Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 23

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Papa Felice moriva nell’autunno dell’anno 530, e, dopo breve scisma, gli succedeva Bonifacio II, figlio di Sigismondo, che, nato in Roma, era d’origine goto. A impedire le lotte che s’agitavano in occasione delle elezioni dei Pontefici, o piuttosto per desiderio di togliere ai Re ogni influenza nelle elezioni, il novello Papa fu indotto ad un ardito tentativo. Nel primo Sinodo ch’egli congregò in Roma, designò a suo succeditore Vigilio diacono, e ne eresse un suo chirografo, il quale, munito della sottoscrizione di alcuni cherici imprevidenti, fu deposto da lui in san Pietro innanzi alla Confessione. Ma nè Amalasunta, nè il clero approvarono quest’opera sua ch’era contraria ai dettami dei Canoni; laonde Bonifacio dovè nel Sinodo seguente cassare solennemente il suo decreto. Poco dopo, nell’anno 532, gli succedeva Giovanni II Mercurio, figlio di Projetto, romano del monte Celio: il suo pontificato è memorabile principalmente per un Editto che fu emanato affine di dare ordinamento all’elezione dei Papi. Erasi introdotto il gravissimo abuso, che, alla vacanza della cattedra di san Pietro, quei cherici che agognavano a vestire il gran manto, cercassero di ottenerlo con arti simoniache e con turpe corruzione: eglino tentavano con donativi di ottenere il favore dei più potenti Senatori e dei maggiorenti della corte; e la moneta necessaria traevano vendendo patrimonî delle loro chiese e persino arredi sacri degli altari. A mettere impedimento a quel sozzo costume, il Senato romano, ai tempi ancora di Felice IV, aveva promulgato un senatoconsulto che severamente vietava che la dignità pontificia si mercanteggiasse; e quel Decreto senatorio, che è l’ultimo di cui abbiamo contezza, era stato confermato, dopo l’avvenimento al soglio di Giovanni II, da re Atalarico, il quale comandava che lo si incidesse sopra una tavola di marmo, e che alla vista di tutti nell’atrio del san Pietro si collocasse[332]. E da quel Decreto si pare quale parte importante il Senato esercitasse nell’elezione dei Pontefici: e in quei negozî quel corpo anticamente tanto glorioso e da cui pendeva il reggimento del mondo, continuava ad operare con un’ultima e meschina sembianza di vita politica, prima che si spegnesse del tutto.

Lo stesso popolo di Roma era immerso in letargo profondo. Lontano dallo sguardo del Principe, continuava a ricevere alimento dalle province, ma più scarsamente di un tempo; per la qual cosa parecchie fiate lo scoteva dal suo torpore il rincarimento delle vettovaglie, e lo eccitava a tumulti, i quali erano causa a sospetto che allignassero in esso sentimenti di ribellione. Sembra che tali ne fossero le condizioni durante il reggimento di Atalarico; e già papa Giovanni deplorava che Romani per semplice sospetto fossero sostenuti a lungo in carcere[333]. Ma in breve tempo la Città da uno stato di felicità tranquilla sì ma scevra di gloria, ch’essa godeva sotto la signoria dei Goti, era balzata fra gli orrori più terribili della guerra; ed un avvenimento fecondo di gravi torbidi doveva colpirla per cacciarla in una tenebra lunga e profonda. Ma per narrarne, fa duopo descrivere con breve discorso le sorti della casa di Teodorico alle quali anche i destini di Roma erano annodati.

La stirpe di Teodorico soggiacque all’abborrimento onde la tempra nazionale dei Goti era animata contro la civiltà dell’antichità, malgrado degli sforzi per indurre ad una conciliazione pacifica tra i due elementi avversi, che Amalasunta aveva presa a suo cómpito. Ella educava il giovane figliuol suo Atalarico nelle arti liberali dei Romani: per la qual cosa eccitava contro di sè lo sprezzo dei rozzi guerrieri goti che odiavano, non forse a torto, la civiltà romana quale nemica dell’energia virile e della loro propria schiatta dominatrice. Non v’ha forse problema che abbia sciolto la Storia intorno alla educazione dell’uomo, importante al pari di quello che ebbe occasione dall’educazione di Atalarico fanciullo straniero; e pochi avvenimenti furono come quello fecondi di gravi risultamenti. I Goti strapparonlo alle mani vilissime, com’eglino dicevano, dei pedagoghi, ed affidaronlo alla istruzione della libera ed energica natura. Non volevano già a re un uomo dotto nelle grammatiche, ma un eroe simile ai suoi antenati scesi dalla gloriosa razza degli Amalî. Cedette la madre con dolore; e vide con grave cordoglio il giovinetto, dall’indole ardente sortita dal clima meridionale sotto il quale era nato, gettarsi in piena balia dei piaceri che traevanlo a fine precoce. Ma i maggiorenti goti sprezzavano i miseri Romani, ed odiavano il reggimento di una femmina la quale s’opponeva ai loro disegni: e già avevano deliberato di infrangere il suo giogo, per la qual cosa Amalasunta dotata di energia virile era costretta a chiedere secretamente alla corte di Bisanzio che le si concedesse ricovero, ove necessità la spingesse a fuga. Ma intanto la uccisione di tre fra i più pericolosi Goti, avvenuta per comandamento di lei, ispirava novello coraggio al suo animo, laonde ella continuava a tenere con salda mano l’imperio dal suo palazzo di Ravenna. La saggezza di lei già divinava che il regno dei Goti sarebbe inevitabilmente crollato, e che il popolo guerriero del settentrione non avrebbe mai posto ferme radici in Italia. Allorchè ella conobbe che il figliuol suo intristiva ogni dì più, si volse di nuovo all’imperatore Giustiniano, trattando, se si voglia prestar fede a Procopio, della cessione d’Italia, oppure, ed è più probabile, affinchè le venisse in caso di bisogno dato ricetto nell’Impero greco. Atalarico moriva in Ravenna nell’anno 534, diciottesimo dell’età sua ed ottavo di suo regno, lasciando il trono di Teodorico senza succeditori. In quelle difficoltà non cadeva d’animo l’accorta donna, ma sceglieva a compagno nel governo il cugino suo, dandogli titolo di Re, ma a sè serbando il potere. Teodato, figlio di Amalafrida sorella di Teodorico, era acerrimo nemico di Amalasunta; ma questa accoglieva speranza di formarsene di tal guisa un amico, in maniera da render sicuri a sè stessa trono e vita, e da acchetare i Goti malcontenti.

L’influenza d’Italia, da cui già parecchi Goti erano resi domi, aveva operato potentemente sull’animo di quest’uomo. Egli rifuggiva dalle arti di guerra, era irresoluto e avaro, ma, cultore delle buone lettere, nello studio di Platone era profondamente versato. Abbandonata la corte per la quiete dolcissima della villa, ei viveva nei suoi ricchi possedimenti di Toscana; e là sotto le ombre amene dei toschi oliveti ei sarebbe stato degno d’invidia, ove non lo avesse travagliato insaziata smania di ricchezza sempre maggiore. Tutta Toscana malediceva alla sua avidità; ed Amalasunta aveva già dovuto costringere il cugino a restituire beni usurpati, onde egli ne mantenne sempre rancore contro di lei. Or veniva egli a Ravenna e cingeva la corona che poi doveva sì vilmente bruttare[334]. E appena ne era in possedimento, egli faceva sazia sua vendetta contro quella donna che lo aveva elevato al potere e la dava in balia ai nemici di lei. Esigliatala in un’isola solitaria del lago di Bolsena, Teodato la costringeva di qui a scrivere lettere all’imperatore Giustiniano amico di lei, nelle quali ella protestava di essere contenta alla propria sorte: e nel tempo medesimo spacciava alla corte di Bisanzio due Senatori, Liberio ed Opilio, affinchè placassero la collera dell’Imperatore. Ma prima che i due redissero in patria, la figlia sventurata di Teodorico era morta. Alcuni congiunti di quei tre principali Goti che ella aveva nei tempi antecedenti fatto uccidere, indotti da desio di torne vendetta, entrarono un giorno nella carcere di lei, e, non senza saputa di Teodato, la trucidarono[335]. Ciò avveniva nell’anno 535: e nel tempo stesso Belisario distruggeva il regno dei Vandali in Africa e traeva in trionfo a Costantinopoli Gelimero loro re, laonde era adesso agevole cosa muovere alla conquista d’Italia cui da lungo tempo si agognava.

Alla notizia dell’assassinio di Amalasunta, Giustiniano fingeva di commuoversi a nobile sdegno, ma nell’intimo animo gioiva dell’accordo propizio di parecchi avvenimenti che gli aprivano la via alla signoria d’Italia. Intanto che il suo legato Pietro trattava con Teodato della cessione del Lilibeo di Sicilia, che un tempo aveva appartenuto ai Vandali, e di altri negozî, Giustiniano affidava al suo generale Mundo il governo supremo di Dalmazia, donde egli doveva muovere contro i Goti, ed a Belisario dava la capitananza della flotta perchè conquistasse Sicilia. Quest’isola cadde in potere dei Greci alla fine dell’anno 535, in cui il solo Belisario tenne il consolato. E quello è anno memorando anche per Roma, imperocchè da quel momento fino alla estinzione suprema del consolato di uomini privati, avvenuta nell’anno 541, non si faccia più menzione nei fasti della Città di alcun Console d’Occidente. L’ultimo Console di Roma, nell’anno 534, fu Decio Teodoro Paolino il giovane, figlio di Venanzio, della stirpe dei Decii, il quale ebbe per tal modo l’onore di essere l’estremo nella lunga serie dei Consoli romani. Dopo di Costantino era stato costume che uno dei due Consoli annui fosse eletto per l’antica Roma, e l’altro per la novella ossia per Costantinopoli. E finchè i Re goti tennero Roma sotto la loro dominazione, eglino elessero il Console d’Occidente, il quale sembra che poi venisse dall’Imperatore confermato. Posteriormente al 534 fu in Oriente un solo Console, fino all’anno 541, in cui, dopo il consolato di Flavio Basilio il giovane, Giustiniano abolì quella magistratura, perchè, narra Procopio, l’Imperatore non volle più fornire la moneta necessaria alle consuete largizioni. Imperocchè, allorquando il Console ingrediva nella sua carica, si spendessero più che duemila libbre d’oro in largizioni ai poverelli ed in giuochi, e di questa somma di denaro la massima parte pagasse il tesoro imperiale. Di tal maniera estinguevasi quell’illustre istituto; e poichè l’imperatore Giustino nell’anno 566 assunse di bel nuovo il titolo di Console, da quel tempo in poi caddero sempre insieme l’incominciamento del regno degl’Imperatori e la designazione del consolato[336].

§ 4.

Negoziati di Teodato con Giustiniano. — Lettere del Senato a Giustiniano. — Agitazioni in Roma. — I Romani rifiutano di accogliere soldatesca gota entro la Città. — Papa Agapito va ambasciatore a Bisanzio. — Morte di lui. — Rottura delle trattative di pace.

Appena all’atterrito Teodato giungeva notizia che Sicilia era caduta sotto la signoria greca, cadeva di animo e ne smarriva la mente per paura. Egli accoglieva tosto le condizioni vergognose che Pietro gl’indiceva a nome dell’Imperatore: e per quelle doveva rinunciare a Sicilia, pagare un annuo tributo di 300 libbre d’oro, e, ove gli fosse chiesto, fornire un esercito ausiliario di 3000 Goti. Oltracciò il Re d’Italia prometteva di non eleggere senatori nè patrizî, e di non punire nella vita o colla confisca chierici e senatori senza l’assenso dell’Imperatore: acconsentiva che nei giuochi del Circo dovesse acclamarsi prima al nome di Giustiniano, indi a quello di Teodato; e che se a lui una statua si alzasse, a destra di quella una ad onore di Giustiniano si dovesse erigere. Il Bisantino, conchiuso il trattato, partiva; ma corrieri spacciatigli dietro di gran furia, lo raggiungevano in Albano[337], e facevano ch’egli ritornasse al Re. «Se mai l’Imperatore», chiedeva questi angosciato, «se mai l’Imperatore ricusasse pace, che ne avverrebbe?» «Preclarissimo signore», rispondevagli l’astuto avvocato, «ei ti converrà muovere guerra». E gli dimostrava che ad un discepolo di Platone non era lecito di spargere il sangue del suo popolo, ma che all’Imperatore nulla divietava di far valere i suoi dritti su Italia[338]. Teodato, preso da paura maggiore, scendeva ad una novella proposta ancor più vigliacca, protestando di starsi contento ad una pensione annua di 1200 libbre d’oro, per la quale egli prometteva di cedere i suoi diritti al trono dei Goti e dei Romani. Il terrore gli toglieva il senno, in maniera che chiedeva scioccamente da Pietro giuramento ch’egli non avrebbe proposta la seconda convenzione all’Imperatore, se non se nel caso in cui questi avesse rifiutata la prima.

Insieme con Pietro partiva alla volta di Bisanzio anche Rustico, prete romano, quale ambasciatore di Teodato: e il Senato nel tempo medesimo, oppure poco tempo prima, spediva lettere a Giustiniano pregandolo di pace. In quell’epistola compilata da Cassiodoro[339], che è altamente preziosa come una delle ultime opere del Senato romano, i Padri con forma oratoria fanno che l’eterna Città parli con linguaggio di cordoglio: «Ove le preghiere nostre non valgano a commuoverti», eglino dicono, «or porgi orecchio alla patria nostra che si raccomanda con questo pietoso discorso: Se mai ti calga dell’affetto ond’io ti fui cara un giorno, deh! ama, o piissimo tra i Principi, i miei difensori. Quelli che mi tengono in loro signoria devono vivere teco in buona pace, affinchè non operino verso di me in maniera che dia cruccio al tuo animo. Or tu non puoi esser causa di crudele fine a mia vita, cui tu sempre facesti lieta di beni. Vedi! sotto l’usbergo della tua pace si raddoppiò il numero dei miei figli, ed io brillo nello splendore dei miei cittadini. Se tu soffra che mi colga malanno, meriti forse nome di pio? E che ti rimane a fare di più per me, se fiorente è la mia Religione ch’è pure la tua? Il mio Senato continua a crescere in onore ed in ricchezza, per la qual cosa tu non dèi disperdere con discordia ciò che anzi dovresti coll’arme proteggere. Parecchi Principi io ebbi, ma nessuno fu mai nella scienza come questi preclaro[340]; molti uomini saggi, ma niuno che fosse più erudito e più pio. Io amo quest’uomo sceso della stirpe Amalia; io lo nutrii al mio seno. Egli è valoroso, educato alla mia civiltà, ai Romani diletto per la prudenza dell’animo, dai Barbari per virtù chiara venerato. Deh! unisci i tuoi desiderî ai suoi, il tuo consiglio al suo, affinchè, crescendo la mia felicità, la tua gloria istessa ne cresca. No, non iscendere in cerca di me, chè forse non mi troveresti più. E poichè nondimeno son tua nell’amore, non voler deh! che alcuno faccia oltraggio a mie membra misere. Se Libia ottenne che tu le ridonassi libertà, oh ben sarebbe crudele il tuo animo, se io perdessi ciò che sempre possedetti. Illustre trionfatore, non lasciarti muovere da ira: la voce universale che ti supplica è più potente che il sentimento di collera onde il tuo cuore è tocco per qualche atto d’ingratitudine che forse hai ricevuto. Di tal maniera ti parla Roma, e ti volge preghiere per bocca dei tuoi Senatori. Che se nulla di lei pietà ti muove, parli al cuor tuo il santo spirito dei beati apostoli Pietro e Paolo. Imperocchè qual cosa potrai tu negar mai ai meriti di loro che spesso protessero Roma dai suoi nemici?»

Da parecchi passi di questa epistola, i cui sensi sono meritevoli di sprezzo, si pare che il Senato (al quale in unione al popolo romano il Re, dopo la morte di Atalarico, aveva prestato giuramento di conservare la costituzione dello Stato) operasse per minacce ch’erangli state fatte: nè è priva di fondamento la notizia offertaci da uno scrittore di quel tempo che il Re avesse minacciato i Senatori romani di mandarli a morte insieme alle mogli ed ai figli, se eglino non avessero dato opera colla loro influenza affinchè l’Imperatore non movesse alla conquista d’Italia[341]. E dalle lettere che leggonsi in Cassiodoro è posto in aperto che, all’avvenimento al trono di Teodato, il Senato ed il popolo di Roma fossero commossi a grave agitazione. Leggendo quegli scritti si vede che i Goti erano separati dai Romani per un abisso profondo e incolmabile, il quale, velato fino a quel momento dall’arte politica di Teodorico e di Amalasunta, or d’un tratto si spalancava innanzi gli occhi di tutti, tremendamente. Non ci è dato di conoscere i maneggi secreti di Giustiniano coi Romani: Roma era in preda ad angoscia febbrile; e gli animi, scossi dal presentimento di qualche grave avvenimento che si reputava inevitabile, erano presi da terrore simile a quello onde già ai tempi di Onorio erano stati colti i loro avi al nome di Alarico. Dicevasi che il Re volesse sterminare il Senato, imperocchè egli lo avesse citato a comparire dinanzi a sè in Ravenna[342]. Si formavano crocchi di gente nelle vie; si narrava con terrore che Teodato avesse in animo di distruggere la Città e di trucidarne gli abitatori e che già un esercito goto movesse contro di Roma. Ed invero Teodato aveva comandato che un presidio goto ponesse quartiere entro la Città, senza dubbio affine di padroneggiarla in caso di sollevazione, e di difenderla da un assalto improvviso che i Greci movessero dal lato di mare. Ma i Romani, per mezzo di Vescovi spediti con ambasceria, protestarono vivamente, e ne lo dimostrano i Rescritti indiritti da Teodato al Senato ed al popolo: laonde dobbiamo trarre a conseguenza che Teodorico avesse posto a fondamento di costituzione che nella Città non sarebbe mai posta a presidio soldatesca straniera o gota. Ed ora il popolo romano, preso da panico terrore, sollevavasi rifiutando che i soldati goti entrassero nella Città a porvi stanza; per la qual cosa Teodato dava opera a restituirle pace, scrivendo lettere ai Romani per dissipare «le ombre di terrore» e per acchetare «i pazzi tumulti». E diceva loro: «Contro i nemici vostri, non già contro i vostri difensori dovete opporre resistenza con saldo petto: l’esercito ausiliario dovevate invitare, piuttosto che respingere. Vi è dunque così straniera la faccia dei Goti che ne siate atterriti?[343] Perchè tremate di coloro che fino ad ora congiunti chiamaste? Eglino, che per correre a voi abbandonavano le loro famiglie, erano mossi soltanto da sollecitudine per la sicurezza vostra. E qual fama si spargerebbe del Principe, se noi (tolgalo Iddio!) alla vostra ruina avessimo congiurato? Non vogliate deh supporre cosa che noi non abbiamo mai accolta nella nostra mente».

Nel tempo medesimo Teodato indirizzava al Senato lettere di conciliazione. E ne aveva già resa cheta la paura allorchè aveva comandato che alcuni Senatori soltanto andassero a Ravenna, non già per aiutarlo dei loro consigli, ma piuttosto, ed eglino ben lo dovevano supporre, per servirgli di ostaggio[344]. Nella sua epistola ei diceva che i Goti non erano animati da altro desiderio fuor di quello di difendere Roma, città che non aveva sua pari nell’orbe; e affermava che alla difesa di lei nessun male andrebbe congiunto, perocchè l’esercito di presidio avrebbe provveduto da sè al suo provvigionamento: ma finalmente egli acconsentiva che quello ponesse sue tende fuori della Città in alcune posizioni della Campania[345].

Queste dissensioni tra i Goti e la città di Roma agitavansi nel tempo stesso in cui il Re trattava di pace con Giustiniano ed in cui Belisario già scioglieva le vele partendo di Sicilia. E più tardi Roma doveva ricevere presidio, e già vedremo ch’esso vi poneva stanza sotto il comando supremo di Vitige.

Anche il Pontefice era costretto ad andare ambasciatore a Bisanzio per farsi mediatore di pace[346]. Era egli Agapito, di nazione romana, che, per volere di Teodato eletto a succeditore di Giovanni, era asceso, addì 3 di Giugno dell’anno 525, alla cattedra di san Pietro. Con dolore egli obbedì al comando del Re, e partendo in fretta di Roma, nè possedendo la moneta necessaria alle spese del viaggio, diè a pegno gli arredi preziosi del san Pietro agli officiali del regio tesoro per averne alcuna somma di denaro[347]. Il Libro Pontificale con ingenuo racconto dice che a Costantinopoli egli cominciasse anzi tutto a tenere dispute con Giustiniano intorno a controversie religiose: e sembra ch’egli si comportasse nella sua ambasceria in maniera ostile ai Goti. Morte il coglieva in Bisanzio nel dì 22 di Aprile dell’anno 536, e lo preservava così dalla fine di Giovanni I della quale egli doveva paventare.

Frattanto Giustiniano accoglieva i legati Pietro e Rustico. Dopo di avere rifiutate con sorriso di sprezzo le pattuizioni della prima convenzione, accettava la seconda per la quale il vile Goto cedeva con obbrobrio l’Italia e deponeva la corona. L’Imperatore spacciava in fretta Pietro ed Atanasio a Teodato con lettere nelle quali accoglieva l’offerto trattato[348]. Ma alto stupore prendeva i due legati allorchè, giunti a Ravenna con precipitoso viaggio, videro che il Re li riceveva con parole di scherno. Una piccola vittoria ottenuta dalle sue soldatesche in Dalmazia aveva di repente mutato i propositi e la fede del disonesto Principe cui già sembrava di afferrare la corona della prodezza: per la qual cosa, cacciati in carcere i legati, volle guerra. Nè dovette attendere lunga pezza.

§ 5.

Belisario viene in Italia. — Prende Napoli. — I Goti acclamano Vitige a re. — Fine di Teodato. — I Goti si ritirano in Ravenna. — Belisario entra in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536.

Nell’estate dell’anno 536 Belisario scioglieva le vele partendo di Sicilia per muovere alla conquista d’Italia. Il tradimento del goto Ebrimuto, genero di Teodato, gli apriva con prospero successo, che superava la sua aspettazione, le porte di Reggio, fortezza importante situata al di qua dello stretto di Messina: ed il vincitore dei Vandali vedeva con gioia che i popoli e le città d’Italia meridionale gli spedivano ambasciadori plaudenti alla sua impresa, e la agevolavano con offerte di provvigioni. Il suo esercito procedeva lunghesso la costa, e di pari tempo lo seguiva la flotta: ma tutt’a un tratto la sua mossa era arrestata dalla coraggiosa difesa opposta da Napoli. La antica città diletta di Virgilio non era allora assai ampia[349], ma fortemente munita del pari che la prossima Cuma, era animata da fiorenti commerci che vi facevano i suoi abitatori greci ed i molti Ebrei che vi avevano stanza. Questi ultimi erano ostili all’imperatore Giustiniano che perseguitava i loro correligionarî, laddove invece la tolleranza dei Goti li rendeva loro amici, per la qual cosa combattevano a difesa delle mura non meno prodi che i soldati goti medesimi. L’assedio durava da venti giorni allorchè riusciva finalmente a Belisario di impadronirsi di Napoli penetrandovi per un acquedotto: la città fu saccheggiata, e gli abitanti, a punizione crudele di loro resistenza, furono messi a fil di spada. Possessore di quel fortissimo baluardo eretto sul mare, Belisario prendeva tosto dopo anche il castello di Cuma, e posto presidio nelle due fortezze affine di avere saldo fondamento alle sue opere di guerra nell’Italia meridionale moveva rapidamente per la Campania e per il Lazio a cacciare di Roma i Goti.