Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 24
Nella Città, o poco discosto, era Teodato stesso. Le soldatesche gote non avevano posto campo entro le mura, ma nel territorio circostante[350]: una parte di esse probabilmente alzava le tende presso il porto del Tevere, un’altra a capo dei due ponti dell’Anio, altri stuoli scaglionavansi lungo la Via Appia. Nè il pigro Teodato aveva saputo raccogliere altro esercito; e la soldatesca riunita intorno a Roma era scarsa di numero, avvegnachè le più forti schiere dei Goti fossero nelle Gallie e nelle Venezie attendendo a guerreggiare contro i Franchi. I prodi raccolti intorno a Roma si struggevano di rabbia di loro quiete inoperosa, e vedendo che il loro Re debole e imbelle tosto o tardi sarebbe sceso a vile pattuizione di pace con Belisario, un bel giorno partirono del loro campo movendo per la Via Appia. Questa celebre «regina delle lunghe vie»[351] da più che nove secoli era stata percorsa dalle moltitudini dei popoli; eppure il movimento continuo onde giorno e notte era calpestata non era mai stato potente a recare danneggiamento alla interezza ed alla saldezza di commettitura delle grandi lamine poligonali di basalto, delle quali era formato il suo lastrico; ed eccitava ancora la meraviglia dello storico Procopio il quale, nell’anno 536, la vide, la misurò e la descrisse[352]. Quella Via partendo di porta Capena, dinanzi alla quale essa si distaccava dalla Via Latina, saliva con suo corso diritto i bei poggi di Alba, e scorrendo tra i monti Volsci ed il mare, attraversando simile ad alto argine le paludi Pontine e Decemnoviche, entrava al di sotto di Terracina nella Campania beata, e finiva a Capua[353]. Dall’un lato e dall’altro della strada, sepolcri senza numero, antichi e belli, ombreggiati da cipressi o adorni dei fiori del melogranato, si elevavano tristi compagni al viandante che di tratto in tratto posava ad alcune stazioni ove trovava ristoro e riposo del cammino[354].
Lungo questa Via or movevano i Goti fino a Regeta ove ponevano campo. Ed eleggevano di piantare le tende in quel luogo situato nelle paludi Pontine tra la stazione di _Forum Appii_ e la città di Terracina, perchè ivi pingui paschi erano offerti ai loro corsieri dalle ampie pianure irrigate dal Decemnovio. Così Procopio appella un fiume che gettavasi in mare presso a Terracina, dicendo che traeva nome dal suo corso di diecinove miglia. Ed era quel canale Decemnovio che scorreva a diritta della Via Appia, sul quale i viaggiatori, ai tempi dello Impero, solevano imbarcarsi presso _Forum Appii_ affine di percorrere alcune miglia entro a navicelli, imperocchè la via che scorreva in mezzo a paludi rimanesse per lunghi anni inaccessibile, fino al momento in cui, sotto il regno di Teodorico, le paludi Decemnoviche erano rasciugate[355]. Nel campo di Regeta i guerrieri goti si raccolsero a consiglio, e nella pienezza del potere che compete ad una nazione offesa da grave oltraggio e cui alto pericolo minaccia, elessero un prode soldato a succeditore di Teodato ch’eglino proclamarono privo di onore e decaduto dalla corona. Nella regione erma e selvaggia delle paludi Pontine, sotto l’aperto cielo, di prospetto al capo di Circe che dalle onde del mare sorge simile ad azzurra isoletta, quei guerrieri che ricadevano nelle tristi condizioni di genti nomadi senza patria, elevarono sullo scudo Vitige, e collo squillo delle trombe e con grida di plauso lo salutarono re dei Goti e dei Romani. Eglino onoravano in lui il prode che già ai tempi di Teodorico s’era coperto di gloria nelle guerre contro i Gepidi, e che non aveva mai cambiato la spada dell’eroe collo stilo del pedante.
Dopo che il novello Re ebbe arringato ai suoi guerrieri e dopo che ebbe determinato insieme coi principali capitani il disegno secondo il quale conveniva tosto operare, l’esercito goto ricalcando le proprie orme tornava per la Via Appia a Roma. Al suo avvicinarsi fuggiva per la Via Flaminia, colto da alto spavento, Teodato che nel suo palagio di Roma aveva ricevuto la notizia della ribellione dei suoi guerrieri. Ma il goto Ottari, nemico suo personale, correvagli dietro, e, prima che lo sventurato potesse ricoverare a Ravenna, sitibondo di vendetta raggiungevalo per via, e cacciatolo a terra, e tenendolo supino, e premendogli il petto col ginocchio, come vittima, lo scannava[356].
Rientrato Vitige coi suoi in Roma, promulgava un bando al popolo dei Goti: annunciava loro il suo avvenimento al trono e, facendo appello al loro animo marziale, diceva che non le voci di cortigiani adulatori ma lo squillo delle trombe lui aveva salutato re[357]. Egli congregava i guerrieri goti intorno a sè in Roma e loro diceva: la condizione delle cose imporre necessità di abbandonare la Città e di ritirarsi tosto a Ravenna: di là voler egli por fine alla guerra che s’agitava contro i Franchi per riunire intorno a sè la soldatesca sparsa e per opporre poi salda resistenza al greco Belisario: non dovere eglino offendersi al pensiero che nel frattempo Roma cadesse in mano al Bisantino, avvegnachè, o i Romani coll’ajuto di un presidio goto si difenderebbero da valorosi, fedeli ai loro signori, oppure romperebbero fede, ed allora sarebbe meglio conoscerli nemici aperti, piuttosto che averli nemici celati. Plaudivano i Goti; e Vitige, adunato il Senato, rammentava ad esso, al popolo romano ed al Pontefice i beneficî che la Città aveva ricevuti dal generoso Teodorico; esortava affinchè si mantenesse fede al reggimento goto; e voleva che la loro antica promessa di sudditanza si rinnovellasse con un giuramento solenne. Indi, lasciati quattromila dei suoi più prodi guerrieri a presidio di Roma, e datone il comando ai vecchio e valente Leuderi, moveva a Ravenna per la Via Flaminia col rimanente del suo esercito, seco traendo parecchi Senatori quali ostaggi.
Nelle stanze del palazzo regale, Matasunta, figlia ad Amalasunta, viveva immersa in duolo profondo della distruzione di sua nobile famiglia. Vitige costringeva la giovane principessa, repugnante, a sposarlo: avvegnachè da quel connubio, che trasfondeva in lui il diritto di successione al trono della stirpe degli Amalî, egli sperasse di ottenere riconoscimento del suo potere da tutta la nazione gota e di rendere più propenso a conciliazione l’imperatore Giustiniano, a cui egli spediva tosto suoi legati[358]. Per concludere pace coi Re franchi egli era costretto, nelle estreme difficoltà da cui era circondato, di cedere a quei Principi avidi di potenza le belle province della Gallia meridionale, e ne riceveva in cambio promesse di pace eterna e di soccorsi. Di tal maniera riusciva fatto a Vitige di raccogliere le sue soldatesche intorno a sè.
Nel tempo stesso in cui il novello Re dava in Ravenna provvedimenti guerreschi, Belisario moveva per la Via Latina alla volta di Roma[359]: e appena i Romani avevano contezza ch’egli s’avvicinava, deliberavano di spedirgli un messaggio di pace e di porgergli le chiavi della Città. A ciò spingevali il Pontefice, il quale sperava che i Greci riponessero in onoranza la fede ortodossa (sulla cattedra di san Pietro sedeva allora Silverio, figlio di Ormisda, che i Romani erano stati da re Teodato costretti ad eleggere dopo la morte di Agapito). Il capitano bisantino accoglieva con gioia il legato Fidelio e chiunque dei Senatori e del clero usciva ad incontrarlo; indi con rapida mossa si spingeva per la valle del Trero, ossia di Sacco, contro Roma. Nel tempo stesso in cui egli s’avvicinava, Leuderi conoscendo che gli era impossibile di difendere coi suoi quattromila soldati una città vastissima, il cui popolo era animato da senso ostile contro il presidio, fè che i suoi Goti partissero tutti per Ravenna: nè i Romani se ne crucciarono. Egli solo, trattenuto da sentimento generoso d’onore, rimase. Intanto che i Goti uscivano di porta Flaminia, entravano i Greci da porta Asinaria[360]: ed i Romani ascoltavano con istolta gioia mista a stupore lo squillo dei corni dell’esercito greco onde risuonavano novellamente le loro mura, e miravano la cavalleria degli Schiavoni e degli asiatici Unni, splendida delle fogge dai vivaci colori, che a bandiere spiegate scendendo dal Laterano, per l’arco trionfale di Tito entrava nella Via Sacra. Alcuni gioivano al pensiero che la Religione ariana or ne sarebbe umiliata; altri accoglievano speranza della restaurazione dell’Impero romano antico; tutti desideravano una mutazione di reggimento: ma nè gli uni, nè gli altri erano agitati da alcun presentimento degli avvenimenti terribili onde sarebbero stati funestati in breve ora; ed il clero ed il popolo di Roma non comprendevano che eglino stavano per cambiare una libertà moderata ed il mite reggimento dei Goti con un vero giogo di schiavitù sotto la dominazione dei Bisantini.
Belisario entrava in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536: erano ormai trascorsi sessant’anni dacchè l’Impero romano era caduto sotto la signoria dei Germani[361].
CAPITOLO QUARTO.
§ 1.
Belisario munisce Roma per la difesa. — Vitige muove con tutto l’esercito goto contro la Città. — Primo combattimento. — Apparecchi degli assedianti. — Soldatesca gota. — Apparecchi di Belisario. — Vitige taglia gli acquedotti. — Molini natanti del Tevere. — Disperazione dei Romani. — I Goti impongono a Roma la resa. — S’apparecchiano all’assalto.
Belisario spediva a Bisanzio in segno di sua vittoria le chiavi delle porte di Roma e Leuderi prigioniero: ma egli stesso conosceva la difficoltà di mantenersi padrone di un’ampia città che egli non isperava di poter difendere a lungo dall’assedio onde prevedeva che tosto sarebbe cinta. Malgrado della cura con cui Teodorico aveva atteso a restaurarle, le mura di Aureliano erano in parecchi punti danneggiate ed in parte anche diroccate: egli diè opera tosto a munirle cingendole di larga fossa ed ergendo un saldo spalleggiamento di merli angolari. Ammiravano i Romani questi lavori e ad un tempo si affliggevano al pensiero dell’assedio al quale Belisario s’apparecchiava con tanta sollecitudine. Il Bisantino riempiva i granai publici di cereali tratti di Sicilia e di grani raccolti dalla Campania, ai cui coloni egli aveva imposto che d’ogni parte somministrassero provvigioni. Nè egli errava nelle sue aspettazioni.
Vitige durante l’inverno raccoglieva l’intiero esercito goto, e dopo che lo ebbe fornito come meglio potè di armi, di abiti e di cavalli, affrettato dalla notizia della caduta di quasi tutte le città di Toscana e del Sannio, mosse di Ravenna contro Roma. Per via, alcuni Romani dicevangli che i Greci erano ormai abborriti nella Città, per la qual cosa i suoi spirti guerrieri ne erano accesi ognor più. Senza indugiare alla conquista di Perugia, di Spoleto e di Narni, con mossa affrettata, abbandonata la Via Sabina, scendeva da Via Casperia e da Via Salara. In sull’incominciamento del Marzo 537, dall’alto delle mura della Città, i Bisantini ed i Romani miravano l’oste gota che con aspetto terribile s’avvicinava. Innumerevoli erano le schiere dei Goti (i quali, secondo notizia forse esagerata del secretario di Belisario, sarebbero ascesi a 150,000 uomini): e quella moltitudine di fanti e di cavalieri dai destrieri coperti di ferrea maglia, moveva per Via Salara alla volta di Roma. Il Tevere, serpeggiando con dolce curva intorno a colline di tufo vulcanico, accoglie dalla sua sponda sinistra le acque del fiume Anio, il quale, scorrendo attraverso vallate coperte di bei tappeti d’erba sempre verdeggianti, termina a mescere le sue colle onde del maggior fiume presso al terzo stadio migliare.
Allorchè i Goti videro le mura di Roma elevarsi dirimpetto, si lanciarono all’Anio che li separava dalla Città, mossi da desiderio ardente di traghettarlo. Durante la primavera, il bel fiume accoglie gran copia di acque che ne rendono difficile il guado, per la qual cosa eglino correvano tosto al ponte su cui conviene passare per giungere alla Città, ma lo trovavano munito di una forte torre e ben guardato[362]. Sennonchè il presidio, colto da paura, di nottetempo fuggiva nella Campania; laonde i Goti non durarono altra fatica che quella di spezzare la porta del ponte, varcato il quale, essi mossero contro porta Salara. Ma per via s’imbatterono in Belisario il quale era uscito della Città con mille cavalli per ispiare la mossa del nemico e per trattenerlo dal passare. Procopio tinse il suo pennello nei colori onde splende l’Iliade per dare una energica descrizione della prima pugna che si combattè sotto le mura di Roma. Egli ci dipinge Belisario che montando un generoso cavallo sauro stellato in fronte[363], simile ad un eroe omerico, abbatte nemici sopra nemici, combattendo sotto un nembo di frecce e urtando contro una selva di lance: imperocchè i Goti volgessero il loro studio a colpire il duce il cui destriero lo faceva conoscere da lunge. E poichè speravano di prendere Roma ad un primo assalto, morto il generale, lo stringevano con furore da tutti i lati. Ma la sua sola spada fulminea lo proteggeva da tutti i colpi, e gli scudi delle sue guardie ne coprivano il petto, nel tempo stesso che Goti e Greci formavano coi cumuli dei loro cadaveri un alto baluardo intorno a lui.
Dopo una zuffa violenta di dubbio successo, i Greci sopraffatti dalla forza maggiore dovettero ripiegare: e si ritirarono rapidamente verso il colle, separato per una gola profonda dal monte dei Giardini che s’eleva innanzi a porta Pinciana[364]. Ma l’eroico valore di un Valentino, ch’era maestro delle stalle di Fozio figlio di Antonina, rattenne la foga dei cavalieri Goti che si scagliavano impetuosi contro i fuggitivi, finchè questi si furono ritirati sotto la protezione delle mura della Città. I Goti gli inseguirono con ardore fino alla porta ch’ebbe nome di «Belisaria», e che probabilmente sarà stata porta Pinciana. Le scolte che stavano a guardia delle torri e delle mura della Città, temendo che insieme ai Greci non irrompessero alla rinfusa anche i nemici, non badavano al grave pericolo dei loro compagni fuggiaschi; nè davano retta al comando di Belisario che con voce potente gridava che aprissero, perchè, tutto polvere e sudore non era riconoscibile al lume del sole cadente: ed anzi, reputando che il capitano fosse morto, il presidio teneva con maggior ostinatezza asserragliate le porte. Ma già i Goti s’apprestavano a colmare il fosso per poter superarlo, affine di fare strage dei Greci che stringevansi fra il fosso ed il muro. Allora Belisario confortava i suoi ad un ultimo sforzo, con urto terribile ed improvviso assalendoli, ricacciava i Goti disordinati nel loro campo presso il fiume; indi entrava coi suoi guerrieri in città. I Romani avevano dalle mura contemplato con isguardo di meraviglia quel combattimento simile alle pugne che in tempi antichi avevano combattute i loro padri: ma eglino, che, nepoti di eroi, erano caduti nel profondo della viltà, avevano mirato alla zuffa neghittosi e tremanti di paura. Sembrava che fossero tornati i tempi dell’assedio di Troja, e nel mattino seguente dai baluardi vedevasi il campo della battaglia coperto di migliaia di cadaveri dei Goti e dei Greci. Fra i caduti, lo stesso nemico dovè con lode imparziale celebrare il valore di un Goto: fu questi il prode Visando vessilifero[365]. Combattè fra i più accaniti nella mischia appiccatasi intorno a Belisario, e, caduto con tredici ferite, fu trovato tre dì dopo che ancora alitava dai suoi Goti, che lo trasportarono al campo, ove fu salutato col nome di eroe.
Vitige, deluso nella sua speranza di prendere la Città ad un primo assalto, deliberò di cingerla d’assedio regolare. I Germani, ch’erano abituati a pugnare in campo aperto, ignoravano l’arte degli assedî; ed il Re, mal consigliato, pose con incredibile cecità a giuoco pericoloso il regno gotico dinanzi alle mura di Roma, contro le quali doveva infrangersi la bravura di un popolo guerriero. Il giro estesissimo delle mura di Aureliano non gli permise di circondarle interamente; per la qual cosa egli si restrinse a cingerne la parte più debole che si stende da porta Flaminia a porta Prenestina: e questo è argomento che vale a sollevare dubbio non lieve sulla notizia dataci da Procopio che l’oste gota comprendesse centocinquantamille combattenti. Narra lo Storico che lungo quella linea di mura s’aprissero cinque delle porte principali, ma non ne dà i nomi. Noi sappiamo, per vero dire, che ivi dovevano esistere le porte Flaminia, Pinciana, Salare, Nomentana, Tiburtina, Clausa e Prenestina: per la qual cosa si pare che lo Storico non abbia tenuto conto della penultima, nè, sembra, di porta Pinciana[366]. I Goti posero sei campi fortificati dirimpetto a quelle porte, a manca del fiume; un settimo collocarono a destra del Tevere nel campo di Nerone, ossia in quel piano che si stende dal monte Vaticano a ponte Milvio, situato sotto il colle che oggidì ha nome di monte Mario. Imperocchè loro tardasse di tenere ben custodito quel ponte donde potevano vegliare all’altro di Adriano, da cui s’entrava in città per la porta interna Aureliana. E questa porta, che aveva anche allora nome di san Pietro, era al di qua del ponte di Adriano, e s’apriva in quella parte delle mura che, staccandosi da porta Flaminia e seguendo la sponda interna del fiume, cingeva il campo di Marte. E da quel settimo accampamento i Goti vigilavano anche sopra porta Transteverina, la quale non era differente dalla porta di san Pancrazio presso il Gianicolo[367].
Frattanto Belisario dava opera nella Città a porre in migliore assetto di difesa le porte. Egli faceva murare porta Flaminia, che era troppo vicina al campo nemico, e ne affidava la custodia al valoroso Costantino; alla porta di Preneste preponeva Bessa; ed egli stesso poi stabiliva il suo alloggiamento fra porta Pinciana e porta Salara, ch’erano poste nella linea meno valida delle mura e ch’erano acconce a sortite. Ad ogni altra porta poneva a guardia un capitano; ed a tutti quei suoi luogotenenti comandava che non abbandonassero mai i luoghi affidati alla loro vigilanza per cosa che vedessero o che udissero. I Goti che di quando in quando si scagliavano contro le porte ne trovavano i guardiani sempre parati a difenderle; e silenzio profondo era opposto ai discorsi che eglino dal basso volgevano a quei di dentro, dicendo che i Romani erano traditori e dissennati poichè avevano anteposto alla potenza dei Goti il giogo dei Bisantini, dai quali (dicevano con verità incontestabile) Italia non aveva ricevuto altro profitto che quello di averne tragedi, istrioni e pirati[368].
Nel tempo medesimo in cui gli assedianti cingevano Roma, eglino tagliavano i quattordici acquedotti della Campania che conservavansi ancora in integra condizione: e Belisario (memore dell’assedio di Napoli in cui il suo esercito era entrato di nottetempo per un canale sotterraneo) fè murare con diligente cura le imboccature di tutti i canali della Città. Di tal maniera i bellissimi acquedotti di Roma, meraviglia di tanti secoli, andavano spezzati e distrutti a mezzo, e dopo tempo immemorabile cessarono di spandere la letizia delle loro onde alla Città. Ma i Romani per difetto di acqua non soffrivano tanto di sete, quanto dell’impossibilità di muovere le macine dei loro molini. Questi erano, secondo narra Procopio, e sono anche oggidì, nella Regione Transteverina, sul pendio del Gianicolo, dirimpetto al ponte che oggi ha nome di ponte Sisto, dove le onde dell’acquedotto di Trajano scendendo con impeto, simile a quello di un fiume, poneva in movimento i congegni. La inoperosità di quei molini era causa che si avesse penuria di farine e di pane, per la qual cosa il genio di Belisario ricorreva ad un’espediente del quale i Romani dei nostri giorni, che ancora ne usano, a lui debbono grazie. Egli fè collocare innanzi al ponte sunnominato due barche rattenute da gomone, e pose su quelle la macina in maniera che i congegni ne fossero posti in movimento dalla forza delle acque che con impeto si rovesciavano fra i pilastri del ponte[369]. I Goti tentarono di rompere o guastare quei molini natanti abbandonando alla corrente del fiume tronchi d’albero e cadaveri di Romani, ma Belisario facendo tendere una catena a traverso delle acque rendeva nullo l’intento degli inimici.
Frattanto gli assedianti devastavano la Campania, e impedivano per quanto potevano che s’introducessero vettovaglie entro la Città. Il popolo romano era agitato da grave malcontento via via che crescevano le strettezze dell’assedio: la plebe con alti clamori diceva che non bastavano le forze della Città a sostenere l’assedio, e beffeggiava i Bisantini e Belisario il quale follemente pretendeva di voler difendere con cinquemila soli guerrieri una città malamente munita contro un’oste potente: il Senato mormorava in secreto. Alcuni trafuggitori narravano a Vitige dei torbidi interni, per la qual cosa egli cercava di accenderli vieppiù. E a tal uopo spediva a Belisario un legato il quale, in presenza dei Senatori e dei duci, lo ammoniva che cessasse di aggravare dei mali d’un assedio quei Romani che Teodorico aveva colmati di gioie e resi lieti di libertà: diceva che dovesse persuadersi essere la sua resistenza una pazza impresa: e lo esortava a cedere, promettendo che a lui sarebbe concesso di partirsi liberamente, ed ai Romani sarebbe dato obblio del passato. Ed a questi ultimi l’ambasciatore goto chiedeva, di quali opere malvage gli avessero oppressi i Goti, perchè questi, loro signori, avessero avuto a tradire insieme a sè medesimi: chè invece dopo di avere resi loro beneficî memorandi, ora eglino, loro antichi proteggitori, comparivano novellamente innanzi le mura a liberarli. Gli udivano i Romani tremanti e taciti, chè non erano osi di dare risposta al rimprovero di tradimento. Ma Belisario calmo e imperterrito protestava al legato che egli terrebbe fermo in Roma finchè avesse un sol fiato di vita.
Come l’ambasciatore fu ritornato al campo recando questa risposta, e come Vitige ebbe compreso che Belisario non cederebbe, il Re continuò con maggior ardore nelle opere dell’assedio, e attese a dare apprestamenti all’assalto. Fabbricò alcune torri smisurate di legno la cui altezza superava quella delle mura, le quali con pesanti ruote sopposte agli angoli, dovevano essere trascinate da buoi, ed alle quali erano attaccati con catene alcuni arieti dal ferreo capo, che cinquanta uomini dovevano spingere a percuotere la muraglia. E fè pure costruire lunghe scale e salde che dovevansi appoggiare ai merli tosto che il fosso fosse stato colmato con fascine. A quei goffi apparecchi (e l’arte dei moderni assedî ride di loro rozza semplicità) opponeva Belisario altri provvedimenti. Ei collocava sulle mura alcune balestre congegnate con arte, e grandi frombe da gittar sassi, alle quali davasi nome di asini selvatici (_onagri_), ch’erano atte a scagliare una freccia con tale impeto da configgere ad un albero un uomo armato di corazza. A difesa delle porte egli eresse alcune macchine dette lupi, che erano saracinesche formate di pesanti travi armate di punte di ferro, le quali d’improvviso facevansi piombare con grande impeto sopra gli assalitori.
§ 2.
Assalimento generale. — Combattimento di porta Prenestina. — Il _Murus ruptus_. — Assalto del mausoleo di Adriano. — I Greci ne mettono in pezzi le statue. — Gli assalitori sono ributtati d’ogni parte.