Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 27

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Erano trascorsi omai un anno e dieci giorni dacchè i Goti avevano cinto la Città: e in sull’incominciamento del Marzo dell’anno 538, respinti dalla sorte e vinti dal genio di Belisario, eglino levavano quell’assedio memorando, nel quale avevano combattute sessantanove pugne con esito infelice ma con eroica bravura[397].

CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Belisario in Ravenna. — Egli rigetta le offerte dei Goti. — Totila è eletto re verso la fine dell’anno 541. — Sue rapide vittorie. — Sua spedizione in Italia meridionale. — Conquista Napoli.

Noi dobbiamo restringerci alla storia della Città, per la qual cosa non ci è dato di seguire i passi dei Goti che si ritirano per la Via Flaminia, nè di descrivere le acri battaglie che si combatterono in Toscana, nell’Emilia e nelle Venezie, nelle quali Belisario coll’illustre suo genio di guerra uscì trionfatore dei nemici che pugnavano coll’ardore della disperazione, e vinse la caparbia disobbedienza dei generali imperiali. Ventidue mesi dopo che i Goti erano partiti di Roma, sulla fine dell’anno 539[398], il gran capitano entrava nella forte Ravenna. Affine di conservare la signoria d’Italia all’Imperatore, Belisario faceva mostra di accettarne la corona che gli avevano offerta i Goti; ma imbarcandosi tosto per Bisanzio vi recava i tesori del palazzo di Teodorico e vi conduceva prigione re Vitige ch’era caduto tra le mani del prode Giovanni. Ciò che si narra di Vitige, ch’egli fuggisse di Ravenna a Roma, che penetrando nella basilica di Giulio nel Transtevere vi abbracciasse un altare, e che si ponesse in balia dei nemici, avutone giuramento che avrebbe salva la vita, sembra essere una semplice leggenda[399].

Ma il regno del gran Teodorico non era ancora annientato. Se ci muove a sorpresa la rapida fine del reame dei Vandali in Africa, di cui non rimase più traccia alcuna, a ben maggior diritto eccita in noi alta meraviglia lo splendido risorgimento dei Goti da caduta sì profonda.

Il destino aveva per un momento abbattuto questo popolo prode, il quale nello scoramento aveva posato le armi innanzi ad un eroe, nella speranza che questi tosto guiderebbe le loro sorti e quelle d’Italia. Delusi in quel loro voto, i Goti si sollevavano novellamente, e quantunque di duecentomila forti guerrieri fossero stati stremati a due sole migliaia, correvano di bel nuovo all’armi e rialzavano l’onore di loro nazione e la loro signoria con rapide pugne, grandi sì da sembrare incredibili, che spargevano splendore di gloria imperitura sulla loro presta caduta. Imperocchè nessun popolo mai si sia rialzato dalla disgrazia con pari fortezza, nessuno sia stato mai, che, compiuto il corso cui era da fortuna appellato, abbia avuto fine più eroica.

Belisario non aveva ancora sciolte le vele, che i Goti di Pavia offrivano la corona ad Uraia, nipote di Vitige: ma quegli deponevala sul capo del prode Ildibado ch’ei faceva appellare in fretta di Verona. Il novello Re goto spediva tosto ambasciatori a Ravenna, perchè protestassero a Belisario ch’egli medesimo andrebbe a deporre la porpora ai suoi piedi, appena fosse per adempiere la promessa data di cingere la corona d’Italia. Ma il saggio Belisario rifiutava un onore cui sarebbe andato congiunto il titolo di ribelle, e imbarcandosi tranquillamente alla volta di Bisanzio, per prendere il comando dell’esercito greco nella guerra di Persia, affidava a Bessa, a Giovanni e ad altri capitani la direzione delle cose d’Italia. Appena egli aveva sciolto le vele, le sorti volgevansi avverse ai Greci; e breve tempo dopo la rapida morte d’Ildibado e del succeditore di lui Erarico, rugio di nascita, s’elevava a terrore di Giustiniano e di Belisario stesso un eroe, che Omero con senso di ammirazione avrebbe posto a fianco di Ettore e di Achille, e a cui la storia giustamente decretò l’immortalità a lato di Annibale.

Totila, nipote d’Ildibado, in ancor giovane età era illustre per quelle virtù che sono retaggio degli uomini grandi: egli era già chiaro per animo forte, prudente, generoso, moderato. Ei guidava uno stuolo di guerrieri goti accampato nella città di Treviso, allorquando gli perveniva l’annuncio che suo zio era caduto sotto il pugnale del gepido Vila. A quella nuova atterrito, il giovane credette ogni cosa perduta, per la qual cosa, non consapevole di sua propria virtù, egli trattava con Costanziano, che comandava in Ravenna, della cessione della città di Treviso. E già allo scopo di negoziare, egli aveva accolti ambasciadori greci, allorquando di furia giungevano alcuni corrieri i quali gli annunciavano che il popolo congregato nel campo di Pavia lo aveva acclamato re. Il giovane guerriero accettava la corona; ed i Goti, verso la fine dell’anno 541, avevano di pari tempo la notizia della morte dell’usurpatore Erarico e della elezione di Totila[400].

Noi oltrepassiamo in silenzio le prime battaglie ed i primi trionfi del novello Re goto, per accompagnarlo a Roma. Avvegnachè nello spazio di un anno, assoggettate parecchie città di qua e di là del Po, egli si fosse reso terribile, e ne avesse tratto potenza a muovere contro Toscana: e vi entrava in sull’incominciamento della primavera dell’anno 542, colla quale stagione Procopio, che conta a primavere, dà principio all’ottavo anno della guerra gotica. Totila guadava il Tevere, ma rimettendo ad altro tempo di vendicare contro le mura di Roma bagnate di sangue le stragi sofferte dal suo popolo, volgeva per l’agro Sannitico e per la Campania alla conquista delle più importanti città per averne fortezza nelle sue opere di guerra. E nel muovere a quella spedizione, cui prudenza comandava d’imprendere, visitava nel convento di Monte Cassino il santo monaco Benedetto, e ne aveva ammonizioni e profezie: «Molte opere malvage tu fai», dicevagli il Santo, «molte ne facesti; oh desisti dall’iniquità! Passerai il mare, entrerai in Roma e vi avrai impero nove anni: nel decimo morrai»[401].

Assalita Benevento prima d’ogni altra città, la prese: abbattutene le mura, procedè innanzi fino a Napoli, e al suono delle trombe vi pose campo. Nel tempo stesso in cui cingevala d’assedio, Totila mandava alcuni stuoli di cavalleria leggiera in Lucania, nelle Puglie e nelle Calabrie. Tutte queste belle province assoggettavansi di buona volontà alla sua signoria; e i tesori raccolti dagli Imperiali nelle gabelle cadevano in mano ai Goti, il cui giovane Re era pietoso ai paesani, laddove invece gli officiali greci da Ravenna ad Otranto con loro avide requisizioni suggevano il sangue ai cittadini ed agli abitanti delle campagne, e mostravano agl’Italiani ch’eglino erano usciti di senno allorchè avevano preferito alla giusta signoria dei Goti l’insaziabile despotismo dei Bisantini. Al governo delle finanze d’Italia sedeva allora in Ravenna Alessandro, vampiro senza coscienza, che, a cagione della sua destrezza a tosare monete d’oro, i Greci faceti appellavano col nome di Psalidione, che in loro favella significa forbice: e gli altri duci delle città principali (fra i quali l’avaro Bessa comandava a Roma) non gli erano inferiori nello angariare il popolo. Procopio dice espressamente che tutte le largizioni di grano che Teodorico distribuiva ai cittadini ed ai poverelli di Roma erano interamente cessate, e che Giustiniano aveva acconsentito che Alessandro le togliesse[402]. E siccome ciurmavansi anche i soldati del loro soldo, avveniva che affamati e senza mercede abbandonassero i loro vessilli e a frotte passassero tra le file dei Goti dove avevano nutrimento abbondante e buono stipendio.

Napoli, domata dalla fame, apriva finalmente nella primavera dell’anno 543[403] le porte, e offriva opportunità a Totila di muovere il mondo ad ammirazione per le virtù del suo animo umano, come la sua bravura in guerra gli aveva già meritata bella nominanza. Coll’affetto di padre e colla prudenza di buon medico ebbe cura dei Napoletani: a poco a poco restituì con parco nutrimento le forze ai morenti di fame, per non recare morte saziandone tosto l’avidità rabbiosa. Fè rispettare le proprietà, l’onore delle donne, e con grandezza d’animo diè carri, cavalli e vettovaglie al greco Conone ed ai suoi soldati, i quali per il patto di resa della città dovevano partire su navi, ma ne erano impediti dai venti contrarî; e permise che eglino, i quali benedicevano alla sua bontà, movessero sotto guardia gota a Roma. Indi, come soleva fare di tutte le città conquistate, fè smantellare le mura di Napoli; imperocchè sembri che, memore di Roma sotto i cui baluardi inespugnati il popolo goto era stato colpito da terribili calamità, egli avesse giurato la distruzione delle fortificazioni di tutte le città. E facendole abbattere, diceva ai Goti operare di tal maniera affinchè il nemico non vi si munisse; ai terrazzani poi diceva volere così liberarli per sempre dagli orrori degli assedî.

§ 2.

Lettere di Totila al Senato romano. — Effetto di quelle in Roma. — Egli muove contro Roma. — Prende Tivoli. — Secondo assedio dei Goti nella estate dell’anno 545. — Belisario ritorna in Italia. — Porto. — Campo dei Goti.

Di Napoli Totila spediva lettere al Senato di Roma. Egli già se n’era acquistata la benevolenza, facendo condurre a Roma con cortesia alcune patrizie donne fatte prigioniere in Cuma. Ed or diceva ai Padri di Roma:

«Coloro i quali, per ignoranza o per obblivione, oltraggiano i loro simili, hanno diritto all’indulgenza delle genti oltraggiate: imperocchè la ragione del loro fallo gli scusi. Ma se qualcuno scientemente dà offesa, a lui non giova alcun argomento che mitighi la gravezza del fallo, avvegnachè non sia sola la reità dell’opera, ma vi si accoppii la colpa del mal talento. Poichè la è così, vedete quale giustificazione possiate trovare nel modo con cui operaste verso i Goti. Che potete infatti addurre a discolpa? la ignoranza forse dei beneficî di Teodorico e di Amalasunta, oppure la dimenticanza indotta dal tempo che vi corse sopra? Nè una cosa nè l’altra è possibile. Perocchè eglino non di leggieri o mediocri beni in tempi antichissimi vi sieno stati cortesi, ma sì di beneficî altissimi e in tempi recenti vi abbiano ricolmi, o diletti Romani. La maniera onde i Greci operarono verso i loro soggetti voi conoscete o per fama o per propria vostra esperienza, nel tempo stesso in cui già sapete di qual guisa i Goti trattino gl’Italiani. Eppure quelli, mi cred’io, con ospitalità cortese voi accoglieste: quali ospiti poi vi abbiate accolti, ben sapete se vi soccorra memoria delle male arti di Alessandro. Non vo’ parlare della soldatesca e dei suoi condottieri della cui benevolenza e della cui grandezza d’animo aveste ampie prove. Nè alcuno di voi creda che vituperi ad essi mosso da giovanile orgoglio, o che io come re dei barbari parli magnificando le cose. Chè io non dico, la vittoria su quelle genti riportata essere opera di nostra prodezza, ma affermo piuttosto avere coloro pagato il fio delle malvagità onde vi oppressero. E non sarebbe la più dissennata cosa del mondo, se voi stessi, or che Dio li flagella, voleste sopportare volonterosi i loro cattivi trattamenti invece di sottrarvi a quei mali? Or ecco il momento di purgarvi dell’onta dei vostri brutti comportamenti verso i Goti, e di dare a noi ragione di concedervi venia. E la avrete se, non ispingendo noi alle ultime estremità della guerra, e non ostinandovi affidati ad una fallace speranza che poco durerebbe, vorrete scegliere il vostro meglio, riparando ai torti onde foste rei verso di noi»[404].

Totila faceva pervenire queste lettere ai Senatori per mezzo di alcuni prigioni: e poichè il generale Giovanni aveva vietato loro di darvi risposta, altre ne mandò a Roma con sensi di conciliazione; ed il popolo ne aveva contezza leggendone con animo agitato copie nei luoghi più frequentati, imperocchè fossero stati alcuni che in tempo di notte le avevano affisse. I governatori greci venuti in sospetto che i preti ariani di Roma tenessero accordi secreti coi Goti, ne li cacciarono; e poco stante mandavano in esilio a Centumcella il patrizio Cetego cui Procopio dà il titolo di principe del Senato di cui ci è dubbio il valore.

Sulla fine del verno, tra l’anno 543 ed il 544, Totila dalla Campania soggiogata moveva contro Roma. La notizia che l’imperatore Giustiniano atterrito dalla mala piega che prendevano le cose d’Italia, aveva chiamato di Persia Belisario affinchè prendesse il comando nella seconda guerra gotica, nol trattenne: poichè da capitano sapiente aveva posti fondamenti eccellenti nel settentrione e nel mezzogiorno della penisola alle sue opere di guerra: e già sapeva che le forze di Belisario erano assai scarse.

Belisario giungeva, e intanto ch’egli sprecava tempo a raccogliere milizie sulle coste del mare Adriatico, il Re goto con mossa rapida s’avanzava nelle vicinanze di Roma. Ma il suo occhio non perdeva di vista la forte città di Tivoli, la quale domina la Campania nel corso superiore del fiume, e la otteneva per tradimento. Erano colà a presidio Isauri i quali per caso vennero a dissidio colla milizia cittadina: alcune guardie di questa aprivano in tempo di notte le porte ai Goti; ma ne avevano mala ricompensa, chè la soldatesca, irritata contro quei di Tivoli, nè sappiamo perchè, trucidava gli abitanti e lo stesso Vescovo: e Procopio, il quale sembra non volere per sentimento di umanità descrivere la strage, deplora la morte di Catello cittadino di Tivoli, il quale fra gl’Italiani di quel tempo aveva bella nominanza[405]. Scendendo di Tivoli dove posero presidio, i Goti si resero padroni del corso superiore del Tevere e tagliarono ai Romani la via di Toscana.

Ma neppure adesso Totila dava opera all’assedio di Roma: il suo genio lo premuniva da ogni movimento affrettato suggerito dall’impeto della passione, ond’è che, guidato dalla saggezza, imprendeva con energia la conquista di parecchie città importanti di Toscana, del Piceno e dell’Emilia, ed in quelle imprese consumava l’anno 544 ed una parte dell’anno successivo. E dopo di avere munita la sua impresa di ogni saldezza, raccolti da tutte le parti i suoi Goti, li guidava contro Roma a vendetta, per assediarla, per prenderla, per punirla. Era l’estate dell’anno 545[406].

La Città era presidiata da tremila uomini capitanati da Bessa, generale d’ingegno mediocre, ad ajuto del quale Belisario, alcuni anni prima, aveva aggiunto due prodi capitani, Artasire persiano e Barbazio trace di nascita, vietando loro severamente di tentare mai sortite contro il nemico. Ma non sì tosto i Goti s’erano avvicinati alle mura, che quei due duci, desiosi di gloria, non obbedirono al suo comando, nè alle ammonizioni di Bessa ed uscirono contro l’oste che si avvicinava. I loro soldati furono fatti a pezzi, ed eglino medesimi scamparono a stento, con pochi ricoverando entro la Città, donde non furono più mai arditi di tentare alcuna sortita.

Questo secondo assedio onde i Goti cinsero Roma, fu condotto in modo affatto differente dal loro primo, e fu invece simile a quello di Alarico. Laddove l’imprudente Vitige aveva ordinato il grande suo esercito in sette campi muniti ed aveva assalito con ardore incessante la Città cui difendeva uno dei più grandi capitani di tutte le età, Totila al contrario assediava Roma con calma sapiente; ed anzi toglieva agio a uscire del suo campo per condurre opere di guerra nell’Emilia. Egli si restringeva a impedire che in Roma entrassero vettovaglie, avvegnachè fosse padrone del corso superiore del fiume, e sul mare avesse una flotta che, signora delle acque di Napoli, rendeva per lo meno difficile che da quel lato la Città ricevesse soccorsi. E finalmente egli aveva argomento di sprezzare gli uomini che comandavano in Roma: la loro imperizia e la negligenza usata nella difesa si mostrarono in siffatta guisa dipoi, che Totila avrebbe potuto prendere la Città malamente munita se avesse voluto esporre al cimento i suoi guerrieri. Ma sembra che la ricordanza terribile della sorte di Vitige rattenesse i Goti dal muovere contro le venerande mura; chè già qualunque perdita sarebbe stata gravemente pericolosa al loro esercito poco numeroso.

Frattanto Belisario stavasi in Ravenna inoperoso. Con lettere in cui dipingeva la triste condizione delle cose, egli aveva chiesto a Giustiniano che rapidamente gli mandasse soldati: e mentre questi con inconcepibile lentezza venivano, l’eroe sventurato malediceva al suo destino che lo costringeva a veder da lontano che il frutto della sua gloria conquistata con sì aspra fatica andasse disperso colla perdita di quella città medesima dove aveva raccolta la sua bella corona. Egli accusava sè stesso d’imprevidenza per essere rimasto a Ravenna invece di gettarsi coi suoi pochi soldati in Roma: e Procopio, il quale sembra convenire egli pure a deplorarlo, scusa quel fatto con una meditazione filosofica sulla forza del destino, il quale talvolta volge a risultamenti avversi i più savi proponimenti degli uomini, perocchè il fato crudele voglia compiere i tenebrosi suoi disegni. Belisario con rapida mossa andava di Ravenna ad Epidamno ad incontrare le soldatesche guidate da Giovanni e da Isacco: e dopo di essersi congiunto ad esse, spediva Valentino e Foca con uno stuolo di guerrieri all’imboccatura del Tevere, per accrescere fortezza al presidio di Porto. Imperocchè il porto romano fosse ancora in potere dei Greci, e Totila non avesse ancora potuto muovere alcun tentativo per istrappare loro quel baluardo importante: e ciò valeva a prolungare l’assedio di Roma. Allorchè però quei duci furono giunti a Porto, dove comandava il generale Innocenzo, trovarono innanzi a sè i Goti signori del corso inferiore del fiume, avvegnachè tra la Città ed il porto, Totila avesse posto il suo campo bene munito alla distanza di otto miglia dalla Città, in un luogo che aveva nome di _Campus Meruli_, ossia di campo del merlo[407]. Il campo così situato, minacciato di fronte e da tergo, poteva essere esposto a qualche pericolo; ma tuttavia quella posizione era stata saviamente scelta, perocchè ivi riuscissero ad incontrarsi tutte le vie che venivano della marina: e poichè i Goti dominavano le Vie Appia, Latina e Flaminia, i Greci potevano tentare di muovere a soccorso di Roma soltanto dal lato della foce del Tevere.

Valentino e Foca annunciarono tosto ai Romani la loro venuta, ed ammonirono il general Bessa che in un giorno determinato sortisse contro il campo dei Goti, nel tempo stesso in cui le soldatesche di Porto moverebbero ad assalirlo da tergo. Ma Bessa non si arrischiò di farlo, e l’assalimento condotto da un solo lato fu rigettato dai Goti con piena sconfitta dei loro nemici che si ritirarono in fuga.

§ 3.

Papa Vigilio è chiamato a Bisanzio. — I Goti prendono un naviglio carico di grani di Sicilia. — La fame desola Roma. — Ambasceria del diacono Pelagio nel campo dei Goti. — Discorso che i Romani al colmo della disperazione volgono a Bessa. — Condizioni miserrime della Città.

Papa Vigilio non era in quel tempo nella Città. Dopochè Silverio suo antecessore, alla cui deposizione ed al cui esilio egli aveva operato con influenza potente, fu morto nell’anno 538 oppure nel 540, nell’isola Palmaria, per fame ovvero per violenza di genti spedite da Antonina[408], la Chiesa riconobbe Vigilio a pontefice legittimo. Egli eccitava contro di sè la collera di Teodora imperatrice a cagione del suo rifiuto di annullare la sentenza che papa Agapito aveva pronunciata contro Antimo e contro la setta degli Acefali, ed a cagione della condanna ch’egli aveva data contro alcuni insegnamenti di Origene sulla preesistenza dell’anima, sulla trinità e sulla natura dell’anima di Cristo, dottrine che Giustiniano, mosso da ragione di Stato e da smania di entrare in disputazioni teologiche, aveva fatto insegnare, dando così origine alla controversia dei tre Capitoli[409]. Al suo energico rifiuto di accogliere i tre Capitoli, Vigilio era chiamato a Costantinopoli dove un Sinodo avrebbe giudicato della controversia: e dopo incerta tardanza, partiva a quella volta, addì 22 di Novembre dell’anno 544[410]. Gli avvenimenti occorsi nel suo viaggio sono involti nell’oscurità; e ciò che narra il Libro dei Papi che Vigilio, preso nella chiesa di santa Cecilia nel Transtevere, per ordine di Teodora fosse fatto imbarcare sul fiume in una nave, e che i Romani la accompagnassero delle loro maledizioni, tempestandola con pietre, con rottami di legno e con frammenti di stoviglie, se non possa essere dichiarato falso del tutto, eccita almeno qualche dubbio della sua verità[411].

Vigilio andava primamente in Sicilia, e vi si fermava a lungo, fino al tempo in cui Totila cingeva Roma di assedio. Informato delle necessità ond’erano stretti i Romani, dai ricchi patrimonî che la Chiesa romana possedeva nell’isola, raccolse gran copia di grano, e cariconne vascelli che infatti giunsero felicemente ai lidi di Porto. Ma i Goti, avutane contezza, si avanzarono fino all’imboccatura del Tevere, ed ivi si ascosero presso il molo con loro navicelli. I Greci del castello di Porto scopersero l’intendimento dei nemici; e nel momento in cui il naviglio carico di vettovaglie stava per entrare nel fiume per salire fino a Porto, dall’alto dei merli agitando panni cercarono di far intendere ai naviganti di tornare indietro: ma quelli, credendo anzi che fosse un segno con cui gli invitassero, si avanzarono, ed il convoglio di grano cadde fra le ugne dei Goti che ne alzarono grida festose. In quel naviglio erano anche parecchi Romani, fra i quali Valentino, che il Papa in Sicilia aveva eletto vescovo di Silva Candida e che ora egli spediva quale vicario suo a Roma. Condotto alla presenza di Totila, fu interrogato di parecchie cose, e, accusato di menzogna, quello sventurato ebbe crudelmente mozze ambe le mani. Ciò accadde, secondo le notizie dateci da Procopio, verso la fine dell’anno undecimo della guerra gotica, cioè nella primavera del 546.

Tosto che fu conosciuta la perdita di quel convoglio di vettovaglie, si dileguò ogni speranza nella Città travagliata; e gli orrori della fame si resero vieppiù insopportabili. Commossi a disperazione, i Romani ricorsero al diacono Pelagio, uomo altamente reverito, il quale, di fresco tornato di Bisanzio dov’era andato nunzio della Chiesa romana, aveva distribuito il suo ricco patrimonio a lenire la miseria del popolo della Città, nella quale, durante l’assenza del Papa, ne fungeva egli senza dubbio le veci. Di buona voglia egli si sobbarcò al carico di andare ambasciatore al campo di Totila, affine di implorare dal Re una tregua, scorso il tempo della quale senza che di Bisanzio fosse porto ajuto, la Città si sarebbe resa. Il Re accoglieva il venerando ambasciatore dei Romani con segni di onoranza; ma tagliando corto ogni discorso di negoziati, gli diceva con fermezza, essere suo animo di concedere qualunque cosa gli chiedessero, fuori di tre: chè non voleva udire loro preghiere a ciò che perdonasse ai Siciliani, o che conservasse le mura di Roma, o che restituisse gli schiavi fuggiti. Perchè Sicilia aveva fellonescamente accolti i Greci, perchè le mura di Roma impedivano di deciderne in una battaglia in campo aperto e costringevano i Goti a far sofferire ai Romani gli orrori dell’assedio; perchè finalmente la fede data agli schiavi non poteva essere rotta. Pelagio com’ebbe inteso ciò, tornava atterrito, abbandonando la sorte della Città nelle mani di Dio.