Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 28
Allorchè cadde infruttuosa l’opera di quell’uomo nella cui dignità e nella cui eloquenza i Romani avevano riposta l’ultima loro speranza, confidenti ch’egli sarebbe un secondo Leone, i miseri cittadini angosciati dalla fame piombavano nel profondo della disperazione. S’adunavano con grida di guajo, e deliberavano di spedire alcuni uomini al palazzo: ivi quei tapini senza forza volsero ai duci un breve discorso, cui l’ambascia della fame dava una insolita energia ed il cui tenore fu presso a poco il seguente. «I Romani vi supplicano di essere trattati se non come amici scesi della stessa stirpe, o come concittadini dello stesso Stato, almeno come nemici vinti, come schiavi di guerra. Date ai prigioni vostri alcun poco di pane! Non diciamo, no, nutrimento da bene vivere, ma il tozzo necessario affinchè possiamo trascinare la vita al servigio vostro, come a’ servi si conviene. Che se vi sembra soverchio il dimando nostro, permetteteci almeno di uscire liberamente della Città, affinchè vi risparmiamo la fatica di dare agli schiavi vostri sepoltura. Che se pur questo desiderio nostro vi sembri troppo grave, ebbene! Date morte a noi tutti; chè ella sarà pietosa cosa!» Rispondeva Bessa: «Cibo per loro non avere; lasciarli partire essere cosa pericolosa; ucciderli empia; Belisario esser vicino ad ajutarli». E con queste parole congedava gli affranti ambasciadori che tornavano alla moltitudine affamata che gli attendeva ansiosa e istupidita.
Neppur una mano si levava tra i Romani a punire gli infami. Bessa e Conone, spinti dalla più turpe avarizia, traevano in lungo l’assedio per trafficare sulla fame del popolo e per cavarne denaro. Eglino incettavano le vettovaglie, e, fatti mercanti, le ammassavano nei granai: e gli stessi soldati greci toglievansi di bocca la loro porzione di cibo per averne denaro e denaro. Imperocchè i Romani ricchi pagassero un medimno, ossia un piccolo moggio di grano, a sette monete d’oro, ed i meno agiati reputassero buona ventura quando potevano avere una misura eguale di crusca pagandola a monete d’oro 1-3/4. Cinquanta monete d’oro pagavasi con gioia un bue, se fortuna dava che se ne trovasse. Nella Città non era che avarizia da un lato la quale vendeva, e fame dall’altro che senza ridire sul prezzo, comperava e divorava. E come fu esausto il denaro contante, si videro i Romani trarre sul mercato una dopo l’altra le suppellettili dalle loro case permutandole con grano, nel tempo stesso in cui i cittadini poveri si trascinavano carponi alle mura e fra i ruderi dei portici (dove un tempo gl’Imperatori avevano fatte ai loro pigri avi largizioni di olio, di pane, di grasce), per cogliervi erbe selvatiche e per saziarne le brame del ventre. Ma anche il grano consumavasi fino alla scarsa porzione che Bessa aveva conservato per sè stesso; laonde la rabbiosa fame costringeva ricchi e poveri del paro a ricorrere alle ortiche che cotte trangugiavano. Vedevansi i Romani simili a spettri dalle occhiaie incavate errare per le piazze deserte, schiacciare co’ denti le ortiche, e tutt’a un tratto cadere inanimati. E la natura stessa che sotto quel cielo disserra estesa vegetazione di piante selvatiche, da ultimo non aveva più erbe che coi loro amari succhi porgessero miserando alimento. Molti ponevano fine a loro martòri dandosi morte: e fra gli spaventosi orrori di quei giorni Procopio narra di un fatto che non è terribile meno del lacrimevole destino del conte Ugolino. Era un padre di cinque figli: attorniato da quelle sue creature che gli si stringevano alle vesti a piagnere e a domandar del pane, senza far motto accennava che lo seguissero. E come erano venuti al ponte del Tevere, da vero Romano copertosi il volto col lembo della sua veste, gettavasi del capo in giù nell’onda, dinanzi ai figli ed ai concittadini che non piangevano, sì dentro erano impietrati.
Alla fine i duci davano licenza che partisse chi voleva, tolto ancora perciò qualche po’ di denaro. Roma vuotavasi d’abitatori; ma dei miseri fuggiaschi che ivano a cercar alimento di fuori, molti cadevano per via di fame, e, se si presti fede alla narrazione dei Greci, anche di ferro del nemico: sennonchè noi abbiamo argomento di scolpare i Goti da questa crudeltà. In sì profonda miseria, esclama Procopio con istupore, la fortuna aveva precipitato il Senato ed il popolo di Roma!
§ 4.
Belisario giunge a Porto. — Il Tevere è chiuso per mezzo di uno steccato di legno. — Belisario tenta di superarlo e di liberare Roma. — Sospensione delle pugne. — Totila entra in Roma addì 17 di Dicembre dell’anno 546. — Aspetto della Città deserta. — Saccheggio. — Rusticiana. — Mitezza d’animo di Totila.
Sembrava che l’arrivo di Belisario nel porto del Tevere dovesse finalmente decidere delle sorti. Partendo di Otranto egli conduceva seco la soldatesca di Isacco, e comandava al «sanguinario» Giovanni di muovere per le Calabrie e di incamminarsi per la Via Appia. Egli poi deliberava di fermarsi a Porto per vedere se potesse con pochi soldati liberare Roma: e ne era ben tempo. Approdato a Porto, trovò che i Goti avevano posto tra lui e Roma un impedimento cui era necessario di superare, ma che opponeva grave difficoltà. Novanta stadî al di sotto della Città, là dove il fiume era più stretto, Totila aveva teso dall’una all’altra sponda una chiusa di fortissimi fusti di alberi: sull’una e sull’altra riva aveva eretto due torri di legno munite di mangani e difese dai giavellotti dei loro guardiani. Nessun vascello poteva oltrepassare quel forte serraglio, e neppure vi si poteva avvicinare se non dopo di avere spezzato una catena di ferro, tesa sul fiume a qualche distanza dalla chiusa.
Belisario doveva distruggere quell’ostacolo se voleva portare soccorso di soldati e di vettovaglie alla Città. Egli attendeva perciò alcun tempo che giungesse Giovanni, ma indarno, chè i Goti avevano a Capua impedita la via a quell’ardito capitano. Per la qual cosa Belisario eccitava parecchie fiate Bessa affinchè da parte sua movesse contro il campo, nel tempo istesso in cui egli dall’altro lato vi darebbe assalto. Ma il duce di Roma non si moveva, ed il presidio colle armi al braccio stavasi noncurante e neghittoso entro le mura. Allora Belisario deliberava di non aspettare più a lungo, e confidava nel proprio genio di guerra. Ad ogni modo voleva egli prima tentare di introdurre viveri nella Città; ed il suo disegno era splendido, ardito e degno di alta lode. Egli caricava le vettovaglie sopra duecento dromone o navi da trasporto dal corpo lungo e snello: e nel tempo stesso faceva di ognuna di esse una piccola cittadella natante, munendola all’intorno di un parapetto formato di forti panconi, con feritoje pei balestrieri. Ordinate le navi in ischiera sul fiume, vi faceva precedere una gigantesca macchina incendiaria natante. Era essa formata di una torre di legno che, posando sopra due zattere congiunte insieme, superava in altezza le torri nemiche erette a difesa dello steccato, e recava al suo vertice una barca mobile piena di pece, di zolfo e di altre materie incendiarie.
Allorchè fu giunto il giorno determinato all’impresa, Belisario affidava la difesa del castello di Porto e la custodia della sua donna al generale Isacco, dandogli comando che non abbandonasse mai la città anche se gli giungesse novella che il generale supremo fosse stretto da grave pericolo e che anche fosse stato sconfitto. Nel tempo medesimo, presso le foci del fiume ordinava soldatesche dietro a trinceramenti, e comandava ai suoi fantaccini di seguire lungo le sponde del Tevere il movimento del naviglio.
Egli stesso saliva sulla prima dromona e dava il segnale della partenza. Precedevano venti navi spinte con grave sforzo dai remiganti a ritroso della corrente del fiume, nel tempo medesimo in cui la macchina incendiaria trascinata lungo la sponda lentamente s’avanzava. I Goti miravano con istupore quel movimento e rimanevano alcun tratto inoperosi nel loro campo. Coloro che stavano a guardia della catena erano presto sconfitti; la catena era spezzata; e con lena raddoppiata i Greci facevano forza di remi verso la chiusa. La macchina incendiaria si posava con buon successo sopra la torre volta al lato di Porto, e scagliandovi dall’alto il barchetto ardente, poneva tosto in fiamme la torre. Il presidio di questa, composto di duecento Goti capitanati dal prode Osda, vi periva miseramente. Una pugna accanita si combatteva intorno alla chiusa, contro la quale facevano pressa le dromone, nel tempo medesimo in cui i fanti dalla banda di terra s’azzuffavano contro i Goti, che dal campo erano accorsi a difenderlo. Le sorti di Roma erano per essere decise in brevi istanti, e forse la vittoria sarebbesi in poco tempo ottenuta, se Bessa fosse mosso della Città ad assalire dal suo lato.
Intanto che ferveva la battaglia sopra una sponda del fiume ed intorno alla chiusa, un corriere recava a Porto la novella che la catena era stata infranta e che il ponte era preso. Isacco, trascinato da desiderio di aver parte alla gloria della vittoria e dimentico del comandamento di Belisario, correva ad Ostia, vi raccozzava uno stuolo di cavalieri, e stoltamente, quasi fuor di sè, aggrediva il campo nemico da quella banda. Nel suo impeto primo passò oltre ai Goti, entrò nei loro trinceramenti e cominciò a darvi saccheggio. Ma i Goti rinvennero tosto del loro sgomento, tornarono indietro, e serrando la via ai nemici entrati nel campo fecero prigione il temerario capitano. La notizia che Isacco era stato preso giunse sciaguratamente colla rapidità del folgore ad orecchio di Belisario intanto che pugnava intorno al serraglio. Atterrito a quell’annunzio, non comprese il vero dell’avvenimento, ma reputò che Porto fosse stato preso, che il castello, il tesoro, la sua donna, i materiali di guerra fossero caduti in mano del nemico; e per la prima volta la mente dell’eroe presa da agitazione si smarrì. Fè cessare dalla battaglia, fè chiamare a raccolta, e voltate le navi e la soldatesca, mosse in furia verso Porto per riprendere il castello. Ma come giungeva, stupiva di non trovarvi faccia di nemico, ma di rivedervi le proprie scolte che attente vigilavano dai merli del castello: allora comprendeva il suo errore, ed era colto da angoscia sì grave che lo assaliva una febbre violenta, la quale togliendogli ogni sentimento lo teneva a lungo sospeso tra la vita e la morte.
Così falliva il tentativo di liberare la Città, nè era questa volta conceduto a Belisario di accrescere la gloria della sua prima difesa di Roma con una seconda. Una sospensione inerte ne derivò: in Porto dove Belisario giaceva infermo tutto era silenzio; nel campo dei Goti non facevasi alcun movimento; la città di Roma era simile a chiuso sepolcro. Le mura antiche di Aureliano che cingevano la immensa Città deserta dalla quale era fuggito il popolo tutto, sembravano sole guatare vigilando. Sui baluardi vedevasi appena qualche scolta: di rado qua e colà appariva un drappello di guardie: chi voleva dormire, dormiva; nè alcun duce ne lo sturbava. Nelle vie vedevansi pochi uomini vacillanti per fame: Bessa era nel suo palagio a guardia del denaro guadagnato sui dolori dei cittadini; e Totila stava irresoluto nei suoi trinceramenti mirando l’antica Roma dalle cui alte mura sembrava che le ombre sanguinose del suo popolo lo ricacciassero con terrore. La descrizione che dà Procopio delle condizioni della Città assediata è così terribile e straordinaria da far credere all’esagerazione; ma pure non sembra ch’essa sia mendace.
Quattro Isauri, che facevano parte di un drappello posto a guardia di porta Asinaria diedero finalmente Roma in mano al nemico. Senza che se ne accorgessero i loro duci, duranti parecchie notti calarono dalle mura sospesi a funi, e introdotti nel campo nemico annunciarono al Re ch’egli potrebbe spedire soldati a impadronirsi della porta, con che egli avrebbe preso la Città quando avesse voluto. Le loro offerte ripetute e le assicurazioni di alcuni Goti che s’erano resi certi della veracità della proposta, tolsero ogni dubbiezza in Totila. Quattro valenti Goti aiutati dai traditori scalarono una notte la muraglia, e, scesi in Città, aprirono la porta per la quale l’esercito goto entrò quietamente. Ciò avvenne, dicesi, nella notte dei 17 di Dicembre dell’anno 546[412].
Totila, guidato da prudenza, non volle tosto penetrare durante l’oscura notte nel cuore della Città, ma fè sostare i suoi guerrieri nel quartiere Laterano. Ma la Città agitavasi tosto a grave tumulto; ed il Re ordinava che tutta la notte squillassero le trombe, affinchè i Romani avessero avviso di trovare scampo fuor delle porte oppure nelle chiese[413]. Il presidio di Roma al primo clamore fuggiva coi suoi duci Bessa e Conone: tutti i Senatori che ancora avevano un cavallo, scappavano; e fra quelli era Decio e forse anche Basilio ultimo console di Roma, laddove Massimo, Olibrio, Oreste ed altri patricî si ricoveravano nella chiesa di san Pietro[414]. Chiunque aveva forza di trascinarsi fino alle chiese vi si rifuggiva; ed allorquando al sorgere della luce i Goti mossero per le vie di Roma, gli accolse il silenzio d’un deserto privo d’abitatori. Narra Procopio che in tutta la Città fossero rimasti soli cinquecento uomini che a fatica riuscirono a scampo nei santuarî, imperocchè tutti gli altri fossero usciti di Roma, oppure per fame fossero morti[415]. Ciò può sembrare meraviglioso anzi impossibile, ed il numero di cinquecento sarà forse da ripetersi dieci volte: ma la notizia offertaci dall’illustre Storico di quel tempo, se anche sia esagerata, dimostra in quale profondo decadimento ed in quale estrema miseria Roma fosse precipitata.
Allorquando i Goti finalmente corsero le vie della Città conquistata, intorno alla quale alzavansi ancora i cumuli che coprivano i cadaveri dei loro connazionali, fu porta loro opportunità di ottenerne ampia vendetta: ma Roma era sì deserta, che il loro odio non trovava oggetto sul quale si sfogasse, ed era sì miseranda nello aspetto, che la passione di vendetta si sarebbe anche nel petto dei Barbari tramutata in sentimento di compassione. La rabbia dei Goti rimaneva paga dell’uccisione di ventisei soldati greci e di sessanta Romani colti nelle vie: e Totila, preso nell’animo meditabondo da sensi di pietà, moveva in sul mattino alla tomba dell’apostolo Pietro a sciorvi sue preci mattutine. Al prode vincitore si presentava sulla soglia della basilica il diacono Pelagio tenendo in mano il libro degli Evangeli, ed esclamava con voce interrotta da sospiri: «Signore, perdona ai tuoi!» Totila gli diceva: «Supplice tu vieni or dunque, o Pelagio?» E questi rispondevagli: «Iddio mi rese tuo servo, e tu perdona, o signore, ai servi tuoi». Il giovane eroe consolava l’animo triste del sacerdote, promettendogli che i Goti risparmierebbero le vite dei Romani: ma ai suoi prodi guerrieri concedeva, come già aveva fatto Alarico, che dessero saccheggio alla Città, purchè non toccassero quelle ricchezze più preziose che egli, quale parte del bottino, a sè riservava.
Roma fu saccheggiata ma senza spargimento di sangue e senza crudeltà; chè nelle case deserte i Goti non trovavano chi resistesse per difendere le robe. La Città non possedeva più le ricchezze onde era ornata ai tempi di Alarico, di Genserico ed anche di Ricimero: i palazzi delle antiche famiglie erano già da gran tempo deserti in parte e decaduti; e pochi soltanto erano ancora splendidi di capolavori di marmo e ricchi d’ornamenti d’oro e di preziose biblioteche. Tuttavia trovavasi ancora di che depredare nelle case dei Patrizî; e nel palazzo di Bessa il Re goto raccolse tutti quei cumuli d’oro che l’avarizia del Greco vi aveva ammassati. Tutti quegli sventurati Patrizî che erano rimasti nelle loro case, furono risparmiati; ed in fatti eglino avevano diritto a pietà, chè, ravvolti entro vesti servili cenciose, vedevansi errare di casa in casa tendendo la mano ai loro nemici stessi e accattando per Dio un tozzo di pane. In quella miseranda condizione videro i Goti anche una donna illustre che sopra ogni altro era meritevole di compassione. Rusticiana, figlia di Simmaco e vedova di Boezio, durante l’assedio aveva distribuito ogni suo avere a lenire la miseria generale; e la nobile matrona non aveva ora causa di arrossire, se, obbietto di compassione, errava mendicando sua vita a frusto a frusto per campare ancor breve tempo. I Goti la mostravano a dito, e dicevano con amarezza che quella femmina a torre vendetta della morte del padre e dello sposo aveva fatto distruggere in Roma le effigie di re Teodorico: e chiedevano che la nobile vedova fosse messa a morte. Ma Totila onorava la sventura di lei, figlia e moglie a due Romani sì illustri, e proibiva che a nessuna vedova, nè ad alcuna orfana venisse fatto oltraggio. E fu tanta la sua mitezza d’animo verso tutti senza differenza, che egli meritò l’ammirazione e l’amore dei suoi nemici medesimi, a tale che di lui fosse detto, essere vissuto coi Romani, dopo la presa della Città, come un padre coi figliuoli[416].
§ 5.
Discorsi di Totila ai Goti ed al Senato. — Egli minaccia Roma della distruzione. — Lettere di Belisario a lui indiritte. — Assurdità delle narrazioni che Totila abbia distrutta Roma. — Vaticinio di san Benedetto sopra Roma. — Totila parte di Roma. — La Città rimane deserta.
Nel dì seguente Totila congregava i suoi Goti, forse nel Foro del popolo romano già da gran tempo deserto, e loro volgeva un discorso degno della grandezza e della moderazione dell’animo suo. Egli comparava il numero e la potenza presente dei Goti alla loro grandezza passata; e con nobile sentimento ispirato dalla vittoria, ricordava che se il loro superbo esercito di duecentomila uomini valenti era stato sotto Vitige vinto da settemila miserabili Greci e ridotto ad un debole stuolo di guerrieri nudi e malperiti nell’arme, eglino avevano pure saputo sconfiggere ventimila nemici, e riconquistare il regno perduto. Egli disse esservi una secreta e irresistibile potenza che punisce i delitti dei Re e dei popoli; per la qual cosa piamente ammoniva i suoi di ottenere il favore di Dio operando con giustizia verso i loro soggetti.
Indi egli si presentava con irato sembiante alle reliquie del Senato romano; e fu quella forse l’ultima volta che i Padri di Roma si congregassero nel palazzo senatorio. I Patrizî a capo chino si tennero indietro, quasi celandosi sotto l’abito sacerdotale del diacono Pelagio; e tremanti e silenti ascoltarono le parole severe dell’eroe, il quale rimprocciando la ingratitudine loro ai beneficî di Teodorico e di Atalarico, lo spergiuro, la fellonia, la stoltezza, disse volere quindi innanzi trattarli quai servi. Eglino non fecero motto, e solo Pelagio pregò a favore «dei miserandi peccatori», finchè il Re promise che li tratterrebbe pietoso piuttosto che giusto[417].
Totila poi mostrava intendimenti oscuri e nunci di disgrazia alla parte materiale della Città. In questo tempo stesso i Goti avevano sofferta una lieve perdita in Lucania, ed a quella notizia il Re era commosso a violenta collera: ei voleva spianare al suolo tutta Roma; e, lasciando indietro la maggior parte del suo esercito, voleva muovere in fretta in Lucania contro il cane sanguinario, contro il feroce Giovanni. Ei dava tosto comandamento che si abbattessero le mura, e ciò fu eseguito in parecchi luoghi, di maniera che una terza parte di quelle fu infatti demolita[418]. Ed anzi ei faceva sacramento che darebbe alle fiamme i più belli, i più splendidi monumenti di Roma, e: «tutta la Città», sclamava, «voglio tramutare in vastità deserta ove pasca l’armento!»
Il Re nello accendimento dell’ira usciva con questi proponimenti, ma difficilmente un uomo di genio pari al suo poteva operare in maniera da deturpare il proprio nome immortale con una macchia di simil fatta[419]. Spargevasi fama intanto che i Goti fossero per distruggere Roma; e Belisario, che stavasi inoperoso chiuso nel vicino Porto, nei suoi vaneggiamenti febbrili vedeva Roma, la città della sua gloria, posta a ruba e a fuoco. Egli spediva al Re lettere recanti la vera impronta di un’anima grande, le quali avrebbero meritato che dai grati Romani si incidessero in tavole di bronzo e si esponessero in una piazza publica della loro Città, affinchè servissero di ammonizione non già ai Barbari, ma sì a quei Baroni ed a quei Papi del medio evo che tanti monumenti di Roma distrussero. E quell’epistola sonava così:
«Gli uomini savii e che bene apprezzano le leggi del vivere civile sogliono rendere adorne di belle opere d’arte le città che non ne possedono: è costume invece degli uomini stolti di derubarle dei loro ornamenti, tramandando così senza rossore alla posterità la ricordanza di loro indole prava. Or di tutte le città su cui splende la luce del sole, Roma è la più grande e la più mirabile. Imperocchè essa non dalla potenza di un solo uomo sia stata edificata, nè in breve tempo a tanta grandezza ed a tanta bellezza sia pervenuta; ma la lunga serie degli Imperatori, l’associazione dell’opera degli uomini più illustri, usando in lungo ordine d’anni di ricchezze infinite, la abbiano resa splendida dei capolavori degli artefici raccoltivi da tutto l’orbe. E questa Città, che, quale tu vedi, fu poco a poco edificata, quegli uomini lasciarono ai loro posteri a monumento della virtù del mondo; per la qual cosa chi facesse oltraggio a tanta grandezza si renderebbe reo di grave delitto verso tutti gli uomini dei tempi che verranno. Avvegnachè egli rapirebbe gli avi del monumento del loro valore, ed ai nepoti torrebbe di godere della vista delle opere eccelse degli antenati. Poichè ella è dunque così, tu devi confessare che di necessità delle due cose l’una deve accadere. O tu in questa guerra sei vinto dall’Imperatore, oppure, se fia possibile, lo vinci. Se tu trionfi, distruggendo Roma non perdi già una città altrui, bensì la tua propria, o chiarissimo uomo: serbandola invece, tu puoi reputarti arricchito a buon prezzo del più splendido possedimento della terra. Se ti fia avversa fortuna, la conservazione di Roma sarà argomento acciocchè tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua ti torrebbe speranza di esserne accolto con mitezza e di averne alcun vantaggio. Adeguata all’opera scenderà la sentenza del mondo, che in ogni caso ti giudicherà; imperocchè la bella o brutta nominanza dei Principi dipenda per necessità dalle loro geste»[420].
Totila ricevette lo scritto del suo grande avversario dalle mani di coloro ch’egli aveva spediti a recarglielo; e nel tempo in cui lo leggeva attentamente, il suo animo era preso da duolo, pensando che Belisario avesse potuto crederlo capace di un’opera sì stolta ed infame. Egli gli rescriveva in risposta; e noi deploriamo che la Storia non ci abbia conservato le sue lettere a monumento degli alti sensi di quell’anima eroica.