogo ove avevano stanza, tutti pur sapevano di Roma; e quando loro feriva l’orecchio quel nome «Roma», tremendo comeo il fragore del tuono, e che da secoli innumerevoli riempieva il mondo di sua grandezza, prendevali un senso di venerazione tremebonda come dinanzi ad un mistero ineffabile; e Roma alla loro fantasia scossa vivamente si pingeva come un Eden splendido di bellezze, nel quale si aprivano o si chiudevano le porte dorate del cielo. Nel medio evo furono lunghi secoli nei quali Roma era legislatrice, maestra, madre dei popoli, e questi, figli suoi, accoglieva ad unità con triplice abbracciamento: perocchè in essa aveva sede l’autorità spirituale col Papato, la temporale coll’Impero, di cui i re di Germania cingevano la corona in san Pietro, in essa finalmente era la fonte della civiltà universale, retaggio che i Romani antichi avevano lasciato al mondo.
E basti questo a dimostrare l’altezza a cui durante il medio evo era pervenuta Roma qual centro di civiltà, in cui si accoglieva la forza che dominava la società cristiana tutta quanta. Ma di rincontro a questa azione benefica ci avverrà pur troppo di dover parlare dei mali che uscirono più tardi di Roma, delle intemperanze del potere papale, della inquisizione e dei roghi, delle superstizioni e della tirannia nelle credenze. Tuttavolta chi sappia cogliere il concetto storico in tutta la sua ampiezza, tempera nella sua mente anche le brutture dei tempi più oscuri, pensando che le peccata dell’antica tiranna dei popoli meritano qualche venia, allorchè si guardi alla potenza dell’idea religiosa diffusa ed al grande concetto dell’unità armonica del mondo, concepimento che Roma mandò ad effetto liberando l’Europa dalle tenebre della barbarie e salvandola dall’abbrutimento.
§ 2.
Condizioni della città di Roma durante gli ultimi tempi dell’Impero.
Mio intendimento si fu di porgere un’idea delle condizioni di Roma durante l’antichità e il medio evo. Il leggitore potrà chiedere però, innanzi che io lo introduca a considerare la storia della Città nei tempi di mezzo, che io abbozzi l’imagine di Roma imperiale, qual era ai tempi che precedettero la sua caduta sotto la dominazione dei Visigoti. Tale ricerca potrebbe appena ottenere compiuta soluzione da chi fosse vissuto in quel tempo; poichè una dipintura imperfetta deve dare chi non ha altre fonti di scienza che libri e ruine, e a guida mal sicura la propria fantasia. La grandezza di Roma si eleva sopra il concepimento di ogni imaginativa feconda, ed io mi proverò di dare la descrizione di alcune sue parti, indugiando su quelle più importanti; imperocchè l’occhio abbarbagliato di quella ricchezza indescrivibile, non possa cogliere che i punti culminanti, simili alle cime elevate di una pittoresca regione montana che si distende innanzi allo sguardo.
Durante i tempi republicani, ornavano Roma pochi monumenti di stile semplice e maestoso, sacri alla religione ed alla patria, chè suo massimo decoro erano le grandi virtù cittadine. Ma, spenta la libertà, mentre rovinava all’interno, cominciava Roma ad ornarsi splendidamente all’esterno. Quando Augusto si rese signore della Città, era questa un ammasso informe di case strettamente addossate le une alle altre e di vie edificate sopra alcuni colli e nelle valli formate da questi. Augusto partilla in quattordici Regioni, ed in unione con Agrippa la ornò di tali edificî da poter ben dire, aver trovata una città di argilla e lasciarne una di marmo. Durante i primi tre secoli della dominazione imperiale, Roma crebbe gigante e si riempì di templi, di portici, di terme, di palazzi, di delizie di ogni genere, in cui era tanta profusione di statue da sembrare che in sè accogliesse un’altra popolazione di marmo. Ai tempi di Onorio, Roma raggiunse l’estensione stessa che ha oggidì, racchiusa tra mura quasi eguali alle odierne. La attraversava il Tevere con duplice curva dolcissima, in modo che sul lato sinistro e dalla parte del Lazio stavano tredici Regioni della città, e sulla sponda tusca a diritta si stendeva la decimaquarta Regione che comprendeva il Vaticano, il Gianicolo ed il Transtevere. Dai lati di settentrione, di mezzogiorno e di oriente la città si alzava sopra otto colli, che presentavano una splendida scena allo sguardo dell’osservatore con loro templi di marmo, con loro castella, con palazzi, con giardini, con ville. Il poggio dei giardini, il Quirinale, il Viminale, l’Esquilino, il Celio si alzavano da una vasta radice che insieme li congiungeva alla base, e scendevano fino al centro della città formando alcune vallate: gli altri tre colli, l’Aventino, il Palatino, il Campidoglio, abitati già fino dalla antichità, si ergevano isolati. Lungo il corso del Tevere si stendeva una bassa pianura assai vasta, ch’era attraversata dalla Via Flaminia e dall’altra Via Lata edificata in successione alla prima, ambedue adorne di archi trionfali. Molti magnifici edificî avevano innalzato gli Imperatori in quella pianura che al popolo non giovava, perchè il campo di Marte, che ivi era situato, in quel tempo serviva più a sollazzo che a dimora; laddove ai tempi posteriori, sotto il Papato, abbandonati alcuni degli antichi quartieri collocati sui colli, in esso addensossi la popolazione.