Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 26

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Belisario, quantunque fosse uomo illustre, era pur sempre un eroe bisantino; e le donne sapevano ben cogliere l’Achille al tallone vulnerabile. Benchè in sua coscienza ne arrossasse, egli obbediva all’impero di due invereconde femmine, della potente Teodora e dell’astuta Antonina, moglie di lui: le quali amendue, per bassa nascita e per abbominevole corruzione eguali, erano socie al male, e fra le lusinghe reciproche temevano l’una l’altra, e si odiavano. Mancava a Belisario il cuore di eccitar contro sè la collera di quelle due, laonde egli sottomettevasi all’abbiezione di farsi esecutore dei loro voleri. Antonina e Vigilio presentarono falsi testimonî i quali giuravano aver più volte papa Silverio scritto lettere a Vitige nelle quali diceva: «fa di venire a porta Asinaria presso il Laterano, che io ti darò in mano la Città e Belisario patrizio». Il Libro Pontificale, indotto forse da ingenua credenza oppure da consiglio di prudenza, narra che quantunque il Generale non prestasse fede a quelle accuse, tuttavia ne lo ponesse in grave timore la moltitudine dei testimonî. Per la qual cosa faceva trarre a sè dinanzi, nel palazzo Pinciano ove aveva posta dimora durante l’assedio, il Pontefice, il quale mosso da paura s’era ricoverato nella chiesa di santa Sabina sul monte Aventino. Il clero che lo aveva accompagnato, rimaneva nella prima e nella seconda sala, e Silverio solo con Vigilio era introdotto nelle stanze riposte, dove il pro’ Belisario sedeva a piedi di Antonina che giaceva in atto voluttuoso sopra un lettuccio[388]. E appena lo vedeva, colei da attrice valente diceva: «Dinne, signor papa Silverio, che abbiamo noi fatto a te ed ai Romani, che tu ne voglia dare in mano dei Goti?» E mentre ancora coprivalo di villanie, entrava Giovanni suddiacono della prima Regione, e, tolto il pallio di collo al tremante prelato, lo conduceva in una stanza vicina, ove, spogliatolo dei vestimenti vescovili, facevagli indossare un saio di monaco: indi usciva, e al clero che attendeva angosciato con brevi parole annunciava, che il Papa era stato deposto e fatto monaco. A quella notizia fuggivano i cherici: e poco tempo dopo da che Silverio era stato tratto in esilio a Patara città di Licia, Vigilio, il quale aveva promesso all’Imperatrice una remunerazione di duecento libbre d’oro, era eletto papa dal Senato e dal clero, i quali, quantunque repugnanti, eranvi astretti dal terrore della potenza greca. La violenta deposizione di Silverio era avvenuta nel Marzo del 537, e probabilmente addì 29 dello stesso mese ordinavasi Vigilio[389]. Quest’opera di despotismo esercitata contro il loro sacerdozio, doveva mostrare chiaramente ai Romani che la signoria dei Goti era ben leggiera; che invece il giogo dei Bisantini pesava assai, e che di pondo sempre maggiore loro graverebbe le spalle.

Ma ora il flagello tremendo della fame (che desolava tutta Italia, in maniera che a Milano madri avevano mangiato delle carni dei loro pargoli lattanti) cominciava ad attristare Roma. La penuria di vettovaglie aveva costretto già Belisario a far partire della Città le donne, i fanciulli e gli schiavi che non erano buoni a difendere le mura. Quegli sventurati uscendo a torme fuor di porta Appia e fuor di quella di Porto, movevano per la Campania oppure s’imbarcavano sul Tevere per irne a Napoli e in Sicilia a cercarvi ricovero ospitale: chè da quei due lati era aperta la via. Allorquando i Goti s’avvenivano nei fuggiaschi, rispettavano pietosi quei tapini e li lasciavano procedere senza molestarli nel loro cammino. Durante l’assedio, la loro umanità fu degna dell’esempio del gran Teodorico; e i loro stessi nemici dovettero confessarlo a loro gloria, chè eglino non fecero oltraggio nè alla basilica di san Pietro, nè a quella di san Paolo, quantunque tutte e due quelle chiese fossero situate fuor delle mura, nel territorio ch’era in loro potere. E quegli Ariani rispettavano le proprietà degli Apostoli, nè turbavano il culto al cui esercizio attendevano i preti cattolici che dimoravano presso quelle chiese senza che ricevessero molestia dagli assedianti.

Ad una sola opera di sangue Vitige fu tratto dalla forza dell’ira. Egli spediva suoi messi a Ravenna con ordine crudele che si dessero in mano al carnefice quei Senatori ch’egli aveva tratto con seco di Roma ad ostaggio. A quell’ingiustizia egli fu tratto dalla rabbia del tradimento dei Romani e dal dispetto del cattivo successo del suo assalimento. Indi cercava di stringere sempre più l’assedio di Roma e d’impedire da ogni lato che s’introducessero vettovaglie entro la Città. A tal uopo egli s’impadroniva di Porto, celebre luogo di approdo della Città sul Tevere. Il fiume si riversa nel mare per due braccia le quali cingono l’isola sacra che ora raggiunge una superficie di dieci miglia. Il porto antico di Ostia, situato sulla sponda sinistra dell’imboccatura del Tevere a due miglia di distanza dal luogo in cui le acque del fiume si mescono a quelle del mare, era divenuto da molto tempo per le sabbie deposte dalle alluvioni inopportuno; per la qual cosa l’imperatore Claudio aveva scavato un porto ed un canale sulla destra riva, edificando un molo che si protendeva nel mare. E questa fu l’origine del _Portus Romanus_ ossia _Urbis Romae_. Trajano lo aveva ampliato colla costruzione di un novello porto interno di figura esagona cui egli circondava di splendidi edificî. Egli faceva scavare nel tempo medesimo un novello canale, la _Fossa Trajana_, che oggi si crede di ravvisare nel braccio destro del Tevere detto di Fiumicino. E Porto cresceva così ad importante Città e già fin dai primi secoli del Cristianesimo aveva sede episcopale, ed era reso illustre pel martirio del vescovo Ippolito morto intorno all’anno 229[390]. Negli ultimi tempi dei Paganesimo solevano i Romani andare con festa all’isola situata tra Porto ed Ostia, avendo a capo il prefetto della Città o il console, per offrirvi sacrificî a Castore e a Polluce, e per bearsi nell’amenità dei suoi prati sempre verdeggianti. Avvegnachè nè gli ardori dell’estate, nè i rigori dell’inverno valessero ivi a distruggere la vegetazione dei fiori: e al fiato delle tepide aurette primaverili le piagge dell’isola s’inghirlandavano di rose e spandevano l’olezzo di balsamiche piante, di maniera che i Romani vi davano nome di Libano della dea Venere[391]. Alla conservazione ed all’allargamento del porto aveva più tardi dato opera anche Teodorico, affidando l’officio importante della vigilanza di quello ad un officiale detto comite ossia conte. Ed ai tempi di Procopio, era pur sempre Porto una città considerevole e cinta di salde mura, laddove l’antica Ostia situata sulla sponda sinistra fosse già deserta e senza mura: e quantunque allora fossero puranco navigabili le due braccia del fiume, le barche seguivano la via di Porto. Una bella strada conduceva da porta Portuense a Porto; ed il fiume, cui quella via segue in linea parallela, era animato dal movimento delle barche che spinte non da vele o da remi, ma per mezzo di gomone trascinate da buoi, trasportavano a Roma le derrate di Sicilia e le mercanzie dell’Oriente[392].

Poichè Vitige, senza che trovasse resistenza, si fu impadronito di Porto e vi ebbe posto un presidio di mille uomini, potè tagliare ai Romani la via che conduceva al mare: e siccome il porto di Ostia non serviva più, le salmerie dovevano essere condotte per la strada difficile e mal sicura di Anzio.

A rialzare l’animo degli assediati commosso a tristezza per quella perdita giovava il rinforzo di milleseicento cavalli unni e slavoni, che venti giorni dopo ingredivano in Roma, e coi quali Belisario poteva molestare i Goti con piccole zuffe combattute innanzi le porte, nelle quali la destrezza dei saettatori sarmati riportava vittoria sulla cavalleria gota armata di lancia. Alcuni leggieri trionfi accendevano il coraggio degli assediati i quali chiedevano al Generale repugnante che li conducesse a combattere il nemico con una sortita universale. Belisario profittava del loro accendimento ed ordinava l’impresa in questa maniera: il nerbo della soldatesca doveva uscire della piccola porta Pinciana, e della grande porta Salara; un altro stuolo minore sortendo di porta Aurelia doveva avanzarsi nel campo di Nerone ed affrontare i Goti in modo da precludere loro il varco di ponte Milvio e da vietare così che recassero soccorso ai loro compagni attendati di qua del fiume: un quarto drappello doveva schierarsi all’istesso uopo fuori di porta Pancraziana. I Romani vegliavano agli ingegni delle mura, e Belisario nutriva sì grande sprezzo per la milizia cittadina, che in quel popolo imbelle egli aveva dovuto comporre di artigiani, che la escluse dalle file delle milizie le quali uscivano a combattere, per tema che la sua imperizia e la sua viltà non vi ponesse scompiglio.

Ma i Goti per mezzo di trafuggitori ebbero notizia della sortita che si preparava e si posero in guardia: essi uscirono ad incontrare i Greci in bell’ordine di battaglia, i fanti nel mezzo, la cavalleria ai fianchi. Dopo una pugna di parecchie ore la loro prodezza otteneva una segnalata vittoria: nè ai Greci riusciva di insignorirsi di ponte Milvio, con che essi avrebbero tagliata ai Goti la via del loro campo posto al di là del fiume; nè era dato loro di vincere le schiere nemiche al di qua del Tevere, ma respinti d’ogni parte con grande strage erano cacciati tra il fosso ed il muro. E siccome quei di dentro avevano asserragliate in fretta le porte, eglino andarono debitori di loro salvamento all’effetto potente dei mangani che operavano dai merli. I vincitori si scostarono delle mura, e gettando grida di sprezzo sui vinti tornarono agli accampamenti.

Dopo quella sortita d’esito sfortunato, gli assediati non uscirono più che a piccole zuffe[393], laddove i Goti cercavano di domare la Città colla fame serrandola sempre più strettamente. Fra la Via Appia e la Via Latina, alla distanza di cinquanta stadî dalla Città, era un luogo dove un crocicchio di due acquedotti formava uno spazio atto a porvi un campo forte[394]. Murate le alte arcate dei due canali, i Goti vi posero un accampamento capace di settemila uomini, che impediva il transito di vettovaglie dalla via di Napoli. Ne cresceva la miseria di quei di dentro: le erbe che germogliavano sugli argini delle mura di Roma non bastavano a pascere i cavalli: di nottetempo escivano cavalieri a cogliere biade nei campi (era già trascorso il solstizio di estate), che saziavano per qualche momento la fame dei ricchi. Cibavansi di misere carni; e certe nauseanti salsicce, che i soldati facevano delle carni di muli morti, erano comperate a caro prezzo dai Senatori. Alla fame s’aggiungevano le febbri prodotte dall’ardore dell’estate; e i cadaveri insepolti sparsi per le vie di Roma aumentavano per contagio le morti.

Non potendo più resistere a tanti mali, tumultuava il popolo, e mandando suoi legati a Belisario chiedeva che lo conducesse ad una seconda pugna che sarebbe combattuta coll’ardore della disperazione. Ma il saggio Generale acchetava i clamori colla sua calma incrollabile, e dava loro speranza di rinforzi che tosto sarebbero giunti e di una flotta che veleggiava carica di vettovaglie onde avrebbero ristoro alle loro necessità. E Belisario mandava Procopio lo storico ed Antonina a Napoli, a levarvi soldati accampati colà e nelle vicinanze, e loro commetteva di caricare di vettovaglie quanti vascelli potessero trovare. Finalmente sbarcavano sulle coste d’Italia meridionale soldati venuti di Bisanzio; ed Eutalio giunto a Terracina recando il soldo della milizia, protetto da una guardia di cento cavalli, penetrava felicemente di notte in città, non veduto dai Goti i quali volgevano la loro attenzione al campo di Nerone ed a porta Pinciana, dove combattevansi acri pugne. Ed ora per proteggere dall’assalto dei Goti le salmerie che si stavano attendendo, Belisario muniva di presidio la città di Albano e il castello di Tivoli già diroccato, che gli assedianti con negligenza inconcepibile non avevano tenuto in loro guardia. Affine di molestare il nemico nei suoi trinceramenti della Via Appia, Belisario faceva uscire la cavalleria unna, e ordinava che mettesse campo in vicinanza del san Paolo. Già da quel tempo, un portico che si distaccava da porta Ostiense, seguendo il corso dei Tevere si stendeva fino a questa basilica, ed alzandosi presso un sobborgo, offriva saldo appoggio ad un accampamento militare[395]. Di qui e da Tivoli e da Albano, gli Unni molestavano continuamente con loro scorridori il campo goto posto nella Via Appia; ed i cavalli leggieri di Belisario impedivano ai Goti che andassero per foraggio nella Campania. Ma quei terreni bassi erano afflitti dalle febbri, per la qual cosa i soldati d’ambe le parti non potevano rimanere in quei trinceramenti: la morìa ne faceva strage, laonde i pochi che sopravvissero nei due campi, dovettero partirne. Gli Unni furono richiamati, e il presidio goto dell’accampamento posto fra gli acquedotti, si ritirava negli altri trinceramenti.

§ 5.

Tristi condizioni dei Goti. — Loro ambasceria a Belisario. — Negoziati. — Roma riceve soccorsi di uomini e di vettovaglie. — Armistizio. — Ripigliansi le ostilità. — Scoramento dei Goti. — Eglino partono di Roma nel mese di Marzo del 538.

I Goti, sparsi nella insalubre Campania che nella state è tribolata dalla mal’aria letale, erano mietuti ogni giorno dalle febbri che spargevano morte. E le loro schiere riunite erano desolate non meno dalla fame in quel deserto che, arso dal sole e non rallegrato da verzura, si stendeva simile ad un cimitero senza confini. L’avvicinarsi di soldatesche bisantine toglieva agli assedianti ogni speranza di giungere al fine di loro impresa. Imperocchè tremila Isauri sotto Paolo e Conone fossero approdati a Napoli, milleottocento cavalli di Tracia condotti dal feroce e sanguinario Giovanni fossero sbarcati a Otranto, e un terzo stuolo di cavalleggieri guidato da Zenone movesse per la Via Latina. Dicevasi che Giovanni lungo la marina s’avanzasse, conducendo un grande convoglio di vettovaglie su carra trascinate da buoi di Calabria, e che già le salmerie fossero giunte presso ad Ostia sotto la guardia di parecchie migliaia di cavalieri, nel tempo stesso che la flotta che portava gli Isauri era per entrare nelle acque del Tevere, dove aveva ad unirsi coll’altro convoglio. Disperando dunque del buon esito del loro assedio, i Goti già pensavano a levarlo, e spedivano un Romano e due dei loro capitani a Roma, per trattare con Belisario. Procopio riferisce esattamente quel negoziato memorando nel quale fu osservato tutto il decoro delle forme parlamentari. I legati Goti parlarono bellamente così:

«Voi, o uomini romani,» dissero, «male operaste con noi, poichè volgeste le armi contro amici e commilitoni vostri, locchè non avreste dovuto fare. Or noi vi parleremo il vero, di cui, crediamo, ognuno di voi deve avere fermo convincimento. I Goti non conquistarono Italia strappandola colla violenza ai Romani; chè già questo suolo era stato tolto all’Imperatore da Odoacre che avealo tenuto in tirannico regno. Zenone, ch’era allora imperatore d’Oriente, volle vendicare il suo socio all’Impero punendo il tiranno, e volle liberarne il paese; ma mal potendo da sè vincere Odoacre, fece appello a Teodorico re nostro, che si apprestava a combattere contro Bisanzio, affinchè, dismessa l’inimicizia, volesse ricever l’onore di patrizio e di console dei Romani, e si volgesse a punire Odoacre della sua mala opera contro Augustolo, promettendo che poscia i Goti sarebbero investiti della signoria del paese in tutte le forme richieste dal diritto. Di tal maniera noi avemmo il regno d’Italia: nè meno degli antichi signori noi ne abbiamo rispettate le leggi e la forma di governo; chè nè Teodorico, nè alcun altro che gli succedette nella signoria, diede a questa contrada leggi scritte o non iscritte[396]. Religione e culto noi abbiamo conservati ai Romani di maniera che niuno degli Italiani mai volontariamente o contro volontà ne mutò, e niuno dei Goti fu mai punito perchè fosse passato all’altra fede. E la più alta venerazione fu da noi tributata ai templi dei Romani, nè alcuno fu oso mai di molestare a colui che in quelli cercava ricovero. Tutte le alte magistrature furono sempre dei Romani; dei Goti non mai. Sorga pure chi voglia e provi, se può, che noi diciamo menzogna. Chè anzi i Goti permisero ai Romani di ricevere ogni anno i loro consoli dall’Imperatore di Oriente. E nondimeno voi che non foste capaci di strappare al barbaro Odoacre quest’Italia vostra che, non per breve tempo ma per ben dieci anni ne ebbe strazio, voi moveste ingiusta guerra ai suoi giusti signori. Or via dunque sgomberate della terra ch’è nostra, recando pure con voi ciò che possedete di proprietà vostra o di bottino!»

A quel calmo e chiaro discorso dava Belisario risposta quale già doveva prevedersi: ben aver Zenone dato carico a Teodorico di guerreggiare contro Odoacre, non già avergli dato il regno d’Italia: al signore antico appartenerne il dominio che i Goti dovevano perdere. Gli ambasciatori goti offrivano allora di cedere all’Imperatore il possedimento della bella Sicilia, ma Belisario deridendoli rispondeva, ch’egli voleva conceder loro piuttosto a dono l’isola di Bretagna assai più estesa. Respingeva egli le loro proposte di cedere la Campania e quel di Napoli: e sdegnando l’offerta di un tributo annuo, diceva essere necessario che rinunciassero senza condizioni di sorte alcuna al regno d’Italia. Si conveniva infine ad una tregua che durerebbe quanto tempo fosse necessario a spedire un’ambasceria a Bisanzio per trattarvi di pace coll’Imperatore.

Nel tempo istesso in cui conchiudevasi la tregua, la Città era commossa ad alta gioia all’annuncio che il generale Giovanni era giunto col convoglio delle vettovaglie in Ostia, e che la flotta isaurica aveva approdato a Porto. E poco dopo la soldatesca entrava in città, e vi giungevano le vettovaglie che, sopra barche spinte faticosamente a forza di remi, erano salite a ritroso del Tevere passando innanzi a Porto e a vista dei Goti che vi erano a presidio. I Goti nelle pattuizioni della tregua avevano dimenticato di convenire intorno a un argomento di sì grande importanza, per la qual cosa dovettero con loro grave corruccio permettere che le salmerie passassero, per non infrangere la convenzione conchiusa. Determinavasi che l’armistizio durasse tre mesi, consegnavansi d’ambe le parti alcuni ostaggi; e legati goti partivano indi, accompagnati da Greci, alla volta di Bisanzio. Era allora il solstizio d’inverno.

Infiacchiti dalla lotta, impediti di procacciarsi vettovaglie dalla via di mare, or maggiormente dalla flotta greca, i Goti non poterono più tenere in loro signoria i luoghi forti che circondano Roma. Appena eglino avevano sgomberato Porto, gli Isauri di Ostia vi entravano; e appena erano partiti dell’importante Centumcella (ch’è l’odierna Civitavecchia), Belisario vi mandava soldati a presidio. Lo stesso avveniva in Albano che Vitige alcuni mesi prima aveva strappato ai Greci. Belisario rispondeva con discorso beffardo ai lamenti che levavano i Goti di quei movimenti, coi quali, dicevano, erasi infranta la tregua. E nel tempo stesso egli mandava il «sanguinario» Giovanni con un grosso stuolo di cavalleria ad Alba nell’agro Piceno, imponendogli che corresse la campagna e che facesse prigioni le donne e i fanciulli dei Goti e che ne rapisse le ricchezze, tosto che i nemici avessero ceduto al desiderio di rompere la tregua.

I Goti spinti da disperazione erano mossi da parecchi e gravi motivi a ricominciare le ostilità: e per fermo da parte loro era la giustizia, quantunque il greco Procopio taccia il vero. La notizia di un grave avvenimento accaduto entro la Città animavali ad operare. Belisario aveva fatto mettere a morte il più valente dei suoi luogotenenti, Costantino, il quale (offeso da una sentenza che il Generale mosso da sentimento di giustizia ma con forme troppo rigide aveva pronunciata contro di lui in un negozio privato) lo aveva minacciato col pugnale. La morte di Costantino aveva irritati i soldati che avevano combattuto sotto le gloriose insegne di lui, e acquistava odio a Belisario: ne giungeva notizia ampliata oltre il vero al campo dei Goti i quali accoglievano speranza di annodare accordi coi faziosi della Città. Eglino tentarono di penetrare per un acquedotto in città. L’_Aqua virgo_, i cui canali si stendevano appiè di monte Pincio sotto il palazzo di Belisario, sembrava acconcia al loro disegno, ed alcuni guerrieri scendevano celatamente per i suoi ampi e oscuri sotterranei. I soldati ignoranti o superstiziosi che stavano a guardia di porta Pinciana non si sarebbero accorti del loro tentativo, benchè un raggio dell’incerto lume delle loro lampade si svelasse da una fessura. Ma dopo lunghi e tortuosi giri sotterra, i Goti ne trovavano murata la uscita, per la qual cosa redivano in fretta sulle loro orme portando ai loro capitani un mattone che desse prova della esistenza di quella chiusa. Vitige or gettava la maschera e apertamente moveva un mattino colle sue schiere munite di scale e di fiaccole ad assalire porta Pinciana. Il tumulto della pugna, che si combatteva alla porta, svegliava i cittadini; i difensori correvano al loro posto, e dopo breve mischia i Goti scorati erano costretti a ritirarsi. Nè meglio riusciva il tentativo d’impadronirsi di porta Aurelia, di dove Vitige coll’aiuto di due Romani che dimoravano nel quartiere di san Pietro, a sè venduti, sperava di penetrare in città. Il disegno fu tradito e perciò fallì.

Finalmente notizie sempre più tristi inducevano lo scoramento nell’animo del Re. Giovanni rapidamente e senza pietà aveva adempiuta la missione ond’era stato incaricato: battuto e ucciso Uliteo zio del Re, aveva preso Rimini, e già moveva contro le mura di Ravenna, dove Matasunta, mal sofferendo il maritaggio a cui Vitige l’aveva costretta, nel suo desio di vendetta dava speranza al nemico di prendere col favore di lei Ravenna e di ottenerne la mano. A quell’annuncio Vitige cedeva alle istanze del suo popolo stanco della lotta, che, assediato ora esso medesimo, era minacciato dell’estremo esizio dalla fame, dal contagio e dalla spada del nemico. Già entravasi in primavera e i tre mesi dell’armistizio compievansi, nè nuncio alcuno rediva di Bisanzio. Un agitarsi, un muoversi nella Campagna di Roma mostrava tutt’a un tratto ai Romani che qualche grave avvenimento si compieva: nella notte vedevano gli accampamenti dei Goti in fiamme, e all’alba vegnente miravano le schiere nemiche che movevano per Via Flaminia. I Goti partivano. La metà dell’esercito aveva già valicato il ponte Milvio, allorchè di porta Pinciana si scagliavano fanti e cavalieri contro l’oste che si ritirava. Dopo breve e accanita battaglia i Goti s’addensavano in disordine al ponte per gettarsi sull’altra sponda del fiume; i loro drappelli affollandosi al varco, si urtavano; e sotto una tempesta di dardi e sotto i colpi delle spade dei Greci, con gravi perdite e dopochè molti di loro erano precipitati nelle onde del fiume, eglino giungevano alla destra riva. Colà riordinatisi movevano per Via Flaminia alla volta di Ravenna, scorati e tristi del presentimento della distruzione del loro eroico popolo, il fiore dei cui valorosi era caduto bagnando del suo sangue il terreno che si stendeva intorno alle antiche mura di Roma. Di tal guisa, i Goti pagavano il fio dell’opera dissennata di Teodato, il quale, invece di restringere la guerra nel territorio di Napoli, aveva permesso che Belisario fino a Roma si avanzasse. Ed errori aggiungevansi a errori; chè Vitige sciupava le forze di tutto il suo grande esercito raccolto nella insalubre Campagna di Roma, e negligendo di intraprendere nel tempo medesimo opere di guerra nella regione meridionale e nella settentrionale, nè intendendo a dominare il mare romano con una flotta, recava la distruzione al suo popolo di prodi in un assedio mal guidato.